A Cuba dai Cubani

in viaggio con maxtiri in Cuba

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A Cuba dai Cubani

Massimo, Catia, Alessandro e Francesca: tutto è nato in una di quelle serate d’inverno in cui si parla di vacanze estive. Si va a Cuba? Si va a Cuba. Ma a una condizione: questa sarà una vacanza da viaggiatori e non da turisti. Bandite quindi località quali Varadero, Cayo Largo, Cayo Coco ecc. Tutti d’accordo? Tutti d’accordo.
Inizia quindi la fase della preparazione psicologica che consiste nell’acquistare cartine e guide per cercare di capire dove andremo e con chi avremo a che fare. E avremo a che fare con un gran popolo.
L’organizzazione del viaggio è come sempre appannaggio di Francesca, la nostra laureata ad honorem in organizzazione viaggi, anche se quest’anno ha avuto poco da fare a causa della natura stessa del viaggio. Quindi prenotazione volo Firenze-Parigi-L’Avana con Air France e prenotazione di 3 notti in hotel a L’Avana dopodiché… si vedrà.Mare sì, ma soprattutto gente straordinaria!Dovunque siamo stati a Cuba è sempre stato più o meno lo stesso (ricordatevi che siamo ad agosto ed agosto fa parte della cosiddetta stagione umida) mattinate di cielo sereno, inizia a rannuvolarsi nel pomeriggio per poi spesso sfociare in pioggia più o meno intensa. Ma i temporali sono tipici tropicali, dopo mezz’ora torna il sereno.
La temperatura è sempre stata piacevole senza mai superare troppo i 30°.Assolutamente informale, l’indumento più pesante che ho indossato è stata una t-shirt.L’AVANA
Arriviamo a L’Avana nel tardo pomeriggio di sabato 9 agosto; appena usciti dall’aeroporto ci attende una fitta pioggerella (ci abitueremo a questo nel corso della vacanza) che poco dopo sfocia in un grosso temporale seguito, il tutto nel giro di un’ora non di più, di nuovo dal sereno.
A proposito dell’aeroporto, le operazioni in uscita sono estremamente lente: è un altro dei fattori, la calma cubana, ai quali ben volentieri ci assuefaremo.
Non esiste il problema di cercare un taxi, tante le offerte che ci vengono fatte non appena mettiamo piede a terra.
E così facciamo il primo approccio con la popolazione indigena: il tassista ci accompagna allegramente sotto una pioggia torrenziale, buche dell’asfalto schivate con esperienza, assaltato dalle nostre prime domande di curiosità. Più o meno in mezz’ora e con 20 $ (l’euro non è ancora accettato se non negli alberghi – e non tutti) ci lascia in Parque Central, in piena Habana Vieja davanti all’Hotel Telegrafo.
L’Avana è una città da oltre 2 milioni di abitanti (sugli 11 di tutta Cuba) ed è molto vasta. La zona però più caratteristica, quella cioè che raccoglie più interessi, storico, artistico, di costume, il vero cuore pulsante della capitale è Habana Vieja, affacciata sull’Oceano Atlantico racchiusa tra i due lungomari Avenida del Puerto e Malecòn.
Francesca come al solito ha avuto “naso”, l’Hotel Telegrafo è un albergo con tutti i numeri per reggere anche alla concorrenza europea. Uno dei più recenti della città, è stato ristrutturato sul corpo preesistente ed ha camere grandi e confortevoli con condizionatore, TV satellitare e vista sullo splendido Parque Central.
Il tempo di farci una doccia rigeneratrice e siamo subito sul campo con lo scopo di iniziare a “respirare” questa città. Attorniati subito dai ragazzi del posto che, chissà come mai (!), capiscono che siamo Italiani e ci propongono chi di portarci a un paladar (tipica soluzione cubana per cenare in casa di una famiglia) chi di farci da guida, chi di portarci in qualche locale.
Nessuno però si è mostrato né si mostrerà in tutta la nostra permanenza maleducato o peggio ostile, massima cordialità, il tutto condito da un’allegria che è veramente contagiosa. Ci fermiamo a cenare in un locale, una sorta di vecchio circolo ricreativo dove ci sono solo Cubani e mangiamo con 4 $ a testa del pollo e del riso fritti. Sulla via del ritorno Alessandro ed io ci imbattiamo nella prima testimonianza diretta di ciò che all’estero viene detto delle “jineteras”. Siamo ripetutamente avvicinati da ragazze (alcune giovanissime) che si offrono in cambio di una cena, di un vestito o di qualche altra semplice cosa. E’ una prostituzione profondamente diversa da quella che noi conosciamo, qui lo fanno veramente per fame; purtroppo c’è, soprattutto tra i nostri connazionali, chi fa in modo che questa piaga si diffonda sempre più. Non mi soffermerò volutamente più su questo triste argomento.
Siamo esausti e ce ne andiamo a letto a mezzanotte quando per il nostro organismo sono le 6 di mattina.
Il primo obiettivo della mattina seguente è il Museo de la Revoluciòn, vicino all’hotel, una tappa secondo me imprescindibile. Con 4 $ d’entrata (compreso l’extra per la macchina fotografica) veniamo proiettati nel recente passato. Il museo si trova nella ex residenza del dittatore Fulgencio Batista che fuggì in occasione della Rivoluzione del ’59. All’esterno si trovano un carro armato, una vecchia Pontiac che serviva per il contrabbando di armi e documenti, aerei che servirono per respingere l’attacco americano alla Baia dei Porci e all’interno una curiosità, l’angolo dei Cretini, generosamente dedicato a Reagan, Bush e naturalmente a Batista.
Terminata la visita ci dedichiamo ad un’altra priorità, la ricerca di un’auto da noleggiare. Intanto ci rituffiamo nel traffico cittadino. Il traffico non è caotico ma il tasso di inquinamento è ugualmente molto elevato a causa della circolazione di veicoli assolutamente non più adeguati, come le famose vecchie auto americane degli anni 50.
Altra curiosità l’alto numero di risciò, biciclette carrozzate per i turisti, e un tipo di taxi motorizzato, un triciclo a forma di uovo anch’esso destinato ai turisti (50 cent per chilometro la tariffa). Inoltre non sfugge certo alla vista il famoso “Cammello” un mostruoso autobus lunghissimo di color rosa che, avendo dei ripiani a scalino, viene così simpaticamente soprannominato.
Dopo tre tentativi riusciamo a trovare un auto presso l’Hotel Plaza. Un consiglio: l’auto è meglio prenotarla dall’Italia sia per il costo che per la qualità, preferibile un fuoristrada, lo capirete in seguito.
