Far West on-the-road - Parte2

Exploring Unchartered Territories – Journey through the Far West, Part 2

Far West on-the-road Parte1 ci aveva portati a Page; riprendiamo il viaggio fino a Los Angeles.
Per comodità di chi legge riporto l’intero itinerario con la suddivisione tra prima e seconda parte.
 
Parte1.
1 Volo Milano - Monaco - San Francisco
2-3-4. San Francisco
5. San Francisco - Yosemite (Mariposa Grove) - Oakhurst
6. Oakhurst - Yosemite Valley - Tioga Pass - Mammoth Lakes
7. Mammoth Lakes - Furnace Creek (Death Valley)
8. Furnace Creek - Las Vegas
9. Las Vegas
10. Las Vegas - Bryce Canyon - Tropic
11. Tropic - Bryce Canyon - Lake Powell – Page
Parte2.
12. Page (Upper Antelope & Lower Antelope)
13. Page - Navajo Nat. Mon. - Monument Valley - Mexican Hat
14. Mexican Hat - Canyonlands - Moab
15. Moab (Arches)
16. Moab - Mesa Verde - Cortez
17. Cortez - Chinle (Canyon de Chelly)
18. Chinle - Grand Canyon Village (East South Rim)
19. Grand Canyon Vill. (West South Rim) - Barstow
20. Barstow - l.A. (Santa Monica, Hollywood)
21. L.A. (Bel Air, Malibu', Santa Monica)
22. L.A. (Venice) - in volo
23. In volo- Monaco – Milano
12° – 15/8           PAGE  (Upper e Lower Antelope Canyon)  km 50
Appena fatta colazione andiamo di volata al parcheggio dell'Upper Antelope Canyon a prenotare l'escursione; la prima con ancora dei posti liberi era quella delle 11 ed era proprio quella che noi volevamo. È importante, infatti, essere nel canyon quando i raggi del sole sono abbastanza perpendicolari da entrare all'interno del canyon stesso; non per niente le gite dalle 10:15 alle 12:15 costano di più (46$ vs 36$).
 
Alle 10:30, puntuali, siamo all'Upper Antelope (nonostante la prenotazione bisogna presentarsi mezz’ora prima) e alle 11 ci caricano in 12 persone per ogni jeep;  ad ogni gruppo e' assegnata una guida (Navajo, ovviamente). In jeep si percorrono le 4 miglia per arrivare all'ingresso del canyon.
L'escursione dura c.1,5 hh inclusi i trasferimenti in jeep.
Anticipo che ho trovato il Lower Antelope (che faremo nel pomeriggio) più suggestivo e divertente dell'Upper ma sono contento di aver fatto quest'ultimo per primo perché la guida e' importante per capire il contesto; inoltre la nostra (probabilmente lo fanno tutti) ci ha dato utili consigli per il settaggio della macchina fotografica.
L’acqua piovana ha lavorato le pareti del canyon levigandole ma non provo nemmeno a descriverle a parole perchè è impossibile farlo e vi rimando direttamente all’album delle foto.
Fa impressione il vedere tronchi d’albero incastrati tra le pareti del canyon ad altezze anche di 10 metri, come hanno fatto ad arrivare lassù ?
 La spiegazione è che il canyon si sviluppa per circa 70 miglia a monte e quando arrivano i temporali (ne abbiamo beccati un paio e vi posso assicurare che di acqua ne viene giù veramente tanta) convoglia  l’acqua verso valle; quando questa arriva all’Antelope Canyon che in certi tratti è stretto meno di un metro acquista una pressione fortissima e l’acqua sale in modo considerevole raggiungendo, appunto, anche i 10 metri di altezza.
Questo è anche uno dei motivi per cui le guide sono obbligatorie: esse hanno l’esperienza per capire quando occorre scappar via velocemente per evitare il pericolo.
All’ingresso del Lower (che è ancora più stretto) una targa ricorda la morte di un gruppo di francesi avvenuta nel 1999. C’erano tre gruppi nel canyon e la guida avvertì che bisognava uscire immediatamente ma uno dei gruppi, poichè l’acqua bagnava appena il fondo del canyon, continuò a fare foto; tempo pochi minuti, furono travolti dall’acqua. 
 
Per il pranzo andiamo all'Antelope Marine sul Lake Powell a 4-5 km dal canyon e alle 15 prendiamo l'escursione per il Lower Antelope Canyon il cui ingresso si trova a poche centinaia di metri da quello dell'Upper.
Anche qui e' obbligatoria la guida che, però, si limita ad accompagnare il gruppo all'ingresso del canyon.
Il Lower e' completamente sotterraneo (c'è una spaccatura nel terreno e con un paio di scale di ferro si scende alla base del canyon; scale analoghe si salgono per ritornare in superficie) ed è ancora più stretto dell’Upper e molto meno frequentato per cui si finisce per amarlo ancora più dell’altro.
 
