Cercando un altro Egitto - 4. Tra i villaggi del Deserto Occidentale

in viaggio con leander in Egitto

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Cercando un altro Egitto - 4. Tra i villaggi del Deserto Occidentale

Ed eccomi per la terza volta in Egitto (quarta, se contiamo anche la puntata giornaliera dalla Giordania - Aqaba - all'isola dei Faraoni dello scorso novembre)!
Mantenendo lo stesso titolo generale del resoconto di viaggio in Medio Egitto del marzo-aprile 2006, riprendo il filo con la narrazione di un "altro Egitto" ancora più "altro".
Sono passati 16 mesi fra le due esperienze, ma mi sembra che esista idealmente un "continuum" fra due aree della Terra dei Faraoni accomunate dalla scarsissima frequentazione rispetto all'Egitto cosiddetto "classico" e alle località balneari del Mar Rosso.Ezbet Bashendi, Balat, El-Qasr... nomi di luoghi ignoti ai più, ma ricchi di infinita suggestioneEccoci, dunque, al tanto favoleggiato giro delle Oasi.
Sgombriamo subito il campo da un equivoco, quello cioè di configurarsi le oasi come gruppetti di casette in argilla in mezzo al deserto con il laghetto, il canneto, le palme, due cammelli e quattro beduini che guardano un tramonto da poster bevendo il tè e fumando il narghilé. Niente di tutto ciò invece: Kharga e Dakhla sono vere e proprie cittadine, in buona parte moderne, con decine di migliaia di abitanti, un po' più piccole e raccolte sono Farafra e Bahariya. Quella più caratteristica è senza dubbio Siwa, che è veramente un salto indietro nel tempo e solo da una quindicina d'anni raggiunta con un certo agio dalla carrozzabile che la collega a Marsa Matrouh sul Mediterraneo.
Va detto peraltro che minuscole oasi - spesso senza nome - di tanto in tanto si incontrano, macchie di vegetazione intorno a un laghetto che talvolta si rivelano all'improvviso dietro una curva, una duna o un'altura; e sono scoperte che lasciano senza parole e inducono a una sosta.
C'è però un aspetto che in una certa misura può ricordare l'oasi nel senso di piccolo abitato circondato dal deserto: è quello dei villaggetti che si incontrano lungo la strada, rimasti immutati nella struttura e nelle occupazioni degli abitanti, di solito pochi visto il parziale stato di abbandono in cui versano.
I tre più significativi si concentrano nel raggio di una trentina di chilometri all'intorno di Dakhla: essendo una realtà fortemente caratterizzata, è a questi che dedico questa breve parte del resoconto, impostando poi le successive sull'abituale falsariga del diario di viaggio "day by day".

EZBET BASHENDI
Provenendo, come noi, da est (Kharga), lo si incontra circa 30 km prima di Mut, capoluogo dell'oasi di Dakhla.
Le eminenze storiche e archeologiche del villaggio sono date da monumenti funerari di diverse epoche che, un po' come a Sheikh Abd El-Qurna nella Valle dei Re, sono incorporate fra le abitazioni in una curiosa comunanza fra vivi e morti. La principale è la tomba di Kitinos, un ricco proprietario terriero di origine greca del I secolo a.C. (il nome significa “melograno”), ricca di rilievi ben conservati raffiguranti le divinità del deserto Min, Seth e Shu. A breve distanza ne è ubicata un'altra di epoca romana, riutilizzata come sepoltura dello sceicco medievale Shaykh Bashendi (o Basha Hindi) e sormontata ora da una cupola islamica.
Ma la suggestione di Ezbet Bashendi (come del resto delle successive Balat e El-Qasr) sta nel tessuto abitativo. Una guida di viaggio lo definisce, alla pari di Balat, "un piccolo insediamento con un bellissimo centro storico in cui si fatica a trovare un angolo retto". E' proprio così: aggirandosi fra stradine, cortiletti, passaggi ad arco, sottopassi, gradinature, cunicoli, saliscendi, terrazze, ci si imbatte in una successione di linee senza spigoli, arrotondate, morbide, sinuose che possono richiamare - se pure in contesti del tutto differenti - le architetture di Gaudì.
A ciò si aggiunge un'edilizia fatta di mattoni di fango, qui e là impreziosita da decori geometrici o intonacature in bianco o in tinte pastello: ne risulta un insieme di colori caldi, con giochi di luci e ombre che rendono impagabile il piacere di perdersi in questo dedalo senza tempo.

