L'Etiopia, il popolo che cammina - Parte seconda

in viaggio con leander in Etiopia

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L'Etiopia, il popolo che cammina - Parte seconda

Prosegue il resoconto del viaggio in Etiopia lungo la "Rotta Storica", la cui prima parte - riferita alle note generali e ai quattro giorni iniziali - è già presente sul sito con lo stesso titolo.
Quella che segue è la cronaca delle cinque giornate successive, incentrate sulla parte settentrionale del Paese, sempre in un entusiasmante commistione fra storia, arte, cultura, paesaggio e umanità.Da Gondar, la "Camelot d'Africa", alla città santa di Aksum, all'incredibile Dabra Damo fino a Makallé e alle chiese rupestri del TigrayDIARIO DI VIAGGIO

Mercoledì 18 ottobre 2006
Gondar e dintorni
Eccoci così nella mitica "Camelot d'Africa", raggiunta ieri sera al calar del sole e quindi poco più che immaginata.
Effettuato il primo dei due pernottamenti previsti, abbiamo una prima presa di contatto con il luogo alla luce del giorno. Ci troviamo all'Hotel Goha, una buona struttura, anch'essa statale come il Tana di Bahar Dar, tanto è vero che le camere sono la precisa fotocopia di quelle.
La posizione è magnifica, sul punto più elevato della città, con un colpo d'occhio sul Recinto Imperiale che già promette meraviglie.
Una breve nota storica: Gondar, fondata dal negus Fasiladas nel 1635, fu capitale dell’Etiopia nei secoli XVII-XIX: una scelta quanto mai indovinata, trovandosi in una regione fertile e ben irrigata nonché in posizione strategica lungo importanti rotte carovaniere. Fasiladas diede il via al periodo di splendore di Gondar, che ebbe il suo culmine con il regno di Iyasu I (1682-1706), figlio di Yohannes I a sua volta figlio di Fasiladas.
Ricca di castelli, palazzi e luoghi di culto, Gondar è uno dei luoghi irrinunciabili di ogni viaggio - per quanto succinto - in Etiopia. Nonostante gravi danni patiti nel corso dei secoli, dai saccheggi dei dervisci sudanesi verso il 1880 fino ai bombardamenti inglesi durante la guerra di liberazione contro l’occupazione italiana nel 1941, la parte monumentale della città risulta sorprendentemente ben conservata.
Fulcro della visita non può essere che il già citato Recinto Imperiale. Si tratta di un complesso grandioso dalla pianta ovale, circondato da mura merlate alte tre metri lungo le quali si aprono dodici porte, che racchiude diversi edifici, alcuni dei quali collegati da passaggi sopraelevati o gallerie. Il tutto, in un miscuglio di stili bizzarro quanto attraente: secondo gli studiosi, le diverse costruzioni furono opera di maestranze portoghesi e indiane (portate dai portoghesi stessi), ma non mancano influssi moreschi e aksumiti.
Varcato l'ingresso nord, si entra in un'estesa Piazza d’armi, sulla cui sinistra si erge il Castello del negus Bakaffa detto “l’inesorabile" (1721-1730) sormontato da una doppia cortina merlata; un cortiletto lo divide dalla Palazzina dell’imperatrice Mentewwab, moglie di Bakaffa.
Lasciata la Piazza d'armi, sulla destra si apre un piazzale minore su cui prospettano i resti della Biblioteca di Yohannes I (1667-1682) e a destra i ruderi della sua Cancelleria. Poco più avanti, fortemente scenografico, sorge il Palazzo di Fasiladas (1632-1667), a due piani, con slanciati portali, quattro torri angolari rotonde e un torrione quadrato: l'edificio, attribuito a un architetto indiano, è quello che più sintetizza il citato miscuglio di stili nell'area di Gondar.
Subito a fianco del Palazzo e ad esso collegato da un rialzo del terreno, si erge il Castello di Iyasu I il Grande (1682-1706), detto anche Castello della Sella per la sua forma, con due piani e tre torri su tre angoli: l'interno, un tempo fastosamente decorato con specchi veneziani, sedie, lamine d’oro, d’avorio e dipinti alle pareti, fu gravemente danneggiato dal terremoto del 1704 e da un attacco aereo inglese nel 1941, ed oggi è del tutto spoglio.
