L'Eritrea lungo la Strada degli Italiani

in viaggio con Adriano Socchi in Eritrea

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L'Eritrea lungo la Strada degli Italiani

All’aeroporto di Sana’a, prima di imbarcarci sul volo per Asmara, siamo costretti a caricarci da soli gli zaini sui nastri scorrevoli che trasportano i bagagli all’interno della fusoliera dell’aereo. Ci sarebbe da discutere sul metodo, forse un po’ antiquato, ma sicuramente efficace, per non smarrire le valigie. Pur non essendo ancora arrivati pensiamo: rieccoci in Africa.
In Eritrea, la prima cosa che salta agli occhi è la guerra. La strada che collega l’aeroporto con Asmara è costellata di hangar delle Nazioni Unite, di stanza nel Paese come forza di pace. Lungo i viali di Liberation Avenue le jeep bianche con la sigla U.N. (United Nations) passano di continuo. I segni della guerra sono ancora più visibili fuori della capitale. Sulla strada Keren - Massawa si vedono carri armati e cannoni abbandonati nei campi. La campagna e le montagne nascondono tutt’oggi mine e munizioni inesplose, nonostante gli impegni assunti dal governo per lo sminamento del territorio.
La Strada degli Italiani, dunque, perché agli Italiani si deve - a partire dal 1936 - la costruzione della principale arteria stradale del paese, un capolavoro d’ingegneria civile. Non è l’unico, basti pensare alla ferrovia che ancor oggi corre, in più punti, parallela alla strada, e alla teleferica costruita per il trasporto delle merci dal porto di Massawa ad Asmara, la più grande mai creata al mondo, purtroppo smantellata dagli Inglesi.
La strada degli Italiani sale dai 1.220 metri di Keren ai 2.356 di Asmara per poi scendere, in appena 115 km, fino alla città portuale di Massawa. Lo slogan lanciato dell’ente del turismo Eritreo "tre stagioni in due ore" è quanto mai azzeccato. Il viaggio dall’altopiano centrale al Mar Rosso è in grado di suscitare incantevoli emozioni per chi, come noi, è in cerca di paesaggi umani e naturali al di fuori delle rotte più battute del turismo."Tre stagioni in due ore": la sintesi dei tanti volti del Paese africano!Partiamo da Keren. La città, dimessa e misera com’è, col suo sparso abitato aggrappato ai fianchi della montagna, si offre a quanti sono in grado di apprezzare uno spicchio d’Africa ancora autentico. Non c’è niente da vedere, neppure il mercato merita una visita. Non vediamo le donne di etnia Bilene, vero motivo per cui ci siamo spinti fin quaggiù, eppure quella sua atmosfera riservata e nostalgica la rende affascinante. Prima di partire, rendiamo omaggio al cimitero di guerra in cui sono sepolti soldati italiani e ascari (gli indigeni eritrei che combattevano a fianco alle nostre truppe). Girando per il camposanto, i nostri animi si riempiono di orgoglio e fierezza, ci sentiamo più che mai Italiani.
Per andare ad Asmara noleggiamo un taxi. Il viaggio si rivelerà assai più lungo del previsto a causa delle tante ed impreviste soste. La prima appena fuori l’abitato del paese, quando il nostro autista è costretto a frenare bruscamente contro una fune alzata improvvisamente dai militari di guardia ad un checkpoint. Nessuno si fa male, ma il fatto alimenta un’accesa discussione tra il tassista e le guardie. Pagato senza alcuna motivazione un pedaggio, ripartiamo, ma ben presto siamo di nuovo fermi per una foratura che fortuna vuole avvenga nei pressi di un villaggio. Subito frotte di bambini scalzi e mal vestiti corrono intorno alla macchina per farci festa. E’ commovente osservarne l’espressione meravigliata, nel vedere le immagini di loro stessi riprodotte sul monitor della videocamera di Mavi. Le capanne del villaggio (chiamate hidmo) hanno il tetto di terra sorretto da pali di legno.
D’ora in avanti, nonostante nessun inconveniente, continueremo a procedere sempre molto lentamente ora fermi, sul ciglio della strada, a fotografare la carcassa di un carro armato, ora per ammirare un bel paesaggio e per visitare un caratteristico mercato. Di tanto, in tanto, greggi di muli, mucche e pecore, indifferenti di trovarsi proprio in mezzo alla strada, ci rallentano e arriviamo così ad Asmara quando è ormai scuro.
