Bretagna, il regno del vento

in viaggio con Federico in Francia

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Bretagna, il regno del vento

PROLOGO
Settembre 1988.
Michele, Federico, Massimo, Stefano.
4 amici; 4 studenti che non sono mai stati all’estero, semplicemente perché andavano benissimo le vacanze al mare sempre nello stesso luogo; 4 ragazzi con tanta voglia di conoscere.
Dove si va? A Parigi, è naturale: Parigi è la metropoli, è la leggenda, il divertimento e l’arte studiata a scuola; e poi è facilmente raggiungibile, con il treno si viaggia di notte, parti alla sera dalla stazione della tua città, ti ritrovi alla mattina alla Gare de Lyon che neanche te ne sei accorto.
Il classico albergaccio economico zona stazione, 1 stella è anche troppo ma la camera ha il bagno, peccato non ci sia la porta…
E poi, Paris, Paris c’est la France, fantastica, indimenticabile, pochi soldi, si mangia a baguettes, si cammina, si cammina e si cammina.
Poi l’idea, la trovata che avrebbe cambiato il modo di concepire la vacanza per almeno uno di loro, che poi sarei io: si noleggia una macchina e si parte per un breve giro della Bretagna, 3 - 4 giorni, non di più, per andare a vedere un po’ di Francia diversa dalla capitale, per scoprire come è il mare freddo, come sono le coste battute dal vento.
Nel nostro approccio alla penisola bretone vediamo St.Malo, le spiagge di Dinard, ci spingiamo fino a Cap Frehél per poi ripiegare verso l’interno, nella foresta di Mago Merlino ed uscire dalla regione dalla sua porta naturale, la cittadina medioevale di Vitré.
E’ vero, non vediamo granchè; ciò nonostante, la Bretagna ci strega, ne cogliamo la sensazione di libertà; e noi dobbiamo ringraziarla, perché ci spinge incontro al “viaggio”; ci svela la meraviglia dell’essere svegliati dal gallo in una brumosa mattina di inizio settembre, dopo aver dormito in fattoria sotto caldi piumoni (ma come, in estate non è obbligatorio prendere il sole in spiaggia?), ci spinge a comprendere l’importanza di camminare sulle ventose e fredde spiagge della costa e di dedicare un paio di ore tra le bancarelle del mercato di Dinard. Ci apre gli occhi, insomma, con la sua strabiliante bellezza.
Io in Bretagna ci torno…

In valigia

Opportuno un abbigliamento da Europa centro-settentrionale che preveda i classici strati”, visto che la temperatura può cambiare notevolmente, anche nel corso della stessa giornata.
Per la mia esperienza, ho trovato giornate da maglietta a settembre ma sono veramente gelato a fine giugno, quindi è meglio essere pronti ad affrontare le condizioni climatiche più diverse.
Veramente indispensabile è un qualcosa che ripari dal vento, a volte impetuoso, della costa: a Pointe du Raz, e non è un’esagerazione, il vento mi ha letteralmente strappato la vecchia cerata compagna di tante avventure (un gran bel regalo che mi ha costretto a comprarmene una nuova da “pescatore bretone” di qualità decisamente superiore e di cui vado orgogliosissimo.
Altro indumento “intelligente” potrebbero essere delle scarpe pesanti, tipo pedule, che consentano di muoversi con disinvoltura sull’erba bagnata e sulle spiagge, a volte sassose.
Non scordare, infine, di portarsi una cartina ben dettagliata che aiuti a muoversi anche lungo i percorsi “minori”: in questo senso la Michelin “Bretagne” credo sia la migliore.

Dove alloggiare

Come in tutta la Francia, l’offerta è quanto mai varia.
A mio modo di vedere, la soluzione migliore è quella di alloggiare nelle Chambre d’Hotes, la versione francese dei b&b.
Si trovano ovunque, particolarmente nei centri di maggior afflusso turistico, e offrono un buon servizio a condizioni di prezzo normalmente vantaggiose; per “andare sul sicuro”, trovo sia conveniente affidarsi alle case aderenti alla maggiore associazione, quella delle Gites de France, facilmente individuabili per il logo verde e giallo esposto fuori dall’abitazione e sulle indicazioni stradali.
Il pernottamento in questo tipo di alloggi consente, tra l’altro, di assaporare la Bretagna “rurale”, spesso in ambienti dal calore e dall’atmosfera piacevolissimi, oltre che gustare ottime e abbondanti colazioni bretoni.

