Egitto: in crociera sul Nilo!

in viaggio con leander in Egitto

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Egitto: in crociera sul Nilo!

Aprile 2000: l'Egitto, finalmente! Come dire, il saldo di un debito vecchio di oltre quarant'anni. Sono sicuro che, non appena da scolaretto mi resi conto che il mondo non finiva nel cortile di casa, il primo desiderio fu proprio quello di visitare l'Egitto. Fine anni Cinquanta, capiamoci, anni-luce dai tempi del turismo organizzato di massa, quindi un desiderio quanto mai nebuloso: treno, nave, corriera, come andarci? Così mi bastava fantasticare sulle illustrazioni del sussidiario delle elementari o contemplare la pagina più prestigiosa del mio album, dove spiccava un francobollo verde raffigurante Nefertiti che mia madre mi acquistò al prezzo non indifferente di cinquecento lire del 1956. Senza pormi troppi problemi cronologici, probabilmente credevo che il francobollo fosse contemporaneo alla regina.
Ci vollero quarantaquattro anni, ma giunse il momento del viaggio, che volli far precedere, oltre un paio di guide turistiche, da alcune letture sul tema. Tra la miriade di pubblicazioni in commercio non si sbaglia consigliando soprattutto "La civiltà egizia" di Alan Gardiner, tutt'ora un testo di riferimento benchè risalente al 1961; come lettura alternativa suggerisco "Impronte degli Dei" di Graham Hancock, che tratta delle antiche civiltà proponendo intriganti ma documentate ipotesi un po' ai margini dell'archeologia cosiddetta "ufficiale", da essa viste non troppo di buon occhio ma meritevoli di essere valutate. Assuan, il Nilo in crociera, Luxor e i suoi templi, Il Cairo... le mete più classiche dell'Egitto!ASSUAN
"Ciao, Landro!".
È questo che mi sembra di captare durante la passeggiata serale nel cicaleccio del mercato di Assuan. Possibile? Mi volto ma scorgo solo una marea umana in movimento.
"Ehi, Lendro!".
Beh, stavolta ho sentito bene. Anche se in maniera approssimativa, qualcuno mi ha chiamato. Ma chi può conoscermi ad Assuan? Mi volto ancora e scorgo una decina di metri più in là una figura in galabia azzurra che sorride agitando una mano e indicando inequivocabilmente me.
"Io mi chiamo Mario" taglio corto autoadditandomi e allungo il passo per raggiungere gli amici. Certo sarei curioso di sapere come abbia fatto quello a sapere il mio nome, ma questi mercanti di suk, basta adescarti, ne sanno una più del diavolo. Può darsi che abbia captato il mio nome mentre chiacchieravo con gli amici e lo ha storpiato. O forse conosce uno degli inservienti della motonave, sono dei nubiani molto cordiali con i quali abbiamo instaurato un ottimo rapporto, magari si sono messi d'accordo per stupirmi.
"No, amico, tu no Mario, tu Landro o Lendro" insiste l'uomo in azzurro. Non resisto e mi giro ancora.
"Anzi, Leandro" subentra un suo compare con il risolino di chi la sa lunga, prima indicando con il dito me e poi tracciandosi una linea verticale sul petto. Ho capito tutto: il mio nome ce l'ho scritto davanti, una presentazione in piena regola alla popolazione di Assuan.
Non mi sono infatti sottratto a uno dei rituali obbligati di ogni turista che venga in Egitto, vale a dire l'acquisto del cartiglio in oro o argento o di un capo d'abbigliamento con su riportato il proprio nome scritto in caratteri geroglifici; sono poco propenso ai monili, così ho optato per la maglietta, che questa sera ho inaugurato presentandomi di fatto a tutta la città. Se non altro ho avuto la prova che quei sette simboli ricamati corrispondono davvero al mio nome e non sono degli scarabocchi senza senso a uso dei gonzi.
Bisogna dire che questi mercanti da bazar sono in fondo simpatici e per farsene amico uno basta non tanto comprare svogliatamente qualcosa quanto mercanteggiare secondo le regole non scritte che da sempre sono in vigore nel mondo arabo, e c'è anche da divertirsi. Quando ad esempio avevo acquistato una decina di cartoline da uno dei tanti venditori abusivi presso la tomba di Tutankamon pagando frettolosamente i pochi spiccioli richiestimi senza contrattare, doveva esserci rimasto male, al punto di richiamarmi per regalarmi una collanina.
Adeguarsi, insomma: evitare innanzitutto l'atteggiamento del colonizzatore e quanto più si mettono in campo spirito, tenacia e, perché no, doti di recitazione nel condurre una trattativa, tanto più apprezzamento si riscuote a prescindere dall'esito dell'affare.
