Racconti cinesi 2

in viaggio con Francesco Gasparetto in Cina

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Racconti cinesi 2

La Cina che non vedrete mai nei depliants di viaggio: il grande Paese asiatico vissuto "da dentro" da un occidentaleSono sul treno che da Guangzhou mi porta a Hong Kong. Lo scopo del viaggio, che durerà 3 giorni, è il rinnovo del visto cinese che mi sta per scadere e l'unico modo sembra che sia sconfinare nella costosa Hong Kong.
Il treno parte dalla Cina ma il prezzo mi sembra gia poco cinese: per un'ora e mezza di tragitto spendo la metà di quello che spendo in Cina per 20 ore, per esempio da Guangzou a Sanya. Sul treno mi colpisce una scritta elettronica, di quelle a nastro scorrevole. Prima in cinese poi in inglese, i passeggeri vengono avvertiti su alcuni comportamenti che devono tenere. All'inizio la cosa mi diverte ma dopo un po' mi sento quasi infastidito... mi sembra che sto per oltrepassare la barriera che divide il mondo sporco da quello pulito. Ovviamente Hong Kong dovrebbe essere quello pulito.
- Si prega di tenere la voce bassa quando rispondete al telefonino (questa mi ha fatto sorridere, i cinesi al telefono gridano tantissimo)
- Non toccarsi il naso, gli occhi o la bocca, in caso di tosse o starnuto coprirsi la bocca con un panno. Disporre poi il panno in un cestino della spazzatura e chiudere il coperchio del cestino.
Mentre leggo quello del non toccarsi naso bocca e occhi una ragazza a fianco a me si strofina il naso... sento un senso di tenerezza verso i miei cinesi, e una profonda antipatia verso le scritte che leggo. Il senso è questo: siete sporchi, non ci sporcate pure a noi per favore.
Arrivato alla stazione di Chung Sum, già Hong Kong, subito prima del controllo doganale ci troviamo di fronte (io e gli altri cinesi) due ragazze coperte da una mascherina e con guanti bianchi alle mani. Sulla destra c'è un bancone con dietro tre uomini, anche loro coperti dalle mascherine, e dal balcone si innalzano dei paletti con sopra strane telecamere, molto tecnologiche. Immagino servano a guardarci il sistema immunitario o che siano collegate a dei sistemi informatici che automaticamente misurano il grado di infezione dello straniero. Certo avranno i loro motivi, aviaria e casini vari... non so, razionalmente non esprimo giudizi ma dentro provo un senso di fastidio... e tenerezza guardando i miei sorridenti cinesi, stranieri nella loro terra.
Passo i controlli doganali e mi avvio alla metropolitana. Seguendo le istruzioni trovate in internet per raggiungere il mio ostello, scendo dopo qualche fermata, esco dalla stazione di Tsim Sha Tsui e mi trovo in una via enorme e affollata.
Non avrei mai creduto di conoscere un casino piu grande di quello cinese... e invece eccomi a Hong Kong. Nathan road.
Vengo assalito da venditori di orologi (copy watch), gente che mi propone alloggi (avendo lo zaino in spalle sono una potenziale preda). Sono tutti di origine indiana o pakistana.
Trovato il mio edificio, un enorme e sporco grattacielo diviso in blocchi (dal block A al block E credo) con ascensori, mi ci infilo e salgo alla reception. Pago una signora cinese che mi dà una chiave e mi spiega che la mia stanza è al blocco E, undicesimo piano, stanza 91. Torno al piano terra e attraverso l'intero edificio al suo interno. Raggiungo l'ascensore del blocco E e mi metto in coda per prenderlo (la coda è gestita da un poliziotto severo e l'interno dell'ascensore è sorvegliato da una videocamera visibile da pianoterra).
Arrivo alla mia stanza, apro la porta e mi trovo in una specie di cella di 2 metri per 3, con due letti a castello e in mezzo giusto lo spazio per far passare una persona.
- Pensavi di essere solo vero ? - dice il ragazzo del lettino superiore, lato destro. E' tedesco, ha un bel sorriso ironico e il suo tono sottintende che anche lui ha gia passato questo shock. Scoppio a ridere e ci presentiamo. Sotto di lui un altro ragazzo tedesco sta leggendo la sua guida lonely planet. Finite le battute e le varie ironie sdrammatizzanti usciamo tutti insieme per andare a mangiare qualcosa.
Di nuovo Nathan road
- copy watch, copy watch, hashish, hashish... do you need a girl? sex?
No thanks.
