Racconti cinesi

in viaggio con Francesco Gasparetto in Cina

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Racconti cinesi

La Cina di ogni giorno, vista "da dentro" con gli occhi di un occidentaleRacconto 1
Ho conosciuto un ragazzo svizzero, molto simpatico. Lui viaggia in Cina da mesi e con il cinese se la cava meglio di me... beh la mia pronuncia e' migliore ma lui capisce meglio. Insieme ridiamo molto, e' un tipo leggero. L'altro ieri abbiamo deciso di fare una gita fuori dalla citta', verso un paesino di cui lui aveva sentito parlare, ma di cui non sapevamo niente.
La Cina fa schifo tutta, anche i villaggi piccoli. Tutto palazzoni grigi e sporchi, non hanno gusto estetico e rispetto per l'ambiente. Prendiamo l'autobus da Wu Dang Shan e ci avviamo verso questo posto ignoto che dopo 40 minuti raggiungiamo. Solita scena, palazzoni grigi, ecc... Una ragazza carina e sorridente che scende dall'autobus con noi ci parla e noi non capiamo niente... ma alla fine della frase tutti e due capiamo "allora venite?". Noi ci guardiamo e ridendo decidiamo di andare. Lei ci dice di aspettare un attimo va via e torna con saccheti pieni di verdure, capiamo che ci invita a pranzo. Prendiamo una specie di ape e ci inoltriamo nella campagna. Il nostro sogno si realizza, vedere la Cina senza palazzoni. Dopo 20 minuti di campagna siamo arrivati. Nella casa ci fanno sedere e ci danno fette di anguria a oltranza. Qui mangiano sempre anguria, sono buonissime e non hanno semi neri. Un uomo sulla quarantina ci saluta, e' l'uomo della famiglia. Arriva una bambina... e su di lei potrei scrivere pagine. Ha sei anni, la maglietta zozzissima e la faccia pure. Rimane a distanza da noi e non ci perde mai di vista, ha gli occhi spalancati, e' allucinata. L'uomo, il padre, ci dice che non ha mai visto un uomo bianco. Lui invece dice di averne visti tanti ma non mi convince molto. Arrivano un paio di donne ognuna con un bimbo con meno di una anno di eta' in braccio. I due piccoli hanno la stessa reazione quando ci vedono. Terrore assoluto. L'espressione del viso si trasforma come se avessero visto un mostro immondo per poi scoppiare in lacrime cercando la protezione della mamma, che ridendo deve uscire dalla stanza per calmarlo. Tutti ridiamo. Questi cinesi hanno sempre voglia di ridere. Uno dei due bimbi supera la paura e inizia a guardarmi... io devo fare attenzione perche' se lo fisso a lungo capisco che scoppierebbe a piangere ancora. Intanto la bimba di sei anni ha preso confidenza e accenna sorrisi. Io cerco di instaurare una conversazione con l'uomo, il risultato e' abbastanza penoso. Il mio cinese e' scarso e il suo diversissimo da quello della gente di citta'. Fa dei versi strani, grida molto, non si capisce niente. Ma e' un uomo dolcissimo, ha un sorriso puro che racchiude tutto il bello della Cina e di questa gente.
Le donne pure sono carinissime, dalle piu giovani alle piu anziane, che riescono a rimanere femminili. Fra di loro pure si scambiano sorrisi magnifici, regna una pace che ci commuove, inizio a sentire il mio respiro scendere verso lo stomaco e brividi sulla pelle. Sono in piena Cina, in piena campagna e mi sento più rilassato e accolto che mai. Sono stupendi, ripeto fra me e me. Mentre parlo con l'uomo la piccola si avvicina furtivamente alle mie spalle, io faccio finta di non notarla per non spaventarla, lei arriva vicinissima, allunga una mano e prende fra le dita un ciuffo di peli del mio braccio... e scappa via. Mi batte il cuore per quello che ha fatto. Non ha mai visto peli sulle braccia. Il pranzo e' pronto e la tavola, un tavolino quadrato molto piccolo, si riempie di piatti. Verdure, uova con pomodori, uova cotte in maniere strane che le fa diventare nere, carne di maiale, pesce, altre verdure, riso. In una ciotola ci versano birra, il mio amico dice che lui non beve ma non ne vogliono sapere. Lui va in imbarazzo, mi dice in inglese che se beve si ubriaca, ma non può neanche accanirsi e rifiutare. Io rido come un matto mangio e bevo. Tutti ridono. La bimba non stacca gli occhi da me e io faccio finta di non vederla... che si gusti lo spettacolo senza imbarazzi!