Ci viene assegnata una Volkswagen Gol (avete capito bene Gol no Golf), un’auto evidentemente destinata al mercato cubano, una sorta di mix tra una Lupo e una Polo. 65 $ il giorno compresa l’assicurazione. La compagnia è la Transtur (caldamente consigliata, credetemi).
Intanto iniziamo a prendere confidenza con questa città. L’Avana è una città fiera pur nella sua decadenza, è una città che ti ipnotizza per i suoi palazzi aristocratici che cadono a pezzi, per le sue piazze colme di habaneros intenti alle più svariate attività, per i suoi giardini con le imponenti palme reali, per il suo mare, a suo modo triste, non ci sono spiagge in città, ma allo stesso tempo affascinante, per il suo lungomare, il Malecòn, l’autentica immagine di Cuba.
Ora che abbiamo l’auto (el carro come dicono i Cubani, non el coche), ci dirigiamo verso Plaza de la Revoluciòn. Due cose a cui noi Italiani non siamo abituati, la quasi totale assenza di distributori di benzina (vedi embargo) ed il posizionamento dei semafori al centro e non all’inizio dell’incrocio con l’obbligo quindi di fermarsi prima, bisogna farci l’abitudine.
Plaza de la Revoluciòn ti colpisce subito per la famosissima effigie del Che, in metallo nero che si staglia sulla facciata del Ministerio del Interior. Al centro c’è invece il possente monumento a Josè Martì, l’eroe patriota, poeta e martire cubano, il personaggio più noto a Cuba; l’aeroporto dell’Avana ha il suo nome e quasi tutte le più importanti plazas o avenidas delle città portano il suo nome. La piazza è enorme e ti trasmette una sensazione di austerità e di grande rispetto per questi due grandi personaggi. E comunque la si pensi bisogna dire che questa è la conferma che il governo attuale non sottostà ad alcuna regola del mondo occidentale: la piazza è spoglia, le auto vanno parcheggiate lontano e bisogna arrivarci a piedi. Probabilmente la stessa piazza messa in Italia avrebbe un biglietto d’entrata ed un bel parcheggio a pagamento con cartelloni pubblicitari ai lati.
Sulla via del ritorno percorriamo il tunnel sottomarino per portarci sulla sponda ovest dell’Avana e ammirare lo splendido panorama dalla fortezza del Morro, risalente al XVI secolo, con mura spesse 3 metri costruite con blocchi di scogliera.
La sera ci concediamo una serata mondana al Tropicana, il più famoso nightclub di Cuba. Per chi piace il genere, l’alto costo del biglietto 85 $ a testa compreso di una modesta cena (bibite a parte) è comunque speso bene. Lo spettacolo è davvero bello, giochi di luce, costumi sfarzosi e soprattutto le incantevoli ballerine (ma anche i ballerini non sono male a detta delle nostre signore).

PINAR DEL RIO
Meta del giorno dopo è la regione di Pinar del Rìo, l’estremità occidentale dell’isola, 200 km. dall’Avana. Pinar del Rìo è la regione del tabacco, l’intento è quello di visitare qualche fabbrica per acquistare i sigari; i sigari è meglio acquistarli o alle fabbriche o in aeroporto, assolutamente non per strada dove i prezzi sono stracciati… ma anche la qualità. Siamo inoltre curiosi di vedere nella Valle de Vinales i famosi “Mogotes”, montagnole verdeggianti che si ergono improvvise dal suolo tipo una Ayers Rock in piccolo.
Decidiamo di iniziare il percorso sulla strada normale per poi immetterci successivamente sulla Autopista. Forse esageriamo un po’ nell’addentrarci nell’interno, tanto è vero che troviamo delle strade veramente sconnesse. All’ora di pranzo incontriamo un paesino, Alquizar, che sembra venire direttamente dal Far West, stradine in terra battuta, casine in legno che costeggiano la “main road” e ci fermiamo davanti all’unico ristorantino che troviamo. Una volta entrati cambia scenario, apparecchiature pulite e in ordine, aria condizionata, cartelli vietato fumare, solo una cosa stonata, un letto vero e proprio di mosche sul tavolo. Ci guardiamo ma capiamo che la prossima alternativa chissà a quanti chilometri sarà. Il pranzo si rivelerà tra i migliori: pollo fritto, banane fritte tagliate fini (una costante dappertutto), birra per meno di 4 $ a testa e anche le mosche hanno girato abbastanza al largo.
Torniamo in marcia e troviamo l’autostrada.
Due parole vanno spese per la Autopista cubana: un vero spettacolo. Signore e signori, tutto è permesso, gente in calesse o in bicicletta, persone che attraversano a piedi, altri a cavallo contromano, si può fare inversione tranquillamente, uomini e donne che offrono i loro prodotti agricoli direttamente sulla carreggiata, un giorno trovammo uno che vendeva un maialino intero già arrostito e condito. C’è da dire che il traffico è praticamente assente, i Cubani non possono certo permettersi di fare la gita fuori porta in autostrada. Inoltre ad ogni ponte uno slogan rivoluzionario tipo “Venceremos” “Hasta la victoria sempre” “Socialismo o muerte” ecc.
L’autostrada termina al capoluogo della Regione, Pinar del Rìo, noi continuiamo verso nord in direzione Vinales. Ci aspettano una trentina di chilometri di strada collinare tutta curve e sotto la solita pioggerella pomeridiana. Un consiglio sincero per chi percorrerà questa strada: andate piano, lo abbiamo saputo dopo che questa strada è denominata la “Via del Peligro”. E lo abbiamo capito a nostre spese, all’approssimarsi dell’ennesima curva, causa il fondo stradale veramente pessimo, sdrucciolevole, l’auto guidata da Alessandro non ha risposto più ai comandi e siamo andati a dritto.
Vi posso confessare che qualche capello bianco in più ci è spuntato a tutti in quei brevissimi secondi in cui non capivamo cosa c’era al di là della curva, qualche tornante prima avevamo visto dei balzi anche di una decina di metri.
Per fortuna la sorte è stata dalla nostra parte, sotto alla curva c’era un terrapieno di un paio di metri e la macchina si è adagiata semiverticalmente su di esso. Un attimo di vuoto mentale poi: “Tutto a posto ragazzi?” un sì generale ci ha rinfrancato, siamo usciti di macchina, ci siamo guardati e siamo scoppiati in una risata isterica scaccia-tensione.