My friend

Sto aspettando l'ascensore che dal terzo piano (blocco A) mi porta a piano terra. Ho passato due ore nell'internet point (4 metri per 3, 10 computer), e uno scambio di mail un po' polemiche con la mia ragazza mi ha lasciato di un umore triste e un po' arrabbiato.
Quando mi rendo conto di aver perso l'ascensore e di dover aspettare il prossimo, sento quello spazientimento tipico dell'occidentale nel disagio orientale. Chiedo a una ragazza tedesca dove sono le scale, lei me lo spiega e dopo aver sceso tre piani mi trovo in una vietta puzzolente e bagnata, larga circa un metro e mezzo. Adattissima al mio umore.
- Hei... hashish - la voce è allegra. Questi indiani sembrano sempre mezzi divertiti.
Con la mente ignoro il richiamo ma con mia grande sorpresa sento le gambe rallentare, il bacino girarsi e... ormai è fatta, non si torna piu indietro. Sorrido a questo gruppetto di indiani pusher, e mi siedo a fianco a quello che parla inglese.
- Io lo sapevo amico, ti ho visto, ho capito subito che volevi fumare con noi. -
- Senti - faccio io, un po' spaventato (sono nel ghetto del ghetto, nella fogna di Tsim Sha Tsui con i pusher e contrabbandieri di orologi) - domani torno in Cina, non voglio niente con me, ti do 100 dollari (circa 10 euro) e fumiamo tutto qui, insieme... ok ?
- Nessun problema amico, qualità buonissima, bla bla bla...
Il pusher non è quello che mi parla inglese, ma un altro di fronte a me, capelli lunghi, sguardo cattivello e occhi che schizzano a destra e sinistra come per controllare la situazione, e confermare il suo potere. E' chiaro che è lui il capo della banda.
Una parte di me è spaventata e mi dice continuamente di andarmene, ma piano piano la calmo, non ci sono pericoli, non è gente violenta, siamo lontanissimi da situazioni pericolose e io non ho addosso niente di illegale.
Dopo qualche tiro di joint mi rilasso e l'eccitazione prevale. Il mondo è davvero tutto uguale, 7 o 8 ragazzi di strada seduti su un marciapiede del ghetto, fumando spinelli e bevendo lattine di birra. C'è sempre quello che comanda, quello che fuma gratis perchè è amico del capo, i piu giovani piu silenziosi che imparano la vita di strada... tutto uguale. L'unico elemento inaspettato in questo quadretto è questo uomo bianco che si siede tranquillo, fuma e beve e non ha paura.
Questo mio non aver paura di loro diventa un legame forte, loro mi guardano negli occhi con sguardi profondi e grande rispetto. Nessuno mi parla ma lo stesso sento di essere al centro delle attenzioni.
Il mio ateggiamento, lo sguardo e l'energia che cerco di trasmettere è un misto fra un sorriso benevolo e rispettoso e la durezza di chi non ha (non deve avere) paura. Alla gente di strada piace la gente di strada, e mi dico che questo è l'atteggiamento giusto. Sorridente ma senza paura. Non sfuggo agli sguardi. Assumo posizioni rilassate.
Arriva un cinese, dalla sua camminata traspare aggressività e potere. Parla al pusher come se fosse un suo servitore. Poi mi guarda, mi prende lo spinello dalla mano e mi regala un pezzo di hashish. Fa due tiri e mi restituisce la canna. Poi fa un cenno con la mano, mi saluta, saluta gli altri (sprezzante) e se ne va.
Il chiacchierone (hashish! hashish!) che parla inglese mi spiega con tono importante che quello è cinese ed è il loro boss. Gli porgo il pezzettino nero e gommoso che mi ha regalato il boss e gli dico di far su un altra canna (non voglio niente addosso).
- C'è un bagno qui?
- Amico... bagno? qui nostro bagno personale! qui tutto casa nostra... - Mi indica un angolo 5 o 6 metri piu in la. Svuoto la vescica e torno contento.
- Allora, come ti sembra il nostro bagno speciale?
- Fantastico
- Qui non avete paura della polizia? - chiedo io.
Lui si fa serio e orgoglioso
- Qui non c'è legge di Hong Kong. Vedi quella linea? Li finisce legge di Hong Kong. Polizia qui non viene.
Il suo discorso viene interrotto da un chiasso proveniente dalla strada principale (al di la della linea della legge). Due ragazze in minigonna entrano nelle viette del ghetto correndo, in panico, nell'atteggiamento di chi deve seminare un inseguitore.