Tra i tanti altri edifici compresi nel Recinto Imperiale, citiamo ancora quelli risalenti al regno di Dawit III (1716-1721): la Sala dei Cantori (che ospitava cerimonie religiose e laiche e grandi feste canore), la Casa del Bistro o Casa degli Sponsali, destinata alle feste nuziali, l’antica chiesa palatina di Attatami Quddus Mikha’el, i resti del Bagno Turco, la Casa dei Leoni (che fino a poco tempo fa ospitava leoni abissini) e la Casa del Capo della Cavalleria.
Lasciato il Recinto Imperiale, tanto più apprezzato essendo gli unici visitatori, ci rechiamo ai Bagni di Fasiladas, distanti un paio di chilometri a nord-ovest. Si tratta di un padiglione rettangolare a due piani sormontato da merli e circondato da un’ampia piscina, alla cui sponda è collegato da un ponte. Fu un luogo di svago per i negus, ma sede anche di importanti celebrazioni religiose: ancora oggi vi è celebrata la festività di Timkat, l’epifania ortodossa. Più tardi il padiglione fu trasformato in chiesa e dedicato a San Basilides, dal nome del fondatore della città. Il complesso è circondato da mura con sei torri rotonde delle quali quattro ancora esistenti. Oggi la piscina è vuota, la cerchia di mura in via di essere avviluppata da immense radici, ad acuire il senso di abbandono ispirato dal luogo: per fortuna è stato avviato un programma di restauri finanziato dal governo norvegese, di cui sono testimonianza le - per quanto rudimentali - impalcature in legno che fasciano il padiglione.
Ciò appare emblematico dell'Etiopia odierna: è un Paese ricco di attrattive ambientali, artistiche, storiche, architettoniche di prim'ordine, per la valorizzazione e il recupero delle quali deve contare quasi esclusivamente su contributi internazionali. Per fortuna ci sono (almeno, quelli che non si impantanano nei meandri governativi) e ne vedremo svariati esempi nel corso del viaggio.
Dirigiamo ora, circa 2 km a nord-est di Gondar, verso quello che è riconosciuto come uno dei luoghi di più alta spiritualità dell'intera Etiopia. Su di un’altura di 2239 metri sorge la chiesa di Dabra Berhan Sellassie “Monte di Luce della Trinità”, fondata da Iyasu I il Grande e consacrata nel gennaio 1694. Varcato un primo recinto e poi una porta-torre a due piani, si entra in un secondo recinto scandito da torrioni: qui, di grande suggestione, sorge la chiesa in blocchi di pietra a pianta rettangolare absidata, con tetto di paglia sporgente sostenuto da pilastri. L'interno è una fantasmagoria di dipinti nella quale ci si può realmente "perdere": oltre alle innumerevoli figure di Santi e a quelle della classica iconografia cristiana, quali la Madonna con bambino, l’Annunciazione, la passione di Cristo, il Giudizio finale, la Trinità, la Crocifissione, ne spiccano di curiose, vedasi Maometto incatenato su un cammello condotto dal diavolo e la raffigurazione dei supplizi dell’inferno che agli appassionati di pittura fiamminga può richiamare le visioni truculente di Hyeronimus Bosch. Vero "manifesto" della chiesa è però il magnifico soffitto a travi lignee decorate da 80 teste di Serafini, talmente famoso da ricorrere ovunque: cartoline, libri, posters, dépliants, magliette, ogni tipo di oggettistica.
Un altro interessante complesso nei dintorni, purtroppo in parziale abbandono fra le sterpaglie, è il Castello di Kusqwam, costituito da una chiesa e un palazzo imperiale turrito fatti costruire dall’imperatrice Mentewwab su un colle dal quale si ammira un bel panorama su Gondar. Il palazzo, suggestivo nella luce calda del tramonto, presenta decorazioni esterne in tufo rosso vulcanico: croci, animali e personaggi tra cui San Samuele a cavallo del leone. Il nome di Kusqwam fu scelto da Mentewwab in ricordo della località più meridionale dove la Sacra Famiglia si sarebbe fermata durante la sua fuga in Egitto.