Facciamo mente locale e ci rendiamo conto che siamo ad oltre 200 km. dall’albergo alle 5 del pomeriggio in una zona semidesertica. Ci mettiamo in cammino e la sorte ci assiste di nuovo, troviamo un insediamento della guardia forestale la quale si mette subito in contatto con la polizia. In attesa dell’arrivo della polizia abbiamo un altro riscontro della grande ospitalità e giovialità di questa popolazione: vicino alla guardia forestale c’è una casetta abitata da una coppia di agricoltori-allevatori. Passeremo due ore lì completamente a nostro agio ospitati da questa coppia prodiga nell’offrirci tisane tranquillanti, frutta raccolta al momento e delle sedie a dondolo sulle quali rilassarci. Quando ci vengono a prendere con tanto di carro attrezzi abbiamo quasi un nodo alla gola nel salutarli, davvero della brava gente.
Ci portano all’ufficio della Transtur di Vinales dove spieghiamo tutto l’accaduto rendendoci però conto dell’impossibilità di tornare a L’Avana almeno per stanotte. Chiediamo dove possiamo andare a dormire e veniamo accompagnati presso due case, i cui proprietari sono amici dell’autista del carro attrezzi.
La prima esperienza di Casa particular non è sinceramente il massimo: la casa in cui andiamo a dormire Catia ed io, pur nella sua dignità è veramente spartana, una stanzina contenente un letto matrimoniale… e basta, il tutto aggravato dal fatto che non avevamo naturalmente niente di ricambio. Facciamo di necessità virtù e tutto sommato la notte passa tranquilla, svegliati la mattina dopo dal canto del gallo e dal grugnito di un maialino che dorme di là dalla nostra finestra. Ci alziamo, ci diamo una lavata approssimativa e troviamo sul tavolo la colazione pronta, un thermos di latte ed uno di caffè, burro, marmellata, frutta varia e succo di papaya. La giornata inizia bene. Paghiamo 26 $ e ci ritroviamo con Francesca ed Alessandro, i quali sono rimasti un po’ più soddisfatti di noi.
L’appuntamento di stamattina è al comando di Polizia per la denuncia, ci incamminiamo per il paesino e lo apprezziamo sicuramente più di ieri sera, ora che abbiamo la mente più sgombra. Vinales è un “pueblo” carino e accogliente immerso in una vegetazione lussureggiante. La solita via principale alberata, le casine che la costeggiano e la chiesa in stile coloniale nella piazza principale con giovani e vecchi a giocare a domino, il gioco di strada più diffuso a Cuba, lo abbiamo visto praticare un po’ dappertutto.
La mattinata scorre per intero al posto di Polizia in cui Alessandro ed io siamo tartassati di domande da più di un funzionario circa la dinamica dell’incidente. All’inizio parevano tutti un po’ burberi con noi, alla fine abbiamo salutato tutto il Comando con strette di mano e gran sorrisi da parte di tutti, forse abbiamo contribuito a far passare una mattinata diversa alla Polizia del posto.
Usciti dal Comando, riceviamo la gran notizia, da qui il consiglio a rivolgersi alla Transtur. Un taxi ci riporterà a L’Avana (oltre 200 km) a spese dell’agenzia, in attesa possiamo andare tranquillamente a mangiare.
Non c’è molta scelta di ristoranti a Vinales, entriamo in quello più vicino e mangiamo il solito pollo fritto stavolta accompagnato da patatine fritte (stranamente rarissime a Cuba). Un altro consiglio, a Cuba manca la carta, manca in tutte le più svariate forme, mancano i giornali, l’unico che c’è è il Granma, il giornale di partito che abbiamo visto circolare solo a L’Avana, scarseggia (ebbene sì) la carta igienica e nei ristoranti non ti portano i tovaglioli quindi portatevene un po’ da casa, compresi salviette e fazzolettini.
Usciti dal ristorante siamo subito chiamati da un addetto della Transtur che ci accompagna al taxi.
Ripassare dal luogo dell’incidente non è stato del tutto simpatico, e ripassarci alla velocità con cui l’autista guidava lo è stato ancora meno, poi è arrivata la autopista e in due ore e mezzo siamo di nuovo all’Avana. Lauta mancia all’autista e rieccoci nella capitale.
Sbrighiamo le pratiche all’Hotel Plaza inerenti all’incidente, paghiamo come da contratto la franchigia, 350 $, e ci viene assegnata un’altra auto. Stavolta, visto che è un modello presente anche in Italia, non faccio nomi, perché altrimenti dovrei fare pubblicità negativa. A parziale sua discolpa dico solo che è un’auto “vissuta” (105.000 km.) di piccola cilindrata e a Firenze si dice ciombata, cioè picchiettata dappertutto. Assolutamente bisognosi di una doccia ce ne stiamo un paio d’ore in albergo poi di nuovo in marcia per visitare un altro pezzo di città, visto che domani cambieremo aria. L’aperitivo lo facciamo alla mitica Bodeguita del Medio, il famoso locale frequentato da Hemingway, in cui è d’obbligo il “Mojito” la bevanda nazionale di Cuba, Havana Club, succo di limone, ghiaccio e foglie di menta. Per favore non chiedete al Bodeguita di prepararvi un daiquiri, se ne offendono! Il gestore ci ha fatto vedere un quadro dove con la calligrafia di Hemingway c’è scritto: “Mi mojito al Bodeguita, mi daiquiri al Floridita” altro famoso locale.
Poco più in là del Bodeguita, dopo l’edificio Bacardi (sì proprio quello del rum Bacardi) c’è la splendida piazza della Cattedrale.

VERSO TRINIDAD
Partiamo di buona mattina per coprire i quasi 300 km. che ci dividono da Trinidad e, visto che iniziamo a capire come funziona a Cuba, mettiamo in preventivo di arrivarci solo la sera, infatti la cartellonistica stradale è pressoché assente e capita spesso di sbagliare strada; ormai abbiamo imparato che è meglio fermarsi e chiedere, la gente si fa sempre in quattro per aiutarti.
Alla periferia della capitale notiamo le indicazioni per il Parque Lenin e, incuriositi, vi entriamo. E’ un parco enorme, tutto prati ben curati, laghetti e stradine sulle quali si può viaggiare anche in macchina, vista la vastità. E’ una sorta di grande polmone verde della città in cui gli habaneros cercano un po’ di fresco (anche se la calura cubana, almeno in agosto, non è neanche lontanamente paragonabile ai 40° italiani). Infatti anche per molti di loro agosto rappresenta il mese di riposo lavorativo, anche per le scuole che, pensate, rimangono chiuse solamente in questo mese. Spicca ad un certo punto il grande monumento a Lenin, uno degli ultimi rimasti intatti al mondo.
Dopo diversi errori e diverse richieste di informazioni riusciamo ad entrare in autostrada. E’ la A1 Autopista Nacional, la principale del Paese, quella che porta da L’Avana fino a dopo Sancti Spiritus (circa a metà del Paese). La carreggiata è molto ampia, a 6 corsie anche se non c’è la segnaletica orizzontale ma le caratteristiche sono le solite, traffico zero o quasi e anarchia totale.