- Prostitute. Non ti preoccupare, tu sei con noi, sei nostro amico, non devi aver paura.
Dopo mezzo minuto compare un uomo cinese, sudato ubriaco e arrabbiato. Ci passa vicino e al suo passare si crea un silenzio preoccupante. L'aria si riempie di apprensione e aggressività. Dall'altra parte della vicolo, esce dall'oscurità un secondo uomo cinese. I due si fronteggiano, sono arrabbiati, sembra che da un momento all'altro qualcosa debba succedere, ma la situazione si calma. I due si salutano e si dileguano nel buio puzzolente delle viette appiccicose, nei bassifondi di Tsim Sha Tsui.
Mi arriva un altra canna, io la prendo e fumo.
Dalle scale da cui sono sceso io (dove le mi gambe contro i miei ordini mi hanno portato a sedermi qui con i pusher di Hong Kong) vedo uscire Santiago, un messicano di città del Messico che ho conosciuto nell'internet point. Il giorno prima mi aveva detto che una bella canna ci starebbe stata bene qui... mi torna in mente quella sua frase e gli grido dietro per chiamarlo. Lui fa finta di non sentire, immagino creda che sia un venditore di copy-watch (in effetti sto gridando a un turista da una vietta puzzolente).
- Santiago! - lui si gira e cammina verso di noi. Lo presento agli altri e lui si siede vicino a me.
Santiago ha 22 anni anche se ne dimostra di piu. Sembra molto duro e vissuto, ma capisco subito di aver sbagliato invitandolo.
Non regge la situazione, non socializza, è quasi pallido e non guarda negli occhi nessuno. Io cerco di tranquillizzarlo, gli dico che ho capito che sono brave persone... ma ogni tanto arriva qualche nuovo elemento stravagante che si unisce alla compagnia, e questo via vai di gente un po' strana mette Santiago a disagio.
- Vado in hotel a prendere una cosa e torno
- Ok my friend - Sappiamo tutti che non tornerà piu. In un certo senso è meglio, iniziavo a sentirmi responsabile delle sue paure.
La parentesi di Santiago rende la mia presenza in quel tenebroso e allegro mondo ancora piu simpatica agli occhi degli altri.
- My friend, tu non ti scorderai mai di me e di lui - Mi dice la mia guida, il mio amico e traduttore, indicandomi il pusher capellone ora impegnato al telefono (è strano come a seconda degli stati d'animo che prova parlando con il suo interlocutore il pusher cambi la posizione del telefono, spesso allontanandolo dall'orecchio e abbassando la voce... vai a capire le gestualità dgli indiani!)
- E sai perchè non ti scorderai, e noi non scorderemo te? perchè tu sei straniero e sei qui con noi, e siamo tutti amici. Questo è una cosa fantastica my friend.
Ha ragione. Perfettamente ragione.
- Noi qui abbiamo tutto, non solo hashish my friend. Ma il mio vero business sono gli orologi. Copy watch - ci tiene a sottolineare. Nella testa mi risuona la frase "copy watch, copy watch", ormai sentita decine e decine di volte. Per la prima volta colgo l'importanza che ha questo business in questa città... o in questo quartiere.
"Devo essere capitato nel piu grande centro di contrabbando di orologi copiati del mondo!" dico a me stesso.
Immagino grandi spedizioni di Rolex falsi, grandi mafie e lotte di potere... la mia fantasia aiutata dagli effetti dell'hashish spazia e si lascia andare e il mio sguardo deve assumere un aspetto stupido perchè il mio amico interrompe i miei pensieri.
- Tutto bene my friend? non ti annoiare, scusa se parliamo la nostra lingua
- Non ti preoccupare, figurati. Sto bene sto bene
Uno di loro, il piu anziano e serio, si alza e saluta tutti con un cenno, si avvicina a me e mi stringe la mano.
- Friend
- Good bye my friend - rispondo io. Mi ha preso alla sprovvista, sono inebriato e la mia risposta mi suona po' fredda paragonata alla sua apertura. Lo guardo sorridente e lui capisce il mio disagio, mi porge di nuovo la mano e io glie la stringo, questa volta calorosamente, dandogli il sorriso che si merita.
- Quello che hai salutato my friends, è un genio. Lui è una bravissima persona, tutta la mafia lo rispetta. My friend, la mafia di Hong Kong si toglie il cappello quando passa il nostro cugino pakistano.
- Sembra un bravo ragazzo - dico io.
- E cosa ti ho detto...? è un genio my friend, un genio!

