Rotta verso L'Avana

in viaggio con _Ivana_ in Cuba

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Rotta verso L'Avana

Finalmente, dopo settimane e settimane di discussioni e di “Chi ce lo fa fare? Farà troppo caldo, pioverà sempre, il volo costa troppo”, la meta della nostra prossima vacanza estiva è decisa: Cuba. Siamo a marzo e per prenotare il volo è già fin troppo tardi. Optiamo per la Condor, compagnia che non ci fa impazzire per la scarsa qualità dei pasti a bordo e dell’intrattenimento offerto ma che svolge degnamente il proprio compito.
Il 6 agosto partiamo da Torino verso Holguín. “Holguuuín? E in che parte del mondo si trova?”, è la domanda che ci sentiamo porre dall’addetto al check-in. Io e mio fratello Andrea ci guardiamo chiedendoci dove diavolo stiamo andando se neanche una persona che fa questo lavoro conosce questo posto, preghiamo in silenzio affinché i nostri zaini arrivino a Holguín e non in Sri Lanka e partiamo per quel paese tanto affascinante quanto pieno di contraddizioni che è Cuba.
                                           
GUARDALAVACA
L’impatto con Holguín ci scombussola non poco: è ormai notte quando atterriamo, il caldo è opprimente (daremo in seguito un significato diverso alla parola “caldo” dopo aver passato tre settimane in mezzo all’afa cubana!), è appena piovuto e all’uscita del minuscolo aeroporto di Holguín non c’è neanche un taxi, solo una signora che ne organizza dieci alla volta. Contrattiamo fino a quando non scendiamo a 35CUC e partiamo ascoltando a tutto volume Despacito su una macchina che cade a pezzi alla volta di Guardalavaca, minuscola cittadina affacciata sul Mar dei Caraibi che ci ruberà il cuore. Abbiamo prenotato dall’Italia una casa particular ma al nostro arrivo troviamo una simpatica signora di nome Yuvia che ci informa che la casa prenotata non è disponibile ma che se vogliamo possiamo stare da lei. Evito di arrabbiarmi e di far presente che ho chiesto conferma della prenotazione il giorno prima di partire e seguiamo Yuvia verso la sua Casa Vitral. Le casas particulares saranno una parte fondamentale del nostro viaggio: ci daranno l’opportunità di entrare in senso letterale a casa dei cubani, vedere come vivono, cosa mangiano, quali difficoltà si trovano ad affrontare ogni giorno e saranno una miniera di informazioni sui luoghi che visiteremo. A Casa Vitral ci sentiremo come a casa nostra; Yuvia ci ha coccolati con le sue buonissime colazioni (ancora ci sogniamo le sue marmellate fatte in casa), ci ha dato informazioni su taxi e case in altre zone del paese e riuscirà persino a farmi arrivare un paio di scarpe appena comprate che avevo dimenticato da lei in un’altra città tramite la sua rete di taxisti. L’unica pecca di questa casa? I galli. Soprattutto quando ti svegliano alle quattro del mattino dopo diciotto ore di viaggio.
Guardalavaca è una cittadina che offre ben poco se non un mare meraviglioso. I ristoranti sono pochi e ancora meno i locali. Il nostro ristorante di fiducia sarà il Tapas Cafè A Lo Cubano, con piatti dignitosi a prezzi ragionevoli, ma scopriremo presto che la cucina cubana purtroppo ha poco da offrirci a parte riso e fagioli, pollo, maiale e (quando si riesce a trovarlo) pesce alla griglia.
La nostra prima tappa è Playa Guardalavaca, una spiaggia ampia e spaziosa frequentata soprattutto da cubani, dalle loro inseparabili radio portatili ma soprattutto dalle protagoniste indiscusse delle spiagge cubane: le bottiglie di rum. I cubani bevono rum a qualsiasi ora del giorno e non riescono a separarsi dalle loro amate bottiglie neanche quando entrano in acqua. Il lato positivo? La loro attitudine a condividere tutto quello che hanno, e infatti state certi che ne offriranno un goccio anche a voi!
Playa Guardalavaca ci sembra dipinta col pennello da quanto sono perfetti i suoi colori. È la prima volta che vedo il Mar dei Caraibi ed è proprio come me lo immaginavo: azzurro, di un azzurro così chiaro che fa quasi male agli occhi. La spiaggia è sempre un po’ ventosa ma questo fa sì che si sopporti meglio il caldo che altrimenti, ad agosto, sarebbe soffocante.
A soli dieci minuti di distanza si trova un altro paradiso: Playa Pesquero. I colori qui sono ancora più chiari di Guardalavaca, l’acqua trasparente è talmente piatta che sembra di trovarsi in una piscina. La spiaggia è sicuramente più elegante, circondata com’è da resort esclusivi. Proprio la presenza dei villaggi fa sì che sia una spiaggia poco “cubana”, senza musica, senza urla ma anche senza l’ombra di un chioschetto.
Ancora più vicino si trova Playa Esmeralda. Decidiamo di passarci un’intera giornata e agganciamo un taxi inglese fabbricato nel 1956 che ci chiediamo come faccia ancora a funzionare. Ce lo chiederemo diverse volte durante il nostro viaggio osservando queste macchine di sessant’anni fa sfrecciare sulle strade di Cuba e scopriremo che sono tanto affascinanti da vedere quanto “finte”: di originale non hanno più nulla e cadono letteralmente a pezzi. Lo si vede dal tettuccio rotto, dal finestrino che manca, dal motore che chiede pietà e soprattutto dai cacciaviti riposti sotto i sedili dei taxi di tutta l’isola. Nonostante ciò, il loro fascino è innegabile e non ci abitueremo mai a salirci sopra avendo l’impressione di trovarci in un vecchio film.
Quando vedo Playa Esmeralda mi illumino:ci sono le palme!!! Premetto: lo so che sono state piantate lì apposta e che la sabbia bianca di Playa Esmeralda è stata importata. Lo so che è tutta una finzione costruita apposta per far esclamare ai turisti come me: “Le palmeeee!!!”. Ma la visione di questa spiaggia è uno spettacolo. Cosa si aspetta di vedere una persona ai Caraibi se non mare azzurro, spiaggia bianca e palme a incorniciare questo quadro? Ecco, Playa Esmeralda, pur nella sua finzione, serve a questo. A farti sorridere come un’ebete mentre pensi: “Sono ai Caraibi!”. Questo se ci si ferma nella zona dove si affacciano i resort. Un consiglio spassionato: non avventuratevi nella zona “libera”. Non guastate la vostra vista con le decine di lattine di birra ammucchiate e le bottiglie di rum abbandonate sulla sabbia bianca. Non fatelo. Cuba, purtroppo, ha ancora molto da imparare per quanto riguarda il rispetto dell’ambiente. E Playa Esmeralda in alcune zone diventa più simile a una piccola discarica piuttosto che ad una spiaggia caraibica.
Tornando verso Guardalavaca chiediamo al taxista di consigliarci un ristorante in cui mangiare. Ci lascia in una sorta di capanna circondata da galline, uccelli e un maiale dove sembra che le mosche abbiano messo su casa. “Si mangia bene a poco prezzo”, ci dice. Guardo il locale chiedendomi quanti Escherichia Coli 0157.h7 ci stiano facendo compagnia e ordiniamo due porzioni di pollo fritto accompagnate da riso e fagioli e due birre. Non esistono tovaglioli e non voglio sapere dove siano state lavate le stoviglie ma pagheremo 4,60CUC per uno dei piatti più buoni mangiati in tutto il viaggio. E, per la cronaca, non siamo finiti in ospedale.
 