In cucina

La cucina bretone si differenzia sostanzialmente tra quella di mare e quella dell’interno. Sulla costa, la Bretagna è innanzitutto ostriche, da gustarsi nei locali dei piccoli porti accompagnate da un bicchiere di vino bianco; i bretoni le mangiano in più modi, crude, cotte, con limone, con salsa, personalmente mi sono limitato al “classico” limone.
Nei ristoranti sono esposti piatti di pesce e crostacei particolarmente scenografici ed invitanti; la cottura è però normalmente al vapore, il ché li rende un po’ meno gustosi per noi italiani abituati ad altri tipi di preparazione.
Per quanto riguarda la cucina dell’interno, un paio di piatti mi ha particolarmente colpito. Il primo è il Kig-Ha-Farz, una sorta di bollito misto dal nome bretone e dall’aspetto monumentale; il secondo, ahimè non l’ho provato, è il cosiddetto mouton de pres sales, cioè il montone della zona di Saint Malo che si dice abbia una carne dal particolare sapore di mare per il fatto che si ciba dell’erba coperta e scoperta dalle maree.
La Bretagna è però prima di tutto Crepes (da chiarire subito che le “Crepes” sono dolci e che le stesse nella versione salata, che prevede l’uso di farina di grano saraceno, si chiamano “Galettes”); queste, infatti, sono state inventate proprio qui e si trovano praticamente ovunque, anzi alcune creperies lungo la strada, ricavate magari in vecchie case in pietra restaurate, rivelano ambienti particolarmente piacevoli e pieni di calore.
La crepe, ovviamente, non può che essere accompagnata da un altro classico della regione, il sidro, che vanta un’ampia produzione e che da sempre costituisce la bevanda tradizionale della Bretagna, anche se anche qui come dappertutto si registra l’implacabile avanzata della birra.

Itinerario

La Bretagna richiede almeno una decina di giorni in loco. L’errore più classico, in cui io sono recidivo, è considerarla una vacanza “abbinata” a qualche altra zona e dedicarle una sola settimana, magari viaggio incluso; in questo modo si fa tutto di fretta e si perdono parecchie attrazioni, come ad esempio le escursioni sulle isole che circondano la costa.
Ho percorso il tradizionale “anello”, partendo da Fougeres, nel nord-ovest e percorrendo la costa, con qualche puntata all’interno, fino alla celeberrima scogliera di granito rosa della Corniche bretonne; quindi un taglio a sud, in direzione della Pointe de Penhir e della Pointe du Raz, per poi rientrare verso ovest percorrendo la costa meridionale e il Golfe du Morbihan.