Siamo a fine pomeriggio e prima di rientrare in albergo c'è ancora il tempo per un ultimo singolare luogo di visita situato 6 km. a nord di Gondar: si tratta del villaggio di Wolleka, una piccola comunità di Felasha, gli ebrei d'Etiopia. Non credo siano molti i turisti a spingersi qui: un'ottima occasione per immergerci in una quotidianità lontana dagli stereotipi. "Assediati" - manco a dirlo - dalla solita torma di bambini, acquistiamo volentieri oggetti di piccolo artigianato ed abbiamo anche modo di assistere all'impasto e alla cottura (con immancabile assaggio) dell'injera, il piatto tradizionale etiopico descritto nella prima parte.

Giovedì 19 ottobre 2006
Gondar - Aksum (km. 270)
Programma di viaggio alla mano, si legge che la giornata odierna è "liquidata" in poche righe: puro trasferimento verso nord lungo la strada n.3 per 270 chilometri da percorrere in circa dieci ore, con solo soste tecniche e nessun luogo di interesse da visitare.
Quindi tappa insignificante, si potrebbe pensare.
Niente di più sbagliato: come vedremo, sarà - gareggiando con quello tra Weldiya e Lalibela - il tratto paesaggisticamente più spettacolare dell'intero viaggio. Ad est della strada, quindi sulla nostra destra, si estende infatti per 179 kmq il Parco Nazionale dei Monti Semien, secondo Omero luogo di svago degli dei greci che qui venivano per giocare a scacchi.
Meno mitologicamente, si tratta di un territorio che si sviluppa tra i 1900 e i 4620 metri del Ras Dashen, formato da una successione di altopiani separati da grandiose valli fluviali. Il paesaggio si modellò circa 40 milioni di anni fa a seguito di una forte attività sismica, in una serie di spettacolari torrioni, guglie, pinnacoli, gole, falesie scoscese che sono il risultato del rassodarsi della lava: certi scorci rammentano nelle forme le nostre Dolomiti, con la differenza della diversa conformazione geologica (calcari là, rocce eruttive qui) e del rigoglio di vegetazione che si abbarbica alle montagne fino ad alte quote.
La giornata è quindi scandita da ripetute soste contemplative delle quali non abbiamo mai abbastanza: la strada è infatti una successione di saliscendi e di tornanti che offrono prospettive di infinita bellezza in continuo mutamento.
A metà mattina facciamo tappa per la colazione degli autisti e un caffè per noi (non l'ho ancora detto, ma il caffè etiopico è buonissimo!) a Debark, una delle poche località degne di tale nome lungo l'itinerario di oggi. Sostiamo nel cortile del modesto ma dignitoso Semien Park Hotel, in un angolo del quale è ubicato l'ufficio principale del Parco; parola grossa per quello che è uno stambugio di pochi metri quadrati che dispone solo di un paio di sparute pubblicazioni, ma da qui è comunque possibile provvedersi dell'occorrente per i trekking di più giorni nella zona: vivande, attrezzature, guide, cuochi, muli.
Deve trattarsi di un'esperienza memorabile, una delle tante idee per tornare alla scoperta delle molteplici facce dell'Etiopia!
Lasciata Debark, scolliniamo di lì a una ventina di chilometri ai 3120 metri del Wolkefit Pass, da dove inizia la discesa verso il letto del Tekazè, fiume che tanta parte ebbe nella storia della sciagurata epopea coloniale italiana. Come già quattro giorni fa alla gola del Nilo Azzurro, l'attraversamento del ponte è soggetto ad una burocrazia snervante: lasciati gli zainetti e le macchine fotografiche sulle auto che vanno avanti con lentezza, noi le seguiamo a piedi a distanza raggiungendole infine sull'opposta riva.
Ripresa gradualmente quota, consumiamo il pranzo a picnic su un ampio tornante presso il villaggio di Adi Arkay che regala l'ennesimo panorama a perdita d'occhio; in questa zona non è raro imbattersi in residuati di guerra (sia quella contro gli italiani sia quella civile contro il regime di Menghistu), in particolare carri armati - in pezzi o quasi intatti - finiti nelle scarpate.
Dopo l'ultima sosta giornaliera per ammirare in silenzio un tramonto da brividi, raggiungiamo Aksum intorno alle 19.
L'hotel in cui alloggeremo per due notti ci dà - come supponevamo - l'idea di un déja-vu. Infatti, come il Tana di Bahar Dar e il Goha di Gondar, fa parte della catena statale Ghion e presenta i soliti muri esterni di pietra scura e le solite camere dall'identica planimetria con il solito lavabo ad angolo esterno al bagno.