A bordo la cosiddetta animazione serale non ci attira più di tanto, così in questo secondo giorno di attracco ad Assuan siamo di nuovo venuti al bazar. Si percorre un'interminabile strada sterrata brulicante di negozi e bancarelle di mercanzie che vanno dal banale all'incredibile tra un viavai di gente e animali; parallelamente, corre il viale del molo sul quale sono allineati quei ricettacoli di ricchezza occidentale che sono le motonavi da crociera e dove si susseguono lussuosi locali notturni, vetrine di informatica, abbigliamento e scarpe di firme europee e concessionari di automobili orientali. Due mondi lontani un secolo a cinquanta passi di distanza.
C'è di nuovo il rotondo Amin, che ci viene incontro con il suo abbagliante sorriso.
"Guarda, ti ho portato quella che mi hai chiesto ieri, amico" così il mercante apostrofa Enzo, il più levantino della nostra compagnia, sciorinando una lunga fascia bianca da turbante in cotone. Riprende la contrattazione interrotta la sera precedente in una successione esilarante di tira-e-molla che tocca punte istrioniche fino a concludersi con l'acquisto di alcune ampolline di profumo tra risate, strette di mano e karkadé per tutti. E pazienza se quando disferemo le valigie ci accorgeremo che è del tutto diverso dai campioni che ci aveva fatto annusare. Ma sono le regole del gioco.
C'è di nuovo Khaled, ragazzino che la sa più lunga dei manager di una multinazionale, che ieri sera mi ha sommerso di spezie e mi saluta come un vecchio amico. Ci ho messo poco a scoprire che i suoi prezzi sono tra i meno convenienti, ma sa fare tesoro del vantaggio di essere il primo che si incontra appena entrati nel bazar. Fa parte del gioco anche questo, e pazienza se sull'ingresso troneggiano due sacchi di pallottole di tamarindo che sembrano piuttosto cacca di cammello: però i profumi che emanano dal suo bugigattolo attirano la gente come il pifferaio magico e il suo curry è eccezionale.
C'è di nuovo Selim e la sua vaschetta con un cucciolo di coccodrillo. Insiste ancora per vendermelo, stasera me lo darebbe al prezzo di mezzo coccodrillo, di un terzo di coccodrillo, si vuole rovinare.
"Prendi in mano, amico, guarda come simpatico piccolo Gianlucavialli!".
"Ma ieri sera non si chiamava Magicjohnson?" osservo mentre cullo la futura belva.
"Ieri sera avevo clienti americani".
È parte del gioco anche questo, ma un coccodrillo d'occasione preferisco che se lo metta in casa qualcun altro.
E fanno parte del gioco anche i ragazzini che abbordano le feluche dei turisti con le loro bagnarole in legno azionate a palma di mano chiedendo una penna biro, una caramella o una manciata di piastre in cambio di un Quel mazzolin di fiori, di un Alouette, oh belle alouette o di un God save the Queen.
Fanno parte del copione i piccoli straccioni che accolgono gli sbarchi delle comitive con un Viva l'Italia! Viva Andreotti! Viva Craxi! Viva Pertini! E pazienza se non si aggiornano in tempo reale.
E rientrano nell'enorme gioco anche i cammellieri della piana di Giza che vi isseranno sulla gobba del Luciano Pavarotti, Michael Jackson o Ricky Martin di turno. E pazienza se tanti poveri dromedari sprofonderanno in sempre più gravi crisi d'identità.

IL NILO
A questo punto mi aspetto un'osservazione da parte di chi sta leggendo queste righe dopo avere fatto scorpacciate dei miei precedenti resoconti di viaggi fai-da-te. Comitiva, crociera, intrattenimento serale, è evidente che sto parlando di un viaggio organizzato, il primo della mia vita. Però voglio impostare la cronaca di questo itinerario egiziano secondo una ben precisa chiave di lettura, il confronto cioè tra due modi antitetici di intendere l'esperienza del viaggio.
Se si ha un minimo di interessi al di là della punta del naso, a vedere l'Egitto almeno una volta nella vita bisogna pur andarci e ad aspettare l'utopia della stabilità nei Paesi arabi rischiamo di diventare vecchi e rimbecilliti; sulla strada già ci siamo. Si ha un bell'avere le migliori intenzioni di fare tutto per conto proprio: pare che in certi siti archeologici proprio non ti ci lascino andare, in alcuni solo sotto scorta o assoggettandosi a balzelli più o meno legali, che in altri sia di fatto impossibile fare a meno di appoggiarsi a organizzazioni locali o svincolarsi dalla pletora degli improvvisati procacciatori di servizi che sbucano da ogni angolo.