BARACOA
Dopo tre giorni passati a Guardalavaca, decidiamo di spostarci verso Baracoa. Andare a Baracoa partendo da Guardalavaca è un’impresa titanica. Trovare un taxi disposto a fare questa tratta a prezzi decenti, ancora di più. Ci dicevano che la colpa era della strada che era troppo dissestata. Abbiamo capito che la strada non è dissestata: è inesistente. Kilometri e kilometri di fossi, buche e fango, in mezzo a quella che era una distesa di palme e alberi da frutto e ora è un ammasso di tronchi spezzati dall’uragano Matthew. Questa agonia dura quasi solo quattro ore rispetto alle sei preventivate grazie al taxista consigliatoci da Yuvia, un ex professore di inglese convertitosi a taxista che conosce perfettamente ogni singola buca presente su questa sottospecie di strada. È grazie a lui che iniziamo a comprendere come funziona la società cubana e la piaga maggiore di questo paese: gli stipendi bassi. Chi è dipendente statale (la quasi totalità della popolazione cubana), spesso non guadagna neanche quanto basta per sopravvivere. Come professore di inglese, il nostro taxista guadagnava 20CUC al mese. Volete sapere quanti ne ha guadagnati solo nelle quattro ore del nostro viaggio? 130. Chi ha la fortuna di entrare a contatto coi turisti, e quindi coi CUC, la moneta turistica, sta migliorando esponenzialmente il proprio tenore di vita grazie alle licenze di taxi, ristoranti e casas particulares, ma chi non ha questa opportunità fatica a vivere dignitosamente. Questo sistema permette ad una donna delle pulizie di una buona casa particular di arrivare a guadagnare ben più di quanto guadagni un medico.
La casa prenotataci da Yuvia a Baracoa è la Casa Fernando y Nevira, gestita da un’arzilla vecchietta di settantanove anni con la vitalità di una ventenne. La nostra stanza è ampia e pulita ma senza acqua calda. Siamo arrivati da poco quando salta la corrente. Non avere corrente a Cuba è un incubo: i ventilatori e l’aria condizionata non funzionano. Sapete quando si fanno quei giochi del tipo: “Qual è l’invenzione più importante di sempre?” e tutti rispondono “il telefonino”, “la lavatrice”, “internet”. Ecco, io, dopo essere stata due ore a Baracoa senza corrente con 38gradi e un’umidità del 90%, d’ora in poi risponderò sempre “l’aria condizionata”.
Baracoa è una piccola cittadina colorata che vale la pena visitare per due motivi: la natura rigogliosa e la cucina saporita (e credetemi, la cucina saporita a Cuba non è per niente scontata).
Se la vostra idea è rilassarvi in spiaggia, Baracoa non fa per voi. La spiaggia cittadina, di sabbia nera, è sporca e affollata. La vicina Playa Maguana, un tempo classificata come una delle spiagge più belle di Cuba, conserva ancora il suo fascino ma è stata duramente colpita dall’uragano Matthew, che ha sradicato gli alberi riducendoli a cumuli di legno a ridosso della spiaggia. Per non parlare dei chioschetti che offrono piatti non particolarmente buoni a prezzi però molto salati.
Al contrario, Baracoa potrà sorprendervi con i suoi edifici neoclassici colorati, per la musica sempre presente in strada, nei negozi e nei locali, per la sua atmosfera ancora così autentica che la rende diversa da qualsiasi altra città cubana. Qui abbiamo assaggiato i piatti migliori dell’intero viaggio cenando a casa di Yonel, proprietario di una sua casa particular e “protettore” della casa di Nevira. Il suo Marlin grigliato e le sue zuppe sono fenomenali, per non parlare dei teti, una sorta di girini che vengono pescati solo a Baracoa e che a detta di Andrea erano buonissimi (a me sembravano tanti vermicelli tagliuzzati). Ma la medaglia di piatto migliore di Cuba va ai choritos, dei cestini di farina di platano ripieni di verdure e gamberetti provati nel ristorante El Sabor de Cuba.
Baracoa è però famosa per il suo cioccolato e non c’è posto migliore per assaggiarlo della Finca Las Mujeres. Ci arriviamo grazie a Idalgo, un giovane cubano vissuto a Roma che ci accompagna per 15CUC in escursione insieme a due ragazze italiane e una coppia di spagnoli. Partiamo con un camioncino sovietico che mette subito in pericolo le nostre vite pensando bene di andare a sbattere contro un carro. Ma a Cuba non ci si scompone: ci si ferma un attimo, si tolgono i pezzi di vetro entrati in macchina e che per poco non ci sono arrivati in viso e si riparte. E se poi il camioncino non cammina ci si ferma di nuovo, si traffica per cinque minuti con i soliti cacciaviti e si riparte.
La Finca Las Mujeres è una piccola azienda in mezzo ad una piantagione di cacao. La proprietaria, Daisy, ci cattura mentre ci spiega il processo di raccolta e fabbricazione del cacao tra mille risate e ci fa assaggiare il suo favoloso cioccolato puro (tutti sosteniamo che non avevamo mai mangiato nulla di simile da quanto era buono!).
Salutiamo a malincuore Daisy dopo esserci abbuffati di cioccolato e ci avventuriamo verso il Rio Yumurì, risalendo un piccolo tratto con una barchetta e concedendoci un bagno rinfrescante nel fiume.
Pranziamo tutti insieme alla foce del Rio Yumurì venendo accerchiati da donne giovani e anziane che ci chiedono maglie e teli da barattare con braccialetti e collanine da loro fabbricati. L’uragano, dicono, ha spazzato via tutto ciò che avevano. Parlando in seguito con Nevira ci rendiamo conto che Matthew ha rappresentato davvero un duro colpo per Baracoa: in città non esiste più frutta essendo stati sradicati tutti gli alberi da frutto e ogni giorno è un terno al lotto accaparrarsi quel poco che arriva da Holguín o Santiago. La stessa Nevira ci racconta che in ottant’anni non aveva mai visto nulla di simile: ci parla della paura provata la notte in cui l’uragano è passato sopra la città, dei tetti scoperchiati, delle case frantumate e della pioggia, incessante, che ha seguito il passaggio di Matthew.
Passiamo qualche ora a Playa Mangalito, una spiaggia lunga e con acqua particolarmente bassa ma dove bisogna fare costantemente attenzione alle proprie borse, prima di rientrare a Baracoa.
Un ultimo mojito allo Yaima in pieno centro e la nostra permanenza a Baracoa si conclude. Santiago ci sta già aspettando.
 