Ormai familiare, una volta a tavola, anche la solita filastrocca dei camerieri: "Water Ambo with gaz or no gaz? Soup or salad? Meat or fish?". Ormai ci scherziamo su simulando profonde consultazioni, tanto i cibi sono sempre quelli e la pancia ce la riempiamo comunque!

Venerdì 20 ottobre 2006
Aksum e dintorni
Come Gondar, anche il nome di Aksum ha una potente carica evocativa per chi si sia, se pure superficialmente, documentato sulla storia dell'Etiopia. Secondo il mito, la città fu capitale del leggendario regno della Regina di Saba fin da mille anni prima di Cristo. Le indagini storiche, più concretamente, attestano che fu la culla di una fiorente civiltà dal III sec. a.C. fino al IX d.C.: vale a dire circa dodici secoli, un periodo di tutto rispetto.
Situata all'altezza di 2130 metri, Aksum è la città santa per eccellenza dell'Etiopia: nella sua cattedrale, consacrata a Santa Maria di Sion, avveniva l’incoronazione dell’imperatore e nel “Tesoro” che le sorge accanto - un padiglione moderno rigorosamente sorvegliato - la tradizione vuole sia conservata l’Arca dell’Alleanza, che Menelik, figlio della Regina di Saba e di Salomone, aveva portato con sé da Gerusalemme.
La cattedrale risale alla fine del XVI secolo ed è ricostruita sui resti di quella antica, distrutta dalle truppe di Gragn “Mancino”, il condottiero musulmano che aveva lanciato il jihad contro l’impero cristiano d’Etiopia. Secondo la leggenda, la chiesa originaria sarebbe stata edificata nel 340 dai re Abreha e Atsbeha (Ezana e il fratello She‘azana) con oro qui piovuto dal cielo su una palude disseccata da Dio Padre.
L’ingresso è severamente vietato alle donne e quando, nel 1965, la regina Elisabetta d’Inghilterra si recò in visita ufficiale in Etiopia, il negus Haile Sellassie ricorse all'espediente di costruire per lei una nuova cattedrale nel discutibile stile ibrido che pare gli fosse caro (vedasi Dabra Libanos nella prima parte): l'enorme cupola emisferica e il tetro campanile squadrato oggi incombono pesantemente sulla skyline della città.
La chiesa vanta un piccolo Museo con una splendida collezione di corone e croci: per agevolare i visitatori (e le visitatrici!) il custode mostra sotto una tettoia dell'attiguo giardinetto, in cambio di una piccola offerta, una selezione di oggetti, fra cui la preziosissima croce dell'Imperatrice Zauditù.
La maggiore attrazione della città è di certo il Parco delle Stele Settentrionali, che contiene più di 120 monoliti, impropriamente definiti “obelischi”. Gli obelischi di Aksum costituiscono l’espressione più nota dell’arte etiopica: ricavati da un unico blocco di granito, risalgono al periodo di massimo fiorire della potenza aksumita, dal II al IV secolo d.C., prima dell’introduzione della religione cristiana nel Paese.
Benché nella forma richiamino quelli egizi (sono però di sezione rettangolare e non quadrata), diversa ne è la funzione. Mentre gli obelischi egizi sono simboli solari, quelli aksumiti sono stele funerarie, celebrative di regnanti sepolti in altro luogo. Anche la decorazione è diversa: benché la maggior parte di essi ne siano privi, quelli che la portano riproducono un’antica tecnica edilizia locale, in cui si alternano parti di muro liscio, sporgenti, con zone a traliccio, di legno; travi rotonde con teste sporgenti (note come “teste di scimmia”) trattengono nel muro le travi longitudinali. La stele più grande è alta 33 metri ed è quindi maggiore in altezza del più grande degli obelischi egizi, quello di Tuthmosi III oggi nella piazza di San Giovanni in Laterano a Roma. Alla pari degli egizi, anche per quelli aksumiti sono tuttora oggetto di discussione le tecniche estrattive e di elevazione.