Infine, eravamo particolarmente attratti dall'esperienza della crociera sul Nilo, per la quale bisogna giocoforza passare attraverso i tour operators.
La navigazione nelle acque tranquille del fiume-padre che ha dato un contribuito decisivo alla fioritura di una delle civiltà più straordinarie della Storia riserva una varietà di scenari che completa mirabilmente gli aspetti storico-monumentali di un viaggio in Egitto. A piazzarsi sul ponte superiore della motonave, non si corre certo il rischio di far arrugginire gli otturatori delle macchine fotografiche, sempre impegnati a fissare sulla pellicola i soggetti più disparati: le immense piantagioni di banane, i palmizi e gli sterminati campi di canna da zucchero; l'alternanza tra le acque limacciose dei centri abitati e quelle limpidissime delle regioni più appartate; i miseri paesini di fango, dove le case dalle facciate dipinte indicano che la famiglia ha già ottemperato al dovere musulmano della visita alla Mecca; gli asinelli che trascinano carri squinternati stracarichi di mercanzie; qua e là isolotti sui quali sono state erette incredibili abitazioni di frasche; i ragazzini impegnati in una pesca rudimentale nelle acque basse o da imbarcazioni traballanti; le donne che lavano le pignatte nella stessa insenatura dove i bambini guazzano nudi; i bazar galleggianti che abbordano le navi da crociera durante la sosta alle chiuse di Esna; gli struggenti tramonti su una feluca o un minareto col sottofondo della preghiera del muezzin.

CONSIDERAZIONI
Non è un caso che le prime cose che ho voluto raccontare in apertura siano le due serate nel bazar di Assuan, cioè qualche ora trascorsa svincolati dalla referente dell'agenzia di viaggi che ha il compito di vegliare su noi durante la nostra vacanza. Un compito certamente impegnativo e di indubbia responsabilità, ma personalmente sono troppo abituato all'autonomia: soffro parecchio a fare le visite con il tempo contato, a procedere in fila indiana (o qui sarà fila egiziana?) dietro l'ombrellino della guida, a girare per i templi con la pressione delle comitive pronte a entrare subito dopo la nostra uscita, a visitare i musei di corsa perché non bisogna sgarrare dal programma, che non vuole privarci della manifattura di tappeti, papiro o alabastro dove siamo attesi dall'impresa disperata di riuscire a non acquistare niente.
Siamo al bazar della globalizzazione, lo si è capito subito. Ognuna delle oltre duecentocinquanta motonavi che solcano il Nilo avanti e indietro tra Luxor e Assuan è di fatto una piccola enclave asettica del rispettivo paese di provenienza. Nel nostro caso navighiamo su un'Italia in miniatura galleggiante dove tutti si preoccupano di non farci sentire inadeguati: tutto l'equipaggio parla la nostra lingua, il menù è rigorosamente italiano, le camere e gli ambienti comuni sono puliti e ordinati, l'acqua della piscina è cambiata e disinfettata ogni giorno, tutti sono contenti.
Non dobbiamo quindi meravigliarci se durante le passeggiate serali nelle località di attracco veniamo classificati come ricchi e siamo continuamente abbordati da grandi e piccoli alla caccia di un bakshish (obolo/mancia). Cerchiamo di replicare con l'indifferenza agli adulti, che immancabilmente chiedono soldi a fronte di sventure personali di proporzioni bibliche, mentre ai bambini si può giusto dare una caramella o un pennarello per non abituarli all'elemosina fin da piccoli. È un discorso delicato che comporta il rischio di un moralismo di maniera, visto che in effetti il contrasto tra il nostro benessere e la loro indigenza è stridente e tutto sommato andiamo in casa loro per quella che per noi è una vacanza: insomma, un certo disagio lo si avverte.
Non voglio essere provocatorio, ma non mi dispiacerebbe provare a intendermi con il personale di bordo nel loro dialetto nubiano (se lo tramandano solo per via orale, figurarsi!), non mi dispiacerebbe assaggiare le polpette puzzolenti e i pomodori fasciati in carta di giornale o bere il karkadé nei bicchieri incrostati di sudiciume dagli ambulanti lungo il Nilo, magari non mi dispiacerebbe anche fare il bagno nell'acqua marrone del fiume, pur a patto di tutte le vaccinazioni immaginabili.