SANTIAGO DE CUBA
Partiamo per Santiago con il Viazul. Nel nostro viaggio riusciremo solo due volte a spostarci con questo pullman, non per mancanza di volontà di adattamento ma perché prenotarlo a Cuba non è una storia particolarmente semplice. Ogni città ha le proprie regole. Ci sono quelle in cui si comprano i biglietti presso l’agenzia Cubatur, quelle che li vendono all’Havanatur, e le peggiori: quelle in cui sei obbligato ad andare al terminal (sempre fuori città), fare file infinite e sentirti dire: “Passi più tardi, tanto fino alle 16 siamo aperti!”, per poi scoprire che alle 15 sono già tutti a casa. Non pensate neanche di prenotarli su internet, che a Cuba si paga 1,50CUC all’ora, esiste solo in alcune piazze e quando c’è funziona anche male. Siete riusciti comunque a prenotarli online? Non cantate vittoria, vi sfido a trovare qualcuno che ve li stampi o che vi dica di non preoccuparvi perché basta farli vedere sullo schermo del telefono!
Arriviamo dopo quasi cinque ore di pullman a Santiago (ovviamente in ritardo) e troviamo ad attenderci il proprietario della casa dove alloggeremo, la casa Yoyi, che ci è stata prenotata da Baracoa. Ci troviamo a dieci minuti dal centro ma la posizione si rivelerà essere un vantaggio, dandoci il modo di vedere almeno un po’ come vivono gli abitanti di Santiago e soprattutto come fanno festa tutta la notte.
Santiago è la seconda città più grande del paese ma ha un centro storico abbastanza definito e girabile a piedi quando il caldo e l’odore fortissimo di smog lasciano un po’ di tregua. La nostra visita inizia dalla Cattedrale, così “moderna” rispetto alla nostre, e dalla Casa di Diego Velázquez, il primo governatore spagnolo di Cuba. La sua casa, nel cuore della città, viene considerata l’edificio più antico del paese essendo stata costruita nel 1522. Per fortuna accettiamo quando ci propongono una visita guidata in lingua italiana: la signora che ci accompagna nella visita parla un italiano spagnolizzato che consiste nel togliere le “s” alle parole spagnole ma il suo entusiasmo nell’informarci che “aquí está todo original!” ci farà morire dalle risate.
Dato che ci troviamo nella città dove la Rivoluzione Cubana ha avuto inizio, decidiamo di vedere due musei storici quali il Museo della Lotta Clandestina e il Museo Cuartel Moncada. I musei storici cubani, scopriremo in seguito, sono estremamente simili tra loro e contengono tutti gli stessi identici oggetti corredati da didascalie patriottiche spesso scritte esclusivamente in spagnolo. Per questo motivo, l’unico che valga la pena vedere è il Museo della Rivoluzione de L’Avana. Se invece non si ha la possibilità di visitare L’Avana, il Museo Cuartel Moncada può risultare abbastanza interessante con le sue divise e i suoi oggetti appartenuti ai guerriglieri ma la parte più importante dell’intero museo è proprio il suo edificio, la caserma assaltata dai combattenti il 26 luglio 1953 la cui facciata presenta ancora i segni dei proiettili che l’hanno colpita. L’attacco, in realtà, fu un completo fallimento ma di questo nel museo non c’è traccia: quello che viene messo in luce è invece come questo sia stato il primo atto della gloriosa rivoluzione che continua ancora oggi.
Ciò che ci ha entusiasmato di più di Santiago è però il girovagare tra le sue strade, perdendoci in zone popolari e mischiandoci con la gente del posto. Tutto questo è reso ancora più eccezionale dal fatto che nei giorni della nostra permanenza si festeggia il 91 compleanno di Fidel tra canti, balli e sfilate in maschera. La città è un tripudio di musica e colori che ci trascina al ritmo dei tamburi e delle risate su e giù per Calle Heredias, la via principale. Proprio su Calle Heredias si trova un buon ristorante, il St. Pauli, dove si possono mangiare piatti decorosi a prezzi economici. Di livello più alto è invece il Sabor Cubano, nel quartiere Tivolí, consigliatoci da un taxista che ci ha portato a fare una passeggiata nel quartiere senza chiederci assolutamente nulla in cambio. Il Sabor Cubano prepara buoni piatti (abbiamo mangiato un’ottima enchilada di camarones) da gustare in cima ad una terrazza ascoltando musica dal vivo. Sarà che è la prima volta che abbiamo l’occasione di cenare sentendo cantare canzoni tradizionali cubane e siamo ancora euforici per i balli e le sfilate visti, ma l’atmosfera a Santiago ci sembra quasi magica.
 