13° – 16/8           PAGE  - MEXICAN HAT  km 275 (di cui 40 A/R al Navajo Nat. Monument)
Oggi  è prevista  una giornata tranquilla con visita alla Monument Valley e “soli” 235 km da fare da Page a Mexican Hat ; decidiamo allora di inserire la deviazione al Navajo National Monument. Questo parco, a dispetto del nome, è un National Park e quindi non è gestito dai Navajos e si vede da come è ben tenuto !!
Il sentiero più popolare è il Sandal Trail (2 km A/R) che porta al Betatakin Overlook da cui si ha una bella vista sul canyon e sulle rovine di case di indiani pueblo. Le rovine si vedono in lontananza ma è disponibile un cannocchiale per vederle meglio.
Interessante ma,  se il vostro tour prevede anche Mesa Verde, di questo parco se ne può fare a meno.
Riprendiamo il viaggio; superata Kayenta si iniziano a vedere le rocce rosse tipiche della Monument Valley e ...vari mercatini Navajo dove vendono monili e collane. Stupidamente mi fermo per fare una foto e quando torno alla macchina non trovo più la mia dolce metà che è stata  irresistibilmente attratta dalle bancarelle.
 
Arriviamo alla Monument verso l’ora di pranzo e, ovviamente, ...pranziamo.
Bisogna decidere come fare il giro della Monument Valley, 27 km di sterrata.
Premessa: è fattibile con la propria auto anche se non 4x4, ce ne sono tante che lo stanno facendo e che ritornano regolarmente alla base !
Mi  capita, però, di vedere: un tratto di strada su cui si “saltella” in modo preoccupante, un’auto alle prese con un insabbiamento, un’altra con la fiancata rovinata; siccome un  guasto all’auto vorrebbe dire rovinare, almeno in parte, il viaggio, preferisco la prudenza e opto per la visita con jeep e guida navajo.
Le offerte sono:  percorso esattamente uguale a quello self-guided (1,5 h e 65$ cad.) oppure con accesso ad una zona non visitabile in autonomia (2,5 hh e 85$ cad.): già che prendiamo la jeep tanto vale (per 30€ in due)  vedere una zona che altrimenti non sarebbe visitabile. Conseguenze positive non previste: jeep chiusa con A/C (e quindi niente polvere come sulle jeep scoperte), siamo solo noi due e quindi pilotiamo la visita a nostro piacimento.
 
La “restricted zone”  è più verde ma anche molto più sabbiosa (senza 4x4 non si fa) per cui il non dare libero accesso non è solo una trovata “commerciale”.
Tra i punti più interessanti: The Submarine Rock, Ear of the Wind, Big Hogan
Sotto la suggestiva volta di quest’ultima roccia, la guida ci ha proposto di cantare per noi un sermone navajo (così l’ha definito); ho provato a dirgli che, a fine giro, la mancia gliela avrei data lo stesso anche se non cantava ma ha insistito talmente che sembrava scortese rifiutare l’offerta.
Inizialmente eravamo divisi tra l’imbarazzo e il ridicolo ma poi abbiamo apprezzato, anche se faceva tanto “Balla coi lupi”.
 
Bel giro e bel parco; nonostante fosse il parco più visto al cinema e alla televisione, visto dal vivo è veramente affascinante; del tratto nella restricted zone abbiamo apprezzato, più delle ulteriori rocce dalle strane forme che abbiamo visto, la possibilità di goderci in solitudine e nel più completo silenzio la maestosità del luogo.
 
A fine pomeriggio raggiungiamo Mexican Hat dove alloggiamo al Mexican Hat Inn, un motel un pò trasandato esternamente ma con camere dignitosissime e piscina accogliente.
A cena c’è ben poca scelta: o si fa 1-2 km in auto fino al gruppo di case sul fiume o si fanno 200 m a piedi fino al BBQ Grill. Abbiamo scelto di non prendere l’auto e “chi è cagion del suo mal pianga sè stesso”.
L’ambiente è anche pittoresco: grandegriglia a vista e un tizio con stivali e cappello da cow-boy che armeggia con lunghi forchettoni facendo dondolare sulle braci un ripiano forato in acciaio; peccato che abbiamo aspettato due ore per un hamburger.
E’ anche il luogo dove abbiamo capito il vero scopo che per gli americani ha il bicchiere.
Ordinate due birre ci hanno portato le sole bottiglie; noi: “possiamo avere due bicchieri, per favore ?”, lui: “perchè, ci volete il ghiaccio ?”. Ergo: il bicchiere è semplicemente un contenitore per il ghiaccio !!
 