Finita la ciotola di birra (un ciotolone), la ragazza carina, quella dell'autobus, ci riempie di nuovo le ciotole. Il mio amico insiste, io rido tantissimo ora anche un po' brillo. Tutti ridono. Hanno un modo di fare graziosissimo, sorridente e caldo ma senza invadenza. Ci parlano in cinese e noi capiamo qualche parola qua e la e ci dobbiamo costruire intorno il resto a intuito. Ogni incomprensione e' una risata, ogni comprensione pure. La bimba non ride, sta in poltronissima e memorizza immagini, non vuole perdere un secondo di quest'evento esclusivo. Si sente fortunata.
Finito il pranzo e la birra le donne sparecchiano e noi uomini ci sediamo strapieni, la ragazza accende il ventilatore. Io vado in bagno, che sta fuori a una trentina di metri. Quando torno vedo che di fronte alla casa c'e una macchina della polizia. Un poliziotto parla con il mio giovane amico svizzero, io mi avvicino e saluto. Il poliziotto parla un cinese molto piu comprensibile, non grida e non fa versi. Io sorrido ma presto mi rendo conto che il poliziotto ha un fare sospettoso e critico nei nostri confronti. Quando ci chiede un documento di identita' mi preoccupo, spieghiamo che non ce lo siamo portati dietro. Lui ci dice che dobbiamo sempre portarlo con noi e insiste nel chiederci perche' siamo li. D'un tratto mi rendo conto che siamo in Cina, nella campagna... ricordo l'imperioso disegno di Mao all'interno che occupa una parete intera della casetta. Capisco la situazione. Il poliziotto vede la nostra paura e ci tranquillizza. Tutta la famiglia e' raccolta intorno a noi e al poliziotto, tutti sorridono ma questi sono sorrisi molto formali, quelli che si rivolgono ai rappresentanti del potere. Io penso, in effetti cosa ci fanno due bianchi in piena campagna senza documenti? Il poliziotto ci saluta dicendo qualcosa in maniera cordiale, capisco la parola benvenuto.
Il pericolo sembra scampato. Nessuno della famiglia sembra agitato o spaventato. I sorrisi riprendono la loro naturalezza. Il mio amico svizzero si fa una partita a scacchi con l'uomo di casa. Sono scacchi cinesi, i pezzi sono come pezzi della nostra dama con sopra ideogrammi, le regole non le capisco. Lo svizzero le capisce ma perde tutte le partite. Entra nella stanza la donna con il bimbo piccolo, quello che non e' ancora riuscito ad abituarsi a questi mostri pelosi dalla pelle chiara. Il piccolo si e' dimenticato di noi e sorride ma appena vede il mio amico svizzero ecco che il suo viso si riempie di terrore, esplode in un pianto da incubo e la donna deve uscire dalla stanza. E' troppo per lui. Tutti ridiamo forte e di gusto, e' una scena tenerissima. Passa un carretto di fronte alla casa e noi decidiamo di approfittare del passaggio per tornare al villaggio. Salutiamo. Il carretto parte e ci lasciamo dietro la casa, la famiglia, il gigante ritratto di Mao, la piccola temeraria e i piccoli terrorizzati. So che non li dimentichero' mai e loro non dimenticheranno noi.

Racconto 2
Io e Chang Nian, mio amico cinese e maestro di taiji, abbiamo deciso di pasare una settimana a Zhang Pin Lou, il suo villaggio di origine, nella Cina centro-orientale. Qui parlano un dialetto per me incomprensibile che suona come una cantilena. Chang Nian mi spiega che i toni nel suo dialetto sono diversi, ma di non preoccuparmi, esiste una regola di conversione. Il tono 1 diventa 3, il 2 diventa 1, il 3 diventa 2, il 4 rimane 4. Ah gli dico, non potevi dirlo prima? Sono il primo laowai (straniero) della storia che visita zhang pin lou, e il primo che gli abitanti abbiano mai visto. Sono una specie di istituzione, ricevevo visite di continuo. Ho imparato a dire "sono un laowai zhang-pin-louese" e anche "sono il primo laowai a zhang-pin-lou", ma la cosa che piu li diverte e' "sono di zhang-pin-lou".
