Da Monaco a Copenaghen

in viaggio con mony_sloth in Danimarca , Germania

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Da Monaco a Copenaghen

Zaino in spalla, pochi vestiti, molti libri per occupare le ore di treno e di autobus necessarie a percorrere più di 2600 km attraverso la Germania dell'ovest in 14 giorni. Meta finale: Copenaghen, città che sogno da anni. Tre le parole chiave: architettura, parchi e birra. Le notti in ostello hanno ridotto al minimo i costi.
Partiamo con la DB Bahn da Verona alle 9 e, a causa di lavori sulla linea ferroviaria, arriviamo a Monaco di Baviera dopo più di 8 ore, due cambi di treno e un tratto di autobus.
Decidiamo di fare subito una passeggiata nel centro città, ma siamo letteralmente sommersi da un fiume di gente che ci spinge, obbligandoci a camminare senza poterci fermare per fotogafare il Rathaus, ossia il palazzo del municipio. È sabato, ci sono molti turisti ed imbarazzanti addii al celibato in corso, ma noi siamo troppo stanchi per questo caos, per cui preferimo cercare maggiore quiete nei parchi cittadini camminando per le vie secondarie. Giungiamo così all'Englischer Garten, un parco grande, ricco di prati, alberi e specchi d'acqua: un'oasi di tranquillità a due passi dal caos del centro. Casualmente ci imbattiamo nello sport cittadino: dei pazzi con una muta cavalcano con una tavola da surf le onde che si creano in un punto di un canale artificiale dall'acqua freddissima. Sento freddo solo guardandoli, ma loro sono contenti così, vorrebbero che questo sport diventase disciplina olimpica! Per cenare decidiamo di andare in un Biergarten che la Lonley Planet definisce "alternativo", senza gente ubriaca che urla, con eventi culturali e musica dal vivo: il Muffatwerk, in via ZellStrasse. Un posto accogliente, lungo il fiume, a fianco dei "Bagni Muller", i primi bagni pubblici di Monaco, dall'intonaco giallo e le linee lberty, costruiti negli ultimi anni del 1800. Noi non abbiamo approfittato dell'occasione, ma sarebbe valsa la pena di vedere le cupole, le volte e gli stucchi che coprono le piscine. La fame ha vinto sulla curiosità e così ci siam trovati a mangiare un'improbabile insalata con anguria, melone, lenticchie, zucchine, carote, rape e anacardi annaffiata d'aceto, accompagnata però con una sublime birra d'estate dell'HB. Torniamo al nostro Ostello, che ho scelto per l'area comune: una corte interna dal soffitto di vetro, con le amache, le chaise longue, un albero vero e tante lanterne di carta. Peccato che l'ostello sia invaso da diciottenni che si stanno godendo il sabato sera e, per la prima volta nella mia vita, mi chiedo se non stia diventando troppo vecchia per stare in un ostello.
Il giorno seguente andiamo nella zona dei musei: due giovani artisti stanno intrecciando fili di plastica creando enormi balle di "fieno" colorato nei giardini antistanti i musei.
Decidiamo di visitarne uno solo, la Pinakothek der Moderne, il più grande museo tedesco dedicato all'arte contemporanea, all'architettura e al design. La struttura già da sola vale la visita, in più all'interno abbiamo potuto vedere da vicino famosissimi oggetti di design, come le sedie di Le Courbusier e Ritveld, i primissimi computer Apple e Ibm, le stampanti e le macchine da scrivere Olivetti, automobili, moto, radio, ceramiche e un'infinità di altri oggetti. Inoltre c'erano un piano dedicato all'architettura e uno alle opere d'arte di Kirchner e di altri artisti contemporanei. All'uscita ci siamo diretti in zona universitaria per mangiare e abbiamo trovato un posto molto carino, arredato con cassette di legno, sedie colorate e Strandkorb (le sedie a sdraio tipiche del mare del nord), buon cibo e  buoni prezzi: il Kistenpfennig, la "panetteria delle famiglie", dove abbiamo divorato un cous cous, delle patate farcite e una torta vegetariana buonissimi. Il tramonto ce lo siamo goduti sdraiati sulle "balle di fieno" di fronte al museo d'arte moderna, circondati da decine di tedeschi che facevano lo stesso, chiacchierando in relax.