14° – 17/8           MEXICAN HAT  - MOAB km 320 (di cui 100 A/R per Canyonlands-Needles)
17 agosto. Quando si dice che il 17 porta male ....credeteci. 
Pochi chilometri dopo la partenza troviamo la roccia a forma di cappello messicano che dà il nome alla località.
Superiamo Monticello prendendo il bivio per Moab e prima di arrivarci troviamo l’indicazione Canyonlands e ci fiondiamo in quella direzione.
C’è pochissima gente e ci godiamo il senso di solitudine anche perchè la strada offre scorci molto belli.
Solo quando arriviamo al Visitor Center (dopo 50 km di strada) e guardiamo la mappa del parco ci rendiamo conto che siamo nella zona dei Needles mentre noi volevamo visitare Island in the Sky (e la deviazione da prendere è dopo Moab, non prima)  !!! Canyonlands è uno dei parchi più estesi e si divide in tre aree distanti l’una dall’altra: le due citate più The Maze dove non arrivano strade asfaltate.
Cosa si fa ? già che siamo qui visitiamo The Needles o si ritorna precipitosamente indietro ?
Il cielo decide per noi scatenando un violento temporale; saliamo in macchina e sotto la pioggia battente riguadagnamo la strada per Moab dove arriviamo per l’ora di pranzo.
 
Ok, colpevole sbadataggine ma c’è ancora tutto il pomeriggio a disposizione;  ma ....eravamo quasi al bivio per Island in the Sky quando sul display dell’auto compare il maligno messaggio: “change soon engine oil”. Torniamo a Moab per cambiare l’olio anche perchè siamo di sabato pomeriggio e quindi bisogna trovare velocemente una soluzione.
La cosa, però, non è così semplice: i distributori non danno nessun servizio, si limitano semplicemente ad attivare le pompe per il self-service, l’olio nemmeno lo vendono; ci indicano un’officina, ma, arrivati lì scopriamo che fino a martedì mattina sono full.
Poichè con Alamo ho acquistato il supporto 24x24 chiamo il call center e passo loro il problema: lunedì mattina devo lasciare Moab e non intendo stare fermo fino ad allora.
Mi  rassicurano che quando compare il messaggio si possono fare ancora qualche centinaio di miglia per cui non sono bloccato e lunedì mattina mi devo recare all’aereoporto di Moab per cambiare l’auto.
Nel frattempo sono le 4 del pomeriggio e non ho l’umore giusto per fare turismo: l’albergo ha una piscina deserta e gradevole e spendiamo lì il resto del pomeriggio. Ahimè cii siamo giocati Canyonlands.
 
Dopo una giornata del genere ho bisogno di trovare soddisfazione almeno a cena e Geoffrey’s è il posto adatto: bel locale, servizio accurato, cucina ottima, Margarita per aperitivo, bottiglia di vino della Napa Valley; il conto è salato ma era la cena che ci voleva per risollevare il morale.
 
15° – 18/8           MOAB  km 80 (visita dell’Arches N.P.)
Cercando di non pensare ai problemi dell’auto partiamo per la visita all’Arches.
Ci fermiamo a fare riserva di acqua (ne  berremo 3 litri a testa) perchè questo è un parco dove ci sarà da camminare molto e le previsioni danno temperature massime sui 35°C; una volta lasciato il Visitor Center, non ci sono possibilità di approvvigionamento al suo interno.
 
Alle 9 siamo alla partenza del sentiero per il Delicate Arch (calcolate 1:30 di cammino A/R) che è, imho, il pezzo forte del parco e, quindi,  andrebbe lasciato per ultimo, ma con il caldo di questi giorni è bene farlo al mattino presto.
Il sentiero all’inizio è una stradina che sale leggermente poi si affronta un’erta assai ripida su lastroni lisci di pietra,  segue un tratto quasi pianeggiante e alla fine si affronta una simpatica cengia scavata nella roccia (non ci sono precipizi, quindi va bene anche per chi soffre di vertigini),  al termine e solo allora compare l’arco in uno  scenario veramente molto bello: non si può non venire fin quassù.
In basso c’è un Delicated Arch Overview dove si arriva con l’auto e i più pigri potrebbero avere la tentazione di  limitarsi a questo: non fatelo ! da lì sembra un archetto banale, è solo arrivandoci a piedi che si può godere dello spettacolo.
 
Tornati indietro prendiamo il bivio per il Devil’s Garden Traihead con qualche sosta ai view point  intermedi, belli ma niente di imperdibile.
Arrivati al parcheggio si parte con la seconda camminata della giornata: in poco più di un’ora A/R si fa la deviazione per il Pine Tree e il Tunnel Arch e si arriva al Landscape Arch che è l’arco più grande del parco (supera i 100m di luce) ma non ha la suggestione del Delicated.
Volendo, il sentiero continua  verso altri archi ma comincia a fare molto caldo e ci sono altre zone da vedere, così torniamo indietro.
 
Tornati al bivio precedente si prende la strada verso l’uscita e non si può non rimanere attratti dalla Balanced Rock; sorge spontaneo dire: “ma come fa a stare in piedi”; poi un bel giorno cadrà sulla testa di un gruppo di giapponesi che si sono portati fin sotto per scattare le foto e si dirà: “io l’avevo detto che non poteva stare in piedi !!”
 
E’ l’ora di pranzo e ci rendiamo conto che al mattino, tutti preoccupati per l’acqua, non abbiamo pensato al cibo !!! Tra le due alternative, fare digiuno e fare 30 km A/R per andare al Visitor Center a raccattare qualcosa da mangiare, scegliamo la seconda. Al Visitor Center, però, si trovano solo barrette di cereali cioccolate e fruttini per cui chi vuol mettere sotto i denti un bel sandwich ...ci pensi la mattina prima di partire.
 