Ma qui parlano cinese dappertutto? Robe da matti. In giro per strada, in tv, alla radio... non c'è limite. Taxi, autobus, marciapiede... Pure in un sogno l'altra notte mi si avvicina uno e mi chiede una roba in cinese. Credo di avergli risposto "non ho capito". Mi sono poi svegliato con la sensazione di questa mitraglietta di parlata che mi penetra nel petto. Con questi 4 toni che si alternano creando una musichetta che, capendone il senso arriva ad avere la sua melodia. Quando non capisco niente si chiama mitraglietta. Colpisce sul punto debole... picchietta, crea smarrimento a ritmo.
C'è la tv poi che spara la mitraglietta commerciale, quella piu rapida, ostentatamente allegra.
Ragazzi ragazzi non ci siamo... quante volte ve lo devo dire "par la te i ta lia no. Ooooohhh". Ci vuole tanto? Pugliese? Va benissimo, anzi adattissimo. E poi smettetela con questi sputacchi... o meglio, sputacchiate pure ma dovete fare quel rumore infernale?
Dai su... e piano su quell'autobus, vi fate male. Uno alla volta su... no no no no.Non-ci-sia-mo, cosa vedo là? Cos'è quella roba... ho detto pasta italiana cosa state mangiando dai, con quegli stecchini di legno in mano. Dai via su, a casa. Sempre tutti in giro. Fai 10 metri ne incontri 20 di sti cinesi (fa 2 cinesi al metro).
A capodanno hanno vietato petardi e fuochi d'artificio. Troppi feriti. Ci credo, a 360 gradi dove vai vai c’è un cinese. Se spari un fuoco d'artificio come minimo finisce addosso a un cinese che stava dormendo.
Li trovi a destra sinistra in alto in basso. Apro un cassetto? Un cinese. Dietro la porta? Un cinese. Giro dietro la colonna pensando di trovare un po di privacy? In coda!
Una volta arrivo alla stazione di Guangzhou, c'è l'esodo per le vacanze invernali; migliaia di persone agitate e con valigie fatte di cartone pressano, spingono, gridano.
Centinaia di incazzatissimi soldati sparsi lungo l'ingresso della (enorme) stazione in attività per contenere la folla. Severi, incazzati. Piazza tian an men insomma.
Arrivo io, bello fresco, viso pallido.Salto una specie di coda che sembra un corteo. Altri lo fanno. Sembrano persone importanti, raccomandati. Anch'io sono importante! Ho quella che un amico canadese chiamava la "white card". Tessera bianca. Ossia, nessuna tessera, sono io, bianco.
E in quanto bianco, non sono qui per pretendere superiorità ma anzi, proprio perché inferiore, io, povero bianco, non posso sopportare 8 ore di coda per entrare e vedere a che ora è un certo treno. Voi lo sapete a che ora è il vostro treno, io fratello soldato? gia tanto che ho trovato da dormire stanotte. Dai su, un po di compassione per il povero laowai.
Salto un controllo due... al terzo, il soldato, cattivissimo mi guarda e mi grida: "patui!" Quanto mi sarebbe piaciuto non conoscere il significato di quella parola. E invece l'avevo studiato in una lezione su internet: patui, "coda".
Io lo guardo, la mia faccia da scema diventa scemissima, sembra dire "io povero scemo straniero non capire". L'altro soldato guarda quello cattivo e gli sorride, come dire dai che è uno scemo. Mi guardano malissimo tutti e due ma io entro.
E' fatta. Permesso... piano, stai calmo tu, cosa mi gridi nell'orecchio!? E poi anche se non gridi al cellulare, dall'altra parte ti sente lo stesso! Con sta mania di gridare al cellulare... Ooooooo!
- Scusi il treno per Hong Kong? Ah non è questa la stazione, devo andare a Guangzhou est. Capito, grazie. Si si... capito... certo, parlo cinese.Grazie grazie... di qua eh? si di qua bene...
Normalissimo. Ordine del giorno. Vivo come in una stanza buia, tasto il muro alla ricerca dell'interruttore. Tocca qua e tocca la e a un certo punto lo trovo e la luce si accende. Non è un metodo. E' solo la realtà, è come vanno le cose qui. Inventarsi l'esperienza che non si ha, di volta in volta (io povero bianchino. Che? il contrario del concetto di cinesino).