La sera alle 22.30 abbiamo preso un bus della Flixbus per andare a Colonia, abbiamo viaggiato di notte, sedili confortevoli e dei prezzi concorrenziali con i treni: solo 16 euro per un viaggio di otto ore. Siamo arrivati a Colonia la mattina alle 5. Impagabile l'emozione più forte della vacanza: uscire dalla stazione all'alba e vedere stagliarsi sulla piazza semideserta le guglie della cattedrale gotica, patrimonio del’Unesco e simbolo della città, scampata miracolosamente ai bombardamenti degli alleati. Per fare il checkin abbiamo dovuto aspettare le 11 ma abbiamo potuto posare gli zaini allo Station Hostel, un ostello vecchia maniera, in cui abbiamo trovato persone di ogni età e un'atmosfera tranquilla. Qui abbiamo dormito 4 notti. Colonia ci è piaciuta subito: è una città a misura d'uomo, con un bel fiume che la taglia in due. La prima tappa è stata il Kolumba Museum di Zumthor, un'opera architettonica di grande effetto, in cui passato e presente, pieni e vuoti, luci e ombre creano un'atmosfera sospesa. Un'opera da non perdere. Un altro bel museo di Colonia è il Ludwig, in cui abbiamo visto opere di artisti famosissimi, come Worhol, Lichtenstein e Fontana. Anche qui siamo andati in zona universitaria: il campus si estende alle porte di un grande parco cittadino e molti sono gli studenti seduti nei prati nonostante il periodo vacanziero. In questa zona abbiamo mangiato dei falafel fantastici, fatti a  mano al momento, una rarità in Italia. Siamo tornati anche in seguito di sera in questa zona e abbiamo scovato un localino fantastico, di stile francese, in cui cucinano crepe farcite con qualunque ingrediente immaginabile, accompagnate dalla Kolsch, la birra cittadina, una chiara ad alta fermentazione, molto frizzante, che va bevuta fredda, in bicchierini stretti e lunghi da 20cl. Tenendo come base d'appoggio Colonia, abbiamo fatto gite da una giornata ad Acquisgrana e nell'area della Ruhr. Aquisgrana o Aachen è famosa per la sua cattedrale, patrimonio dell'Unesco, in cui sono stati incoronati numerosi regnanti, primo fra tutti Carlo Magno; la cupola che sovrasta la chiesa, i muri e le volte sono ricoperte da mosaici dalle tessere dorate che lasciano a  bocca aperta. Il Rathaus è molto bello: ha tantissime finestre e domina una piazza in cui abbiamo assistito ad una perfomance teatrale molto divertente. In area universitaria abbiamo percorso una via piena di bar e locali per pranzare con pochi euro. Siamo entrati in una friggitoria per mangiare le pommes frites: Acquisgrana è vicinissima al confine con Francia e Belgio, non potevamo perdere l’occasione. La varietà di salse e ingredienti con cui accompagnare le patatine fritte è da capogiro e la sensazione è che riescano a friggere qualunque cosa. Finiamo il giro ammirando le due belle porte medievali e l’Elisenbrunnen, un’edificio neoclassico simbolo della città e del parco termale, nei pressi della quale è pungente l’odore di zolfo.
L’altro viaggio giornaliero che abbiamo fatto, ci ha portato ad Essen, nel bacino della Ruhr, un’area che in passato è stata fondamentale per l’industria pesante tedesca e che oggi viene rivalutata portando l’arte e la cultura all’interno di fabbriche ed elementi industriali abbandonati per anni, arrivando perfino a creare un vero e proprio “percorso culturale dell’industria” di 400km che unisce tutti questi punti. La scelta è stata difficile, ma alla fine abbiamo deciso per il complesso industriale e minerario Zeche Zollverein, anch’esso patrimonio dell’Unesco, il cui fascino ci ha conquistato: fabbriche in mattoncini rossi e ferro, carriponte enormi, nastri trasportatori sospesi, vasche d’acqua, file di ciminiere. Una vera cattedrale industriale, che si snoda all’interno di un bel parco, con percorsi pedonali e ciclabili ricavati all’interno dei binari destinati in passato ai vagoni; nell’allora cava di estrazione, oggi vi sono sculture, qua e là si trovano bar e ristoranti, e persino una piscina e una ruota panoramica, che non abbiamo potuto sfruttare a causa della pioggia e del freddo, maltempo che ha però contribuito a creare un’atmosfera ancora più surreale. Molte mostre sono allestite nei vari edifici: imperdibile per me la collezione del Reddot Design Awards, un’insieme di oggetti premiati per la qualità del design, disposti tra le scale di ferro, le fucine, gli argani;  il passato e il presente qui si danno continuamente il cambio, l’esperienza è molto coinvolgente. Nell’edificio principale, invece, una mostra fotografica testimonia le dure condizioni di lavoro e di vita degli operai nei decenni passati; una sezione è dedicata anche agli immigrati italiani, ritratti durante le cerimonie con le statue dei santi. Questo museo è un vero accrocchio di tutto ciò che riguarda questa zona: pietre minerarie, tronchi d’alberi, animali imbalsamati, un mammuth (!), oggetti appartenuti ai migranti e un’area dedicata a video, giornali e packaging del secolo scorso. Nel complesso è davvero un’esperienza da fare ed evitando la settimana di ferragosto, in cui non vi sono eventi, si può forse anche godere di un concerto o, andando nel giusto periodo, della biennale d’arte lì ospitata.