Sotto ad ogni ponte ci sono schiere di autostoppisti, l’autostop è una pratica frequentissima a Cuba, vista la scarsità di mezzi motorizzati e non c’è assolutamente da diffidare di chi chiede un passaggio.
A metà percorso il paesaggio circostante si fa molto bello, all’altezza circa di Jaguey Grande, sulla destra ci sono le avvisaglie di Zapata, la penisola in parte paludosa, regno dei birdwatchers e a sinistra la vegetazione fa intendere delle grandi coltivazioni di agrumi. Il manto stradale delle Autopistas merita comunque almeno la sufficienza.
Troviamo un rarissimo distributore di benzina Cupet-Cimex, la compagnia cubana dei carburanti, e facciamo il pieno, la benzina especial, una sorta di benzina verde che costa 0,90 $ il litro ed il prezzo è fisso in tutto il Paese.
Passiamo da Cienfuegos, una grande città nella parte centromeridionale dell’isola, ma non ci tratteniamo perché inizia ad imbrunire e manca ancora un’ottantina di km. a Trinidad. A prima vista Cienfuegos non ci è apparsa particolarmente attraente, ma abbiamo visto troppo poco per dare un giudizio. La città si affaccia direttamente sul Mar dei Caraibi ma non ha vere e proprie spiagge, in compenso ci sono alcune zone purtroppo molto degradate con case che sfidano le leggi della fisica. E’ un centro industriale soprattutto di zuccherifici, ha un porto importante ed alla sua periferia sorge quella che sarebbe dovuta diventare la centrale nucleare di Cuba ma che è rimasta incompiuta dopo il collasso dell’Unione Sovietica.

TRINIDAD
Arriviamo in città, come previsto, verso le 8 di sera; siamo subito assaliti dai soliti “consigliatori” che propongono casas particulares, ma a quest’ora non siamo dello spirito giusto per iniziare a girare per Trinidad per scegliere una casa.
Siamo stanchi, la nostra intenzione è quella di trattenerci solo qualche giorno, ma non potevamo prevedere che ci avremmo vissuto per 7 giorni (metà della vacanza).
Dalle guide sappiamo che a 12 km. da Trinidad c’è la bellissima penisola di Ancòn, abbiamo visto le foto della spiaggia e ciò ci attrae non poco visto che di mare per ora non ne abbiamo parlato e le mogli iniziano a bofonchiare.
E di solito dove ci sono belle spiagge ci sono gli hotel, quindi ci dirigiamo in quella direzione, almeno per pernottare una notte.
Gli hotel sono 3 (e non è poco!); al terzo tentativo abbiamo trovato da dormire, e meno male perché sinceramente se anche l’Hotel Ancòn ci avesse detto “todo lleno” a quell’ora della notte non avremmo saputo davvero dove andare, probabilmente in macchina.
L’Hotel Ancòn è un albergo semplice (58 $ la camera) di struttura che ricorda vagamente regole di costruzione est europea e stona francamente con la bellissima spiaggia e mare sottostanti. Ma per una notte si può fare.
La mattina seguente lasciamo di gran carriera e con molto malincuore quella spiaggia che sembrava chiamarci (con meno malincuore lasciamo l’hotel) per andare a cercar casa. Fatta quella decina di chilometri che dividono la penisola di Ancòn da Trinidad arriviamo in prossimità del centro abitato, vediamo un gruppo di persone che sta tranquillamente discorrendo nel cortile di una casa e che a prima vista ci ispira fiducia e chiediamo loro se possono aiutarci nel trovare una casa particular.
Si consultano ed infine una di loro ci dice di seguirla.
Ci accompagna ad una casa di amici, una casa che diventerà la nostra “residenza” per ben 7 notti. Siamo fortunati sia noi che loro perché proprio quella mattina se ne andava un gruppo di turisti che aveva alloggiato lì qualche giorno.
La casa è molto carina, c’è un piano terra dove alloggiano i proprietari, c’è un bel patio verdeggiante arredato con tavolini e sedie, un piccolo laghetto dove nuotano dei pesci gatto e l’angolo cottura molto ben fornito. Il piano superiore è dedicato interamente agli ospiti: c’è un terrazzino per frescheggiare la sera e le due camere matrimoniali. Le camere sono ampie, provviste di condizionatore, bagno attiguo e soprattutto molto pulite. La padrona ci spiega che la tariffa è 50 $ il giorno (a camera) compreso di colazione, cena e anche parcheggio per l’auto. Non ce la sentiamo di contrattare ed accettiamo di buon grado.
La cena per i Cubani è alle 18 /19 (!) ma a noi danno la massima libertà ed inoltre la scelta è sempre tra maiale, pollo, pesce o aragosta.
La casa è “regular” lo capiamo subito perché veniamo registrati su un apposito registro con dati del passaporto e firma.
E’ ancora mattina e abbiamo già trovato casa: incredibile.
E’ giunta l’ora del mare. Ci mettiamo in macchina e torniamo verso Ancòn ma non arriviamo alla zona alberghiera; ci fermiamo prima quando vediamo una grande struttura in legno con tetto in vegetale tipo una grossa capanna con scritto “Grill Caribe”, quello sarà il nostro quartier generale nella settimana marittima di Trinidad.
Finalmente alle ore 13 di giovedì 14 agosto 2003 facciamo il primo ingresso ufficiale fra le onde del Mar dei Caraibi.
Se venite da queste parti vi consiglio caldamente di fermarvi qui.
Il posto è davvero incantevole, il turchese dell’acqua fa contrasto con il bianco della sabbia ed il verde della vegetazione circostante, inoltre l’acqua oltre ad essere limpida è caldissima, non ho mai sentito un’acqua così calda (fin troppo!) neanche nel Mar Rosso. Se proprio dobbiamo trovare un lato negativo, la sabbia vicino alla riva è un po’ sassosa, e poi nel pomeriggio scopriremo i “jejenes” o mosquitos, Alessandro capirà cosa vuol dire.
Il Grill Caribe è una piccola struttura (sapremo in seguito che è statale) comprendente un piccolo parcheggio custodito, basta 1 $ di mancia per tutto il giorno e ritroviamo anche l’auto pulita, una spiaggetta con 3 o 4 ombrelloni (1 $ per l’ombrellone e 1 $ per ogni lettino) ed il ristorante in cui si possono mangiare i consueti piatti cubani, pollo, maiale, qualche verdura (avichuela=fagiolini, col=cavolo, pepino=cetriolo) frutta, mango su tutti, veramente speciale, ma anche banane, papaia, guayaba, anguria (melòn); i prezzi del ristorante sono invece un po’ più “europei” nel senso che si mangia con 10/12 $. A Cuba è molto frequente la birra, la Cristal nettamente la più diffusa, ma anche la Bucanero (leggermente più forte) e la Moyabe. A fine pasto non ci facciamo mai mancare il bicchierino di Havana Club, il ron più diffuso a Cuba.