HOLGUÍN
Attraversiamo la città di Santiago alle cinque del mattino per recarci fino al terminal e prendere il Viazul che ci porterà ad HolguÍn dopo tre ore di viaggio. Non avremmo mai pensato di fermarci ad Holguín dato che nessuno ce l’aveva mai descritta come una bella città ma la nostra è una tappa obbligata per poter andare a prendere all’aeroporto mia nipote Beatrice che ci raggiunge per proseguire con noi il resto della vacanza. La casa dove pernotteremo, l’unica insieme a quella di Guardalavaca prenotata dall’Italia, è Casa Oscar Guerra. Sappiamo che si trova vicinissima al terminal ma appena scendiamo dal pullman veniamo accerchiati da decine di taxisti e “bicitaxisti”. Sono fermamente convinta di cercare la casa a piedi e sto studiando la cartina quando Andrea si fa convincere a prendere un bicitaxi che per 3CUC ci porterebbe sotto casa. “Eh dai, abbiamo gli zaini, non conosciamo la città, siamo svegli dalle quattro…”. Mi lascio convincere, vinta dall’esasperazione e dal sonno. Non facciamo in tempo a salire che dobbiamo scendere: la casa era proprio dietro l’angolo, tanto che perfino Oscar si metterà a ridere quando ci vedrà arrivare in bicitaxi.
Oscar è un padrone di casa perfetto. In tempo dieci minuti, ci organizza un taxi per andare all’aeroporto e prendere Beatrice, un taxi per andare a Trinidad l’indomani e la relativa casa dove alloggiare.
La sua è la casa migliore dove siamo stati: le camere sono grandi, i condizionatori nuovi, l’arredamento curato e soprattutto la doccia è degna di questo nome e non è solo un rivolo d’acqua fredda che scende da un tubo sgangherato.
HolguÍn è invece la città più brutta che abbiamo visto a Cuba, fatta di piazze grigie e palazzi anonimi. È però piena di turisti che decidono di passare la giornata sulle spiagge di Guardalavaca e godersi la serata nei ristoranti e nei locali della città. Uno dei ristoranti più belli è di sicuro il Saló1720, situato all’interno di una maestosa casa coloniale da poco restaurata. La location raffinata non deve spaventare, i prezzi sono nella media e le porzioni abbondanti.
La levataccia mattutina e il caldo soffocante non ci invogliano a passeggiare per Holguín perciò passiamo il pomeriggio guardando per la prima volta i pochi canali della televisione cubana, facendo zapping tra un concorso canoro dedicato a Fidel e un documentario indiano prima di recarci in aeroporto, dove l’arrivo di un volo da Miami ci tocca particolarmente. Vedere l’emozione negli occhi delle famiglie che riabbracciano dopo anni le proprie figlie e l’imbarazzo nel fare per la prima volta conoscenza dei loro compagni statunitensi ci fa insieme commuovere e sorridere.
Dopo un’attesa bagagli infinita finalmente vediamo spuntare Beatrice, che ha la fortuna di assistere immediatamente a un controllo di polizia delle licenze dei taxisti e dei turisti che trasportano a cui noi siamo ormai abituati. La polizia è infatti onnipresente in qualsiasi città e i controlli sono frequenti.
Seguiamo il consiglio di Oscar e ceniamo alla Bodeguita del Medio, che ormai da un pezzo ha smesso di essere il piccolo locale habanero per trasformarsi in una catena in franchising presente in tutto il Centro America. Nonostante la sua fama, il locale ha prezzi onesti e ottima musica dal vivo, che ormai ci accompagnerà fino alla fine del nostro viaggio. Ci perdiamo tra le strade buie di HolguÍn per rientrare a casa ma né qui né nelle altre città abbiamo mai avuto la sensazione di essere in pericolo. Cuba è un paese estremamente sicuro e con una certezza della pena molto alta che scoraggia chiunque a commettere reati violenti, soprattutto a danni dei turisti.
 
