Cercando un altro Egitto - 3. Le Piramidi ci guardano!

in viaggio con leander in Egitto

torna alla mappa
Cercando un altro Egitto - 3. Le Piramidi ci guardano!

"Piramidi" e "Faraoni" sono di gran lunga i termini più usati, dovunque si argomenti di Antico Egitto: titoli di libri, programmi di Tour Operators, trasmissioni televisive, articoli di riviste. Io stesso non sono sfuggito a questa routine tutt'altro che fantasiosa, titolando "Tutte le pietre del Faraone" la prima parte del mio resoconto e "Le Piramidi ci guardano!" quest'ultima.
Nella stragrande maggioranza del pubblico, le Piramidi d'Egitto sono tout-court le tre più famose, cioè quelle di Cheope, Chefren e Micerino che si stagliano sulla piana di Giza; solo quelle. La realtà è ben più complessa, sia per numero che per varietà di forme, materiali costituenti, datazione e stato di mantenimento di una quantità di piramidi sparse nel Medio Egitto, in specie su una fascia verticale di un centinaio di km ad ovest del Nilo e distante circa 20 dal fiume: sono reputate "minori" solo in quanto meno note, ma fondamentali per avere un quadro della loro evoluzione nel corso dei secoli.
Proprio l'approfondimento di questo tema sarà il carattere più peculiare degli ultimi giorni di questo viaggio e di questa terza parte del suo resoconto. Ricordiamo che la prima e la seconda sono disponibili su questo stesso sito, contraddistinte dal medesimo titolo.

QUALCHE CENNO SULLE PIRAMIDI
Senza la pretesa di essere esauriente (né è questa la sede per approfondimenti che possono essere reperiti su migliaia di libri e siti internet), riporto qualche sommaria nota esplicativa.
L'età delle Piramidi può essere collocata tra la III e la XIII dinastia, vale a dire tra il 2650 e il 1780 a.C.; dopo questo periodo, si pose fine alla costruzione di sepolture così imponenti e impegnative sotto l'aspetto del tempo, dei materiali, delle risorse umane e dei costi, orientandosi invece sulle tombe sotterranee di cui abbiamo mirabili esempi principalmente (ma non solo) nell'area di Tebe / Luxor.
Fin dalle ere predinastiche, la sepoltura più semplice fu la mastaba (termine arabo che sta per "panca"), cioè un pozzo funerario coperto da una struttura a parallelepipedo dal profilo leggermente trapezoidale.
Intorno al 2650 a.C., fu l'architetto Imhotep a costruire a Saqqara per Neterikhet (più noto come Zoser o Gioser) quella che può essere considerata la prima piramide: sovrapponendo a quella di base una serie di mastabe di perimetro via via minore, edificò una struttura a gradoni a simboleggiare l'ascensione celeste del Faraone tramite una scala protesa verso il cielo.
La piramide cosiddetta "classica" a facce lisce comparve con Snefru (o Snofru), primo Faraone della IV dinastia (circa 2560-2450 a.C.), che ebbe il suo culmine con le realizzazioni più spettacolari nella piana di Giza; all'epoca di Snefru risalgono anche le "aggiunte" della piramide satellite per la regina e del tempio in valle con la rampa processionale per unirlo al tempio funerario. Ma già da quella di Micerino, molto più piccola delle attigue di Cheope e Chefren, ha inizio la parabola discendente dell'età delle piramidi: il graduale indebolimento del potere regale, di pari passo con i mutamenti religiosi, politici, sociali ed economici, portano all'erezione di piramidi di dimensioni sempre più contenute nei successivi sette secoli, con utilizzo di materiali via via più poveri, fragili e mal rifiniti, tanto che di parecchie rimangono oggi solo cumuli di detriti la cui forma originaria si intuisce appena.