Tornati a casa finalmente rilassati da una bellissima giornata di mare, ci aspetta la cena preparata da Marta e David, i padroni di casa. La miglior cena da quando siamo a Cuba, tanto è vero che non troveremo mai la forza di andare a mangiare altrove durante tutta la settimana. Innanzitutto l’apparecchiatura impeccabile anche nei particolari, poi abbondanza e qualità nelle porzioni. Catia Francesca e Ale prendono l’aragosta e rimangono interdetti dalla bontà, io ho scelto il pargo, è un pesce dall’aspetto di un barracudino la cui consistenza è simile al merluzzo, ottimo. Sarà uno dei piatti fissi nel proseguo della vacanza. Il servizio è impeccabile, pane a iosa (altro cibo latitante a Cuba) e anche tovaglioli!
Dopo cena facciamo la prima uscita notturna per le splendide vie ciottolose di Trinidad, Trinidad Vieja è infatti costellata di tutte stradine caratteristiche, piene di ciottoli ed è dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Passiamo dalla bellissima Plaza Mayor dove sorge anche la Cattedrale e poi ci inoltriamo nelle viuzze dove ci sono innumerevoli localini dove viene suonata musica dal vivo. Inoltre in una piazza attigua a Plaza Mayor c’è una vera e propria discoteca all’aperto dove i ragazzi del posto si mescolano a turisti e turiste per ballare salsa, merengue, rumba e chi più ne ha più ne metta. La vita notturna di Trinidad è veramente all’altezza della situazione.
Una parola va spesa sulle capacità danzerecce di questa popolazione, sia uomini che donne si muovono in maniera divina, sono nati per ballare, fina dalla più tenera età, veramente uno spettacolo!
Avevo già accennato dei mosquitos, ebbene la mattina dopo ci siamo messi in marcia per cercare una struttura sanitaria, infatti sembra proprio che tutti i mosquitos di Trinidad si siano associati per attaccare Alessandro, il quale si ritrova delle gambe… che neanche con il morbillo! Deve essere un problema di epidermide in quanto Francesca sua moglie non ha neanche una puntura, Catia ed io siamo una via di mezzo, comunque sopportabile.
La sanità a Cuba funziona, o meglio, funzionerebbe se le medicine ci fossero!
La dittatura di Fidel Castro è una dittatura atipica. Il dittatore per antonomasia vuole ad esempio un popolo ignorante, ma Fidel ha incentrato proprio sulla sanità e sull’istruzione i suoi dictat principali. La sanità, in qualsiasi sua forma, è gratuita per un Cubano e l’istruzione altrettanto gratuita fino all’Università, grazie a questo Cuba è il Paese dell’America Latina con il più basso tasso di mortalità infantile, con la durata della vita media più alta e con il più alto tasso di laureati.
Trovare quindi una struttura sanitaria non è difficile, infatti ci imbattiamo nel Policlinico di Trinidad ed in 10 minuti abbiamo già fatto tutto. Attesa zero, visita e ritiro di una pomata, rigorosamente gratuita. Poi abbiamo saputo che per i turisti c’è un vero e proprio Pronto Soccorso ad hoc provvisto di farmacia fornitissima, naturalmente a pagamento.
Intanto uno pneumatico della nostra auto fa le bizze, apprendiamo dal gommaio che perde la valvola, così ci viene sostituita la ruota con quella di scorta. Speriamo bene per il futuro!
Due parole sulle telefonate: evitate di farle dagli alberghi, costano molto di più. Il segnale per i cellulari c’è solo a L’Avana, al di fuori si è isolati. Conviene comprare le tessere telefoniche internazionali (tarjetas internacionales), apparecchi che le possono utilizzare li abbiamo trovati un po’ dovunque. In un paio di minuti va via una decina di dollari ma è il minimo che si può spendere.
Al rientro a casa, siamo nel giorno di Ferragosto, Marta ci dice che è il compleanno di David ed in suo onore ci saranno degli invitati a cena. E’ infatti dal primo pomeriggio che è a cuocere su un barbecue allestito per l’occasione un maialino intero.
La sera facciamo conoscenza di Raul, 27 anni, al quale non si può certo dire non piaccia bere, che ci racconta con entusiasmo che il 1° Settembre parte per Parigi invitato da colei che dovrebbe diventare sua moglie, conosciuta qualche anno fa in vacanza proprio a Trinidad.
Tra gli invitati ce n’è anche uno proveniente da L’Avana, è un giornalista di Radio Rebelde, profondamente castrista, che partecipò anche alla campagna cubana in Congo negli anni ’70, che, appena saputo che siamo Italiani, ci avvicina per chiederci come la pensiamo e da che parte stiamo. Intavoliamo una lunga discussione ma sui contenuti taccio per correttezza.
In questi giorni abbiamo anche il piacere, grazie a David, di apprezzare i sigari cubani. Montecristo, Cohiba, Partagas, Romeo y Julieta sono le marche più importanti, ne abbiamo visti delle più diverse lunghezze e diametri. Chi se ne intende dice che sono davvero di un altro pianeta rispetto ai nostri.
Due parole anche sulla lingua: a Cuba si parla spagnolo e basta, abbiamo conosciuto pochissime persone che conoscessero appena l’italiano o l’inglese. Inoltre la lingua parlata a Cuba è ben lontana dallo spagnolo “castellano” che ci insegnano a scuola. I Cubani parlano velocissimo e “strascicato”, a Firenze conosco una ragazza messicana che dice che quando è andata a Cuba ci sono stati problemi anche per lei nel capirli.
Come noi Fiorentini omettiamo la “c” lo spagnolo-cubano omette spesso la “s” e bisogna francamente farci l’abitudine, eclatante è la frase “più o meno” tradotta “màs o menos” ma letta “maomeno”, ve lo assicuro!
Intanto le giornate scorrono con la nostra spiaggetta ad Ancòn sempre a disposizione. Un giorno visitiamo la vicina spiaggia de La Boca, frequentata soprattutto dalla gente del posto, ma c’è troppo affollamento e ce ne torniamo alla nostra.
Vicino a noi c’è anche l’approdo per Cayo Blanco, un isolotto attorno al quale si possono fare immersioni. Ebbene, abbiamo saputo che il traghetto che ti porta al Cayo è vietato ai Cubani, evidentemente per il timore che qualche fuggitivo sequestri il traghetto stesso, ed allo stesso tempo abbiamo saputo che molte spiagge turistiche, vedi Varadero, sono off-limits per i Cubani, è veramente il colmo!