Mentre leggo un libro sdraiato nella mia stanza, fuori in cortile il vecchio zio di Chang Nian, un pelato dal sorriso meraviglioso, prende per le zampe un gallinone dal pollaio. Capisco tutto e decido di assistere. Ora capisco anche perche' il vecchio prima stava affilando la lama di una grossa mannaia. La madre di Chang Nian tiene ferme le zampe e il vecchio fa il boia. Mi aspettavo qualcosa di piu rude, ma lui e' molto delicato nel tagliare. Il sangue cola denso. Il telefono si mette a squillare... "Chang Nian!" grida la madre. Lui risponde qualcosa che io interpreto come "sto cagando" visto che la voce viene dal bagno esterno. Di sicuro io non posso rispondere al telefono, per quanto zhan-pin-louese e in confidenza con la regola di conversione dei toni... non se ne parla. La signora deve rispondere ma qualcuno deve tenere ferme le zampe della bestia agonizzante... rimango io. La bestia si dimena, il sangue cola denso... Il vecchio si prende tutta la bestia in braccio ed esce in cortile. Io lo seguo e lui mi guarda divertito per la mia partecipazione. Libera la gallina quasi ex-gallina che fa 5 o 6 passi barcollando e cade, scalciando un po' qua e un po' la'... Io la seguo e mi metto in una posizione da cui posso osservarle il muso e il taglio sotto al collo. Forse perche' e' la prima volta che partecipo a un assassinio di gallina che non voglio perdermi niente. Sento di essere eccitato e mi sento un po' sadico e un po' bastardo ma poi vedo il sorriso del vecchio, il boia. Lo vedo come l'uomo piu buono del mondo. E io sono il suo aiutante, quindi poche storie e pochi vegetarianismi. Anzi viene fame solo a raccontare.
Chang Nian torna dal bagno, io voglio spiegargli orgoglioso che sono un assassino di galline poi mi sento un po' scemo e rinuncio. Fuori dalla casa si e' raggruppato un gruppo di bambini, tutti molto carini e sporchini. Quando mi giro per guardarli scappano all'impazzata dietro a un muretto. Le bambine, meno coraggiose, non osano neanche partecipare al gioco "chi si avvicina di piu allo straniero". Decido di uscire io al che' scappano tutti e si dileguano in varie direzioni. Che emozione... mi sento un mostro bianco gigante e peloso.
Torno nel cortile. Usero' tecniche piu morbide, meno invasive. Mi siedo e mi fumo una sigaretta, offerta da uno degli zii. Qui sono tutti zii ma non so bene chi lo sia veramente. Comunque c'e' un solo cognome nel villaggio: Zhang. Offrire sigarette e' un importantissimo, forse il piu importante scambio di cortesia e simbolo di accoglienza e amicizia. Fumano tutti tantissimo, molti si accendono una nuova sigaretta con il mozzicone della vecchia. Non importa se uno sta gia' fumando, offrigliene una e lui se la mettera' dietro l'orecchio per poi accendersela appena finita questa. Ovviamente dopo aver rifiutato 4 o 5 volte. Non si puo sapere se uno veramente non ne aveva voglia. La tradizione e' importante. Importantissima. Arriva un ospite, offrigli una sigaretta. Insisiti selvaggiamente finche' non se la prende in mano (con espressione affranta). Ti offrono una sigaretta, rifiutala... insisti 4 o 5 volte... ma non esagerare, deve vincere chi offre. Io ormai ho imparato, lo faccio tutto il tempo. Arriva un vecchio e gli cedo il seggiolino "qing zuo"... per favore si sieda, e lui "ni zuo!" siediti tu, ma io sono forte e "ni zuo"... 4 o 5 volte e... fine, il posto e' del vecchio.
Chi si siede, chi paga il conto, fuma una sigaretta, prendi una bottiglia di birra, tieni questo regalo. Di queste scene in Cina se ne vedono parecchie. In campagna si vive di questo. Io che sono laowai vengo apprezzato ancora di piu se rispetto le tradizioni e le buone maniere... e verrei perdonato piu facilmente se non lo facessi. A fianco a me mi accorgo che c' e' uno dei bambini che giocava ad "avvicina il laowai"... lui e' senza dubbio il piu coraggioso. Giro la testa verso l'entrata e il mio gesto crea scompiglio fuori in cortile, panico e fughe non controllate con conseguenti ruzzoloni. Sorrido all'eroe che ho al fianco ma il mio sorriso gli fa perdere tutto il coraggio, sul suo viso leggo il terrore di trovarsi nella tana del lupo. Si gira e schizza via. Stara' pensando... va bene tutto ma un sorriso tutto per me no. E poi lui era qui per mostrare agli altri il suo coraggio, ora gli altri si sono dileguati, la forza dell'effetto esibizione cade e il panico vince. Sono il gioco del villaggio!