Se l’appellativo di "piccola Roma" è senza dubbio esagerato, di certo la capitale dell’Eritrea ricorda molto una città italiana degli anni 30 perché tutti gli edifici e le opere sono rimaste tali e quali come quando gli Italiani se ne sono andati. Visitare Asmara è un viaggio a ritroso nel tempo, in un passato che un po’ è anche nostro perché appartiene ai ricordi dei nostri genitori, perché l’abbiamo studiato sui libri di storia e ripetutamente visto nei documentari alla televisione.
Visitiamo la cattedrale latina di stile romanico-lombardo (opera del Mazzetti), la cattedrale copta (Enda Mariam), la sinagoga e la Grande Moschea (Kulafah Al Rashidin). Le campane del campanile si confondono con la voce dei muezzin emanata dagli altoparlanti dei minareti e con le preghiere dei monaci ortodossi a testimonianza dell’armonia religiosa che regna. Ci chiediamo come mai in altre aree del mondo la coesistenza tra differenti religioni è impossibile…
Asmara non si apprezza però per le sue opere architettoniche, neanche per il pur caratteristico mercato, in particolare nella zona del Medeber, ma passeggiando su e giù per Liberation Avenue e facendo conoscenza con la gente del posto, per lo più anziani in quanto parlano perfettamente l’italiano. Tra questi, un negoziante di scarpe che si esprime in corretto dialetto napoletano - senza voler offendere nessuno, la scena è divertentissima - ci accoglie in maniera ossequiosa poiché ci considera compatrioti e non stranieri. Rimpiange l’epoca del colonialismo in cui l’Italia portò al paese molte cose positive come sviluppo, progresso, benessere. A quei tempi, la nazione era uno degli stati leader africani. Poi Mussolini portò anche l’Apartheid. Tutt’oggi segue la politica del nostro paese, si dice contento del ritorno dei Savoia in Italia e critica i nostri governi, tutti, per aver abbandonato i propri coloni a dispetto di nazioni come Inghilterra e Francia che, invece, tutelano ancor oggi le proprie colonie.
All’ufficio telefonico una vecchietta riconosce la nostra nazionalità e s’avvicina desiderosa di scambiare quattro parole in italiano. In dieci minuti ci racconta tutto di lei, cresciuta fin dall’età di due anni presso una missione di suore italiane. Ecco spiegato perché parla tanto bene la nostra lingua.
Un ingegnere, vedendoci passeggiare sul viale con gli zaini in spalla, accosta la sua auto e c’invita a depositare i bagagli nel suo ufficio. Accettiamo e una volta in macchina lo ringraziamo per la gentilezza. Lo faccio perché siete Italiani, risponde.
In definitiva siamo molto sorpresi che in questo piccolo angolo del Corno d’Africa gli Italiani siano ancora tanto amati. Sarà il rimpianto di persone per la gioventù passata o davvero l’Italia - nonostante abbia portato l’apartheid - ha fatto molto per questa gente?
Infine, passeggiando sempre per Liberation Avenue, vediamo il tipico saluto degli ex-combattenti che consiste nello stringersi la mano dandosi contemporaneamente tre spallate con la spalla destra. Ci colpiscono, poi, le acconciature delle donne, le quali amano acconciarsi i capelli in infinite e minuscole trecce.
La strada da Asmara a Massawa è - a tutti gli effetti - una strada alpina, con tanto di pendenze impossibili e innumerevoli tornanti. Ci s’ingannerebbe facilmente se non fosse per le carovane di cammelli e dromedari che s’incontrano lungo il percorso e le innumerevoli piante grasse, cactus e fichi d’india, che ricoprono i pendii delle montagne.
A Dangolio una lapide ricorda i soldati italiani, "immolatisi per la patria", nella battaglia del 28 gennaio 1886. Nel piccolo ufficio adiacente un grosso album che raccoglie le firme conserva le emozioni di quanti ci hanno preceduto e adesso anche le nostre. Subito dopo attraversiamo il celebre ponte, noto a noi italiani e ancor di più a noi piemontesi, in quanto reca la scritta "Ca custa lon ca custa", l’unica frase in dialetto piemontese presente in tutta l’Africa.
Sarà per il brusco passaggio dal clima secco e gradevole della montagna a quello caldo e umido del mare, sta di fatto che troviamo Massawa davvero insopportabile! E dire che, dal punto di vista meteorologico, siamo nel periodo migliore dell’anno. Massawa ha più l’aspetto di un paese che di un grande agglomerato. A Massawa Island, il cuore della città, ci aggiriamo tra vicoli ed angoli appartati per venire a contatto con la gente del luogo, davvero ospitale e ben disposta a dialogare. Conosciamo così un gruppo di donne intente a cuocere una specie di "farinata" in forni di fortuna, bidoni per il petrolio al cui interno viene fatta bruciare della legna e chiusi, nella parte superiore, da un coperchio dove si fa colare l’impasto. C’invitano a bere una specie di birra fatta in casa, la "sura". Per non essere scortesi accettiamo, ma ingurgitiamo la bevanda con estrema fatica, sperando allo stesso tempo nell’efficacia dei vaccini. Su una piccola piazzetta delle ragazze ci offrono altra birra, l’Asmara beer, senza dubbio un altro bere. Tutto si svolge fuori, all’aria aperta: si parla, si gioca, si dorme, si mangia, si ascolta la musica, ecc. ecc.