Sono tante le cose che non riusciamo a capire; un Cubano non può tranquillamente espatriare, occorre un invito (certificato da notaio) da parte di un cittadino straniero, è vietato internet nelle case private, è vietata la TV satellitare, ci sono solo due canali televisivi, non puoi vendere la tua casa ad un privato, neanche se Cubano, la carne di manzo (eppure di pascoli ne abbiamo visti tanti) è vietata a tutti tranne che ai bambini inferiori a 7 anni ed alle donne incinte, è scoraggiata del tutto l’imprenditorialità a favore della statalità. Anche le casas particulares che stanno prendendo sempre più campo iniziano ad essere malviste dal governo che cerca sempre più di tartassarle a favore degli hotel statali (vedi l’Hotel Ancòn).
E poi ci sono i CDR (Comitè por la Defensa de la Revoluciòn), sono degli organismi che stanno alla base della società cubana, ogni cittadino a 14 anni inizia a farne parte. E’ un’organizzazione estremamente capillare, i CDR sono più che rionali, ogni isolato ha il suo. I CDR hanno i propri responsabili che spifferano a chi di dovere eventuali scorrettezze o comportamenti strani anche del proprio vicino di casa. Tutto ciò spesso fa diffidare anche del tuo vicino.
David è ingegnere meccanico e Marta avvocato ma non hanno il lavoro per il quale hanno studiato (ma questo succede anche in Italia).

SANCTI SPIRITUS e SANTA CLARA
Lunedì 18 agosto, nuvoloso, decidiamo di andare a Sancti Spiritus, lasciamo per un giorno Trinidad alla quale ci stiamo sempre più affezionando, questa cittadina senza semafori, senza indicazioni stradali, senza negozi, almeno per come li intendiamo noi, non ci sono giornalai ad esempio.
Sancti Spiritus dista circa 80 km. da Trinidad e per arrivarci si passa dalla cosiddetta Valle de los Ingenios, una vallata di diversi chilometri in cui anni fa si produceva lo zucchero a livello semi-familiare e che ora è caduta in disuso.
Questa valle, credetemi, presenta panorami mozzafiato ed anch’essa fa parte del Patrimonio dell’Unesco. Una vegetazione rigogliosissima dominata dalle maestose palme reali, davvero da cartolina.
Sancti Spiritus è una cittadina al di fuori dalle rotte turistiche, ed infatti quando vi entriamo notiamo una grande tranquillità (ed un gran caldo!). Carina è la città vecchia con viuzze in pietra e casine colorate.
A pranzo andiamo al ristorante Quinta Sant’Elena, una bellissima villa ristrutturata ai piedi del ponte sul fiume Yayabo, un posticino davvero piacevole dove abbiamo mangiato con 9 $ a testa.
Nel pomeriggio giriamo per il centro, che presenta sembianze un po’ più occidentali, negozi di souvenir, qualche banca, un centro commerciale, bancarelle.
Il giorno dopo, visto che il tempo non migliora, mettiamo in atto l’altra escursione che ci eravamo assolutamente prefissi di fare: Santa Clara, la città del Che.
Del come arrivarci ci eravamo già informati nei giorni precedenti. Da Trinidad a Santa Clara ci sono un centinaio di chilometri se tagliamo dai monti e circa 170 se passiamo da Sancti Spiritus. La strada per le montagne ci era stata definita da più di una persona “impegnativa” o da altri addirittura pericolosa. E la parola “Vìa peligrosa” ci attirava... certe rimembranze non del tutto simpatiche.
Ma l’estrema tranquillità con cui David ci ha parlato di questa fantomatica strada ci ha convinto, almeno per l’andata, a passare di lì.
Ci mettiamo in viaggio, ma dopo una ventina di chilometri, di cui appena 2 o 3 di salita, la nostra macchinina ci fa capire da subito che per lei è una sofferenza. In effetti la salita è veramente impegnativa con dei tornanti a V ripidissimi, tant’è che ad un certo punto, nonostante le mie sfrizionate si ferma in mezzo di strada. Le sensazioni di quei momenti sono molteplici, scoraggiamento innanzitutto, siamo appena all’inizio del viaggio, impossibilità a tornare indietro, la strada è stretta ed è impossibile fare inversione, lì gli strapiombi ci sono davvero, consapevolezza allo stesso tempo che l’auto così non va avanti.
Ecco che passa la provvidenza: un trattore con carretto a traino che avanza lemme lemme guidato da un ragazzino. Senza che neanche glielo chiediamo lui si ferma per offrirci aiuto: la possibilità è una sola, l’auto può portare al massimo una persona e così è. Io rimango alla guida e Catia Francesca e Alessandro montano sul carretto, una scena davvero esilarante! Appuntamento a Topes de Collantes, il paesino distante una decina di chilometri dal quale poi si scollina. Io ci arriverò in una ventina di minuti, loro in ¾ d’ora. Un consiglio: questa strada fatela solo se avete un mezzo adeguato e le condizioni meteorologiche sono accettabili, ci sono degli strapiombi paurosi e delle buche notevoli, farla con la pioggia secondo me è problematico.
Siamo in piena Escambray, la catena montuosa, seconda per altezza solo alla Sierra Maestra, zona Santiago. La vetta più alta è il Pico San Juan, 1100 mt. La vegetazione è lussureggiante con le felci ad ombrello che si mescolano alle palme e alle conifere. Ci sono anche delle delle bellissime cascate, insomma un paesaggio che uno non crederebbe di trovare a Cuba. La Sierra Escambray fu anche teatro di battaglia negli anni della Rivoluzione in quanto nascondiglio delle truppe anti-castriste.
Passando per paesini caratteristici come Jibacoa e Manicaragua arriviamo dopo 100 km. e più di tre ore a Santa Clara, accolti da un diluvio.
Per niente scoraggiati dalla pioggia, parcheggiamo in pieno centro e ce ne andiamo a piedi. Santa Clara è una vera e propria città con oltre 200.000 abitanti, racchiude varie università ed è piena di studenti. Siamo in Plaza Vidal, il centro della città, è l’ora di pranzo e stentiamo a credere all’insegna davanti ai nostri occhi: Pizzeria Toscana.
Non occorre neanche consultarci, siamo già dentro. Purtroppo, e mi dispiace dirlo, è stata l’esperienza peggiore di tutta la vacanza, oltre ai bagni che mi limiterò a definire poco puliti e alla consueta mancanza di tovaglioli, anche la tovaglia è quella di chi ci ha preceduti (e forse anche di quelli prima), posate sporche e la cameriera (ve lo giuro) si è stupita quando ho ordinato da bere: non c’è da bere, neanche l’acqua o meglio l’acqua c’è, del rubinetto. Non vi dico quando ci hanno portato i miei pseudo-spaghetti e le loro tre pseudo-pizze. Il tutto si è risolto in una forchettata e via.