Racconto 3
Mi vado a fare un pisolino. Mi sto per addormentare quando improvvisamente 5 uomini fanno irruzione nella mia tranquillita'. Altri zii. Si scusano per avermi svegliato e mi spiegano che sono venuti apposta per vedermi. Si chiacchiera un po', l'argomento principale e' cosa mangio, cosa mi piace, piccante non piccante... Uno di loro e' emozionatissimo e continua a ripetere la stessa frase. Credo dica "tu qui a zhang pin lou sei e sarai sempre il benvenuto". E' magrissimo ha i denti storti un bel sorriso e pelle sporca di sabbia dei campi. Un altro, un po' ciccione e visibilmente ubriaco si atteggia a capo della comitiva, zittisce gli altri ha il modo di fare di chi dice "questo e' un bravo ragazzo, io lo capisco... voi no". Anche i suoi denti non sono messi molto bene.
Qui in campagna hanno tutti un aspetto piu vissuto, sono meno belli, la loro pelle e' scura, segnata. Vestono giacchette dai colori cupi: grigio, beige, verdino spento. Mi dicono che si sta organizzando una grande cena e tutti loro saranno presenti. Il magrino cerca la mia attenzione e mi grida una frase che interpreto come "tanti amici.. zhang pin lou tutti amici". Sono belli, davvero. Fumano sigarette senza pausa e buttano per terra i mozziconi (siamo ancora nella mia stanza). Lo zio ubriaco decide che e' il momento di uno sputacchio per terra, a pochi centimetri dalla mia ciabatta. Qui in campagna, ancora piu che nel resto della Cina, hanno un rapporto leggermente perverso con il pavimento. E' come se fosse un mondo a parte, che non li riguarda. Ogni tanto gli si da una spazzata e via, si riprende con sputi e scarico di rifiuti di ogni tipo. La pattumiera qui e' il pavimento. Finisco la sigaretta e la lascio cadere come fanno loro.
Fuori in cortile si sono radunate una decina di nonne. Mi sento in dovere si salutarle o comunque far vedere che le ho viste, sorridere. Sono pur sempre il rappresentante del mondo dei bianchi. Parlano poco e sottovoce, sono timide e discrete, forse impaurite. Sembrano chiedersi fra loro "ma secondo te..." e qualche curiosita' su questo strano essere che sono io. Non staccano mai gli occhi da me ma se io ne guardo una quella ridacchia verso le altre, imbarazzata, e fa dei gridolini. Non sono molto diverse dai piccoli la fuori. Una di loro, un po' piu' giovane deve essere raffreddata, fa dei ruomori strani e tira su con il naso continuamente.
Il mio letto e' una tavola di legno con sopra una coperta ma riesco lo stesso a dormire bene. E' Chang Nian a svegliarmi "fu lan ke!"... e ride, come fa ogni volta che mi chiama con il mio nome cinese. Anche a me fa ridere! Come colazione un vecchio zio mi porta una ciotola piena di brodo e gallina fatta a pezzi. Qui non lasciano cosce e petto interi, fano tutto a pezzetti per facilitare la presa con le bacchette. E' buonissima e mentre mangio ogni tanto mi torna in mente la scena della decapitazione. Sorrido tra me e me.
Finita la colazione Chang Nian mi propone di fare un salto in paese per comprare i biglietti del treno per Pechino. Il viaggio sara' dopodomani ma e' meglio comprarli subito mi spiega. L'idea mi piace, ho voglia di far due passi. Lui prende uno zainetto e ci incamminiamo.
Sulla strada salutiamo parecchi zii-vicini e i loro sorrisi mi svegliano del tutto e mi ricordano dove sono. Una nonna-vicina molto vecchia non riconosce Chang Nian, lui grida "sono io!". Le scandisce nome e cognome e poi ridendo rassegnato mi fa cenno di proseguire. Mi spiega che la vecchia fa cosi' ogni volta, che non vive piu nel nostro mondo.