Insomma, avrei una gran voglia di liberarmi e non posso farlo. Avevo in realtà riposto qualche speranza nella voce del programma che recitava: Al Cairo serata con cena in ristorante tipico. Finalmente, dopo una settimana di amatriciane, ragù, lasagne al forno, scaloppe, pizze (tutto eccellente, beninteso!), ecco il momento di provare la cucina egiziana. Magari non mi sarebbe piaciuta, avrei vomitato, saltato il pasto, sofferto la fame: bene lo stesso, sarebbe stata comunque una voce da aggiungere al catalogo delle esperienze.
Saliamo su uno dei tanti barconi-ristorante tutti uguali ancorati in fila sul molo, sfavillanti di lampioncini tutti uguali, sui quali orchestrine tutte uguali suonano musichette tutte uguali, tanto uguali da sovrapporsi all'unisono a quelle delle imbarcazioni adiacenti.
Il menù è composto da insalata verde, penne al pomodoro, petto di pollo impanato con patatine fritte, macedonia di frutta, crème caramel. Ah, le delizie della cucina egiziana!
Visto il "successo" (!?), il giorno dopo, nell'intervallo tra la visita alle moschee e il Museo Egizio, ci portano di nuovo sul barcone, che è giusto in zona. Questa volta il menù è composto da (udite udite) insalata verde, penne al pomodoro, petto di pollo impanato con patatine fritte, macedonia di frutta, crème caramel. Ah, la fantasia della cucina egiziana!

LUXOR
Avevamo trascorso i primi tre giorni attraccati al molo del porto di Luxor, dove l'affollamento delle motonavi da crociera era tale da dover ancorare la nostra in quarta fila, così da doverne attraversare altre tre, collegate da passerelle, per poterla raggiungere. Da lì erano partiti i vari itinerari di visita, sotto la preziosa guida di Abdallah, egiziano copto (cioè di religione cristiana) ferratissimo in storia antica ed egittologia che a tutt'oggi ricordiamo come un ottimo amico.
Le aree archeologiche di Luxor e Karnak, in pratica adiacenti l'una all'altra sulla riva destra del Nilo, che in realtà divide la "città dei vivi" dalla "città dei morti", coincidono con il sito dell'antica Tebe e costituiscono il più istruttivo e spettacolare libro all'aperto sulla civiltà egizia. È necessaria un'intera giornata, spezzata ovviamente dalla pausa pranzo, per una visita esauriente; per fortuna in questa stagione la temperatura, per quanto già estiva, è ancora sopportabile.
Il tempio di Luxor, che richiese oltre cento anni per il suo completamento, fu consacrato alla triade tebana Amon, Mut e Khonsu, ma costituisce di fatto una megalomaniaca autocelebrazione di Ramses II, dovunque più o meno palesemente presente nei piloni, nelle statue colossali, nei porticati, negli obelischi, negli imponenti colonnati, nello scenografico viale delle sfingi.
Il tempio di Karnak, vera e propria città nella città, è un immenso sacrario nel quale generazioni di Faraoni nell'arco di duemila anni innalzarono santuari, piloni, cappelle, obelischi, statue o intervennero con estensioni e modifiche ai vari monumenti. Uno sterminato labirinto di pietra del quale è arduo elencare e descrivere le varie parti: non ho intenzione di farlo, ma non posso che raccomandare di venire qui e dedicare al sito quanto più tempo possibile.
Sulla riva destra del Nilo si estendono le aree note come Valle dei Re e Valle delle Regine. Questa arida regione di mezza montagna fu prescelta, a partire dalla XVIII dinastia (più o meno verso il 1550 a.C.), quale luogo di sepoltura nella roccia allorché i Faraoni decisero di mettere fine al dispendio di materiali, tempo e risorse umane richiesto per l'erezione delle piramidi: anziché edificare verso l'alto, si prese dunque a scavare nelle viscere della terra (non è poi che l'ambiente di lavoro fosse più confortevole…), anche per rendere più difficili i saccheggi grazie all'azione della sabbia che in breve tempo copre tutto. Un ruolo decisivo nell'individuazione del sito fu giocato dalla presenza dell'altura chiamata el-Qurna (il corno), che domina tutta la vallata nonostante la sua altezza non superi i 500 metri; ma la spiccata forma piramidale dovette assumere, per un popolo molto sensibile agli oracoli e alla divinazione, il valore di un presagio divino.
Ci vogliono due giornate per visitare senza fretta i principali punti di interesse, anche se alcuni pacchetti di viaggio "alla giapponese" concentrano tutto in un solo giorno: un'esperienza del genere, magari verso luglio / agosto, non è da augurare nemmeno ai nemici!