Nel corso del diario di viaggio riporterò qualche notizia specifica su quelle visitate.Famose o sconosciute, hanno caratterizzato una delle civiltà più straordinarieMercoledì 29 marzo 2006
La giornata odierna prevede un itinerario incentrato principalmente sull'OASI DEL FAIYUM, ubicata un centinaio di chilometri a sud-ovest del Cairo e raggiunta tramite le strade n. 20 o 22. Non si pensi però alla cartolina dell'oasi intesa come una valletta verde con quattro case in argilla, le palme e l'idilliaco laghetto: El-Faiyum è una vera e proprio provincia con due milioni di abitanti estesa per 1800 kmq, una depressione del deserto libico da millenni resa fertile dai periodici straripamenti del Bahr Yusuf, un canale derivato dal Nilo.
El-Faiyum fu a lungo un luogo di caccia in epoca faraonica, quando Crocodilopolis, centro del culto di Sobek (il dio dalla testa di coccodrillo), era la capitale della regione (XII dinastia); fu costruito un tempio in suo onore e all'epoca dei Tolomei e dei Romani giungevano pellegrini da ogni parte del mondo antico per dar da mangiare agli animali sacri, che nell'oasi pullulavano in grande quantità.
Il primo sito di sosta, un'ottantina di km. a sud del Cairo, è quello dell'antica città greco-romana di KARANIS, attualmente Kôm Oushim (ingresso 16 LE, circa 2,60 €).
L'itinerario di visita si sviluppa in una piana desertica nella quale sono individuabili il tempio settentrionale e quello meridionale, una necropoli e svariate abitazioni in mattoni di argilla. Le rovine e i reperti offrono un quadro istruttivo di quella che era una prospera comunità di agricoltori, artigiani, commercianti e carovanieri; aggirandosi per il complesso, ci si imbatte infatti in granai, forni e vasche per i bagni molto ben conservati, in qualche caso con resti di decorazioni. Una curiosità consiste in una sorta di "cippi" a cupola sparsi in quantità sul terreno: scavati all'interno (ma in origine pieni), servivano per la misura delle quantità di grano da pagare come tassa ai Romani, equivalendo ciascuno a circa 1500 Deben, unità di misura dei pesi equivalente a 91 grammi.
Kôm Oushim si trova a breve distanza dall'estremità est del LAGO QARUN, uno specchio d'acqua dall'elevata salinità lungo 50 km. e largo 12 che si estende a 45 metri sotto il livello del mare. Il lago è una meta classica di gite dal Cairo e la nostra sosta sulla sua riva per uno spuntino è l'occasione per socializzare, prima timidamente poi con sempre maggiore disinvoltura, da parte di alcune scolaresche che ben presto fanno a gara nel fare foto ricordo insieme con noi.
La meta successiva è il sito di Hauwara, non senza avere fatto una breve visita di Medinet el-Faiyum, cittadina di 300.000 abitanti che è capoluogo della provincia e offre l'attrattiva di alcune antiche ruote che trasportano con grandi pale l'acqua del Bahr Yusuf. Tipica della località è la produzione di oggetti in vimini.
HAUWARA, 8 km a sud-est della città, è il sito di un antico complesso templare (ingresso 30 LE) che fu di grande importanza nella XII dinastia: del poco che rimane, la maggior evidenza sta nella piramide in mattoni crudi di Amenhemat III che, benché oggi ci appaia come una cupola arrotondata da millenni di erosione, è considerata l'ultima delle cosiddette "grandi", in origine alta 58 metri con il lato di 106. Quasi indecifrabile è invece, solo grazie a frammenti di colonne in granito sparsi sul terreno, il tempio di 60.000 mq., dai Greci definito Labirinto e descritto da Erodoto come una delle meraviglie del mondo antico, con 3000 sale, porticati e cortili di grande bellezza.
Un valore aggiunto alla suggestione decadente di questo luogo consiste nella concomitanza dell'eclissi di sole: anche se qui non è totale, la copertura di oltre l'80% ci regala una grande emozione.