L'altra sera vado in un ristorante che fa huoguo, che sarebbe un fornello nel centro del tavolo con sopra un padellone. All'interno del padellone bolle (con fuoco regolabile) un brodo piccantissimo, e con un mestolo o le bacchette si fano cuocere verdure, carni, uova, insalate, funghi, a seconda di quello che è stato scelto dal menu. E' il menu il mio problema. Una serie (mitraglietta) di ideogrammi con caselline per segnare con una matita le quantità da ordinare . Restituisco il foglio alla ragazza, mi alzo e le dico "vieni con me", lei mi guarda spaventata e io "ti faccio vedere, vieni". Mi avvicino al tavolo a fianco, dove due coppiette stanno mangiando e al mio avvicinarmi iniziano a spaventarsi un po' (il bianchino al nostro tavolo?). Inizio "quello vedi, poi questo mi piace si. Quello, questo". La gente inizia a ridere. Lo straniero fa ridere.
La ragazza segna le caselle sul menu. "Ecco, brava... si poi questo buono si...".
Quando manca l'esperienza rimane l'ironia. Si riesce a passare un ora e mezza a parlare con una ragazza del centro assistenza per la sim del telefono (per concludere con "non ho capito"). Ci vuole energia. Io li chiamo piccoli show. Uno show qua uno show là e metto su un mattoncino.

Ma... ma... piano... piano... cosa succede la, ma quanti siete ma dai, andate acasa! Non siete a lavoro? Ma che ore sono, ma ce l'avete un lavoro? Non va, non va cosi' ragazzi, troppo seri dai, facciamo un po di casino, siete sempre così bravi e obbedienti?
Lo facciamo un bel casinaccio tutti insieme? Come? Ma in che ne so, ma guarda quella faccia, ma cos'hai fatto, ma dai! Ma come me lo chiedi?
Dai lasciamo stare il casino, è meglio. Mettiamoci tutti in fila da bravi dai... mah... cosa fai, mi passi avanti? Soldatoooo!! mi è passato avanti. Si, e ho pure la white card, guarda. Doppio della pena. Eeeeh no, nessuna compassione. La fila è la fila. Patui! Fai la faccia da scemo... fai la faccia da scemo... ok dai passa... che dici tu? Non ti capisco... come? I-ta-lia-no!
Ragazzi non so piu in che lingua dirvelo. Ci rinuncio.

Che cos'è l'ordine? Cos'è il disordine? Se non esiste necessità di ordine, il disordine è ordinato?
Se il caos è regolare, non è caos? Dal finestrino dell'autobus vedo avvicinarsi il taxi sempre di piu. Il tassista va di sbieco, uscendo dalla propria corsia verso destra. L'autobus sta facendo la stessa cosa, verso sinistra. Qualcosa deve succedere, ma io so gia cosa succede. Il tassista si attacca al clackson e corregge la rotta, l'autobus uguale identico, clackson e correzione. Il tassista non guarda in faccia l'autista e l'autista non guarda il tassista. Nessun disagio, nessuno si è innervosito.
Stiamo per arrivare al semaforo, è rosso ma noi andiamo oltre, piano piano, come sempre. L'incrocio è enorme, tutti guidano piano, nessuno si guarda, non c'è ingorgo. Il caos armonioso prosegue, il disordine era un inganno. La grande macchina del caos ordinato, la Cina. Dura e nello stesso tempo morbida, piena di gente ma sola. Colorata ma grigia. Dove ogni piccolo mattoncino ha il suo valore. Dove il valore cambia, e il non-valore lo sostituisce.
Un gruppo di persone attraversa la strada e l'autista si attacca al clackson. Una macchina sta uscendo da un parcheggio, mette fuori il muso... piano... piano, ora è in mezzo alla strada... si ferma. Dall'altra parte c'è coda, è incastrata.
L'autista dell'autobus (numero 2, dal centro all'ospedale xian ya. 1 yuan, da mettere nella scatola di plastica. Se non li hai giusti il resto lo raccimoli raccogliendo il numero giusto di yuan dai prossimi che salgono) non suona nemmeno, si ferma aspetta.
I blocchi non sono mai di lunga durata. In Europa la gente guida velocissimo e in fila sta ferma. In Cina vanno tutti pianino, e le code camminano sempre.
Per un milanese a guidare questo autobus potrebbe essere una terapia intensiva per il sistema nervoso. O uno shock indimenticabile.
Per quello non fanno mai casino, è già tutto un casino. E' un paese di persone. Cosa c'è in Cina? Esseri umani. Tanti. E' una macchina enorme, lenta, robusta. Piena di regole e senza regole, piena di caos e senza caos.

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