TRINIDAD
Dopo una prima colazione abbondante a casa di Oscar partiamo con un taxi per Trinidad. Abbiamo provato ad agganciare un taxi collettivo ma, purtroppo per noi, la maggior parte delle persone che si spostano da Holguín a Trinidad si ferma almeno per una notte a Camaguey per spezzare un po’ il viaggio che altrimenti dura ben sei ore. Partiamo quindi alla volta di Trinidad, cittadina coloniale in cui il tempo sembra essersi fermato a due secoli fa. Le sue case colorate e le sue vie acciottolate attraversate da piccoli carretti trainati da cavalli le danno un’aria da “Casa nella Prateria” pacata e tranquilla che lascia spazio alla sera ad un’atmosfera decisamente più vivace e festaiola. Se di giorno il suo piccolo centro storico pullula di bancarelle di souvenir, la sera la cittadina si riempie di turisti pronti a prendersi quanti più mojitos possibile in uno dei tanti bar. Vista di notte, Trinidad è secondo me più affascinante e divertente rispetto al giorno, quando ormai risulta molto commerciale e altamente turistica.
Passiamo la nostra prima giornata a Trinidad facendo shopping tra bancarelle e negozietti sotto un sole cocente e rientriamo nella nostra casa particular Mandy y Sonya non vedendo l’ora di buttarci sotto la doccia. Apro il rubinetto. Non esce acqua. Apro la doccia. Non esce acqua manco da lì. Sto per svenire dal caldo mentre cerco di ricordarmi il motivo per il quale sono finita a Cuba invece che in Liguria ma in questo momento non mi viene proprio in mente. Mandy ci tranquillizza: “Tranquilos, solo cinco minutos!”. Ripasso mentalmente tutte le casas particulares in cui ho visto il cartello “libre” immaginandomi già mentre faccio i bagagli e all’improvviso mi viene in mente perché abbiamo scelto Cuba: per vedere luoghi diversi. Per conoscere come si vive in un paese così differente dal nostro. Siamo a Cuba, perciò mi siedo nel patio con un sigaro e una birra con Andrea e Beatrice e attendo pazientemente i sessanta minuti che serviranno alle pompe d’acqua per riempirsi abbastanza da far uscire almeno un po’ d’acqua fredda dalla doccia della camera più vicina alle pompe (sfiga nelle sfighe: la nostra era pure la più lontana).
Dopo una cena per nulla memorabile a El Rincón ci spostiamo nella centralissima Plaza Mayor per ordinare da bere quando invece di tre i mojitos diventano improvvisamente cinque: Salva e Stefy, due amici che in realtà avrebbero dovuto trovarsi dalla parte opposta dell’isola, sono venuti a Trinidad sapendo che saremmo stati in città. Il motivo? Non sono riusciti a raggiungere Playa Santa Lucia in pullman. Ve l’ho già detto che muoversi solo con i pullman a Cuba può essere, diciamo, un po’ complicato? Ce li ritroviamo quindi a Trinidad e per poter stare tutti insieme Mandy ci lascerà una piccola casa tutta per noi, con tanto di terrazza sul tetto dove passeremo le serate a programmare le tappe successive del viaggio davanti a una bottiglia di rum.
A tre quarti d’ora da Trinidad si trova il Parco del Topes de Collantes. Mandy ci prenota un taxi che per 50CUC ci accompagnerà e ci aspetterà per rientrare a casa. Il fatto che sarà costretto a fermarsi nel mezzo di una salita per buttare acqua al motore è un dettaglio. Il taxista ci chiede quale dei due percorsi disponibili vogliamo fare: grazie al cielo rispondiamo “il più facile”, se avessimo risposto “il più difficile” saremmo ancora lì a trovare le forze per tornare indietro. Iniziamo la visita da una piccola piantagione di caffè bevendone uno fatto al momento sulla brace accompagnato da delle fantastiche tavolette di arachidi e riceviamo le indicazioni per raggiungere la cascata Vegas Grande: passare il fiume, destra, sinistra, quaranta minuti. Preghiamo affinché la strada sia davvero così semplice vedendoci già persi in mezzo alla foresta e ci incamminiamo, circondati da alberi maestosi e fiori profumati. Ogni tanto ci fermiamo a chiederci se siamo sulla strada giusta. “Ma sìììì non sentite il rumore della cascata?”. Passano i quaranta minuti di passeggiata nella foresta quando arriviamo ad una capannina infestata dalle zanzare presieduta da un signore che ci porge il listino prezzi. Gli chiedo in spagnolo che roba sia: “Il prezzo per accedere al percorso! La cascata è a dieci minuti, sono 10CUC”. Mi aspetto un sentiero ricoperto d’oro dato il prezzo pagato e invece sono costretta subito a ricredermi. La mia scarsa abilità nelle attività fisiche e il mio pessimo equilibrio rendono l’ultimo tratto di camminata infernale; non esiste un percorso ma un ammasso di pietre lisce e scivolose da scendere per arrivare alla tanto agognata cascata. Premesso, appunto, che io non sono proprio una cima nel trekking, la discesa non è semplicissima ed è necessario fare molta attenzione a dove si mettono i piedi se non ci si vuole trovare seduti per terra come è successo a me!
Lo spettacolo è però assicurato, la cascata crea un piccolo lago naturale dove si può fare il bagno e soprattutto prendere una pausa dal caldo che si fa sentire anche nella foresta.
Iniziamo la risalita senza sapere cosa ci aspetta. Di sicuro non si rischia di scivolare come durante la discesa ma fidatevi: è peggio, molto peggio. Il caldo sembra ancora più afoso di prima, le gambe ci fanno male e ci manca il fiato. Mi maledico per non aver imparato a memoria il numero dell’elisoccorso cubano e per non essermi manco informata sul fatto se esista o no un elisoccorso cubano che mi venga a prendere quando finalmente vedo spuntare la capannetta e sono quasi felice di ritrovare le mie nemiche zanzare.
Torniamo a Trinidad con la necessità impellente di buttarci nella prima pozza d’acqua che troviamo, ma ancora prima quella di fare finalmente pranzo alle quattro del pomeriggio. Finiamo quindi all’Aldaba, un ristorante che propone solo quattro piatti piuttosto basici ma ben preparati e a prezzi economici. Essendo frequentato soprattutto da cubani l’atmosfera è decisamente vivace e chiassosa e può capitare la sera di assistere a dei mini concerti in cui è impossibile non iniziare a muoversi a ritmo di musica.
Un acquazzone tropicale ci sorprende mentre rientriamo a casa. Se ieri mancava l’acqua, oggi manca l’elettricità! A Trinidad viene interrotta preventivamente ogni qual volta scoppia un temporale del genere. Ci prepariamo al lume delle torce dei cellulari e ci rechiamo a casa di Mandy per una cena di pesce che scopriremo essere particolarmente cara. Da Trinidad in su abbiamo notato come i prezzi siano decisamente superiori rispetto alla parte più orientale (e meno turistica) dell’isola e la qualità del servizio spesso si abbassi.
Fa ancora un caldo impressionante mentre prendiamo in Plaza Major l’ultimo mojito della giornata. È questo il momento in cui decidiamo la destinazione delle prossime vacanze: la Norvegia e i suoi 18gradi di temperatura massima.
L’ultimo giorno a Trinidad, decidiamo di passarlo in spiaggia. Mandy ci prenota un taxi per sei persone che in dieci minuti per 25CUC ci porta a Playa Ancón, la spiaggia più famosa della costa sud. Il mare non è limpido come le spiagge di Guardalavaca o Varadero ma vale la pena passare una giornata di relax distesi sulla sabbia dorata.
Se invece preferite lo snorkeling alla tintarella, la Batea fa per voi. A soli cinque minuti da Playa Ancón si trova infatti una piccola spiaggia che sembra trovarsi sulla Luna per la forma e il colore delle sue rocce. L’acqua qui è calda e di un azzurro intenso. Noleggiate maschera e boccaglio al chioschetto di fronte e lasciatevi guidare dai pesci che nuotano con voi verso la barriera corallina.
 