Lasciata Hauwara, percorriamo una decina di chilometri in direzione sud-est attraversando villaggi brulicanti di vita, con i piccoli commerci, i carretti traballanti tirati da asinelli, le bottegucce e le bancarelle dove si vende di tutto, la sede stradale popolata di gente che chiacchiera, donne con i carichi della spesa, bambini, caprette, veicoli variopinti e squinternati. Prossima meta è EL-LAHUN (ingresso al sito 30 LE), luogo in cui Sesostri II (o Senusert II, come recita il cartello in loco, circa 1890 a.C.), fece edificare la propria piramide, la cui tecnica costruttiva è del tutto particolare: furono approntati grossi blocchi calcarei a raggiera dal centro verso l'esterno e gli interstizi fra uno e l'altro colmati con piccoli mattoni crudi prima di ricoprire il tutto con lastre in calcare. Di queste ultime rimangono solo i detriti alla base, ma girando attorno alla piramide (anch'essa molto erosa) risultano evidenti i particolari della curiosa struttura; il complesso è completato da una serie di piccole mastabe lungo i lati e dalle rovine della piramide della regina.
Manca ora, circa 30 km. a nord di el-Lahun, solo un sito alla conclusione dell'itinerario odierno ed è probabilmente la piramide che oggi si presenta con le forme più singolari: già da lontano si scorge la sagoma - più simile a una torre - della piramide di Huni e Snefru a MEYDUM (accesso 30 L.E.). Al riguardo, non sono ancora del tutto chiarite le successive fasi di costruzione, che secondo una teoria sarebbero tre: fu Huni, ultimo Faraone della III dinastia (circa 2580 a.C.) a far erigere una struttura a sette gradoni, poi sopraelevata con un ottavo livello, mentre il successore Snefru (o Snofru, padre di Cheope) fece colmare gli spazi tra i gradoni con lastre calcaree dando luogo a una piramide vera e propria. Quest'ultimo rivestimento si sarebbe però rivelato instabile scivolando sugli strati sottostanti e formando l'ammasso di detriti alla base. Secondo un'altra teoria, semplicemente la piramide di Meydum rimase incompiuta e i detriti non sono altro che i residui dello smontaggio delle rampe usate durante la costruzione.
Quale che sia la realtà storica, l'edificio è tra i più affascinanti dell'Antico Egitto. Dopo il giro all'intorno, completiamo la visita con la discesa nella camera sepolcrale: si risalgono dapprima i detriti fino all'ingresso ubicato a 18 metri di altezza, poi si discende lungo un corridoio alto 1,55 per raggiungere infine la camera situata a 58 metri di profondità.
La piramide di Meydum era parte di una vasta necropoli, dalla quale provengono alcuni dei più pregevoli reperti del Museo del Cairo: lo splendido dipinto delle oche (appunto le famose "oche di Meydum") dalla tomba del principe Nefermaat e le mirabili statue in calcare colorato del principe Rahotep e della sua sposa Nofret.
Non rimane che rientrare nella capitale, dove, in attesa dell'ora di cena, abbiamo il tempo per una passeggiata nei dintorni dell'hotel. Con l'aiuto indispensabile di un poliziotto per attraversare indenni il trafficatissimo Viale delle Piramidi, ci rechiamo in un sedicente centro commerciale, che si rivela però deludente: tre piani di pacchianerie assortite prive però dell'impronta pittoresca del mercato popolare. Insomma, tranquillamente evitabile.

Giovedì 30 marzo 2006
Oggi ci dividiamo in due gruppi. Essendo la maggior parte dei componenti già stata altre volte in Egitto, il programma "ufficiale" prevede la visita dei siti - disertati dalla maggior parte dei viaggi organizzati - del Delta del Nilo, cioè Tanis e Bubastis.
Io mi unisco, pur non essendolo, al gruppetto dei "neofiti" che si recano a Giza e al Museo Egizio; infatti nel mio precedente viaggio del 2000 una guida frettolosa e abulica non ce li fece apprezzare al meglio e mi riproposi di tornarci. E' finalmente arrivato il momento di rimediare e, come vedremo, sarà tutta un'altra cosa!
Grazie all'organizzazione di Migo, il referente dell'agenzia locale, avremo a disposizione per l'intera giornata un pullmino con autista e guida parlante italiano. Come già detto, la PIANA DI GIZA è a breve distanza dal Zoser Partner Hotel, cosicchè è da lì che iniziamo le visite poco dopo le 8, in modo di anticipare l'orda dei pullman dei vacanzieri chiassosi.
