Il volto dell'Etiopia

in viaggio con leander in Etiopia

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Il volto dell'Etiopia

Una terra antica indagata attraverso le immagini delle persone che la popolanoEtiopia, il popolo che cammina.
A pieno diritto sarà questo il titolo del mio diario di viaggio nel Paese africano: è infatti la definizione che sgorga spontanea non appena ci si allontana - quale che sia il punto cardinale - lungo le strade che si diramano dalla capitale Addis Ababa.
Gente che si sposta a piedi, visto che - rarissime le auto private - i mezzi a ruote sono quasi esclusivamente le barcollanti corriere stipate all'inverosimile, gli squinternati autocarri stracolmi di merci e persone, gli inconfondibili taxi o pullmini di servizio pubblico bianco-azzurri, le rare biciclette, le rarissime moto, i fuoristrada degli operatori che gestiscono il poco turismo, con la sola concessione dei carretti, spesso raffazzonati con quattro assi in legno e ruote rottamate, trainati dai pazienti asinelli che sono uno dei simboli del Paese.
Gente che si sposta a piedi, dicevo, e che è disseminata lungo le strade anche nei luoghi più remoti, tanto che, valutando la distanza tra i vari villaggetti che si attraversano e sono per forza di cose punto di arrivo o di partenza di questi "viandanti", ci si rende conto della normalità di percorrere ogni giorno decine di chilometri avendo per meta la propria casa (più spesso capanna), un mercato, una scuola, un luogo di culto, un campo da coltivare o un pascolo a cui condurre le bestie.
Gente che si sposta a piedi con in spalla o in equilibrio sulla testa i carichi più svariati, di volta in volta fascine, sacchi colmi, tronchi d'albero, taniche d'acqua, involti di mercanzie, grossi covoni d'erba o fieno dai quali si vedono spuntare solo le gambe; oppure gente - uomini, donne o bambini indifferentemente - che porta a pascolare gli animali, pecore, capre, buoi, zebù, asini o cammelli che siano, spesso occupando l'intera sede stradale.
Al di là delle bellezze strepitose dell'Etiopia, che annovera altopiani selvaggi, montagne che talvolta ricordano nella forma le nostre Dolomiti, vegetazione rigogliosa (in particolare in questo mese di ottobre che segue al periodo delle piogge), alberi monumentali, falesie vertiginose e canyons che richiamano nel colore delle rocce i paesaggi dell'Australia o dell'Ovest americano, laghi e cascate, strade ardite che si inerpicano oltre i 3500 metri regalando panorami via via più vasti, monasteri e chiese scavate nella roccia in posizioni impensabili, è il fattore umano il "collante" di un viaggio in questa terra antica.
E curiosità. Tanta curiosità reciproca tra noi, i ricchi occidentali su autovetture a trazione integrale da 100.000 dollari, e le persone delle campagne che spesso hanno indosso gli unici, logori indumenti che possiedono, non sempre le scarpe ai piedi, che possono contare come sola risorsa su un'agricoltura risicata o magri animali. Una vecchia maglietta o un paio di calze sdrucite sono allora il regalo più gradito, l'occasione per una festa molto più vera di quando acquistiamo il cellulare ultimo modello o la giacca firmata.
Ognuna delle ripetute soste per ammirare e fotografare il paesaggio finisce per essere opportunità di contatto, ed è stupefacente come, anche dove non si scorge anima viva, bastino pochi minuti dopo essere scesi dalla macchina per vedere accorrere da ogni direzione gente - in maggioranza bambini - che sembra materializzarsi dal nulla, tanto da far pensare a misteriosi codici di comunicazione a distanza.
Ed ecco così la parata dei bambini che ti mostrano con fierezza il loro quaderno di scuola (magari con il desiderio, espresso o meno, di ottenere in regalo una penna), di quelli - più arditi - che curiosano dentro la tua jeep, degli anziani che in disparte ti osservano perplessi salvo poi rispondere con un sorriso al tuo sorriso, delle donne dapprima schive ma immediatamente orgogliose nel proporsi per una foto, degli ambitissimi scambi di indirizzi (pensate un po'…), degli immancabili saluti con la mano ricevuti nell'attraversare campagne, villaggi, paesi e cittadine, del repentino capannello che in un attimo ti circonda ad ogni sosta per far benzina, per un caffè in un baretto in capo al mondo o per un giro nei mercati dove in pochi istanti vieni "adottato" da un ragazzino che ti prende per mano improvvisandosi guida, fiducioso in pochi spiccioli di ricompensa.
Le occasioni sono infinite e spesso riempiono il cuore, come quando durante la lunga discesa da Lalibela verso Kombolcha, con le nostre cinque Land Cruiser ci siamo trovati accodati ad automezzi di organizzazioni umanitarie colmi di sacchi di viveri e ci siamo quasi commossi nel procedere tra due ali di folla in tripudio, quasi fossimo anche noi i benefattori. Oppure quando, entrando in un'aula scolastica a Lalibela per regalare una scatola di penne, l'intera scolaresca è schizzata in piedi all'unisono: un vero salto indietro nel tempo, come quando ai nostri tempi entrava in classe "il signor direttore" e sono certo che il compito a casa sarà stato "Raccontate la giornata di oggi".
Insomma, un'ininterrotta, spontanea, immensa, involontaria rappresentazione teatrale. Ed è bello che rimanga senza risposta l'interrogativo: "Ma noi siamo gli spettatori in platea o gli attori sul palcoscenico?"
Fa anche pensare che, eccezion fatta per la capitale e le poche città degne di questo nome, sia rara se non inesistente la "spazzatura da consumismo": in giro niente imballaggi, niente sacchetti del supermercato, niente cartacce, niente bottiglie di plastica che sono invece tra gli oggetti più richiesti, niente rottami che anzi sono ingegnosamente raccolti e fusi a modellare utensili da cucina o altro.
Il rovescio della medaglia del senso estetico che se ne trae è la miseria, quella vera, che induce ad utilizzare al massimo le poche risorse, non certo la coscienza ambientale. Un impiegato di banca guadagna 50 dollari al mese, un operaio 30, una donna di servizio 15: aguzzare l'ingegno significa sopravvivenza e allora si finisce per essere indulgenti davanti alla richiesta di una moneta o degli avanzi dei nostri pasti al sacco.
Ma bisogna fare di più: alcuni di noi hanno preso contatti con organizzazioni di volontariato e l'avere toccato con mano realtà umane e sociali che pensavo appartenessero al passato sarà la spinta - nel nostro piccolo - a fare qualcosa di produttivo.

A questa succinta nota introduttiva alla relazione di viaggio in Etiopia seguirà il diario vero e proprio. A differenza di tanti miei resoconti "chilometrici" presenti sul sito, ho scelto una formula che ho ritenuto più stimolante, limitandomi a queste poche righe ad integrazione di una corposa galleria fotografica incentrata sulle persone nella loro quotidianità.
Mentre nelle parti successive le immagini saranno corredate da didascalie, qui mi sono sembrate pleonastiche: i volti parlano da soli.

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