All’esterno del Parco, sotto due tettoie, giacciono malinconicamente a terra i blocchi in cui fu tagliato, per permetterne la spedizione, l’“Obelisco di Aksum” per antonomasia, cioè la stele che Mussolini fece portare a Roma e collocare il 28 ottobre 1937 sul piazzale di Porta Capena, davanti all'allora Ministero delle Colonie (oggi sede della F.A.O.). La restituzione all'Etiopia avvenne nel novembre 2003 ma le difficoltà legate all'instabilità del terreno hanno finora frenato (e chissà ancora per quanto…) la ricollocazione in sito.
Si reputa che l'area archeologica di Aksum annoveri non meno di 160 diversi siti, ma ciò che lascia esterrefatti è apprendere che quanto è stato portato alla luce, da quando nel 1906 una spedizione tedesca diede inizio agli scavi, rappresenta appena il 2% dell'antica città!
I cosiddetti Bagni della Regina di Saba, situati proprio sotto il nostro albergo, sono costituiti da un'enorme vasca scavata nella roccia come approvvigionamento idrico della città: anche se posteriori di un migliaio di anni alla leggendaria regina, sono un mirabile esempio di ingegneria dell'antichità, tuttora frequentati dalle donne per lavare i panni e attingere acqua.
Molti altri sono i luoghi aksumiti degni di nota, come la chiesetta di Arbate Ensessa (“Quattro animali”, assunti poi come simbolo degli Evangelisti), ricca di splendidi dipinti (e di pulci!); la Stele di Ezana, del 340 circa, con un’iscrizione trilingue - in sabeo, greco e ge‘ez non vocalizzato - prima testimonianza scritta della conversione del negus al cristianesimo; le tombe dei re Kaleb e Gebra Masqal “Servo della Croce”, del primo VI secolo, che la Chiesa etiope annovera tra i suoi santi.
Poco fuori città, in località Dungur, si possono visitare le mura in rovina del palazzo della regina di Saba. Ad esso adiacente, si estende il vasto (m.500x200) campo delle stele di Gudith, dal nome della regina di razza agaw che nel X secolo portò distruzione e morte nel regno etiopico: anche di queste stele, per lo più di piccole dimensioni, giacenti sul terreno e non decorate, si sa ancora poco e si suppone la presenza di tombe, peraltro non ancora individuate, nel sottosuolo.
Una passeggiata in salita di una ventina di minuti fra boscaglia e macigni porta alla cosiddetta Leonessa di Gobedra, incisa su una lunghezza di 3,27 metri su un grosso masso granitico. Anche questo manufatto costituisce un mistero ed è, manco a dirlo, ammantato di leggenda: l'arcangelo Michele, dopo una furibonda lotta contro la belva, l'avrebbe scagliata contro la roccia con tale violenza da lasciarne impresso per sempre il profilo.
Queste ultime visite coincidono con l'ora del tramonto e, prima di salire sulle auto per il ritorno in hotel, indugiamo in ammirazione: il cielo, che alterna nuvole a squarci di sereno, e la rigogliosa vegetazione di folti arbusti, gigantesche euforbie, fiori, piante grasse, distese di tef nelle quali i contadini stanno terminando la giornata di raccolto, offrono una gamma di colori in continua mutazione con il calare della luce, rendendo indimenticabile anche questa sesta giornata in terra d'Etiopia.

Sabato 21 ottobre 2006
Aksum - Makallé (km. 200)
Anche oggi ci aspetta - nonostante i "soli" 200 km. - un itinerario decisamente impegnativo. Lasciamo Aksum alle 6 del mattino: sono in programma tre visite importanti, inoltre - tranne l’ultimo tratto in arrivo a Makallé - la strada è sterrata e la velocità media che potremo tenere è molto bassa. E' anche la tappa in cui toccheremo il punto più settentrionale, ormai a portata di sguardo dall'Eritrea: poco dopo Yeha si passa a pochi chilometri dalla frontiera, storicamente contesa fra i due Paesi e teatro di frequenti azioni di guerriglia. Per noi, comunque, nessun problema.
Una trentina di chilometri da Aksum, la prima sosta è ad Adua, vale a dire un luogo strettamente collegato alla storia dell’Italia. Un cippo in pietra a forma di croce ricorda i caduti italiani che nel 1896 persero qui la vita, combattendo contro le truppe di Menelik II: nella storia della colonizzazione occidentale, è la prima battaglia perduta da un esercito europeo ad opera di uno africano. Per saperne di più, ho indicato nelle "Curiosità" in calce alcune letture interessanti.