Il giorno seguente compiamo un'escursione negli immediati dintorni di Massawa, in direzione Gurgusum, con l’intenzione di far visita ad un insediamento di etnia Rashaida. Dopo la delusione per non essere riusciti a vedere nessuna tribù di etnia Bilene speriamo di incontrare almeno quest’ultimi. Una piccola speranza perché - tra i nove gruppi etnici - i Rashaida sono i meno numerosi e oltretutto nomadi. La fortuna è con noi. Troviamo un villaggio senza quasi cercarlo, ai bordi della strada. Lasciamo l’asfalto ed imbocchiamo una pista brutta, ma breve. Un nugolo di bambini ci corre incontro e ci accompagna festante fino all’accampamento. Trattandosi di una popolazione mussulmana le donne adulte portano il velo che - a differenza di altri posti - si evidenzia per essere finemente ricamato.
Ritornati in città cerchiamo Mohammed Gaas per organizzare la mini-crociera alle isole Dahlak. Una volta terminata la contrattazione e definito il tour, noi davanti a una fredda bottiglia di Coca-Cola e lui, a dispetto del caldo, a un bicchiere di tè bollente, intraprendiamo una piacevole conversazione. Mohammed Gaas, vecchietto di 78 anni, è un manuale di storia. Ricorda quando il treno transitava di continuo per andare a caricare le merci delle navi, di quanto sotto l’Impero l’Eritrea fosse prospera. Parlando degli Italiani distingue i monarchici dai fascisti: buoni i primi e cattivi i secondi! Ricorda ancora molto bene l’apartheid quando, per esempio, non poteva entrare al "bar Savoia" o sedere sugli autobus.
Durante la notte emerge il lato più negativo di Massawa. E’ sufficiente fermarsi lungo la strada rialzata che collega Massawa Island con Taulud Island per essere abbordati. Questo è quanto capitato a me e Cece. Due giovani ragazze, dall’età apparente di 16 anni, s’avvicinano chiedendoci dei soldi ed esortandoci a seguirle nella propria casa. A Massawa la prostituzione è fiorente e reca con sé la piaga dell’AIDS. Malnutrizione e l’AIDS rappresentano un binomio micidiale e un grave problema.
Mohammed Gaas porta dei grandi occhiali e cammina aiutandosi con il bastone, è - a tutti gli effetti - un’agenzia di viaggio ambulante. Come lui stesso spiega, non ha un locale specifico, con tanto di scrivania e di sedie, dove ricevere i clienti per le trattative: qualsiasi luogo va bene per organizzare un tour alle isole Dahlak. Cosi è anche per noi e così in poco meno di un’ora organizziamo la mini-crociera al tavolo del bar dell’Hotel Dahlak, compresi i permessi necessari per visitare le isole rilasciati dall’ufficio dell’Eritrean Shipping Lines. Facciamo scorte in un negozio di alimentari di Massawa: dato che i pasti, come spiegatoci da Mohammed, consisteranno in piatti di pesce, di volta in volta, pescato durante la navigazione, le spese si concentrano principalmente nell’acquisto di bottiglie d’acqua, ben 15 da un litro e mezzo, tre sprite da due litri e alcune birre.
L’indomani alle 07.30, il sambuco - la tipica imbarcazione del posto - è già nel canale antistante il nostro hotel con l’equipaggio al completo, il capitano, tre marinai e il cuoco, pronti a salpare. Il sambuco, come si legge sulla carena, si chiama Amel, ha una lunghezza di 18 metri e un albero alto una decina. Una volta a bordo issiamo la bandiera di Culture Lontane (il nome della nostra agenzia), con la speranza di incontrare altri viaggiatori affinché la possano ammirare, ma non la vedrà nessuno. I giorni trascorsi in barca saranno scanditi da un monotono alternarsi di bagni, snorkelling, pranzi e bagni, snorkelling, cene! Alla consuetudine delle giornate fanno da contraltare, però, indescrivibili emozioni.