Tornati alla Balanced Rock prendiamo la strada per la Windows Section alla fine della quale, dal parcheggio inferiore parte il sentiero per il Double Arch (30 min. A/R) che vale assolutamente la camminata sotto il solleone: grandioso.
 
Dal  parcheggio superiore parte l’anello che porta, in bello scenario, alle North e South Windows ed al Turret Arch.
Avvicinandosi ancora all’uscita del parco ci sono due soste obbligate al Courthouse Towers e al Park Avenue viewpoints (scenari grandiosi da entrambi).
 
Rientriamo a Moab che, a differenza di tutti gli altri punti tappa, è cittadina gradevole. Il solito stradone (si chiamano tutti Main Street) ma con bei negozi, in particolare quelli di artigianato locale; insomma finalmente un posto dove è piacevole fare una passeggiata prima e dopo cena.
Per la cena, poichè il posto adatto per consolarsi dopo una giornataccia è certamente adatto anche per brindare ad una bella giornata ...torniamo da Geoffrey’s.
 
16° – 19/8           MOAB  - CORTEZ  km 420 (190 per Cortez e 230 per A/R e visita di Mesa Verde)
La bella giornata all’Arches non mi ha fatto dimenticare che oggi devo andare all’aereoporto di Moab dove Alamo mi sostiruirà l’auto. Telefono per conferma: tutto ok, devo presentarmi con un certo reference number e l’auto mi viene sostituita.
Vado all’aereoporto di Moab (30 km dal centro) e, sorpresona, l’addetto mi dice che al call center di Chicago fanno presto a fare le sostituzioni ma lui l’auto non ce l’ha e quindi non me la può dare !!!
E’ assolutamente necessario ripartire in mattinata per non compremettere il resto del viaggio e la mia pancia mi dice che a questo punto con Alamo non cavo un ragno dal buco; ritorno, quindi, all’albergo di Moab disposto a supplicarli in ginocchio affinchè mi trovino un’officina amica che mi cambi l’olio e, fortuna vuole, che il manager di turno mi indichi un service che fa esclusivamente lavaggio e cambio olio (ci fosse stato sabato pomeriggio !!!)
In mezz’ora sono pronto con tanto di fattura intestata ad Alamo per il rimborso. Si riparte !!!
 
Percorriamo tutti d’un fiato i c. 200 km che ci separano  dal Visitor Center del Parco di Mesa Verde ma la mattina se n’è ormai andata.
Ci interessa fare una visita guidata per capire meglio di la storia e la civiltà di questi indiani Anasazi che costruivano le loro abitazioni all’interno delle enormi grotte che si aprono sui fianchi della Mesa; i ticket per i tour si acquistano esclusivamente al Visitor Center e, quindi, bisogna dcidere un pò al buio.
Le Mesa principale è la Chapin Mesa che è di gran lunga la più frequentata con le sue attrazioni principali:
 - Balcony House è la visita più “avventurosa”, si fa per dire, con le sue lunghe scale a pioli e il tunnel dove si passa carponi (al momento dell’acquisto del ticket ti infilano un cartone con un grosso buco per verificare se riesci a passare nel tunnel)
- Cliff Palace il sito più ricco di abitazioni e decisamente il più bello del parco
Ovviamente questi tour sono i più affollati e la prima disponibilità per il Cliff Palace è nel tardo pomeriggio, così noi ci buttiamo sull’altra Mesa (la Wetherill Mesa) per visitare la Long House.
 