Nelle immediate vicinanze del cippo, non può mancare una breve sosta al “Caffè della Battaglia” (testuale in italiano, non è che sia una presa per il didietro?). Per il resto, Adua è una cittadina di 25.000 abitanti piuttosto anonima, a parte l'animazione e la curiosità che suscita il nostro passaggio dovunque facciamo sosta.
Altri 40 chilometri - già siamo nella regione del Tigray, di cui domani visiteremo alcune chiese rupestri - e una breve deviazione porta a Yeha, considerata la prima capitale conosciuta dell'Etiopia, della quale oggi rimane però ben poco. Spiccano le mura perimetrali dell'imponente tempio pre-cristiano di influenza sabea, datato fra il 700 e il 500 a.C., probabilmente dedicato al dio della Luna, Ilmuqah. Esteso su un perimetro di m. 18.66 x 15.02, se ne apprezza la perizia costruttiva: i blocchi di arenaria - alcuni lunghi oltre tre metri - che lo costituiscono sono infatti uniti tra loro, senza mostrare tracce di malta, con una tale perfezione da non riuscire a infilare nelle fessure neppure una monetina.
A breve distanza dal tempio, vi è la moderna chiesa di Enda Abba Aftsé, uno dei Nove Santi, edificata sul sito di un santuario del VI secolo. Sulla parete occidentale si ammira il famoso “rilievo degli ibex” qui trasferito dal tempio originario, che raffigura gli animali stilizzati e con le corna abbassate. Il walia ibex, stambecco abissino, era un animale sacro nell’Arabia meridionale. All’interno è ospitata una straordinaria collezione di antiche iscrizioni sabee che si pensa provengano dal tempio, bei manoscritti, croci in oro e argento.
Ma eccoci al "piatto forte" della giornata e forse dell'intero viaggio, il monastero di Dabra Damo. Fortemente voluto in fase di organizzazione da Alberto, a dispetto delle difficoltà accampate dalle agenzie per la scomodità della strada di accesso che sollecita ai fuoristrada il massimo delle prestazioni, è uno dei luoghi più insoliti in cui un viaggiatore si possa imbattere.
Lasciate le auto su uno slargo al termine della strada sterrata, si sale in circa un quarto d'ora fino alla base della falesia, punto di partenza della singolare ascesa. Ubicato a quota 2800 metri al culmine di un’amba - una delle tipiche montagne a tavolato dell’Etiopia dalla cima piatta e dalle pareti scoscese - il monastero è raggiungibile solo arrampicandosi su una parete verticale alta 16 metri, aggrappandosi a una corda in pelle di capra intrecciata. Una seconda corda, legata in vita e tirata su da monaci e volontari da una specie di "garitta", serve come ulteriore sicurezza.
Secondo la leggenda, il fondatore dell’insediamento monastico sarebbe stato, nel VI secolo, il monaco Za-Mika’el Aragawi, il quale fu tratto su da un serpente lungo 60 cubiti, che dalla cima gli abbassò la coda, a ciò costretto da San Michele (tema classico dell’iconografia religiosa etiopica).
L’inaccessibilità del luogo ha fatto sì che in epoca aksumita vi venissero rinchiusi i componenti maschi della famiglia reale che avrebbero potuto costituire un pericolo per il sovrano in carica. Nel medioevo il convento fu uno dei maggiori centri della cultura cristiana. Durante la guerra contro i Musulmani nel XVI secolo, è sul Dabra Damo che la famiglia reale trovò rifugio; il negus Lebna Dengel (1508-1540) qui sarebbe morto e vi si trova ancor oggi sepolto.
Il tavolato sommitale, di forma trapezoidale, è lungo circa 1 km e largo 400 metri. Nella zona occidentale si trovano, circondate da mura di pietra, le case in sassi dal tetto piano dove vivono i monaci, attualmente circa 150, ai tempi d’oro anche un migliaio; al centro sorge l’abitazione dell’abate. All’estremità orientale del monte, risalente tra l’VIII e il IX secolo, si trova la chiesa maggiore, dedicata a Za-Mika’el Aragawi, col soffitto a cassettoni lignei intagliati con ornamenti, raffigurazioni di animali e figure fantastiche (elefanti, leoni, gazzelle, rinoceronti, giraffe, serpenti…). L'attigua chiesa minore, più recente, conserva la tomba di Lebna Dengel.