BALAT
Non molto differente da Ezbet Bashendi si rivela Balat, che ne dista pochi chilometri sempre sulla via fra Kharga e Dakhla, ormai in prossimità di questa.
Anche qui domina il senso di pace e di silenzio, solo sporadicamente interrotto dal passaggio degli abitanti intenti alle loro semplici occupazioni o dall'incontro con donne e bambini che offrono un modesto ma piacevole artigianato ai rari visitatori stranieri, principalmente oggetti in vimini intrecciato. Qui la trattativa (sempre doverosa!) è discreta, pacata, senza la pressione fra venditori concorrenti a cui ogni turista è fatto segno a Gizah o Luxor.
Anche qui dominano le linee arrotondate. Alcune case hanno le facciate esterne incorniciate da merlature e molti muri sono istoriati con iscrizioni che testimoniano secoli di passaggi dei pellegrini diretti alla Mecca. Le porte d'ingresso sono spesso incassate in un androne e le finestre sono spesso limitate a (se pur spesso raffinate) feritoie: un espediente semplice ma efficace, insieme con lo spessore dei muri, per difendere le stanze dalla calura del deserto. La moschea, infine, è un esempio di sapienza edilizia: l'interno è scandito da massicce colonne in argilla e mattoni che formano un tutt'uno con il soffitto e si è conservato intatto nel tempo.
Dallo sguardo d'assieme che si ha da alcuni tetti (accessibili con la dovuta cautela tramite anguste scalinate), si apprezza la compattezza dell'impianto urbano, che sembra sorgere come un tutt'uno dal territorio circostante dal quale fu ricavato il materiale da costruzione.

EL-QASR
E' probabilmente il villaggio più caratteristico dell'oasi di Dakhla, situato una trentina di chilometri a ovest del capoluogo Mut. Si tratta di una cittadella medioevale risalente al X secolo caratterizzata, come Ezbet Bashendi e Balat, da viuzze anguste per lunghi tratti coperte da volte in travi di legno tagliate grossolanamente.
Noi ammiriamo il lato pittoresco del girare senza meta alla scoperta di scorci sempre nuovi, ma furono esigenze di ordine pratico a suggerire un impianto così labirintico: in tempi in cui erano all'ordine del giorno le scorrerie dei predoni, bastavano infatti pochi uomini e la tortuosità stessa della rete viaria ad opporre una valida resistenza agli invasori.
Fra i tre villaggi descritti, Al-Qasr è quello che registra il maggior (se pure esiguo) flusso turistico. Ciò ha prodotto un piccolo ma istruttivo museo Etnografico, un'iniziativa privata che illustra la ricostruzione degli ambienti tradizionali, e la presenza di alcuni abitanti che in cambio di un piccolo compenso fanno da guida: sono particolarmente utili in quanto provvisti delle chiavi di accesso alle case più interessanti e ai tetti da cui si gode il panorama, ma soprattutto per indicare le parti pericolanti da evitare o percorrere con attenzione.
Una peculiarità unica di Al-Qasr sta negli architravi in legno di acacia che sormontano numerose porte e recano scritto il nome del proprietario della casa, una data e un versetto del Corano. Si stima che ne esistano 54, di cui il più antico si reputa risalente all'anno 924.
La principale eminenza architettonica è la Moschea Nasr el-Din del XII secolo, il cui minareto conico alto 21 metri dà l'inconfondibile impronta al villaggio da qualunque parte lo si guardi; l'interno è essenziale ma suggestivo. Nelle vicinanze si trova la madrasa (scuola coranica) del X secolo: la sala di riunione, che fungeva sia da luogo di lettura che di preghiera, è in ottimo stato di conservazione, con gli archi a sesto acuto ben decorati. Era anche luogo in cui si esercitava la giustizia, tanto è vero che sopra la porta posteriore sporge una trave alla quale venivano impiccati i condannati.

Ed ora, via libera alle immagini, spesso più eloquenti di ogni descrizione! ;-)

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