SANTA CLARA
Abbiamo passato un’intera serata a chiederci se fermarci o meno a Santa Clara o dirigerci direttamente verso Cayo Santa María senza sapere che sarebbe stata Cuba a decidere per noi. Gli alberghi più economici del Cayo sono infatti al completo e rendono Santa Clara una tappa praticamente obbligata. Salutiamo Salva e Stefy dandoci appuntamento a Varadero, saliamo su un taxi collettivo il cui motore sembra giunto alla fine della sua vita e tagliamo l’isola verso la città del Che, che qui si trova ovunque: nei bar, per strada, nelle case e nel suo piccolo mausoleo. Lasciamo i bagagli alla Casa Hostal Bodeguita del Medio, la casa più scomoda e rumorosa in cui abbiamo soggiornato (ma perché i galli a Cuba cantano alle due del mattino?!?) e prendiamo un mototaxi fino al terminal del Viazul. “Prima le commissioni, togliamoci il pullman e poi vediamo la città!”. Non facciamo neanche in tempo a scendere dal mototaxi che già abbiamo trovato il taxi collettivo per l’indomani evitandoci la lunga fila al Viazul.
Siamo così liberi di girare per Santa Clara e iniziamo dal famoso Mausoleo di Che Guevara. Le aspettative sono alte, ci immaginiamo un’atmosfera intima e sentita. In realtà il mausoleo ci lascerà un po’ delusi e troveremo interessante ma non imperdibile il museo annesso, che raccoglie qualche oggetto usato dal Che e molti più oggetti usati dai suoi compagni.
Torniamo verso il centro per recarci alla Cubatour e prenotare la visita alla fabbrica di sigari ma ci sentiamo dire che non ne sanno il motivo ma purtroppo è chiusa. “Poco male”, pensiamo, “vedremo quella de L’Avana”. Ricordatevela questa frase, segnatevela!
Bighelloniamo quindi per il centro fermandoci al La Marquesina in Parque Vidal a prendere il mojito più buono di tutta Cuba e a osservare la città che si prepara alla serata.
Ci prepariamo anche noi per la cena a La Bodeguita del Medio (che nulla ha a che fare col famoso franchising) gustando piatti dignitosi ma un po’ troppo cari e chiacchierando coi camerieri dei posti che abbiamo visitato e di quelli ancora sulla nostra lista.
 
CAYO SANTA MARÍA
La strada da Santa Clara a Cayo Santa María è per lo più un megaponte tanto orribile per quanto rovina il paesaggio tanto comodo per collegare quell’isola splendida a Cuba.
Cayo Santa María è il paradiso:la sua infinita distesa di sabbia bianca e il suo mare cristallino la rendono un vero incanto. La spiaggia è tutto ciò che è presente sull’isola insieme ai villaggi turistici. Di solito la vita da villaggio non fa per noi ma a Cayo Santa María non c’è altra possibilità di alloggio. Scegliamo quindi uno dei più basici rendendoci conto dopo averci messo piede che forse non è stata una scelta proprio fortunata. Il resort cade letteralmente a pezzi, i marciapiedi sono rotti, le travi degli scalini sollevate e non provate a cadere perché il medico è a kilometri di distanza. Il ristorante del buffet è frequentato assiduamente anche da una famiglia di corvi e da qualche scarafaggio: proviamo quindi a prenotare uno dei ristoranti alla carta ma è possibile solo “mañana por la mañana”.Mañana por la mañana saremo già ben lontani perciò siamo condannati al buffet. Ci ricorderemo del Sol Cayo Santa María soprattutto per le buonissime crèpes e il succo di mango della colazione e per la fastidiosa sensazione provata quando alle due di notte si spaccano tre doghe del letto e ti rendi conto che ne mancavano già altre dieci.
I motivi per cui in fondo si è comunque contenti di soggiornare qui sono due: il prezzo stracciato e soprattutto la spiaggia su cui ci si affaccia, il tratto più ampio e meno frequentato di tutta Playa Santa María.
Come ormai ben sappiamo, prima di rilassarsi bisogna pensare alle “commissioni”. Passo quindi la prima giornata a cercare qualcuno che si occupi di hotel e pullman senza incontrare anima viva. Il giorno dopo finalmente compare un signore al banco dei trasporti. Chiedo di prenotare il pullman per Varadero. “No se puede.” “Come no se puede?” Se puede solo il giorno prima. Lo prego con tutte le parole del dizionario spagnolo che conosco già intuendo il tragico epilogo a cui andremo incontro, senza ottenere niente. “Mañana!”. Mi arrendo e inizio a pensare ad un altro modo per andare via da quest’isola. Non ne trovo manco uno e ritorno il giorno dopo piena di speranza. Il banco ha appena aperto, non può avere già preso altre prenotazioni, i biglietti saranno miei! E invece no. Il pullman è pieno. Lo ha riempito un’altra agenzia, quella che effettivamente si occupa di organizzarlo. Mi faccio di nuovo la stessa domanda: perché non ho scelto la Liguria??? Rischiamo quindi di rimanere sull’isola fino al giorno in cui non ci saranno tre posti liberi sul pullman o decideremo di chiamare un taxi che si faccia i 62km che ci separano dal paese più vicino e ci venga a recuperare per poi farne altri 62 al ritorno pagando da soli l’intero costo della corsa. Per nostra fortuna c’è chi è stato decisamente più previdente di noi: non fidandosi dei pullman, Fabrizio e Maddalena, una coppia di Torino come noi e col nostro stesso problema, si sono procurati prima di partire per il Cayo il numero di un taxista di Remedios. Lo chiamo mentre tutti ringraziano la mia laurea in spagnolo che non mi è mai servita tanto come in questo momento e finalmente troviamo una maniera per andare a Varadero.
 