Sia che si salga su (alle donne è comunque precluso), sia che si rimanga ai piedi della falesia, il sito di Dabra Damo merita in ogni caso una sosta di qualche ora per apprezzare la "varia umanità" di uomini e donne, giovani e vecchi che vi convergono dopo avere percorso decine di chilometri a piedi, spesso a piedi nudi e con i carichi più svariati, dalle sacche di provviste alle fascine alle taniche d'acqua da far benedire.
Pensare che a noi è sembrato stancante per essere stati un po' sballottati negli abitacoli delle jeep…
E' un vero spettacolo vedere i monaci balzare su in pochi secondi con un'agilità da fare invidia a un rocciatore provetto, ma lo è pure soffermarsi a osservare la gente che dal basso guarda in alto, quasi a voler sospingere i compagni che vanno su con lo sguardo, dapprima un po' apprensivo ma poi compiaciuto e sorridente al raggiungimento del terrazzino superiore.
Ci si trova in mezzo a un vero e proprio "campionario" di personaggi incredibili, la cui costante è però la dignità e la serenità trasmesse dai volti, così come tutto il luogo è pervaso da una spiritualità che sembra palpabile. So che d'ora in avanti, quando ripenserò al viaggio in Etiopia, le prime immagini che si affacceranno alla mente saranno queste.
E' quindi con vero rammarico che tutti - sia quelli che sono saliti su sia coloro che hanno "fatto il tifo" restando alla base - lasciamo Dabra Damo. Rientrati sulla strada principale, godiamo a lungo splendidi scenari in cui spiccano profondi canyon di rocce rossicce e ripidi pendii terrazzati per l'agricoltura; alle 14,30 entriamo famelici in Adigrat, importante nodo stradale in cui lasceremo la strada n. 3 per imboccare in direzione sud la n. 1 che seguiremo (a parte la deviazione su Lalibela) fino ad Addis Ababa, nonché luogo di sosta pranzo. Mangiamo al Weldu Sabagadis Hotel, dove la gentile e simpatica signora ci imbandisce un ottimo (ebbene sì!) pastasciuttone al ragù.
Soddisfatto lo stomaco, non resta che dirigere verso Makallè, che non è propriamente dietro l'angolo anche se dista meno di cento chilometri e raggiungiamo al tramonto.
Siamo ospitati dall'Abreha Castle Hotel, che offre un primo colpo d'occhio largamente positivo, con la struttura esterna che ricorda un castello, la vegetazione circostante, la bella terrazza panoramica con vista sulla città, i locali comuni ben tenuti: peccato che le camere, piccole e sciatte, presentino più d'una magagna.

Domenica 22 ottobre 2006
Makallé e dintorni
Makallé, capoluogo del Tigray situato a quota 2062, ebbe una parte di rilievo, alla pari di località quali Adua e Amba Alagi, nella guerra d'Etiopia. Il principale episodio fu quello del 19 gennaio 1896, quando al Forte Galliano - o di Enda Iesus - dopo un lungo assedio di due settimane, dovette arrendersi la guarnigione italiana di Mäqälä, forte di 1300 uomini, al comando del maggiore Galliano. Per quanto ci riguarda, la città è strategica per la visita delle celebri chiese rupestri della regione.
Meno famose di quelle di Lalibela, sono comunque parte vitale del patrimonio storico dell’Etiopia. Un conteggio, inevitabilmente approssimativo, ha evidenziato l’esistenza di 120 chiese rupestri tra Adigrat e Makallé, le prime delle quali scoperte nel 1868. A differenza di quelle di Lalibela, scavate nel terreno in verticale, molte di queste sono scavate nelle pareti rocciose o ricavate in cavità preesistenti.