L'area è inevitabilmente uno dei maggiori "turismifici" del mondo, in particolare nei pressi dell'enorme parcheggio dei pullman, dal quale si procede in un pullulare di bancarelle e di venditori più o meno autorizzati. In prossimità delle tombe più importanti, si svolge un continuo tira-e-molla tra gli abusivi che si precipitano giù per le scarpate rocciose con le loro cianfrusaglie all'arrivo di ogni gruppo e la polizia turistica che dopo pochi minuti piomba loro addosso dando luogo a spassosi inseguimenti lungo il reticolato di sentieri che solcano alture, anfratti e vallette. Ma si tratta perlopiù di azioni dimostrative e in realtà si ha l'impressione di una tacita convivenza improntata al salomonico principio del "cerchiamo di non romperci troppo le scatole gli uni agli altri".
A parte la forte impronta turistica, il complesso, già affascinante per l'ambiente selvaggio in cui è inserito, è di straordinario interesse. Sia la Valle dei Re che quella delle Regine hanno il loro punto focale nella visita delle tombe che, dato il delicato equilibrio del microclima interno, sono visitabili a rotazione e a piccoli gruppi: si rimane veramente a bocca aperta davanti alle meraviglie che ci troviamo davanti. In questi giorni è accessibile, tra le altre, quella di Tutankamon, mentre purtroppo non lo è quella di Nefertari, la più ambita e affascinante (oltre che la più cara, visto che il biglietto d'ingresso è quotato sulle 50.000 lire, non comprese nel pacchetto turistico). Il punto più scenografico è l'immenso tempio della regina Hatshepsut, che già da lontano presenta l'immagine dell'ampio colonnato su tre livelli ai piedi di una bastionata di rocce che fa pensare a un palcoscenico teatrale.
Anche qui non sto a elencare tutte le tombe e monumenti che visitiamo, lasciando il compito all'abbondante letteratura di viaggio in commercio. Dico solo che sono rimasto piacevolmente sorpreso dalle cosiddette tombe private, vale a dire di nobili, funzionari, sacerdoti e artigiani, che potrebbero dare l'idea di un'attrattiva minore. Niente di più sbagliato: il fascino tutto particolare della zona è dato dal fatto di aggirarsi in un labirinto di sepolture nel cuore dei villaggi di Sheikh Abd-el-Qurna e Deir el-Medina in una curiosa mescolanza di vivi e morti; e poi le decorazioni e i bassorilievi interni, spesso in eccellente stato di conservazione, raffigurano scene di quotidianità riprodotte in stile assai vivace, fornendo così un'istruttiva lezione sulla vita dell'epoca (XVIII dinastia).

IN CROCIERA
Nel corso della navigazione in direzione nord-sud da Luxor ad Assuan si incontrano una serie di templi e siti archeologici, in corrispondenza dei quali è previsto lo sbarco dalla motonave e il trasferimento fino al luogo di visita a piedi, in pullmino o calesse.
Proprio a mezzo di carrozzelle scalcinate trainate da cavalli a fine carriera raggiungiamo il tempio di Edfu, uno tra i meglio conservati di tutto l'Egitto. La località è situata poco a sud di Esna, all'altezza della quale si attraversa una delle più importanti chiuse che regolano il corso del Nilo.
Quello che più impressiona del tempio di Edfu, consacrato al dio-falco Horus e costruito tra il III e il I secolo a.C., è l'enormità delle dimensioni, che si avverte già nel lungo tratto a piedi che costeggia, per fortuna all'ombra, le mura esterne.
La facciata principale, sulla quale spiccano i rilievi delle imprese belliche di Tolomeo XII, è talmente ampia da rientrare a stento nell'inquadratura di un grandangolare. Ammirando i vari riquadri dei lunghi cicli interni di bassorilievi, risulta evidente una consuetudine, già riscontrata in altri luoghi di culto, che ci fa capire quale rete di intrighi, rivalità, odio, invidie e vendette dovette caratterizzare alcuni periodi della storia egizia: più di una volta il Faraone appena asceso al trono impose di deturpare le raffigurazioni dei predecessori, in questo caso sfregiando a colpi di scalpello le gambe del defunto perché non potesse accedere all'aldilà, gli occhi affinché non ne trovasse la via, le mani per impedirgli di portare offerte alle divinità.
Kom-Ombo, la successiva località che visitiamo, si trova ormai nella zona geologica dell'arenaria nubiana, in cui all'epoca d'oro dei Faraoni erano ubicate la cave che fornirono il materiale da costruzione per templi, edifici e monumenti. L'omonimo tempio sorge subito fuori dall'abitato, su un'altura in posizione scenografica che si raggiunge in pochi minuti a piedi dal molo; si tratta di un esempio importante di architettura dell'epoca romana, singolare per il fatto di essere un esempio unico di sacrario dedicato a due divinità, Haroeris dalla testa di falco e il dio coccodrillo Sobek.