Il giorno di ferragosto lasciamo Colonia per raggiungere Amburgo. Viaggiamo in autobus, ancora con la Flixbus. Quando mancano 15 minuti alla partenza scopriamo che a Colonia esistono 2 stazioni di patenza per questa compagnia e noi ovviamente siamo a quella sbagliata. Al volo prendiamo un taxi, la guidatrice è molto carina e mentre ci porta di corsa alla giusta fermata ci conferma che è la prima volta che fa così freddo ad agosto a Colonia e che fino alla settimana precedente al nostro arrivo splendva il sole. Per fortuna riusciamo a prendere il bus e durante le 8 ore di viaggio, l’autista accende anche il riscaldamento. Il tempo è pessimo, la pioggia battente. Dei lavori in autostrada ci obbligano a passare da dei paesini fatti di case a graticcio. Per il resto sono panorami piatti, pecore, mucche e pale eoliche.
Ad Amburgo ci aspetta un’amica che vive lì da 6 mesi e che ci ospita gentilmente a casa sua. Abbiamo così il piacere di fare una doccia con calma e di farci portare in giro per la città. Prima tappa Hafencity, la zona del porto da poco ristrutturata: a recuperi di vecchi edifici del porto ben riusciti si alternano orrori di pura speculazione edilizia. Per caso arriviamo allo Sprinkenhof, un’edificio enorme in stile Epressionista, dai mattoni scuri, il primo contenente uffici ad Amburgo. Per cena mangiamo un kumpir nello Schanze, un quartiere pieno di locali. Il kumpir è una patata gigante farcita di formaggio e ingredienti a scelta, con 2 euro si fa un cena gustosa, che ancora desideriamo a distanza di mesi. La birra della città è l’Astra, di certo non è il sapore a farla amare così tanto, ma ci piace seguire i modi locali e ce la beviamo anche noi. Il secondo giorno decidiamo di camminare per il giardino botanico in zona St. Pauli: un’area dal verde curato, piena di bambini e attività per famiglie; arriviamo fino alle serre, dove abbiamo il piacere di camminare tra piante tropicali e cactus e di farci una foto a fianco di un’aloe di 2 metri. Quindi ci spostiamo al Fischmarkt, il mercato del pesce, tappa fissa per chi sta in giro tutta notte per gustarsi spuntini a poco prezzo alle prime ore dell’alba. Noi le notti d’Amburgo non le abbiamo vissute, non abbiamo visto il quartiere a luci rosse nè i club: il peso dei giorni di viaggio si fa sentire e l’idea di stare un po’ in casa prima di ributtarci negli ostelli ci impigrisce.
Decidiamo di dedicare una giornata a Lubecca, città della Lega Anseatica oggi patrimonio dell’Unesco a un’ora di treno da Amburgo. E per fortuna... è stata la città che più mi è piaciuta. Sarà per il mio feticcio per i mattoncini rossi, per il suo sorgere su un’isola, le stradine piccole, i muri storti, la cheesecake più buona mai mangiata: io andrei a vivere in questa cittadina. Camminando per Lubecca ammiriamo il Rathaus, la piazza del mercato, la casa dei Buddenbrock, la bella cattedrale gotica St. Marien, dai soffitti altissimi dipinti con motivi floreali; in una chiesa ci colpisce una scalinata che porta all’organo tutta intagliata nel legno, in un’altra la vetrata con motivo astrattista: in questo viaggio spesso sono rimasta affascinata dall’arte moderna nelle chiese, in particolare proprio dai motivi delle vetrate, così audaci e lontani da quelli classici che ho visto in Italia. Muovendoci in modo casuale per le vie scopriamo dei vicoletti privati, dai giardini fioriti e curati, su cui si affcciano le case una volta appartenute agli artigiani e ai manovali e oggi oasi di pace senza tempo. Ed eccomi a parlare della buonissima torta che abbiamo mangiato, accompagnata da una tisana presso il Kaffeewerk by Schalevet, un locale ben arredato in stile nordico, con fiori, tessuti a pois e candeline.