Da non perdere

Giugno 1997
E’ passato ormai qualche anno, non posso certo permettermi di fornire informazioni pratiche aggiornate; voglio comunque dare il mio contributo, magari aiuterò qualcuno a spingersi in Bretagna, sperando però che continuiamo ad essere in pochi.
Raggiunta la Bretagna da sud, la nostra prima tappa è stata la cittadina fortificata di Fougeres, posta in posizione pittoresca su un promontorio che domina la sinuosa vallata sottostante; Fougeres sicuramente non è tra i luoghi più noti e proprio per questo ci fa subito capire quale sia la qualità dei centri storici bretoni e quanto alta sia l’attenzione dei francesi nella salvaguardia delle cittadine antiche. Solo una breve visita, senza entrare all’interno del castello splendido esempio di architettura militare del Medioevo, per poi puntare a quella perla incomparabile che è Le Mont St. Michel, che appartiene invero alla Normandia. Non mi dilungherò a parlare della pluri-celebrata isola-penisola, a raccontare della magia medievale che rappresenta o dell’atmosfera incantata dell’abbazia. Mi limiterò ad un paio di consigli; il primo è, se possibile, di evitare la visita a Le Mont St. Michel nei giorni festivi, a causa dell’ingente afflusso di turisti che rischiano veramente di rovinare l’incanto; il secondo è di provare l’avventura a piedi nelle terre che circondano il promontorio durante la bassa marea, chiaramente con la massima attenzione agli orari, meglio se accompagnati dalle guide.
Continuando lungo la costa, seconda tappa “obbligatoria” è St.Malo, splendidamente chiusa tra possenti bastioni, la città di una bellezza austera che si innalza prepotente dal mare, la città grigia. Grigia perché quello è il colore della roccia granitica utilizzata per costruirla, anzi per ricostruirla dopo la quasi totale distruzione a causa di un massiccio bombardamento alleato nell’agosto’44.
St.Malo è un luogo dal fascino enorme, che ti sbatte violento sulla faccia insieme con il vento che colpisce nella passeggiata lungo le mura facendoti assaporare l’aria del mare, il volo basso dei gabbiani, le maree, le nuvole che solcano un cielo mutevole come non mai.
E’ un luogo legato indissolubilmente ai corsari che nel 6-700 ne fecero la base per le loro scorribande ai danni delle navi inglesi: di più, sembra chiaro che fosse la Francia stessa ad appoggiare tali ruberie, per indebolire la potenza commerciale dei rivali d’oltremanica ed olandesi; e i corsari sono il leit-motiv anche lungo le strade interne, dove negozi, ristoranti si rifanno alle atmosfere piratesche.
Da St.Malo il passo verso Dinan è breve ed è quasi un peccato che tali bellezze si incontrino tutte all’inizio del viaggio.
Dinan è una piccola cittadina medioevale conservata in modo splendido, direi che il centro storico sia tra i meglio conservati che abbia visto in Europa; l’agglomerato è diviso in due: la parte alta, chiusa tra i bastioni del castello, è fatta di viuzze ciottolate e case a graticcio meravigliosamente restaurate e consente un tuffo nei secoli passati tanta è l’omogeneità delle abitazioni; tramite la pittoresca rue de petit Fort si accede alla parte bassa di Dinan, praticamente il porto, poche case, un antico ponte, alcune imbarcazioni e tanta tanta atmosfera.
Proseguendo verso ovest, lungo la cosiddetta Cote d’Emeraude, troviamo un altro “must”, il Cap Frehel, spettacolare promontorio inserito in un grandioso scenario marino.
Il panorama, dall’alto dei 70 metri delle rocce a picco sul mare, è immenso; ognuno può vivere la grande suggestione del Capo come crede: cercando foto artistiche alle colonie di gabbiani e cormorani; oppure passeggiando lungo il sentiero che gira attorno alla punta; oppure ancora seduto e lasciandosi pervadere dal sapore di infinito che questo luogo ispira.
Prossima destinazione: la famosissima Costa di Granito rosa, con tappa nel porto turistico di Paimpol, di cui conservo un delizioso ricordo di ostriche assaporate in un locale scuro, mentre fuori il vento giocava con le barche facendone tintinnare alberi e sartie (mi perdonino gli esperti di vela l’eventuale uso di vocaboli errati).
La costa di granito rosa è a ragione una delle maggiori attrattive della Bretagna: qui il vento ed il tempo hanno giocato con la roccia, erodendola nelle forme più strane, tanto che alle rocce più caratteristiche è stato attribuito un nome. Molto piacevole è il sentiero, da percorrersi a piedi, che porta da Perros-Guirec , a Ploumanach e quindi a Tregastel-plage (circa 3-4 ore, se ne può ovviamente scegliere anche un solo tratto); a proposito di Ploumanach, il faro omonimo è una delle più celebri cartoline della Bretagna: edificato in stile torre medievale, si erge imponente nel tratto migliore della costa di granito rosa.
Lasciamo il mare e ci siamo addentrati verso il centro della penisola bretone per ammirare alcuni tra i famosissimi “Calvari”, più precisamente il complesso parrocchiale di St.Thegonnec ed il calvario più importante, quello di Guimiliau, fatto di ben 200 personaggi scolpiti attorno alla Croce.