DINTORNI DI ASSUAN
Assuan, terminale della crociera, è anche il punto di partenza per diverse visite significative. Una rilassante pausa di frescura è data dall'escursione all'isola di Kitchener, che prende il nome dal lord inglese che vi curò l'allestimento di un rigoglioso giardino botanico con una grande varietà di piante, descritte su esaurienti pannelli illustrativi lungo la piacevole passeggiata. Durante la breve traversata da Assuan all'isola si costeggia la sponda sinistra del Nilo, in un paesaggio incantevole che, subito al di là del crinale su cui sorgono il mausoleo dell'Agha Khan, le rovine del monastero di San Simeone e gli incavi delle numerose tombe rupestri, già lascia intravedere l'inizio dello sterminato deserto occidenale.
Un'altra suggestiva gita in feluca porta all'isola di Elefantina, così chiamata per gli elefanti che nell'antichità venivano da qui esportati in tutta l'Africa o, secondo una versione più poetica, per le rocce levigate che ne caratterizzano le rive e che richiamano fantasiose forme di animali. Alla sua estremità meridionale si trovano le rovine dei templi di Khnum e Satis, ma soprattutto il cosiddetto Nilometro: una scalinata obliqua scende adiacente a una scala graduata collegata con il Nilo, il che consentiva di tenere sotto controllo (oggi useremmo quel brutto vocabolo che è monitorare) il livello dell'acqua, misurare e tenere la statistica delle piene, valutare l'entità dei raccolti e conseguentemente l'importo delle tasse.
Un'altra escursione in barca porta all'isola di File. Già a partire dal 1902, con l'entrata in funzione della vecchia diga di Assuan (la nuova fu ultimata nel 1971), il variare del livello del Nilo per l'azione alternata delle chiuse cominciò a deteriorare i suoi sacrari tolemaici del III-II secolo a.C. Fortunatamente a metà degli anni Sessanta un consorzio di imprese italo-egiziane trasferì i templi sulla vicina isola di Agilkia in posizione più elevata, dopo averli smontati in quasi 40.000 blocchi: così oggi si può ammirare il complesso nel suo antico splendore.
Nell'immediata periferia di Assuan, su una piana particolarmente torrida, si visitano le cave di granito, dalle quali durante tutta la storia dell'antico Egitto fu ricavato il materiale di costruzione per edifici, piramidi e templi. Punto focale del sito è il cosiddetto obelisco incompiuto, risalente a circa 3500 anni fa: con i suoi 41m di altezza e le 1200 tonnellate di peso, avrebbe dovuto essere il più grande del mondo, ma lo scavo fu abbandonato per alcune crepe che si aprirono nella roccia. Il pensiero va immediatamente all'enormità dell'impresa di portare tali carichi lungo i mille chilometri che dividono le cave dall'area di Giza: anche se l'egittologia "ufficiale" ci parla di trasporto via acqua lungo il Nilo, non si può non rimanere perplessi pensando al peso dei massi e alla scarsa robustezza delle imbarcazioni. Ecco però un recente studio azzardare l'ipotesi di un espediente particolarmente ingegnoso: forse il materiale viaggiava non SOPRA le barche, ma legato SOTTO la chiglia, sfruttando la legge fisica secondo cui un corpo è assai più leggero nell'acqua che nell'aria. Questi Egiziani!
Ma l'escursione più attesa e ambita è quella ai templi di Abu Simbel, che il nostro pacchetto di viaggio prevede come facoltativa ma che in realtà l'intero gruppo (diciannove persone, un numero per fortuna accettabile) sottoscrive. Un volo da Assuan che parte con un'ora di ritardo, un trasferimento in autopullman e una passeggiata di dieci minuti portano davanti al grande e al piccolo tempio dedicati a Ramses II e alla moglie Nefertari, smontati blocco per blocco e ricostruiti 180 metri più all'interno e 64 più in alto alla fine degli anni Sessanta per evitare che fossero sommersi dal riempimento conseguente alla costruzione della diga di Assuan. Dall'alto si hanno vedute straordinarie del frastagliatissimo Lago Nasser, talmente azzurro da non sembrare un invaso artificiale, nel contrasto con il paesaggio desertico circostante. Peccato che ci sia appena il tempo per una visita a passo bersaglieresco fuori e dentro i templi: come già per altri siti non sto a scendere nei particolari nell'enorme complesso, di certo una delle cose più straordinarie che mi sia capitato di vedere, ma solo guardando un po' di foto scattate a raffica mi convinco di esserci stato davvero. È il prezzo di un nostro errore di valutazione che consiglio di evitare scegliendo una combinazione di viaggio che preveda un pernottamento ad Abu Simbel: solo così si può gustare il sito al tramonto e all'alba, evitando un affollamento che in certi momenti è davvero insostenibile.