Attraversiamo un sentiero che passa in mezzo ai campi che ora, in ottobre, si presentano come piatte distese cosparse di fili d'erba sottili. Chiedo a Chang Nian se e' granoturco, ricordando di averne visto parecchio accatastato nel cortile. Lui mi spiega che ora non e' la stagione del granoturco, ma dell'altra pianta con cui alternano le colture ma di cui non sa il nome in inglese. Mi dice che e' la pianta che si regala a una ragazza quando si e' innamorati. Mi figuro ettari di rose... no, scarto l'ipotesi. Passiamo a fianco a quelli che mi sembrano dei ruderi di una vecchia e grande casa, il mio amico mi spiega che apparteneva a suo zio. Chiedo perche' e' distrutta lui mi dice che lo zio non ci vive piu', che una volta era ricco ma che ora e' molto povero, non ha niente e vive in una stanzetta nel loro terreno. "Si ma perche' la casa e' distrutta e ne rimangono solo poche mura?", lui fa una pausa cercando le parole in inglese e mi dice "le case quando non ci vivi muoiono". La poca padronanza di una lingua spesso e' poesia. Chan Nian si butta in un racconto appassionato sulla storia dello zio, il fratello di suo papa', ex proprietario della grandissima casa di cui restano pochi tristi mattoni. Negli anni 60 questo zio era un funzionario del partito, era molto potente e poteva accedere a riserve alimentari senza limiti, o meglio senza i limiti imposti ai cinesi normali. A quei tempi essere ricco era questo. Avere cibo. Non esisteva mercato ne possibilita' di arricchimento, tutto apparteneva al partito e il cibo era razionato e limitato. Lo zio era un tipo molto arrogante, violento e prepotente e credo di capire che una grave colpa sia stata quella di non aver aiutato ne avvantaggiato nessuno della sua famiglia, pur avendone la possibilita'. Anzi usava il suo potere e la sua posizione per spadroneggiare. Era sposato ma stava molto volentieri con la sorella di sua moglie, anche a letto, e non nascondeva niente a nessuno, dato il suo strapotere e la sua arroganza. Il marito dell'amante dello zio non poteva piu tornare a Zhang PIn Lou, quando ci provava veniva picchiato dagli uomini del prepotente funzionario. Un giorno la moglie, la sorella grande, la donna tradita, non sopportando piu l'umiliazione decide di togliersi la vita. La sorella piccola saputo il fatto decide anche lei di uccidersi. Lo zio rimane solo. Oggi ha perso tutto ed e' l'unico abitante di Zhang Pin Lou a non avere niente, ne un terreno ne una casa propria ne una moglie. E' odiato dai figli e disprezzato dalla gente. L'unico che si prende cura di lui e' il fratello minore, il padre di Chang Nian.
Finito il racconto mi giro per dare un ultima occhiata alle rovine della casa, i resti di una ricchezza. La scena e' molto suggestiva e mi lascia dentro un po' di malinconia. In silenzio continuiamo a camminare in direzione della strada asfaltata, dove aspetteremo un autobus che ci portera' in paese.

Racconto 4
Solo a guardarli, accovacciati e sorridenti, il mio animo si rilassa. I cinesi riescono a sedersi senza sedia, assumendo una posizione simile a quella della rana mantenengono la pianta dei piedi appoggiata al tereno, con il sedere che arriva quasi a toccare terra. Qui in campagna passano ore in questa posizione, come tanti piccoli anatroccoli. E' cosi' che troviamo 5 o 6 cugini all'incrocio fra la strada sterrata e quella asfaltata: accovacciati e sorridenti, con la sigaretta accesa in bocca aspettando l'autobus. Faccio per offrirne una a tutti. Non devo essere stato molto energico e mi trovo con 3 nuove sigarette delle loro.... e non so neanche dove metterle, il mio pacchetto e' pieno. Da dietro una curva arriva un rumoroso e simpatico autobus. Appena fermo l'autista esce dal finestrino e si arrampica sul tetto. Un paio di ragazzi che aspettavano con noi gli passano alcuni sacchi di fagioli che lui legga assieme ad altri bagagli per poi tornare al posto di guida, sempre dal finestrino.
Una ragazza si occupa di incassare i soldi dei biglietti. E' carina, nonostante i denti e una cicatrice sul viso. I suoi occhi sono di quel tipo che sembrano trattenere una lacrima che non scende mai dando allo sguardo una certa accogliente spiritualita'. Occhi cinesi. Non ci sono posti, ci fanno mettere vicino al guidatore appoggiati su alcuni bagagli accatastati.