Non mi si accusi di scarsa sensibilità artistica, l’attrazione principale della Bretagna però è la costa; alle spalle i Calvari quindi, comunque tanto interessanti quanto atipici, e ci ributtiamo all’estremo Ovest, lungo le penisole che portano prima alla Pointe de Pehnir ed alla Pointe des Espagnols, quindi alla mitica e selvaggia Pointe du Raz, sicuramente il luogo più affascinante della regione.
Superata la costruzione che fa da caffè-store, ci si incammina a piedi lungo la penisola, una lingua di pietra e erba bruciata dal vento che si lancia nell’Oceano; abbiamo la fortuna di capitare in una giornata nuvolosa e piuttosto turbolenta, le condizioni migliori per Pointe du Raz (ho sentito di persone che cisonostate con il sole e non hanno colto alcunché di eccezionale nel posto). Le raffiche sono imponenti, per la prima volta ho la sensazione di poter essere sostenuto dall’aria che soffia dal mare e di dover cercare un appiglio, un qualcosa a cui assicurarsi per evitare il rischio di cadute accentuate dal vento; l’oceano è buio e arrabbiatissimo, le onde spazzano gli isolotti prospicienti la punta fino al faro della Vieille, lo spettacolo è eccezionale, indimenticabile!
Per contro, le condizioni del tempo non consentono né di scorgere lontano il mitico faro di Ar Men, né di scendere il costone roccioso lungo gli appositi sentieri attrezzati.
Il compimento dell’”anello” ci porta nella Bretagna del sud, una Bretagna diversa, caratterizzata da una natura più docile, da un mare più azzurro, da cittadine “sorridenti”. Così almeno dovrebbe essere, perché nella nostra vacanza il sole non vuole proprio accompagnarci ed ecco che siamo costretti a visitare Quimper sotto un’insistente acqua gelata. Quimper è un’antica cittadina, molto graziosa e con un centro storico perfettamente conservato, celebre per le ceramiche dipinte che vantano tradizione pluri-secolare; con tutta la buona volontà, però, in simili condizioni di tempo la visita diventa davvero difficoltosa e siamo costretti a rifugiarci in una trattoria per “sacrificarci” con un imperiale Kig Ha Farz.
Gli ultimi scampi di tempo accettabile ce li giochiamo poco oltre, a Concarneau, paesetto marittimo noto per essere il primo porto francese quanto a pesce fresco scaricato. Qui tutto è imperniato sulla pesca e si respira una piacevole atmosfera marittima passeggiando nell’ampio mercato tra le bancarelle di pesce; dal punto di vista turistico, interessante è la passeggiata nella Cittadella, la Ville Close, che sorge su un isolotto circondata da mura di granito. Per gli amanti dello shopping, la cittadina, oltre a tutti i possibili articoli e souvenirs in tema-mare, offre praticamente in ogni negozio un’ampia scelta di ceramiche bianche con giglio azzurro, ottime per un regalo da vacanza o per un ricordo (io la mia brocca me la sono portata a casa).
Tornando verso Est, altra tappa obbligata è il sito megalitico di Carnac, probabilmente il più importante del mondo con allineamenti di centinaia di menhir. Purtroppo, devo ammetterlo, trovo questi siti preistorici tutto sommato poco interessanti, e ho fatto più di un tentativo in giro per l’Europa; tanto più che qui il pericolo di danneggiamento del terreno da parte dei numerosi visitatori ha indotto le autorità a limitare i percorsi con apposite staccionate, per cui i “pietroni” si vedono solo da lontano, con scarsa possibilità di coglierne l’allineamento. Forse, cosa che non ho mai fatto, la scelta migliore sarebbe quella di affidarsi ad una guida.
Solo uno sguardo, date le condizioni di tempo pessime, al “solatio” Golfe di Morbihan. All’interno dello stesso visitiamo un altro monumento megalitico molto importante, quello di Cairn de Gavrinis. Il sito, posto su un’isoletta che si raggiunge con una breve traversata in barca, consta di una collinetta all’interno della quale è scavata una galleria coperta da lastroni in pietra pieni di incisioni: senza dubbio sceglierei questo rispetto a Carnac, l’ho trovato più interessante e molto più comprensibile (probabilmente anche perché “spiegato”).
Capitale del Morbihan è Vannes, una piacevolissima sorpresa per noi che non ci aspettiamo di trovare una così deliziosa cittadina con un centro storico vivibilissimo caratterizzato da numerose case a graticcio. Vannes è in teoria una città di mare, solo che il suo porto è raggiungibile soltanto con l’alta marea; l’attrazione principale che la rende nota (oltre al fatto di essere sede della Michelin), nella città vecchia, sono i lavatoi medievali coperti posti sotto i bastioni sul piccolo fiume, una costruzione antica decisamente insolita tra le vestigia del passato che siamo abituati a vedere.
L’anello bretone è chiuso, la vacanza, troppo breve per le bellezze della regione, finisce come tutte le altre, vedrai che nel ritorno ci sarà il tempo di fermarsi per visitare un castello sulla Loira.
Il ritorno resta invece un ricordo non proprio piacevole per la concomitanza, del tutto ignorata, con il Gran Premio di Magny Cours e la conseguente difficoltà enorme per trovare un buco per dormire nella zona (ignoravamo anche dove fosse Magny Cours), esterrefatti prima di capire il perché di tanto affollamento; era la notte in cui quel matto di Tyson chiuse l’incontro staccando con un morso un pezzo di orecchio dell’avversario, ma questo con la Bretagna non c’entra proprio niente.