L’ultima sera ad Amburgo passiamo dal quartere di Altona, anche qui locali e molti giovani in giro, ceniamo con un altro kumpir, dopo aver fatto un aperitivo bevendo una birra prodotta da un microbirrificio di quartiere molto buona. Andiamo a letto presto, alle 7 infatti parte il treno per Sylt, un’isola delle Frisone settentrionali, al confine con la Danimarca. Questa tappa avrebbe dovuto essere la mia giornata di mare, spiaggia bianca, costume da bagno e Strandkorb. Invece ha piovuto tutto il giorno, il vento del nord non ha mai smesso di soffiare, al mio compagno si sono rotte le scarpe e ovviamente non c’erano negozi di scarpe aperti nei dintorni. Del resto ho prenotato nell’ostello più isolato che ho trovato, ad Hornum, a sud: tanta sabbia, case dal tetto in paglia e romantici cieli immensi stellati nella mia fantasia, hanno lasciato il posto alla realtà di un agosto anomalo, ma non ci siamo scoraggiati e tolte le scarpe e indossate le giacche a vento abbiamo camminato per chilometri sulla spiaggia; per fortuna la pioggia ci ha dato tregua nei pressi del faro, vicino ad un baracchino in cui abbiamo comprato patatine fritte e una bottiglia di birra che ho bevuto seduta nelle mie amate Strandkorb. Il giorno seguente, dopo la colazione siamo ripartiti, raffreddati, per l’ultima tappa: Copenaghen. In treno abbiamo raggiunto la città, dopo aver viaggiato per ore tra le solite mucche e le numerosissime pale eoliche, che ho fotografato senza tregua.
Copenaghen è una città bellissima e per chi, come noi, ama la bicicletta, è un paradiso. Abbiamo deciso di affittare due bici per due giorni per vivere meglio la città: abbiamo quindi pedalato in lungo e in largo sulle ciclabili, in compagnia di una moltitudine di ciclisti, circondati da pochissime automobili e da mezzi pubblici praticamente deserti. Abbiamo visitato Cristiania, roccaforte hippy, ormai ombra di quello che fu, che ci ha lasciato amareggiati, il museo dell’architettura, l’Opera Haus, il porto, la cittadella. Abbiamo visto la sirenetta, attorniata da una calca di turisti e ci siamo goduti la bellissima ed inquietante sirenetta del “Pardiso geneticamente modificato” di BjØrn NØgaard in solitudine, durante il tramonto. Siamo entrati nella Banca Nazionale Danese progettata da Arne Jacobsen, per ammirare la scala che si trova nell’atrio dell’ingresso, un masterpiece dell’architettura contemporanea. Pedalando su un ponte riservato alle sole biciclette, ci siamo inoltrati nella parte più nuova della città in cui, come al solito, è evidente la speculazione edilizia a fianco di aree ben trasformate. Nel fiume è stata ricavata una piscina in cui qualcuno sta nuotando e c’è anche un campo per giocare a canoa polo: non so come facciano con questo freddo. Per mangiare siamo andati per caso al PapirØen, in un edificio adiacente al museo della scienza, l’Experimentarium, un magazzino enorme in cui baracchini molto diversi tra loro vendono cibo di strada. Tra i vari commercianti di panini con wurstel, piadine, riso all’orientale, dolci di ogni genere, una coppia italiana prepara la pasta fresca al momento e un camioncino vende salumi e formaggi tipici del centro italia. Noi abbiamo approfittato per magiare qualcosa di diverso: una simpatica famiglia di Copenaghen in un baracchino di lamiera fucsia dichiara di fare solo prodotti vegetariani homemade... come resistere? E infatti non rimaniamo delusi. Accompagniamo i piatti con le birre artigianali dello stand a fianco e ci innamoriamo di questo posto. Ovviamente nell’arco della giornata un vento continuo ha portato sole, nuvole, cieli azzurri e pioggia in modo assolutamente casuale e in continua evoluzione. Ogni 5 minuti qui il tempo cambia e dopo un po’ non ci si fa più caso. La sera capitiamo in un bar di un ragazzo di Amburgo, con alle pareti le foto del St. Pauli e l’Astra Bier! Scambiamo due chiacchiere, il clima è disteso e allegro e noi ci meravigliamo delle coincidenze che a volte capitano lasciandosi portare dal caso.