VARADERO
A Varadero non avremmo neanche dovuto passarci, figuriamoci restarci quattro giorni. La meta prescelta per avvicinarci a L’Avana era Jibacoa, piccola cittadina sul mare frequentata soprattutto da cubani che abbiamo scoperto non essere conosciuta manco da loro. La paura che fosse un po’ troppo isolata e che fosse infestata dalle zanzare che ci hanno succhiato talmente tanto sangue da essere sazie fino a Pasqua del prossimo anno, ci ha fatto cambiare idea. A Varadero ci sono diverse casas particulares ma mio fratello sta per compiere i fatidici cinquant’anni. Decidiamo quindi di trattarci bene e festeggiare all’interno di un resort a cinque stelle, il Melia Península Varadero. Arriviamo alla reception con il voucher disponibile solo sul telefonino e con la paura che ci dicano che non è valido. E infatti ce lo dicono: serve stamparlo. Spiego che ci ho provato a prenotare l’hotel dal Sol Cayo Santa María ma che mi hanno risposto che non era possibile, che ho ricevuto la foto del voucher da due nostri amici che hanno prenotato anche per loro e arriveranno domani, che ho provato a stampare la foto ma che mi è stato detto che le stampanti degli hotel sono solo a uso interno… Insomma, la storia sembra talmente lunga e paranoica che alla fine ci lasciano entrare in quello che ci sembra un castello in confronto al Sol Cayo: ben tenuto, con camere spaziose e funzionanti e un ristorante senza corvi che svolazzano. Sembra un vero e proprio cinque stelle. Ma ci siamo fatti ingannare troppo presto: siamo comunque a Cuba e gli standard non sono quelli europei. Il servizio è anche qui molto lento e i bar della spiaggia e della piscina sono per la maggior parte del tempo inutili perché senza ghiaccio o senza bicchieri.
In compenso, il mare è talmente chiaro che sembra quasi bianco, senza onde a incresparlo. La spiaggia davanti al resort è comunque molto frequentata e i lettini verdi coprono il colore della sabbia. Basta però allontanarsi camminando qualche minuto per scoprire tratti incontaminati, senza musica, senza ombrelloni, senza persone. Solo la spiaggia e il mare cristallino.
Per la sera del compleanno di Andrea prenotiamo il ristorante giapponese del resort cenando con piatti che di giapponese hanno poco ma sbellicandoci dalle risate con l’improponibile Sushi Chef. A guastare la festa c’è solo un insetto trovato nel dolce… Il bagno in piscina a mezzanotte chiude la nostra permanenza a Varadero. Ormai manca solo una tappa alla fine del nostro viaggio, la più importante: L’Avana.
 
L’AVANA
Eccoci dunque a L’Avana, la città che più eravamo curiosi di vedere. Avremo una guida d’eccezione in quest’ultima tappa, Filippo, un amico di Andrea che si è trasferito da diversi anni nella capitale cubana,e sua moglie Lisette, che qui è nata. È Filippo a consigliarci Casa Rosalba, in Calle Aguacata, proprio fra i due quartieri più visitati della città: Habana Vieja e Centro Habana.
La nostra visita inizia proprio da Habana Vieja. Percorriamo Calle Obispo, la via principale, ricca di negozi e locali, per raggiungere la parte più antica della città e le sue piazze. Vaghiamo senza meta, perdendoci tra le vie lunghe e strette, incorniciate da alti palazzi colorati pericolanti i cui balconi sono tenuti su da travi di legno ancora meno sicure. Ci fermiamo per pranzo al Mina, in Plaza Armas, per mangiare del buon pollo ascoltando un gruppo che ci canta Hasta siempre Comandante per poi ammirare la Cattedrale e prendere un ottimo caffè a El Escorial di Plaza Vieja. Mangeremo molto bene anche a La Doña, un minuscolo ristorante situato sul tetto di una terrazza di Calle Obispo.
La zona di Centro Habana ci appare invece più curata e austera, con palazzi fatiscenti che si alternano al Gran Teatro e agli hotel di lusso con vista sul Capitolio. Saliamo sulla terrazza del’Hotel Inglaterra, il più vecchio di tutta L’Avana, per vedere dall’alto il Parque Central e il Capitolio e ci torniamo la sera per sorseggiare un mojito e un cuba libre ascoltando gruppi che suonano musica tradizionale. L’hotel più moderno e più chic è invece il Manzana, dalla cui splendida terrazza con piscina a sfioro la vista sulla città è ancora più bella.
Visitiamo il Museo della Rivoluzione che ci appare un po’ troppo spoglio rispetto agli 8CUC pagati per l’entrata, ma che risulta essere comunque una tappa obbligata se si passa da L’Avana.Stanchi di camminare, prendiamo l’HabanaBus al Parque Central che per 10CUC ci porta un’ora in giro verso Plaza de la Revolución fino al quartiere Miramar. Ci fa un certo effetto vedere la bandiera statunitense che sventola davanti l’Ambasciata degli Stati Uniti sul Malecón minacciato dalle onde.
Il biglietto dovrebbe valere tutta la giornata, decidiamo così di riprendere il pullman dal Parque Central per andare all’Hotel Nacional. Aspettiamo alla fermata mentre inizia a piovere senza vedere neanche l’ombra del bus e prendiamo la decisione peggiore di tutte: prendere un cocotaxi. Il cocotaxi è una sorta di risciò motorizzato che sembra uscito da un cartone animato che con il diluvio universale che imperversa sopra la città sembra non avere neanche un tettuccio per quanta acqua entra. Il taxista ci prende in giro per non averci pensato prima, mentre ridendo come dei pazzi attraversiamo infreddoliti la città. Entriamo quindi in uno degli hotel più lussuosi di tutta Cuba con i vestiti fradici e le scarpe che fanno ciaf ciaf e ci sediamo come se niente fosse a bere un aperitivo nel giardino con vista sul Malecón.
Filippo e Lisette ci leggono nel pensiero quando ci propongono di cenare con qualcosa di diverso rispetto a pollo e gamberetti che ci accompagnano ormai da tre settimane e ci portano al Venami, un piccolo ristorante italiano che ci preparerà degli ottimi spaghetti e che, scopriremo la sera seguente, fa anche una buona pizza.
La nostra ultima sera a Cuba la passiamo a La Factoria Plaza Vieja, una delle più importanti birrerie della città, ad ascoltare per l’ultima volta cantare dal vivo la musica cubana che ormai conosciamo bene.
Ultimi acquisti in Calle Obispo, ultimo succo di mango al Café Suiza, il nostro bar di fiducia i cui prezzi alti sono giustificati dalla qualità dei prodotti e dalla velocità del servizio (cosa abbastanza rara), ed è ora di salire sul taxi che ci porterà in aeroporto.
E la fabbrica di sigari? Giuro, ci ho provato a vederla. Sono andata all’Hotel Saragozza a prenotare il tour, ma mi hanno detto che era chiusa e di tornare l’indomani perché forse sarebbe stata aperta ma ancora non potevano saperlo. Sono così ritornata anche il giorno dopo, ma mi sono sentita dire che la fabbrica sarebbe stata chiusa tutto il mese successivo per ferie. In tre settimane a Cuba non sono perciò riuscita a vedere come viene fabbricato uno dei suoi prodotti più famosi, ma almeno ho preso qualche lezione su quali siano i più buoni!
Salutiamo così questo paese che ci lascia ancora sballottati, pieno com’è di contraddizioni, di povero e ricco messo insieme, di elegante e fatiscente nello stesso punto, che ci ha dato la possibilità di vedere posti di una bellezza incredibile e conoscere uno stile di vita differente. Ripensiamo alle piccole difficoltà che i turisti come noi si trovano ad affrontare, non ultima l’impossibilità di cambiare i pochi CUC rimasti in euro in aeroporto (mi hanno ridato indietro i CUC perché non avevano monete in euro consigliandomi di spenderli nei negozi dell’aeroporto… chein realtà erano tutti chiusi!).
Prenotando i pullman dall’Italia o affidandosi solo ai taxi, si eliminano la maggior parte dei problemi. Se invece, come noi, optate per organizzare tutto sul posto, preparatevi a lunghe code, uffici chiusi, servizi lenti. Ma in ogni caso, preparatevi soprattutto ad imparare: imparare che gli scaffali pieni dei nostri supermercati non sono da dare per scontati; imparare che l’efficienza di un lavoratore è direttamente proporzionale agli stimoli che riceve a migliorarsi; imparare a ricordare i visi delle persone che hai incontrato e sperare la settimana dopo che stiano bene e che le loro case siano ancora in piedi dopo aver lottato contro un uragano. E imparate subito una cosa prima di andare a Cuba, ve la dico io che l’ho già imparata: quelle che chiamano “ondate di caldo africano” non esistono. Il caldo non è africano, è cubano.
 