Dopo questa esperienza traumatizzante, visto che nel frattempo ha anche smesso di piovere, ci dedichiamo al Che, vero mito a Cuba ma anche in tutto il mondo.
Forse non tutti sanno che Ernesto Che Guevara, argentino nato nel 1928, era un uomo molto colto, laureato in medicina, conobbe Fidel Castro in Messico quando quest’ultimo era in esilio e ne divenne il suo principale ideologo.
Presidente della Banca Nazionale di Cuba, Ministro dell’Economia, sofferente di asma, scriveva poesie, conosceva alla perfezione la lingua francese e rappresentava Cuba nei tornei internazionali di scacchi. Terminata la sua missione a Cuba trovò la morte in Bolivia a soli 39 anni.
Per prima cosa andiamo a vedere i resti del Tren Blindado, il famoso treno che viaggiava da L’Avana a Santiago carico di soldati e munizioni per contrastare la Rivoluzione castrista. Se quel treno fosse arrivato a destinazione poteva anche cambiare il corso della storia. Ma quel treno si fermò lì, proprio dov’è ora fu attaccato con fucili e bombe molotov con i binari strappati da un bulldozer, bulldozer anch’esso lì vicino ai vagoni.
Dopo la classica foto vicino alla statua del Che con in braccio un bambino, ce ne andiamo a Plaza de la Revoluciòn dove c’è l’altro grande famoso monumento all’eroe.
Sotto il monumento sorge il Mausoleo dove dal 1997 ci sono le spoglie di Che Guevara.
Anche qui come nella omonima piazza di L’Avana un’atmosfera tutta particolare carica di emozione e di grande rispetto per questo personaggio.
Per il ritorno ce ne guardiamo bene di fare la strada dell’andata e percorriamo con sollievo i 170 km. pianeggianti che ci dividono da Trinidad.
Mercoledì 20 è l’ultimo giorno di Trinidad, lo dedichiamo interamente al mare. Torniamo alla nostra spiaggia ad Ancòn e con un po’ di nostalgia trascorriamo l’ultima giornata davanti ad un mare impareggiabile.
Ma le emozioni non sono finite; nel tardo pomeriggio cominciano ad addensarsi le solite nubi, ma oggi si addensano in maniera particolare. Nel giro di mezzora il cielo diventa nero, ma nero veramente, pauroso ed inizia il vento. Stai a vedere che becchiamo anche l’uragano estivo! Fuggi fuggi dalla spiaggia (e non solo noi!) fino a che la tormenta arriva, vento fortissimo, pioggia a catinelle, le strade di Trinidad, che sono tutte in salita, diventano veri e propri torrenti, poi tutto si calma e dopo un’altra mezzora torna il sereno. Mi sa che quelli che si sono impauriti di più siamo proprio noi!
Il saluto a Marta e David è stato un po’ triste, in questi giorni penso sia nata una sincera amicizia, ci siamo anche scambiati gli indirizzi, spero ci risentiremo o rivedremo, chissà.

PLAYA LARGA
La nostra nuova meta è la Baia dei Porci (Bahìa de los Cochinos), la zona in cui nel 1961 mercenari al soldo degli Stati Uniti sbarcarono con l’intento non riuscito di rovesciare il governo Castro. Questo maldestro tentativo fu tra l’altro condannato pubblicamente da tutto il mondo.
La Baia dei Porci è un’insenatura in piena Penisola di Zapata, la regione più incontaminata di Cuba. La Baia è anche quasi del tutto spopolata, nei 60/70 km. della sua costa ci sono solo quattro piccolissimi paesini, Playa Giròn, Playa Larga dove andiamo noi, Buena Ventura e La Salina.
A Playa Larga abbiamo l’indirizzo di un’altra casa particular, che ci ha raccomandato David.
Nella strada che collega Cienfuegos all’autostrada, all’altezza di Real Campina vediamo un cartello che indica verso sinistra Playa Giròn. Il nostro programma prevedeva invece di continuare fino ad incontrare l’autostrada, percorrerne un pezzo per poi ricollegarsi alla strada che porta fino a Playa Larga.
Cambiando strada risparmieremmo un bel po’ di percorso, anche se dopo le montagne Escambray siamo diffidenti verso le scorciatoie. Prendiamo la guida, notiamo che in effetti è una strada segnalata e prendiamo la decisione di passare di lì.
Chiediamo a dei passanti per ulteriore conferma se la direzione è quella giusta, tutti ci dicono di sì ma tutti ci dicono che la “vìa es muy dificil”.
Siamo in barca, remiamo, ci siamo detti.
Dopo pochi chilometri, dopo un cartello che diceva “Hasta aquì llegaron los mercenarios” (fino a qui arrivarono i mercenari), ci accorgiamo di quello che la gente intendeva dirci.
Sicuramente è la strada più dissestata che ho mai percorso in vita mia, 20 km. di asfalto sgretolato, buche incredibili e scalini pericolosissimi percorsi a una media non superiore a 20 km. orari sotto un caldo atroce ed un isolamento totale, non abbiamo incontrato nessuno, e chi mai e con quale mezzo qualcuno può passare di lì?
L’unica cosa che ci ha in qualche modo rincuorati è che abbiamo percorso una strada storica, proprio quella che 40 anni fa percorsero i mercenari prima di essere abbattuti dalla resistenza cubana.
Dopo immani sofferenze delle sospensioni della nostra già precaria macchinina, arriviamo a Playa Giròn in mezzo a eserciti di libellule che svolazzano liberamente.
Alessandro è già sul chi va là riguardo all’eventualità che, essendo Zapata una penisola paludosa, di mosquitos ce ne siano ancor più che a Trinidad, scopriremo che non è così.
I 35 km. di costa che separano Playa Giròn da Playa Larga sono praticamente disabitati, inframmezzati solamente da qualche presidio militare e da qualcosa che passando velocemente può apparire come un simil stabilimento balneare. Una cosa è certa, gli specchi di mare che vediamo sono bellissimi, la costa è incontaminata.
Arrivati a Playa Larga ci rendiamo subito conto che non siamo a Trinidad, il paesino è piccolissimo, è praticamente un villaggio di pescatori ed è a prima vista molto povero.
Ci rechiamo subito all’indirizzo indicatoci da David ma la padrona di casa ci dice che purtroppo (per noi) ha trovato da affittare, ha però pronta la proposta alternativa. Due case le ha già trovate, sono però distanti circa 1 km. l’una dall’altra. Non importa consultarci, alternative non ce ne sono ed accettiamo.