Il tempo di comprare qualcosa da mangiare, percorrere i 35 km tutti curve fino alla Mesa e consumare il pranzo sui tavoli dell’area picnic e si fanno le 14:30 orario di partenza dello shuttle che ci porta all’attacco del sentiero che scende alle rovine.
Il parco è gestito dai Rangers che fanno anche da guide; il nostro è molto bravo, preparato, chiaro nell’esposizione, buona comunicativa, siamo stati fortunati e così dopo l’ora e mezzo del tour non solo abbiamo visto la Long House ma sappiamo tutti di questi Anasazi, del loro insediamento in quell’area intorno al 600 d.C. e del loro prosperare fino ad arrivare a ben 20.000 abitanti nella Mesa intorno al 1300; non sappiamo il motivo per cui da un momento all’altro abbandonarono in toto la zona semplicemente perchè ...nessuno lo sa. Di congetture ce ne sono ma in molti casi divergenti e, comunque, non documentate.
Gli edifici più importanti erano le kiva dove si svolgevano le cerimonie sacre, a pianta circolare con copertura in legno che poggiava su sei pilastri. Il tetto aveva un foro centrale che serviva sia per entrare (tramite una scala a pioli di legno) sia per far uscire il fumo del fuoco che veniva acceso in una cavità circolare. Al centro della kiva, infine, c’era un piccolo foro che, nelle loro credenze, serviva a metterli in contatto con gli spiriti degli antenati e le forze della terra.
La Mesa era fertile e le fonti principali di sostentamento erano l’agricoltura e la caccia
Nella comunità c’era una sorta di specializzazione: i contadini, i cacciatori, chi costruiva e manuteneva le abitazioni.
Apprendiamo che anche in estate l’acqua non scarseggiava  grazie ai monsoni del Colorado che scatenano temporali sopratutto in agosto; lo apprendiamo e lo tocchiamo con mano perchè, mentre aspettiamo il bus per tornare al parcheggio, se ne scatena uno. Un pò per il temporale, un pò perchè volevamo andare anche all’altra Mesa rinunciamo a vedere la Step House e la Budger House Community (visita libera) e ci facciamo i 21 km che ci portano alla Chapin Mesa.
Su questo tratto di strada vedo dallo specchietto retrovisore un’auto della polizia con i lampeggianti  accesi;
“dai, facciamo gli educati e lasciamolo passare” dico a mia moglie accostando un poco, ma subito dopo devo aggiungere: “rimane dietro, che voglia noi ?”. Voleva proprio noi !
Segue un attimo di panico perchè, sebbene avessi letto da più parti che quando ti ferma la polizia devi rimanere immobile con le mani sul volante, quando ti ci ritrovi veramente prevale l’istinto che è quello di aprire la portiera per scendere.
Non l’avessi mai fatto; il policeman, pistola alla mano, mi intima “close the door” e dà una botta alla portiera che se avessi già avuto una gamba fuori me la spaccava. Mi comunica che andavo a 40 mph dove c’era il limite di 25, mi ritira il passaporto e ritorna alla propria auto. Passano i minuti e non ritorna, e noi cominciamo ad essere seriamente preoccupati. Finalmente si rifà vivo e a questo punto mi ci scappa quasi da ridere perchè non mi chiede nemmeno la patente bensì quella cosina che in USA bisogna sempre avere a portata di mano: Credit Card ! 100$ di multa subito riscossi, un paternalistico “drive slow” e ...siamo liberi !
 
Quando arriviamo alla Chapin Mesa piove ancora e, è un classico, quando piove si visitano i musei. Il Chapin Mesa Archeological Museum non è entusiasmante (per usare un eufemismo) e comunque ci aveva già detto tutto il nostro bravo ranger.
Smesso di piovere c’è il tempo per un salto alla Spruce Tree House (visita libera) e per qualche foto  da lontano del Cliff Palace che è certamente il sito più bello (la Balcony House non è visibile dalla strada).
 
Mesa Verde è un gran bel parco e avrebbe meritato almeno una mezza giornata in più di visita; direi che è stata la maggiore sorpresa in positivo del viaggio, non perchè sia in assoluto il più bello ma perchè ne avevo letto pareri discordanti mentre, a me, è piaciuto incondizionatamente. Inoltre è decisamente diverso da tutti gli altri parchi visitati e un pò di “varietà” in un viaggio ci sta sempre bene.
La  storia di questi Anasazi, antenati degli Hopi e dei Navajo, è molto interessante, le loro case  sono di sicuro effetto e il mistero che avvolge loro improvvisa sparizione da queste terre rende il tutto affascinante. Ma Mese Verde non è solo questo, è interessante anche dal punto di vista paesaggistico; infatti come dice la parola Mesa, ai confini del parco l’altopiano strapiomba nella vallata circostante offrendo panorami infiniti. Impressionante quello che si ha dal punto più alto della Mesa (più di 2600 m.) dove è il Park Point Overview.
 
A fine pomeriggio raggiungiamo Cortez e il nostro White Eagle Inn, motel essenziale ma pulito dove stabiliamo il record di economicità del pernottamento: 59 $ la doppia.
E’ 2 o 3 km fuori città ma tanto per andare a cena bisogna comunque prendere la macchina.
Cena al messicano El Burro Pancho (4,5 pallini TA) il peggior ristorante del viaggio.
17° – 20/8           CORTEZ – CHINLE   km 320 (230 per Chinle e 90 nel Canyon de Chelly)
Seguiamo la 491 verso sud, poi la 160 in direzione Kayenta; quando abbandoniamo questa per prendere la 191 che porta a Chinle ci addentriamo in un paesaggio pieno di fascino con le sue strane formazioni rocciose rosso fuoco ma anche un pò inquetante perche non incontriamo più anima viva; ritroveremo un pò di traffico solo in prossimità di Chinle.
 
A Chinle ci si va sostanzialmente per visitare il Canyon de Chelly (pronuncia: Scei); in realtà i canyons sono due e formano una V: il Canyon de Chelly che dà il nome al parco e il Canyon del Muerto.
In autonomia si possono fare solo le due strade che percorrono i due rim; la discesa nel canyon è libera solo sul sentiero che porta alla White House (rovine di case di indiani pueblo),  per il resto bisogna appoggiarsi a gite organizzategestite dai navajos.
Le agenzie che forniscono questo servizio sono numerose e la nostra scelta è stata guidata da pura e semplice comodità. Abbiamo chiesto alla receptionist del Best Western, dove siamo arrivati in tarda mattinata, che ci ha detto che due agenzie facevano il pick-up direttamente all’albergo.
Veloce ricerca su Internet, di una non c’era traccia, dell’altra c’erano buoni feed back e, quindi, vada per la seconda: la Leander’s Tours; ci siamo trovati bene.
 