Delle 350 tra isole, isolotti e banchi corallini che si trovano al largo delle coste dell’Eritrea, nel Mar Rosso, all’incirca all’altezza di Massawa, soltanto 200 fanno parte dell’arcipelago delle Dahlak. Anche se ufficialmente non appartengono all’arcipelago, le isole di Dissei e Madote ne fanno ufficiosamente parte in quanto si trovano nella medesima area geografica e hanno la stessa conformazione fisica.
Si parte verso il mare aperto, Massawa scompare alle nostre spalle mentre all’orizzonte, di fronte a noi, inizia a materializzarsi la sagoma dell’isola di Dissei. Il capitano non punta la prua del sambuco verso l’isola, ma più a nord, in un punto dove pare emergere un banco corallino.
Il mare sembra divertirsi a cambiare colore. Blu intenso là dove l’acqua è profonda, tonalità più chiare e verdi a ridosso della barriera corallina, quindi verde chiaro e bianco dove è profondo appena un metro. Ancoriamo in mare aperto e con il piccolo fuoribordo che trainiamo a poppa approdiamo su una piana di sabbia che vista da lontano, dall’alto del sambuco, sembra un atollo appena sotto il livello del mare. In questo luogo sperduto, in mezzo al Mar Rosso, facciamo il nostro primo bagno. L’acqua è davvero calda. Brilla, talmente è pulita e cristallina. Mai avevamo fatto un bagno in acque più belle, neppure alle Maldive e ai Caraibi. Di fronte a dell’acqua tanto invitante ci lasciamo andare in un bagno senza fine. A trecentosessanta gradi solo mare, ad eccezione del piccolo motoscafo e, più lontano, del sambuco. Questo è soltanto il primo dei motivi che fanno di questo posto, del Mar Rosso, un luogo incantevole.
L’arcipelago delle isole Dahlak è, ancora, un paradiso per pochi viaggiatori, destinato prima o poi ad essere profanato da folle di turisti. Tuttavia non bisogna aspettarsi di trovare bellissime spiagge tropicali contraddistinte da rigogliose piantagioni di palme, sul modello di quelle che si vedono sui depliant patinati esposti nelle agenzie di viaggio e nemmeno esistono incantevoli resort e villaggi turistici. Dissei e Madote non sono nulla di tutto questo e un tour alle isole Dahlak richiede ancora una buona dose di spirito d’avventura.
Prima di ormeggiare al riparo di un golfo sulla costa ovest dell’isola di Dissei, dove trascorreremo la notte, pratichiamo snorkelling presso un bel reef al largo della costa est. Pranziamo a bordo e senza aspettare la digestione ci tuffiamo per una lunga nuotata fino a riva e qui, con maschera e tubo, seguiamo una barriera corallina poco profonda fino a ritornare sul sambuco. Il reef è l’altro paradiso naturale di quest’angolo di Mar Rosso. Pesci angelo, chirurgo, pagliaccio e balestra… l’isola di Dissei ha fondali popolatissimi che ricordano il Parco Marino di Ras Mohammed, a Sharm el Sheikh, e all’isola di Giravaru, alle Maldive.
Quello che davvero è sensazionale non sono però i pesci, ma gli straordinari colori dell’incontaminata barriera corallina: alberi di corallo, anemoni di mare e madrepore ed, ancora, coralli duri e molli, spugne, gorgonie di mare, di ogni forma e dimensione, il tutto in grandi dimensioni e nei più disparati colori blu, rossi, bianchi, verdi, gialli, viola… L’eufemismo "giardini di corallo" è il più giusto per descrivere questi fondali. Non a caso il reef dell’Eritrea ospita uno dei pochi ecosistemi madreporici incontaminati di tutto il Mar Rosso. L’altra faccia dell’arcipelago delle Dahlak: "il mondo sommerso!". Se, infatti, solo tre sono le isole abitate, una delle quali proprio quella di Dissei, il mare nasconde tutto un universo.
Dissei è un’isola che non si può che raccontare iniziando con "c’era una volta" perché è ancora come era una volta. L’unico insediamento, a nord-ovest, è uno sparuto villaggio di pescatori dell’etnia Afar. La maggior parte della popolazione Afar vive nell’inospitale Dancalia, la regione costiera, a sud di Massawa. Senz’altro gli abitanti di questo villaggio non se la passano meglio. Sono gente inospitale e non sembrano avere alcuna intenzione di cambiare e aprirsi ai - pochi - turisti di passaggio. L’indomani, durante la visita si mostreranno del tutto indifferenti. Neppure i bambini, di solito disinibiti, ci correranno incontro. Soltanto alcune donne, rigorosamente coperte, s’avvicinano con l’unico scopo di venderci dei bellissimi pezzi di corallo.