Il giorno sucessivo ripartiamo: Nyhavn è la prima meta, il canale con le barche e le case dipinte, alte e strette, stereotipo piacevole delle città nordiche; arriviamo fino al castello rinascimentale di Rosenborg e visitiamo il Parco Reale. Qui mi si buca la bicicletta. Quindi siamo costretti a tornare indietro per farcela sostituire camminando per il centro della città, l’area universitaria e le strade commeciali più affollate. Decidiamo di finire il pomeriggio nella Carlsberg Glyptotek, una gipsoteca in cui fare una passeggiata affascinante tra statue di Rodin, dipinti di Gaugin, statue egizie e, inaspettatatamente per la mia gioia, “Le muse inquietanti” di De Chirico. La sera siamo stanchi, quindi decidiamo di andare nel bar di fronte al nostro ostello, che scopriamo essere la sala di un vecchio cinema. Alle pareti ci sono locandine di film famosi e nella sala al piano superiore ancora proiettano alcune pellicole. Quindi andiamo a nanna nella camerata da 66: devo dire che al di là di ogni aspettativa tutti sono stati rispettosi e, nonostante l’affollamento, ho dormito senza essere mai disturbata: la sistemazione più economica si è rivelata anche comoda.
Il giorno seguente decidiamo di fare colazione fuori: se fino ad ora ci hanno sfamato i discount (Copenaghen è costosa come si dice), almeno l’ultimo giorno vogliamo provare un locale senza farci assillare dai sensi di colpa per i soldi spesi. Entriamo in un bel bar in Islands Brygge, il Foodshop no. 26, prendiamo due caffè americani e due dolci tipici ipercalorici e gustosissimi: totale 16 euro. Ma almeno siamo stati nel minimalismo chiccoso di Copenhagen. Tutto questo legno, il design minimale, i colori naturali, la pittura lavagna sui muri, i vassoi d’ardesia e i vasetti della marmellata riutilizzati come recipienti dopo qualche giorno mi hanno stancato. E’ tutto maledettamente cool. E tutto tremendamente simile ovunque vai. Con tutto l’amore che ho per il design nordico, ci vorranno mesi per tornare ad apprezzarlo. Riconsegnate le biciclette, camminiamo per Vesterbro, il quartiere dell’ostello, che scopriamo essere un’area in crescita che mi ricorda un po’ Neukolln a Berlino: l’ex macello è stato recuperato, vi si trovano locali e centri culturali; ci imbattiamo in un mercato delle pulci, in cui si vende di tutto, ma soprattutto giochi e vestiti per bambini; superato un portone ci ritroviamo in un grande parco giochi, un’area piena di vita nascosta alla vista del turista; in un’ex cabina telefonica c’è un piccolo orto curato dai bambini di una scuola. E poi biciclette dappertutto, lungo tutti i muri della città, forse un migliaio fuori dalla stazione, una quantità di biciclette assolutamente inimmaginabili per le nostre città.
E arriva l’ora del ritorno a casa: 21 ore di viaggio programmate che si trasformano in 26. Ma ogni viaggio è una sorpresa e si comincia subito, tra Copenaghen e Amburgo facciamo un tratto in nave, da Amburgo a Monaco il notturno ritarda fino a farci perdere la coincidenza, ma il controllore è simpaticissimo e al mattino ci viene consegnata una busta per chiedere il risarcimento alla DB-Bahn per il disagio e non puoi non pensare ai ritardi che hai sopportato in Italia abbandonato a te stesso. Quindi saliamo su un Monaco-Verona pienissimo, facciamo i tre quarti del viaggio in corridoio, ma conosciamo un ragazzo tedesco che ha studiato a Lubecca (che coincidenze!) con il quale chiacchieriamo e scopriamo che sta venendo in Italia alla festa di San Bartlomè. Non si finisce mai di imparare, un tedesco ci suggerisce un’esperienza da non perdere l’anno prossimo in Italia. E dopo sei ore siamo sul Verona-Brescia. Distrutti ma felici. E per fortuna ci sono le fotografie a ricordarci quante cose abbiamo visto in questa vacanza così piena.
 
 
 
 

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