Alle 12:30 eravamo sulla jeep (tutta per noi) per un tour di 3 ore all’interno del canyon.
Il tour si spinge nel Canyon de Chelly fino alla White House e in quello del Muerto fino all’Antelope House ed è interessante per le prospettive che offre dal fondo canyon;  inoltre, permette di arrivare all’Antelope Ruine (è il solo mezzo per arrivarci vicini) e vedere i  petroglifi sulle vicine rocce nonchè di risparmiarsi 4 km e 300m. di dislivello per andare a piedi alla White House.
 
Tornati all’albergo, riposino pomeridiano e poi prendiamo la nostra auto per farci tutti gli overview del south rim (menzione per  il Spider Rock e il Junction Overlook, dove si vede la congiunzione dei due canyons) ed il north rim finoall’Antelope House Overlook.
Il Canyon de Chelly è un parco che non ti fa fare gli oooohh di ammirazione di un Bryce ma, grazie al fatto che è poco frequentato e, quindi,  puoi  godertelo in solitudine,  tocca corde più intime e ti rimane dentro.
 
Cena al ristorante del BW, senza infamia e senza lode.   
 
18° – 21/8           CHINLE – GRAND CANYON VILLAGE   km 410 (380 per Grand Canyon Vill. e 30 nel parco)
Tra le varie alternative per raggiungere, da Chinle,  il Grand Canyon Village abbiamo scelto la strada forse meno gettonata, quella che attraversa la riserva Hopi con i villaggi che si trovano in corrispondenza di tre Mesa “fantasiosamente” chiamate: First, Second e Third Mesa.
Leggendo su Internet si coglie la possibilità di visite guidate ad alcuni villaggi e, inoltre, viene data molta enfasi all’artigianato Hopi  e in particolare alle kochinas, bambole usate nei riti sciamanici (che avevamo già notato, anche per il prezzo ragguardevole, in un Art Shop a Moab).
 
Dopo aver seguito per un breve tratto la 191 in direzione sud, prendiamo la 264 che attraversa la Hopi Indian Reservation.
Prima di arrivare alle tre Mesa ci fermiamo a Keams Canyon dove è segnalato uno dei migliori negozi di artigianato Hopi (lo troviamo chiuso). Proseguiamo fino ai piedi della First Mesa dove non riusciamo a trovare il Visitor Center da cui partono le visite guidate di un’ora a Walpi, uno dei villaggi della First Mesa. Decidiamo di non perdere tempo nella ricerca in quanto anche la Second Mesa offre la possibilità di visitare un villaggio.
Arrivati ai piedi di Second Mesa saliamo per la strada che si arrampica fino in cima: quando incontriamo le prime case ci si presenta uno scenario di miseria e desolazione, roba da favelas.
Sono sempre in imbarazzo a visitare la miseria quando raggiunge tali livelli di degrado e quindi ci rinuncio; rinunciamo anche alle bambole kochinas perchè ormai abbiamo visto che i negozi o hanno chiuso da anni o si sono ridotti a vendere t-shirts e altre cianfrusaglie e tiriamo dritti per Tuba City e Cameron dove si prende la 64 che ci porterà nel Grand Canyon N.P.
 