La parte "acquatica" del viaggio ha termine in pratica qui: le tre giornate conclusive saranno dedicate al Cairo, che raggiungiamo giusto verso mezzogiorno dopo un volo nazionale di circa un'ora e mezza.

IL CAIRO
Città sterminata, caotica, inquinata, rumorosa, trafficata, eccessiva. Ma città fascinosa, intrigante, coloratissima, coinvolgente. Insomma, da fermarcisi per una quindicina di giorni tentando di scoprirne i segreti.
Riusciamo a intuirne gli aspetti più autentici da metà pomeriggio, dopo la conclusione delle visite guidate, all'ora di cena, quando cioè possiamo girare in libertà per due o tre ore (comunque sempre troppo poche). Basta percorrere venti metri oltre il portone dell'Hilton per immergersi nel caos cittadino delle bancarelle lungo il Nilo dove tutti vendono qualcosa, dalla frutta alle focacce al karkadé ai semplici bicchieri d'acqua, a un palmo dal traffico pauroso in mezzo al quale si muovono con disinvoltura donne in nero con grossi involti di mercanzie e ciclisti che portano in equilibrio sulla testa brocche d'acqua o enormi ceste di pane.
La parte "ufficiale" della visita è curata da una guida locale che non dà l'impressione di averne una gran voglia, sicché rimpiangiamo ben presto la competenza, disponibilità e simpatia di Abdallah che ci aveva accompagnato per la prima settimana.
Un'escursione a una ventina di chilometri a sud della città verte sui siti archeologici di Saqqara e Menfi. Il primo consiste in un'immensa necropoli tuttora in via di scavo delimitata da mura alte una dozzina di metri ottimamente conservate su un perimetro di 544x277 metri: al centro dell'area spicca la piramide a gradoni di Zoser, con i suoi 4700 anni di età uno degli edifici più antichi della storia dell'umanità. Un paio di chilometri più in là si visita il sito dell'antica Menfi, la prima capitale dell'Antico Regno, fondata dal primo faraone Menes intorno al 3000 a.C.; non ci sono molte cose da vedere nel piccolo museo all'aperto, ma sono tutte straordinarie, in particolare la statua colossale distesa di Ramses II protetta da un capannone e una bellissima sfinge in alabastro.
Il programma di visita del Cairo si sviluppa secondo la sequenza "classica" dei viaggi organizzati: il complesso della Cittadella, che richiederebbe ben altro approfondimento, un paio di moschee non particolarmente significative (e poi scopriremo sulla guida Michelin che non rientravano nemmeno tra le dieci più importanti), e il bazar di Khan el-Khalili, labirintico, colorito e variegato ma ormai irrimediabilmente turistico.
Ma… le Piramidi e la Sfinge? Ricordo che mi hanno scaricato da un pullman sulla piana di Giza in un'affollatissima mattinata di domenica, con l'occhio della guida attento all'orologio per non rischiare di giungere alla manifattura di papiro dopo la chiusura. Non era così che mi figuravo questo momento da quando in terza elementare vidi per la prima volta una raffigurazione delle Piramidi, e invece ho giusto il tempo per appurare che sono effettivamente molto grosse e che sono tre (sempre che abbia fatto in tempo a contare bene). Ah, sì, c'era anche la Sfinge!
Il Museo Egizio, ciliegina finale sulla torta, costituisce un vero e proprio viaggio nel viaggio, realizzato purtroppo in un marasma di carne umana in movimento; d'altra parte se è una visita imperdibile per me, lo è anche per gli altri, il solito discorso estendibile a tutte le mete di rilievo del turismo mondiale.