Le abitazioni rispecchiano quella che è la zona: sono molto più semplici di quella di Trinidad, anche se la spesa è pressoché la solita. Più simpatica è quella di Francesca e Alessandro perché è divisa dal mare da non più di 5 metri.
E’ pomeriggio, non c’è tempo di andare a cercare una spiaggia, il tratto costiero di Playa Larga è selvaggio e poco accessibile. Ci verrebbe quasi la voglia di andare a vedere l’allevamento di coccodrilli a 10 km. da qui ma l’opposizione di Catia è decisa.
Sono coccodrilli di acqua dolce e Zapata è l’unica zona di Cuba dove si trovano.
Per cena siamo ospiti da Ale e Francesca e dietro consiglio della loro padrona di casa ci proviamo: stasera si mangia coccodrillo! Almeno Ale ed io siamo decisi, Francesca lo assaggerà, Catia è inorridita.
Devo ammettere che la carne di coccodrillo è buona (la rimangeremo anche il giorno dopo), è la coda la parte migliore, è una carne bianca, ce l’ha cucinata in umido e tanto per dare l’idea è simile allo spezzatino di vitella.
La serata la passiamo a giocare a carte in un silenzio totale, a parte il rumore del mare.
La mattina dopo ci dirigiamo verso quella località che avevamo intravisto ieri nell’arrivare. Se venite in questa zona dovete assolutamente fermarvi qui: a Punta Perdìz, 10 km. da Playa Giròn, è il miglior posto della zona.
Nonostante ci sia un ristorante ed una spiaggia attrezzata con tanto di gazebo coperto in legno, lettini regolabili, scalette per entrare in acqu,a l’affollamento è vicino allo zero e c’è una tranquillità totale.
Il mare pulitissimo è di un turchese scintillante.
Qui turisti non ce ne sono, l’entrata costa 1 $ e per di più la località è isolata, sono tutti fattori che fan sì che non ci sia quasi nessuno. Come ultima località di mare a Cuba non possiamo chiedere di meglio.
La sera nel tornare a casa ci imbattiamo in un altro temporalone violentissimo, con la differenza che stavolta la visibilità è praticamente zero nell’unica strada che porta a Playa Larga, frequentata da nessuno e naturalmente non illuminata. Procediamo per più di mezz’ora a passo d’uomo con purtroppo il rumore dei granchi schiacciati. I granchi che con l’imbrunire attraversano le strade è una costante di questa zona, ne abbiamo visti anche di notevoli dimensioni, ma con la visibilità di stasera è impossibile schivarli.
Dopo cena facciamo un giro per Playa Larga. Non c’è praticamente nulla. L’unico svago per i giovani è andare nei pressi dell’unico bar per ascoltare musica e ballare oppure abbiamo visto che alcuni montano le casse stereo in veranda, musica a tutto volume, e tutto il vicinato, dai più piccoli ai più grandi, a ballare per strada.
Terminiamo come al solito la serata a giocare a carte in riva al mare con la sorpresa che verso le 3 di notte arriva un black out. Vi assicuro che il black out da queste parti è totale nel vero senso della parola. Assistiamo nel silenzio e con il solo rumore del mare ad uno spettacolo mozzafiato: un cielo stellato mai visto prima.
Sabato 23: ultimo giorno di mare. Ci accorgiamo di essere bassi di benzina. Ci informiamo, il distributore di benzina più vicino è a Playa Giròn, 35 km! Lasciamo le mogli a Punta Perdìz e ci andiamo Ale ed io. La giornata trascorre tranquilla anche se i primi sintomi di tristezza cominciano a farsi avanti, consapevoli che la vacanza è ormai agli sgoccioli. Venuti via dalla spiaggia torniamo di nuovo a Playa Giròn dove visitiamo l’interessante museo dedicato alla battaglia del 1961 e decidiamo di rimanere lì a mangiare presso un chiosco dove nei giorni scorsi ci eravamo solo soffermati a farci una birra. C’è infatti la pizza migliore che abbiamo gustato a Cuba.
Nonostante i soli 200 km. che ci separano da L’Avana e dall’aereo alle 20, decidiamo la mattina seguente di partire ugualmente per tempo anche perché abbiamo già nostalgia di questa città. La nostra simpatica macchinina decide di farci l’ultimo scherzetto e mentre carichiamo le valigie ci accorgiamo che una gomma è a terra.
Siamo a Cuba, è domenica, di gommai neanche a parlarne, stasera abbiamo l’aereo, siamo a 200 km. di distanza e la ruota di scorta è inservibile perché perde la valvola.
Di ingredienti per una crisi di nervi ce ne sarebbero.
Siamo fortunati anche stavolta, ci spiegano che non lontano da lì c’è una sorta di officina che ha anche un compressore. Riscarichiamo tutti i bagagli e ci andiamo piano piano sperando che non sia forata. In effetti era solo sgonfia, ci viene rimessa in sesto e possiamo partire alla volta della capitale.

IL RIENTRO – CONSIDERAZIONI FINALI
Rivedere L’Avana è stato piacevole, con le sue palme reali che ti accolgono imponenti e quell’aria di decadenza e fierezza insieme. Ripassare da lì è stato bello e triste allo stesso tempo. Allo sconforto per la vacanza finita si è aggiunto il dispiacere di lasciare una città dal sapore particolare, una città che ti lascerà per sempre qualcosa dentro.
Mangiamo all’interno dell’Hotel Plaza, passiamo dal Floridita, l’altro locale storico frequentato da Hemingway, dove c’è ancora il suo sgabello personale transennato.
Il Floridita, dove servono il daiquiri, è un locale ben più elegante del Bodeguita ma il continuo afflusso di turisti con tanto di telecamere e macchine fotografiche fa perdere molto del suo fascino.
L’ultimo incontro, in attesa del taxi per l’aeroporto, lo facciamo proprio in Parque Central con un gruppo di simpatici rasta, studenti d’arte a L’Avana, che ci propongono le “delizie” della “maria”.
Ancora un consiglio: andate all’aeroporto con un certo anticipo in quanto il controllo passaporti è molto molto lento e soprattutto, una volta fatto il check in, ricordatevi di passare dallo sportello di banca per pagare la tassa di uscita di 25 $, senza di quella non si esce da Cuba.

Ultime considerazioni: la popolazione è impareggiabile, se qualcuno mi chiedesse la prima impressione che ti viene pensando a Cuba, risponderei la gente, serena, positiva, accogliente. Cuba, pur con tutti i suoi problemi, è la tipica società multirazziale in cui si vive in armonia.
Dicono che la prova se un viaggio è stato bello, è quella di pensarci con emozione a distanza di mesi. Sono certo che questo accadrà…

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