Il cielo non promette niente di buono.
Entrati nel parco le prime soste sono al Desert View ed al Navajo Point e Lipan Point; il cielo è coperto e le foto non rendono granchè lo scenario grandioso che abbiamo sotto agli occhi: veramente impressionate.
Riprendiamo l’auto per il Moran e il Grandview Point ma arriva la pioggia e, purtroppo, non ha le caratteristiche del temporale che in mezz’ora passa e va.
Sotto la pioggia, per ingannare il tempo, facciamo un giro di orientamento nel  Village e rimaniamo impressionati da quanto il parco è curato e organizzato.  Vi sono tre linee di bus: la “blu” che serve il villaggio e fa da trait d’union tra la “orange” (rim centrale) e la “red” (rim ovest).
La “orange” parte dal Visitor Center e porta ai Yavapai, Mother e Yaki Point: i primi due raggiungibili anche in auto, il terzo solo con il bus.
La “red” parte da Bright Angel e fa tutti i view point verso ovest fino a Hermits Rest, in questa zona non è permessa la circolazione di auto private. Warning per chi intende alternare tratti a piedi a tratti in bus: il bus quando va verso Hermits Rest si ferma a tutti i view point, quando torna indietro ferma solo a Pima, Mohave e (se non sbaglio) Powell.
Mangiamo qualcosa, prendiamo possesso della nostra camera al Yavapai Lodge, sistemiamo i bagagli ...e piove ancora.
Alle 16 decidiamo che pioggia o non pioggia bisogna muoversi e raggiungiamo in auto il Visitor Center dove saliamo su un bus della “orange” per farci i 3 view points della zona: l’intraprendenza è premiata e, finalmente, smette di piovere tanto che per andare da Mother Point a Yavapai Point rinunciamo al bus e ci facciamo una passeggiata sul rim. Allo Yavapai Point aspettiamo il tramonto: meraviglioso.
Cena al self-service dello Yavapai Lodge: per togliersi la fame va bene.
19° – 22/8           GRAND CANYON VILLAGE - BARSTOW   km 610
Ci svegliamo con un bel sole; per il pomeriggio, però, è prevista ancora pioggia ...ma noi saremo in viaggio verso Los Angeles per cui non ce ne curiamo.
Prendiamo il bus per Bright Angel e troviamo subito la coincidenza con la red line che ci porterà ai view points verso ovest. Scendiamo al Maricopa Point e ci facciamo a piedi fino a The Abyss attraverso i view points di Powell (forse il più scenografico), Hopi e Mohave.
Il canyon è spettacolare, i trail lungo il rim sono agevoli, immersi nel verde, ed è veramente piacevole camminare, l'unica nota non entusiastica è che, alla fine, il paesaggio è sempre quello, bellissimo ma alla lunga monotono.
Ed allora ogni volta che si intravede un sentiero che scende in basso viene il rammarico di aver ceduto alla pigrizia (che detto dopo aver fatto una decina di km a piedi sembra un'esagerazione ...ma è così) e, in tal modo, di esserci privati di altri punti di osservazione sulle pareti del canyon e sul Colorado.
Per il tratto da The Abyss a Pima Point usiamo il bus e, infine, ancora a piedi fino a Hermits Rest.
In questo ultimo tratto il sentiero corre all’interno di una vegetazione sufficientemente alta da impedire la vista sul canyon e, quindi, potevamo evitarci questo ultimo tratto di camminata.
Dopo un saluto ad uno dei tanti scoiattoli che abbiamo incontrato nella nostra passeggiata, prendiamo il bus per Bright Angel  e, da qui, per il parking del Village.
 
 Ci aspetta il lungo trasferimento verso Los Angeles: questa tappa è l’unica per la quale non abbiamo prenotato l’albergo in anticipo proprio perchè non sapevamo a priori fin dove saremmo riusciti ad arrivare ed era nostra intenzione fare più strada possibile.
Attraversiamo Tusayan e raggiungiamo Williams dove imbocchiamo la Interstate 40 verso ovest.
Il limite di velocità è di 75 m/h e, quindi, riusciamo a macinare molte miglia. Ci concediamo un’uscita a Kingman per fare un tratto della storica Route 66 ma ci rendiamo presto conto che è ormai solo un modo di fare business con i souvenir.
Torniamo quindi ben presto sulla Interstate e ci godiamo i suggestivi panorami offerti dall’attraversamento del Mojave Desert; si scatena anche un bel temporale e, alla luce dei fulmini il paesaggio è ancora più suggestivo.
Verso le 19 arriviamo in prossimità di Barstow e decidiamo che i 600 e passa chilometri fatti per oggi possono bastare, quindi usciamo a Barstow e troviamo subito una camera al BW locale.
Per la cena scegliamo il vicino Di Napoli’s Firehouse e qui ci togliamo una curiosità che ci accompagna da giorni.
Abbiamo attraversato cinque Stati, metropoli e paesini sperduti, località molto americane e altre con influssi messicani e, di conseguenza, ci siamo imbattuti nei menu più svariati; l’unico piatto che abbiamo sempre trovato da San Francisco a Barstow è “fettuccine Alfredo”; bisognava provarlo e quale occasione migliore di un ristorante italiano per provare un piatto di pasta !!!
Le fettuccine erano sorprendentemente cotte “al dente” ma, ahimè, erano letteralmente annegate nella panna e altro formaggio. Curiosità soddisfatta: caro Alfredo “aNON rivederci” !
 