 
ITINERARIO
06-08/08 GUARDALAVACA
CASA VITRAL: 25CUC/notte, 4CUC/pax colazione, consigliata
TAXI AEROPORTO HOLGUÍN-GUARDALAVACA (collettivo da Holguín aeroporto a Holguín centro): 35CUC, 45minuti
TAXI PRIVATO GUARDALAVACA-PLAYA PEQUERO: 10CUC/tratta, 10minuti
TAXI PRIVATO GUARDALAVACA-PLAYA ESMERALDA: 5CUC/tratta, 5minuti
TAXI PRIVATO GUARDALAVACA-BARACOA: 120CUC, 4ore
 
09-11/08 BARACOA
CASA NEVIRA Y FERNANDO: 25CUC/notte, 5CUC/pax colazione, no acqua calda
TAXI PRIVATO PLAYA MAGUANA: 25CUC intera giornata, 20minuti
VIAZUL BARACOA-SANTIAGO: 15CUC/pax
 
12-13/08 SANTIAGO DE CUBA
CASA YOYI: 25CUC/notte, 5CUC/pax colazione, 10minuti dal centro
VIAZUL SANTIAGO-HOLGUÍN: 11CUC/pax, 3ore
 
14/08 HOLGUÍN
CASA OSCAR GUERRA: 25CUC/notte, 5CUC/pax colazione, consigliata
TAXI PRIVATO HOLGUÍN-AEROPORTO: 10CUC/tratta, 15minuti
TAXI PRIVATO HOLGUÍN-TRINIDAD: 150CUC, 6ore
 
15-17/08 TRINIDAD
CASA MANDY Y SONYA: 25CUC/notte, 5CUC/pax colazione, sistemazione spartana
TAXI PRIVATO TRINIDAD-TOPES DE COLLANTES: 50CUC intera giornata, 40minuti
TAXI PRIVATO TRINIDAD-PLAYA ANCÓN: 25CUC intera giornata, 15minuti
TAXI COLLETTIVO TRINIDAD-SANTA CLARA:15CUC/pax, 2ore
 
18/08 SANTA CLARA
CASA HOSTAL BODEGUITA DEL MEDIO: 25CUC/notte, 4CUC/pax colazione, sistemazione spartana
TAXI CENTRO-MAUSOLEO CHE GUEVARA: 3/5CUC
 
19-21/08 CAYO SANTA MARÍA
CAYO SOL SANTA MARÍA: 66CUCnotte/pax all inclusive, resort basico
TAXI COLLETTIVO CAYO SANTA MARÍA-REMEDIOS: 7CUC/pax, 1ore
TAXI PRIVATO REMEDIOS-VARADERO: 100CUC, 4ore
 
22-25/08: VARADERO
MELIA IBEROSTAR PENÍNSULA VARADERO: 84CUCnotte/pax all inclusive, medio livello
TAXI PRIVATO VARADERO-HAVANA: 120CUC, 2ore
 
26-28/08: L’AVANA
CASA ROSALBA: 40CUC/notte
TAXI PRIVATO L’AVANA-AEROPORTO: 25CUC, 35minuti

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