Curiosità 

· La Bretagna è la patria delle saghe celtiche ed è proprio qui, nella Foresta di Paimpont, che da tempo immemorabile la Maga Viviana tiene prigioniero Merlino in una prigione invisibile fatta d’aria. Ed è proprio qui che si rifugiò re Artù a difesa del suo regno celtico.
La Bretagna è la terra incantata dove queste storie, a cavallo tra verità e leggenda, sono ambientate: terra di maghi, di fate, di cavalieri senza paura e di Excalibur, la famosa spada di Artù estratta dalla roccia; oggi si conservano alcuni luoghi dedicati ai turisti, la tomba di Merlino e, soprattutto, quel vago senso di mistero, di impossibile e di sacralità che resta vivo nel folto del bosco.
Un aspetto curioso è che pratiche magiche e tradizioni celtiche non sono del tutto scomparse: ci sono anzi associazioni di “neo-druidi” che si ritrovano annualmente nella foresta di Brocelandia (antico nome di Paimpont) per i loro rituali.
· La Bretagna è zona celtica ed il bretone, lingua tradizionale parlata nella parte centro-occidentale della regione, è lingua prettamente celtica, più simile a gallese o irlandese che non al francese. I bretoni sono molto legati alla loro origine e particolarmente sensibili al “distacco” dal resto della Francia: in questo senso, sono molte le iniziative volte alla conservazione di usi e tradizioni antiche, compresa la musica, che prevede l’utilizzo della cornamusa tipo scozzese, chiamata “grand biniou”.
· I calvari bretoni sono grandiose sculture in pietra grigia, particolarmente diffuse all’interno della Bretagna occidentale. Il fatto curioso è che i Calvari nascono dall’opera di “cristianizzazione” dei monoliti pagani tanto diffusi, i cosiddetti menhir, messa in atto dai religiosi tra il ‘400 ed il ‘600. Tale obiettivo fu raggiunto semplicemente piantando a migliaia croci in pietra sopra i menhir; alcune di tali croci col tempo divennero sempre più decorate, fino a diventare quelle drammatiche rappresentazioni della passione di Gesù Cristo che oggi chiamiamo “Calvari” e di cui ammiriamo la sorprendente espressività dei personaggi, le figure grottesche dei flagellatori, la nobiltà e la sofferenza della Sacra Famiglia, la vivacità dei personaggi di contorno.
· La forza antica delle maree ritma da sempre la vita della Bretagna e dei suoi abitanti. Qui il fenomeno assume dimensioni davvero notevoli, se si pensa che nei periodi dell’anno in cui è più accentuato (gli equinozi) raggiunge i 12-13 metri di altezza.
La marea è il soffio, il respiro del mare, è un qualcosa che l’uomo riconosce essergli superiore e quindi si adatta, cercando ove possibile di sfruttarne i doni, come l’energia e come la pesca di granchi, molluschi e alghe quando il mare si ritira; cosi le barche nei porti in secca aspettano il ritorno dell’acqua, ed i pescatori aspettano l’ora in cui sia possibile prendere il largo, così continua eterno il moto di quella massa gigantesca che si muove attratta dal magnetismo lunare.
Il mare detta le regole della vita in Bretagna, e anche della morte, se è vero, come dice la tradizione, che le anime dei moribondi scelgano di andarsene quando il mare è in bonaccia, rompendo il magico e fragile equilibrio tra flusso e riflusso.
· La costa del Finistere (dal latino “Finis terrae”), il Dipartimento più occidentale della Bretagna, rappresenta un po’ la versione europea della famosa costa atlantica del Maine quanto a numero, importanza e tradizione dei fari.
Alcuni fari bretoni fanno parte della leggenda, primo tra tutti quello d’Ar-Men, costruito su una minuscola scogliera al largo della Pointe du Raz: la sua edificazione, alla fine dell’800, richiese ben 14 anni di durissimo e pericolosissimo lavoro da parte di operai che lavoravano aggrappati alla pietre, ritmando l’attività con l’andare e venire delle onde.
Nella zona il mare è davvero furioso e si narra di guardiani bloccati all’interno del faro per settimane, se non per mesi, fino al placarsi della tempesta.
Ma non c’è solo Ar-Men; altri fari resi celebri dalle avversità del tempo e dalle difficoltà di costruzione sono La Jument e Men-Tensel, mentre molto noti ma più “facili” sono Ploumanach e Penmarch e Cap Frehel.
Oggi i mitici guardiani sono via via sostituiti dalla tecnologia: i fari funzionano tramite un computer, le lampade vanno a pannelli solari e così via, il vento del progresso sta spazzando parte della poesia e della leggenda dei fari bretoni.
Molti fari in Bretagna sono visitabili, non è però possibile pernottarvi.

Una Francia bellissima e senza mezzi termini, che va dritta al cuore

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