L'itinerario a ritroso nella storia inizia già nel cortile e nel salone d'ingresso: le grandi sfingi e le enormi statue in granito che ci circondano sono l'ennesima conferma che, quanto a megalomania, i Faraoni non avevano mezze misure. Beh, ragazzi, bisogna dire che le meraviglie già viste sulle pagine dei libri, ammirate ora nella loro materialità ci lasciano senza fiato. Resto stupefatto dallo stato di conservazione delle mummie, in alcune delle quali sono ancora chiaramente distinguibili particolari quali le cartilagini, i capelli e le sopracciglia. Rimango incantato davanti alle stupende statue calcaree policrome degli scribi e del principe Rahotep con la sua sposa, testimonianze di 4500 anni fa. Giusto il tempo di svoltare un angolo ed ecco l'ingombrante presenza della statua di Akhenaton; ingombrante in ogni senso, fisico e storico. Si intuisce subito qualcosa di diverso, dopo la sequenza di Faraoni tutti perfetti, belli, atletici, invincibili che abbiamo visto finora. Qui ci si para davanti un essere dal viso equino, naso lungo, labbra prominenti, spalle strette, ventre pronunciato, un'aria di effeminatezza. Akhenaton (nato come Amenophis IV e salito al trono nel 1372 a.C.) rompe con la tradizione: basta con le raffigurazioni idealizzate, l'arte deve ricalcare la realtà, non dissimularla, anche se antiestetica. Ma la sua rivoluzione stravolge soprattutto la religione. Una sfilza di dei, a forma di falco, serpente, cane, coccodrillo, caprone, scarabeo, sciacallo, ippopotamo? Tutte balle, c'è un dio unico, si chiama Aton, rappresenta il sole e io sono il suo profeta in terra. La potente classe sacerdotale non manda giù quello che va predicando l'eretico: il suo regno, condiviso di fatto con la splendida moglie Nefertiti (da non confondere con Nefertari, sposa di Ramses II), ha diciotto anni di vita travagliata e ha termine in maniera misteriosa. Gli succede il genero Tutankaton, al quale per sottolineare l'abbattimento della dottrina monoteista viene subito mutato il nome in Tutankamon cancellando quel suffisso -aton, ma ad Akhenaton rimane un posto di rilievo tra i personaggi più enigmatici e controversi della storia egizia.
Proprio a Tutankamon (confidenzialmente Tut) sono dedicate, poco più in là, le sale più famose, affollate e sfolgoranti del Museo. Abbiamo la fortuna di accedervi in un momento abbastanza tranquillo (abbastanza tranquillo vuol dire che possiamo muoverci dando e prendendo qualche gomitata in meno rispetto alla media), per cui possiamo goderci con un certo agio la vista dello scrigno dorato che conteneva i tre sarcofagi concentrici che proteggevano la mummia del giovane faraone, del trono d'oro, dei letti funerari nonché della grande quantità di arredi, statue, cofanetti, monili, gioielli che si rivelarono agli occhi sbigottiti di Howard Carter, quando del 1922 aprì quella che è a tuttora l'unica tomba trovata intatta, sfuggita a millenni di saccheggi. La maschera funeraria d'oro è poi, secondo me, una delle dieci cose fondamentali al mondo che ogni viaggiatore dovrebbe assolutamente vedere. Se a un faraone morto prima dei vent'anni e che non lasciò particolari tracce di sè fu allestita una sepoltura tanto sfarzosa, cerchiamo di immaginare cosa potesse essere la tomba, per esempio, di un Ramses II, che regnò per 62 anni dando una forte impronta alla storia egizia. Chi e quando l'avrà depredata, e dove saranno oggi quei tesori?
La visita del Museo Egizio si conclude con una nota decisamente stonata. Verso le 16,30, un quarto d'ora prima della chiusura, gli inservienti iniziano a lavare i pavimenti delle sale, costringendo di fatto i visitatori ad avviarsi verso l'uscita per evitare che il lavaggio comprenda anche le scarpe. Non posso che rivolgere una critica agli amici egiziani, fermo restando il principio che in casa propria ciascuno fa quello che crede meglio: possedete uno dei musei più importanti del mondo e fissate la chiusura alle 16,45, un museo che sarebbe sempre pieno anche se restasse aperto fino a mezzanotte, incrementando enormemente gli incassi. Fateci un pensierino…
Per quanto ci riguarda, abbiamo scontato le due ore dedicate ai laboratori di alabastro e di oreficeria, ma i programmi dei viaggi organizzati funzionano così.
Meno male che al momento di entrare in aeroporto mi sono fatto dare il biglietto da visita di Souraj, il corrispondente in loco dell'agenzia di viaggio; basso, traccagnotto, simpaticissimo, sorriso contagioso e occhietti furbi, mi ha assicurato che se torno al Cairo ci pensa lui a portarmi a visitare la città dei morti (uno, due, tre milioni di persone, nessuno lo sa, insediatisi nelle aree cimiteriali in disuso) e mille altri angoli nascosti della città estranei ai flussi turistici, quel miscuglio di umanità descritto stupendamente nei libri di Nagib Mahfuz.Di quella egiziana non ho fatto esperienza! Abbiamo mangiato sempre bene, però cucina italiana durante la crociera e internazionale nei tre giorni di soggiorno all'Hilton del Cairo.

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