Detto che l'ingresso al sito costa 40 LE comprensive dell'entrata in una delle piramidi aperte a rotazione (oggi è quella di Chefren, ma un black-out elettrico di alcune ore ce la preclude), mi asterrò da descrizioni minuziose di monumenti che sono tra i più famosi nella Storia dell'Umanità: per documentarsi non c'è che da scegliere tra i milioni di pagine di libri e siti internet. A chi abbia però, come noi, parecchio tempo a disposizione, raccomando l'istruttiva passeggiata di meno di un'ora che parte dal dosso panoramico con vista sulle tre piramidi allineate (vi vengono condotti per la foto di rito tutti i turisti dei gruppi organizzati) e seguendo il crinale in direzione est ammirare le prospettive in continuo mutamento: si comprenderà anche che le piramidi di Giza sono in realtà nove, le tre principali e le tre+tre secondarie a fianco di quelle di Cheope e Micerino.
Al di là della soddisfazione di scenari mozzafiato da contemplare in tutta tranquillità, si evita anche l'impatto con la "corte dei miracoli" di venditori, cammellieri, pitocchi, sedicenti procacciatori di servizi, sfaccendati che nei pressi delle piramidi può essere pressante al punto di non riuscire a scattare una fotografia in santa pace.
Oltre le Piramidi e la Sfinge, assolutamente da non perdere è il Museo della Barca Solare (ingresso 35 LE, vengono fornite delle soprascarpe in panno prima di entrare): ubicato ai piedi del fianco sud della piramide di Cheope, è una struttura moderna che è un po' un pugno nell'occhio nel contesto circostante, ma fu scelto di costruirlo esattamente a copertura della fossa in cui nel 1954 fu scoperta la barca, smontata in 1224 pezzi. Oggi la fossa è visibile al livello inferiore ed è uno spazio rettangolare coperto da una quarantina di blocchi calcarei pesanti circa 20 tonnellate ciascuno; al piano superiore, circondata da un camminamento che la rende visibile a 360 gradi, è situata la barca, che fu ricostruita nel 1968 e si presenta in straordinario stato di conservazione nonostante la rispettabile età di 4500 anni. Le sue misure sono di 43,4 metri di lunghezza per 5,6 di larghezza.
Gli innumerevoli studi non hanno del tutto chiarito i misteri che circondano la Barca Solare, se ad esempio abbia mai navigato, se sia stata usata per il trasporto del corpo di Cheope dopo la morte o invece abbia avuto solo un significato rituale come parte del corredo funerario del Faraone defunto. Accontentiamoci dell'ammirazione per questo reperto, una delle meraviglie alle quali nessun viaggiatore in Egitto dovrebbe rinunciare.
Un'ultima curiosità: esiste a breve distanza un'altra fossa nella quale, grazie a indagini effettuate nel 1987 con una speciale sonda fotografica a cura della National Geographic Society, si è scoperta l'esistenza di una barca analoga, ragione per cui si è deciso di non aprire la fossa.
Lasciata Giza, dedichiamo l'intero pomeriggio alla visita del MUSEO EGIZIO del Cairo (ingresso 40 LE), che riesco a gustare molto meglio di sei anni fa, anche grazie all'orario che dalle 16 è stato protratto fino alle 18. Non starò a dilungarmi in entusiasmi, del resto anche in questo caso esiste un'infinita documentazione sotto forma di libri e siti internet. Nonostante l'esposizione sia di concezione vecchia, i pezzi siano spesso poco valorizzati dalla grande quantità in piccoli spazi, l'illuminazione lasci molto a desiderare, le indicazioni siano spesso carenti, i cartellini piccoli e mal posizionati, la polvere non sia tolta frequentemente, il Museo rimane imperdibile. Anzi, proprio in questi tocchi di decadenza sta parte del suo fascino, visto che l'allestimento è praticamente immutato da quello del 1902, anno dell'apertura dell'edificio che ne è l'attuale sede.