Giunti nella baia dove trascorreremo la notte, facendo snorkelling, in prossimità della riva, incontriamo due piccole razze. Al calar del sole ritorniamo sul sambuco per consumare la cena, naturalmente a base di pesce. Terminato il banchetto, veniamo trasbordati sulla spiaggia dove passeremo la notte sotto le stelle. Accerchiati dal buio, lo splendore delle stelle e l’assoluto silenzio rendono il momento magico. Assistiamo quindi ad uno spettacolo davvero unico… Dirigendoci verso riva, sotto la barca saette di luce si allontanano in ogni direzione. Sembrano tante frecce di fuoco lanciate una dopo l’altra da un plotone di arcieri, o che so, tanti tentacoli luminescenti. In realtà, sono i pesci che scappano spaventati dal movimento del motoscafo. Il fenomeno si ripete quando una volta sistemato il campo per la notte ci tuffiamo in acqua, naturalmente nudi. Nel mare, ogni movimento crea una scia di luce tanto che riusciamo a vederci a molti metri di distanza per via, appunto, della fascia di luce che creiamo spostandoci. Che cos’è questo strano e curioso fenomeno per cui qualsiasi movimento fatto in mare, dai pesci e noi stessi, è riflesso con un alone di luce? Nient’altro che plancton, l’abbondante e fitta presenza di plancton nell’acqua.
Lasciata Dissei, navighiamo di gran lasco verso l’isola di Madote, un bianchissimo banco di sabbia corallina che la lontananza fa sembrare un atollo maldiviano. In realtà, l’isola non è altro che una lingua di sabbia bianca accecante e priva di ogni forma di vegetazione nel bel mezzo del mare. La mia attenzione è attirata da particolari pesci che corrono veloci, a pelo d’acqua, per una cinquantina di metri per poi riemergersi.
Buttata l’ancora raggiungiamo l’isola a nuoto. A causa delle correnti il ritorno si rivelerà assai faticoso. Un ultimo pranzo di ottimo pesce, un’ultima uscita di snorkelling ci separano, purtroppo, dalla partenza per Massawa. Quasi a voler allungare il distacco, a differenza di quanto fatto finora, siamo tutti girati a poppa, un modo forse inconscio per staccarci il più tardi possibile da questo luogo soave e sublime del mar Rosso.
Sulla via del ritorno mentre i contorni dell’isola di Madote sfumano via via nel blu assoluto del mare, penso agli illustri predecessori, ai quali devo un sentito ringraziamento. Uno su tutti Folco Quilici il cui famoso documentario "Sesto Continente", ambientato nelle isole Dahlak, mi ha fatto conoscere questo splendido e sperduto angolo del Mar Rosso, tanto da convincermi a venirci…cosa non da poco per un montanaro com’è il sottoscritto.
Le urla di Ila e Cece mi strappano dai pensieri. Due coppie di delfini ci stanno inseguendo. Sembrano scortarci: due, con il dorso grigio, alla nostra destra e due, con il dorso nero, alla nostra sinistra. Non poteva esserci addio migliore. A prua rivedo Massawa, che vista dal mare conserva intatto l’appellativo affibbiatole in passato di "perla del mar Rosso". Ammainiamo la bandiera di Culture Lontane. Il viaggio alle isole Dissei e Madote, ora, è proprio finito!
Non sto a raccontarvi il ritorno ad Asmara che avviene sulla medesima strada dell’andata, più che mai costellata di mezzi pesanti guasti, fermi in mezzo alla strada, messi fuori uso sì dalle pendenze, ma pure dall’usura degli anni.
Arriviamo all’aeroporto con tre ore d’anticipo rispetto alla partenza del volo, ma l’aeroporto internazionale della capitale dell’Eritrea è chiuso perché non c’è nessun volo in partenza e in arrivo cosicché dobbiamo aspettare l’apertura dei cancelli in quella che gli addetti allo scalo chiamano sala d’attesa, ossia un tendone con all’interno dei tavoli, delle sedie e un minuscolo bar. Ci sarebbe da discutere sulla sala d’attesa, ma d’altronde siamo in Africa.
In pochi altri posti al mondo, forse soltanto in Qatar, abbiamo incontrato meno turisti. Adesso capiamo lo stupore del carabiniere italiano in forza alle Nazioni Unite che ci ha incontrati ad Asmara e la perplessità di Laura, una ragazza conosciuta sull’aereo, la quale mai più pensava di trovare dei turisti italiani a bordo.
Qui il turismo è, ancora, quasi sconosciuto. L’Eritrea, pertanto, è un paese perfetto per chi viaggia per il gusto di viaggiare.

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