20° – 23/8           BARSTOW – LOS ANGELES (Santa Monica)   km 260 (220 fino a Santa Monica, 40 in L.A.)
Siamo ormai agli sgoccioli del viaggio. Da Barstow prendiamo la I15 abbandonata ieri sera e arriviamo velocemente alla periferia di Los Angeles nei pressi di San Bernardino.
Per giungera a Santa Monica, dove abbiamo l’albergo, c’è da attraversare in diagonale (da S-E a N-O) tutta Los Angeles; troviamo più auto nell’ora e mezzo che impieghiamo a percorrere quest’ultimo tratto che in tutto il viaggio !!! Il traffico diventa anche più familiare: colpi di clacson, zig-zag tra le corsie; quando per strada non c’è nessuno è facile essere rispettosi delle regole ma quando il traffico si fa caotico anche gli americani perdono il fair play.
Santa Monica è un’isola di pace in una città incasinatissima con una spiaggia di una profondità incredibile; il mare è così lontano dalla strada che l’unica cosa che si vede sono i gabbiotti celesti divenuti famosi grazie a Baywatch.
E’ solo verso il Pier (e i suoi parcheggi) che la spiaggia si fa più affollata e rimane tale anche quando dall’oceano si solleva la bruma che in poco tempo copre tutto rendendo la spiaggia quasi invisibile.
Il Pier è una delle attrazioni pop di Santa Monica, vi convivono: capitaneria di porto, pescatori, bar e ristoranti, noleggiatori di bici e parco giochi; a qualsiasi ora del giorno è pieno di gente.
Nel pomeriggio si riprende l’auto con meta Hollywood Boulevard ed il traffico è esattamente uguale a quello della mattina.
So in partenza che quello che vedrò non mi entusasmierà ma ci sono delle cose che “vanno” fatte; e una passeggiata ad Hollywood, per uno che è a Los Angeles per la prima volta, è una di queste.
Vediamo:  il Chinese Teather dove si svolge la cerimonia degli Oscar con, sul marciapiede davanti, le impronte di mani e piedi dei divi,  la Hall of Fame con le sue “stelle” sul marciapiede, la scritta “H O L L I W O O D” sulla collina, il leggendario teatro El Capitan ed anche il Roosvelt Hotel dove sono scese tutte le grandi star.
Dopo il “dovere”, il piacere (di mia moglie): Rodeo Drive in Beverly Hills.
Sebbene sia un pò allergico alle vie della moda devo dire che il tratto di Rodeo Drive che va dal Santa Monica al Wilshire Bvds è veramente una gran bella via dove passeggiare è piacevole anche per chi non è interessato alle vetrine delle “grandi firme”.
Dopo due esperienze nel traffico di Los Angeles, il ristorante per la cena doveva rigorosamente essere vicino all’albergo in modo da andarci a piedi; scegliamo un pò a caso (fidandoci della nostra  impressione dall’esterno) il Seasons 52 e ...ci azzecchiamo; ambiente moderno, piacevole e buon rapporto prezzo/qualità; consigliato.
 
21° – 24/8           LOS ANGELES  km 110
 
Giornata da dedicare a Los Angeles, ma in questo tour ho già fatto troppi chilometri e non ho voglia né di arrivare fino agli Universal Studios né di andare in Downtown.
Facciamo un giro nella zona delle ville extra-lusso di Beverly Hills e Bel Air in un ambiente bellissimo; il gap tra chi sta bene e chi sta male nelle metropoli USA è di un'evidenza quasi scandalosa, qui è quanto mai vero il detto: "se hai, hai, e se non hai ...ohioiii".
Da Bel Air raggiungiamo velocemente il Getty Center: questo è veramente da vedere.
Si lascia la macchina al parcheggio (15 $ ad auto e poi l’ingresso al museo e a tutte le exhibitions è gratis) e si raggiunge il top della collina con un treno elettrico completamente computerizzato.
La parte museale, interessante anche se non ricchissima, e’ distribuita su più building intramezzati da fontane, giardini e viste su Los Angeles fino all’oceano che rendono il tutto molto piacevole; insomma mezza giornata passa via senza accorgersene. Veramente consigliato.
Nel pomeriggio, confortati dal fatto che oggi c’è meno traffico, decidiamo di fare una puntata lungo la costa nord fino a Malibù. Oh cavolo !! in città c’è meno traffico perchè sono tutti a Malibù !!!
Ovviamenti non tutti, ma così tanti che, nella zona più bella, non riusciamo nemmeno a vedere il mare perchè non si trova un buco libero per parcheggiare.
Torniamo a Snta Monica e finiamo la giornata nella 3rd Avenue, la via dello shopping.
Per la “ultima cena” ci trattiamo “di lusso” per  coronare in modo adeguato una bellissima vacanza: plateau di ostriche, aragosta e una bottiglia di Chablis da The Lobster, storico ristorante all’inizio del Pier.
 
22° – 24/8           LOS ANGELES – in volo  km 30
Ultimo giorno in USA e programma di tutto relax.
Un classico: noleggio delle biciclette per un pedalata lungo la spiaggia tra Santa Monica e Venice. La pista ciclabile corre proprio all’interno della spiaggia ed è imperdibile.
E’ domenica e, nonostante il cielo coperto, i locali non rinunciano alla vita di spiaggia  e a praticare sports di tutti i tipi.
A Venice c'è posto per tutti, dai frikkettoni che animano i negozi e il mercatino domenicale lungo la spiaggia
alle deliziose villette della zona dei canali che ha dato il nome a questa zona.
La riconsegna dell’auto all’agenzia Alamo del L.A. International Airport è estremamente agevole, mi riconoscono senza battere ciglio il rimborso del cambio dell’olio e frequenti shuttle portano ai Terminal.
E adesso è proprio finita.
In aereo, scelgo come lettura la guida LP degli USA occidentali: Yellowstone, Glacier, Mount Rushmore ...;
cosa ne direbbe Freud ?
 
23° – 25/8           in volo - MILANO
Unica nota per questo ultimo giorno: un gran magone !

 

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