Un'ultima avvertenza. Nel sito ufficiale (vedi links in calce) sono riportati i prezzi per l'introduzione di macchine fotografiche e videocamere, ma è un'informazione non aggiornata: attualmente (30 marzo 2006) non è ammessa alcuna ripresa, anzi gli apparecchi devono essere lasciati in un deposito nel cortile d'ingresso.

Nel frattempo, gli altri componenti del gruppo si recano a visitare le località archeologiche del Delta del Nilo. Per completezza del resoconto, inserisco qui il contributo di Graziella (che ringrazio) con la relativa descrizione.
Arriviamo a TANIS dopo circa due ore e mezza di viaggio attraversando il governatorato di Ismailia lungo il canale omonimo che arriva fino al canale di Suez.
Tanis sorge su una vasta ed arida pianura, fu il capoluogo del quattordicesimo nomo e divenne capitale d’Egitto nel corso della XXI e XXII dinastia. In passato fu erroneamente identificata con Pi-Ramesse, la capitale fondata da Ramesse II, e con Avaris, capitale degli Hyksos.
Due cinte murarie in mattoni crudi racchiudono un campo di rovine dove si trovano blocchi decorati, frammenti di statue e di colossi di Ramesse II, obelischi abbattuti. L’edificio principale è il grande tempio di Amon, oramai solamente un mucchio di blocchi di granito.
Interessantissima è la necropoli reale, che ha dato le uniche sepolture intatte oltre a quella di Tutankhamon. Si tratta di una serie di camere decorate con rilievi ed iscrizioni, costruite con materiali di reimpiego, utilizzate anche come deposito di mummie provenienti da altre tombe. Visitiamo le interessanti tombe di Psusenne I, Osorkon II, Sheshonq III; la scarsa illuminazione ci impedisce purtroppo di ammirare come si dovrebbe le pitture parietali. I preziosi sarcofagi in argento, le maschere d’oro ed i gioielli sono ora conservati al Museo del Cairo.
Il sito è poco visitato dai turisti e, forse per questa ragione, poco curato. Intorno alle tombe reali, abbondano sacchetti di plastica, carta, lattine, che con un semplice rastrello ed un po’ di buona volontà si potrebbero togliere in poco tempo. Un vero peccato.
Da Tanis ci dirigiamo verso Ez-Zaqaziq nelle vicinanze della quale si trovano le rovine di Tell Basta - BUBASTIS, città sacra alla dea gatta Bastet (Per-Bastet, casa della dea Bastet, per gli antichi egizi). Fu anch’essa capitale d’Egitto durante la XXII dinastia.
Sono state rinvenute vaste necropoli di animali sacri, specialmente gatti, e molte belle statue della dea, ora raccolte in vari musei.
Purtroppo ciò che riusciamo a vedere noi è deludente: solamente un campo pieno di rovine, “piere vecie” avrebbe detto mio fratello. Ci mettiamo alla ricerca di un’immagine della dea gatta e riusciamo a trovare solamente qualche incisione che la raffigura come donna con testa di gatta, nessuna rappresentazione della dea nelle sembianze dell’animale sacro. Almeno una statua della dea in sembianza di gatta avrebbero potuto lasciarla tra i resti della città ad essa dedicata; chi arriva fino a qui si aspetta di poterla ammirare!
Un piccolo museo all’aperto con piccole statue e blocchi incisi non riesce a rendere più interessante il luogo.


Venerdì 31 marzo 2006
La giornata odierna è l'ultima di questo memorabile viaggio e servirà a completare un quadro abbastanza esauriente delle varie fasi dell'Era delle Piramidi. Perlomeno, nei limiti di quelli che oggi sono i siti accessibili.
Gli attuali luoghi di visita sono concentrati in un'area non molto estesa situata una trentina di chilometri a sud-ovest della capitale.
La prima meta è DAHSHUR, un sito aperto al pubblico da appena una decina d'anni (ingresso 20 LE) che ha le sue maggiori eminenze nelle due piramidi fatte erigere da Snefru (o Snofru), padre di Cheope e iniziatore della IV dinastia. Fu evidentemente un Faraone portato a fare le cose in grande, avendo anche messo mano - come già visto - alla piramide di Huni a Meydum: a Dahshur ne fece costruire altre due, anche se il motivo non è ben chiaro né è del tutto accertato in quale sequenza.