Alcune sono quasi irraggiungibili, altre necessitano di scalate ripide e rischiose, l'accesso a certune richiede un'intera giornata. Per il loro isolamento (voluto al tempo dell'edificazione per motivi di sicurezza e maggiori probabilità di sopravvivenza), le chiese rupestri tigrine sono forse il segreto meglio conservato dell’Etiopia ortodossa. La tradizione attribuisce la costruzione della maggior parte di queste chiese ai re aksumiti Abreha e Atsbeha, del IV secolo, ossia a Ezana e al fratello Sheazana. Benché gli studiosi avessero dapprima scartato questa ipotesi, datandole dal XIV secolo in avanti, essa incontra oggi sempre maggior credito: alcune di esse sono indubbiamente più antiche di quelle di Lalibela; mentre alcune risalgono effettivamente al IV secolo, molte altre si collocano tra il VI e il X. Purtroppo molte sono in pessime condizioni e le infiltrazioni stanno rovinando gli affreschi. Il tempo a disposizione ci ha reso possibile soffermarsi solo su tre di queste splendide chiese: del resto, non basterebbero mesi per visitarle tutte!
Lasciata Makallè, ripercorriamo a ritroso - quindi da sud verso nord - il tratto di una cinquantina di km. fino a Wukro già coperto ieri. Da qui partono le sterrate che conducono ai principali gruppi in cui le chiese sono suddivise: Gheralta, Takatisfi, Tembien, Atsbi.
La prima, a 500 metri da Wukro e quindi più facile da raggiungere, è quella di Chirkos, databile intorno all'VIII secolo. Situata in mezzo ad alberi di alto fusto che ne fanno un angolo di grande pace, è costituita da un unico monolito in arenaria appoggiato su un lato alla parete rocciosa. L'interno presenta una volta a botte decorata con motivi geometrici, colonne a sezione quadrata ricavate dalla roccia sormontate da capitelli cubici e i consueti affreschi con scene della vita dei Santi.
Ci trasferiamo ora verso ovest per visitare due chiese del gruppo di Gheralta: con questo nome è definito un grande gruppo di spettacolari guglie, picchi, torrioni di arenaria rossa che nelle forme ricordano le Dolomiti e si elevano di circa 500 metri sulla piana. Nelle pareti di questi monti, in luoghi di difficile accesso, sono state scavate una trentina di chiese, risalenti per lo più al XIV secolo. Le pareti interne sono decorate con motivi sacri dipinti direttamente sulla roccia.
Una decina di km. da Wukro, eccoci a quella di Abreha e Atsbeha, che si ritiene risalga al X secolo. E’ una grande chiesa cruciforme in mattoni con interessanti elementi architettonici, come colonne anch’esse cruciformi e capitelli a gradini. È adornata di dipinti murali ben conservati dei secoli XVII e XVIII, ma vale anche la pena soffermarsi su altri particolari, quali ad esempio le finestre in legno finemente traforate. Grazie alla posizione elevata del complesso, la vista sulle montagne circostanti, caratterizzate dalla dominante rossastra della roccia, è sensazionale.
Altri dieci chilometri portano alla chiesa di Dugem Selassie, il cui piccolo nucleo originario è inglobato all'interno di quella più recente (sec. XIX) dalla tipica forma squadrata con le tre strisce rossa, gialla e verde della bandiera etiopica. La cripta custodisce due sepolcri e il soffitto del maqdas con bei decori: peccato che manchi la luce e possiamo scorgere qualcosa solo grazie alle candele accese dal figlio del custode.
Rientrati a Makallé intorno alle 16, abbiamo ancora il tempo per la visita del museo dedicato al negus Yohannes IV, costruito nel 1873 da architetti francesi; vi sono conservati arredi, codici miniati, pergamene, croci in legno e manoscritti risalenti all’imperatore nonché alcuni residuati bellici tra cui la bizzarria di una grossa testa in bronzo di Mussolini, credo una tra le pochissime ancora esistenti al mondo. Altra curiosità: all'interno si può fotografare liberamente mentre è proibito riprendere l'esterno del museo, un elegante edificio che ricorda un castello immerso un giardino ben curato.
Terza curiosità e ultima foto scattata a Makallé, l'orrido monumento a chissacosa al centro della piazza principale, da noi immediatamente ribattezzato per la sua forma "la penna a sfera"!
Mah, cose etiopiche…

Per fortuna, da domani riprenderà la parata delle VERE meraviglie di questo Paese, a cominciare dai fantastici scenari della strada che ci porterà a Lalibela, degno gran finale di un viaggio indimenticabile. Sarà la terza e ultima parte del resoconto, sempre sulle pagine virtuali di Ci Sono Stato, s'intende!

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