Provenendo noi da nord, ci imbattiamo per prima nella "piramide rossa", così detta per il colore del calcare, anche se in origine era ricoperta da lastre di calcare bianco di Tura che le valsero la denominazione di "piramide splendente": può essere considerata la prima piramide "vera" eretta in Egitto e, con un'altezza di 104 metri e i lati di 220, è inferiore per dimensioni solo a quella di Cheope. Sul lato orientale si notano le rovine del tempio funerario, tra le quali è stato recentemente collocato su un piedistallo, dopo un accurato restauro, il bellissimo "pyramidion", cioè la punta sommitale della piramide.
Un paio di km. a sud della precedente, e come essa raggiunta lungo una pista ben battuta nel deserto, sorge la piramide nota come "romboidale"; la definizione è però impropria, essendo il romboide una figura piana e non solida, ed è più corretta quella di "piramide a doppia pendenza". Si nota infatti che l'angolo di pendenza è molto pronunciato fino a quasi due terzi dell'altezza (54°27') per poi attenuarsi fino al vertice, una modifica attuata dagli architetti probabilmente a causa di sopravvenuti cedimenti strutturali di un progetto iniziale troppo ardito. Il fatto che la pendenza della parte sommitale (43°22') sia esattamente la stessa della piramide rossa fa pensare che quella sia cronologicamente successiva a questa, ritenuta mal riuscita.
Per concludere la visita dell'area di Dahshur, manca solo la "piramide nera" di Amenemhat III, il cui accesso è il più delle volte condizionato dagli umori della scorta armata (non l'ho rammentato, ma continua ad essere obbligatoria, così come nei siti del Medio Egitto descritti nella precedente parte del resoconto). Al frequente divieto vengono addotte motivazioni pretestuose che camuffano l'unica vera, cioè che, non essendoci una pista carrozzabile, i soldatini non hanno voglia di coprire a piedi un chilometro e mezzo A/R tra le dune. Ancora meno voglia abbiamo noi di sganciare a torto e peccato l'ennesimo bakhshish, così non ci resta che l'azione "da ladri": le due jeep sono parcheggiate sul lato ovest della piramide "romboidale", cosicché ci portiamo con noncuranza su quello est e, ingranato un passo bersaglieresco, raggiungiamo in una quindicina di minuti l'ambita meta.
La "piramide nera" deve il suo nome ai materiali scuri, in particolare limo del Nilo mescolato a paglia, di cui sono costituiti i mattoni crudi utilizzati; l'attuale forma, bizzarra e inconfondibile già da lontano, richiama ben poco i caratteri della piramide, essendo una massa irregolarmente erosa sul sommo di una collinetta di detriti e giocattolo preferito di bambini che si inerpicano sulle pendici e tra gli anfratti dei mattoni. La piramide non fu mai impiegata come sepoltura, dato che il suo committente Amenhemat III fu inumato in quella che fece costruire ad Hauwara (visitata due giorni fa).
Torniamo, serafici come angioletti, al pullmino: i militari della scorta non si sono accorti di niente. O forse sì, ma hanno preferito lavarsene le mani e sonnecchiare all'ombra delle jeep anziché farsi una sudata nelle loro divise di fustagno grezzo…
Pochi minuti di pullmino ed eccoci ad ABU SIR, sito in cui si fecero costruire la loro piramide diversi Faraoni della V dinastia (circa 2450-2320 a.C.). Architettonicamente, il periodo è caratterizzato da due grandi novità, di cui la principale è la comparsa del tempio solare a sottolineare l'unione del sovrano con la divinità; l'altra sta nelle dimensioni molto ridotte delle piramidi, con utilizzo di materiali poveri e limitazione di risorse e di maestranze.
Di grande importanza come testimonianza del culto del Sole è il tempio solare di Niuserra (2440-2429 a. C.) in località ABU GHURAB. Del complesso, sono a tutt'oggi ben individuabili le varie parti; purtroppo restano solo macerie dell'obelisco, l'elemento più importante del tempio che simboleggiava il benben, la pietra su cui il sole posò i suoi raggi nel momento della creazione del mondo. Nel cortile sottostante, nel quale avveniva la macellazione degli animali per i sacrifici, è ottimamente conservato lo splendido altare sacrificale in alabastro di sei metri di lato, così come in alabastro e altrettanto in buon stato sono allineati una decina di catini destinati a raccogliere il sangue degli animali uccisi.
Il sito di Abu Sir propriamente detto è raggiunto con una passeggiata a piedi nel deserto, questa volta con doppia scorta, quella militare e quella del solito codazzo di bambini curiosi. Si tratta principalmente di tre piramidi dedicate (da nord a sud) a Sahura, Niuserra e Neferirkara, in origine alte rispettivamente 48, 51 e 70 metri e oggi ridotte tra i 36 e i 50, molro levigate dall'erosione; ne esistono anche una quarta e una quinta, quella di Neferefra, incompiuta e quasi del tutto spianata, e nei pressi i resti di quella di Khentkawes, figlia di Micerino e madre di Sahura e Neferirkara.
La parte meglio conservata dell'intera area è il tempio funerario di Sahura, del quale si apprezzano ancora la rampa processionale, architravi con i cartigli, un grosso frammento di soffitto con stelle in rilievo e due belle colonne palmiformi ancora in piedi. Tra le piramidi di Sahura e di Niuserra è di elevato interesse la grande mastaba di Ptah-shespes, un dignitario della corte di Sahura, in corso di restauro a cura dell'Università di Praga e da poco aperta alla visita: il complesso comprende un portico con colonne in forma di loto, un ampio cortile scandito da pilastri con rilievi, la camera sepolcrale che custodisce tuttora il sarcofago in granito del defunto e due fosse probabilmente destinate ad accogliere barche solari.
Il caso vuole che la conclusione "ufficiale" del nostro programma di viaggio coincida con un "fuori programma" del tutto inatteso: già dal nostro arrivo ad Abu Sir grossi nuvoloni si erano addensati nel cielo, ma non ci aspettavamo che l'esito potesse essere una tempesta di sabbia! Dopo esserci protetti con tutte le coperture disponibili, troviamo riparo tra le rovine del tempio di Sahura e per fortuna grazie un giro di telefonate sui cellulari il pullmino ci raggiunge tramite la strada che porta a un vicino resort turistico risparmiandoci la camminata a ritroso.
Rientrati in hotel, riempiamo il tempo che manca all'ora di cena con una passeggiata nelle vicinanze. Ci infiliamo in una stradina sterrata perpendicolare al Viale delle Piramidi e in poche decine di metri sembra di essere entrati in un altro mondo: bottegucce, bancarelle, capannelli di gente che chiacchiera, flash di vita di quotidiana. Era proprio quello che ci mancava e mettiamo in atto (tanto è l'ultimo giorno, dovremmo ormai avere elaborato gli anticorpi!) alcuni di quei comportamenti che le guide turistiche definiscono "a rischio": sbocconcelliamo un paio di focaccette prelevate da un carretto polveroso, poi una manciata di pomodorini da una bancarella, infine entriamo in una friggitoria dove, in attesa che spadellino delle patate fritte, sgranocchiamo un po' di fave che due inservienti stanno spellando.
Che goduria! Non è che, come qualcuno fa notare, i rischi "veri" si corrano con i menù a buffet dei grandi hotel dove non sapremo mai quanti ricicli hanno avuto le vivande?

1° aprile 2006
Giornata senza storia, o meglio con la storia già definita e un po' malinconica di tutti i ritorni. Trasferimento in aeroporto, ultimi acquisti per liberarci delle ultime Lire, volo Il Cairo - Malpensa, saluti finali e scioglimento del gruppo.
Saluti che rinnovo qui a tutti (non faccio nomi, ma con tutti intendo proprio tutti!), con l'auspicio di ritrovarci. Le premesse ci sono, visto il fitto scambio di e-mail e di fotografie che è cominciato da subito!

Lascia un commento
Per inviare commenti è necessaria la registrazione
Vai alla pagina di registrazione
Seguici su Facebook