Sono ancora scioccato dalla prestazione atletica dell'autista, che ora si e' messo comodo e ha impuganto l'enorme volante che assomiglia al timone di un vecchio galeone e rende l'immagine ancora piu simpatica. Mi viene in mente una scena che vidi a Pechino di alcuni muratori che arrampicandosi sulle impalcature come acrobati senza reti di protezione si lanciavano martelli e chiavi inglesi con disinvoltura professionale e per niente preoccupati del vuoto sotto i loro piedi.
A fianco all'autista-acrobata, appoggiato su alcuni sacchi di qualche cereale o non so che, mi trovo in una posizione centrale da dove tutti i passeggeri mi possono guardare. Sto proprio sotto lo schermo di un televisore, che trasmette un tipo di operetta che piace tanto qui in campagna. Storielle di contadini cantate e accompagnate da musiche tradizionali abbastanza assordanti. Piu che televisione mi sembra teatro anche se non ne capisco molto. La mia vicinanza allo schermo permette loro di scrutarmi facendo finta di guardare la tv, senza quindi dare nell'occhio. I cinesi non amano guardare negli occhi, fissare le persone... credo venga interpretato come un gesto invadente, poco rispettoso.
L'ambiente e' chiassoso e al frastuono si aggiunge ora il pianto disperato di un bimbo di circa un anno che la madre non riesce a far star tranquillo. A ogni fermata l'autista ripete il suo gesto acrobatico, la ragazza riscuote i soldi gridando con voce stridula e il simpatico autobus riprende la sua marcia. La mamma del bimbo, tenendolo in braccio, si sporge verso il corridoio e il piccolo si mette a far pipi' all'aria. Il getto arriva dritto sul braccio di un passeggero il quale lo tira dentro senza prendersela e la pipi' ora finisce si dirige verso il pavimento dell'autobus. Questi pavimenti... hanno in se qualcosa di mistico e pauroso.
Chissa' cosa c'e' sotto queste poltrone? In Cina non si usano i pannolini. I piccoli indossano un particolare tipo di pantaloni con un' apertura che consente loro di scaricarsi ovunque si trovino. E' molto comune vedere bambini che camminando sul marciapiede, si fermano assumendo la posizione della rana e fanno tutto quello che devono fare li dove sono, senza dover aprire cerniere ne abbassare pantaloni. La ragazza, il capitano di questo curioso barcone trasandato, grida qualcosa a noi che stiamo seduti sui bagagli accatastati, tutti abbassano la testa il piu possibile e io li imito capendo che ci deve essere un controllo di polizia o qualcosa di simile. Un vecchio si accende una sigaretta. Il bimbo smette di piangere e si accuccia sulle gambe della madre.

Racconto 5
Cos'e' Zhang Pin Lou? Un luogo lontano in un paese lontano, l'ignoto nell'ignoto, il difficile nel difficile. Solo? Mmm... il raggiungimento di un traguardo sconosciuto, la sfida nella sfida... non mi basta. Una porta alla fine di un corridoio lungo lungo che sta nella mia mente. Toccare il fondo, sbattere la testa contro il soffitto, gridare al mondo che io esisto e sono unico. Liberta' rinnovamento distacco dalle radici... cordone ombelicale. Il respiro scende, scende, il cuore rallenta il suo battito. Ogni cosa che prima era ora non e'. Supero me stesso e nasco. Cosa ho dimostrato? Che io sono io. Mmm... sicuro? Che io... non sono io. Forse. Che io quel cancello grigio di questo grigio asilo lo scavalco senza che neanche ve ne accorgiate... e quella strada tanto pericolosa... ecco io la attraverso a passi lenti. E meno frego delle strisce. Ma che bravo, e poi? E poi torno e mi becco il castigo ma a voi qualcosa e' rimasto dentro. A chi? Ehm... beh.. alla maestra? A mamma e papa'? All'amore che mi gira intorno e non si fa toccare? Poche storie, quel cancello, quella porta, quel fondo e quel tetto sono le mille Zhang Pin Lou che ancora mi aspettano. Ora non dico piu una parola e vediamo se anche il silenzio non va bene. Inspiro... espiro... tu-tum... tu-tum... tu-tum. Tendo un manina impaurita nel buio... nessuno mi mette in castigo oggi, l'asilo non e' grigio. Il cancello... e' aperto.
L' allegro autobus ha finito la sua corsa e siamo in questo piccolo grande paese simile (uguale) a molti altri qui in Cina.- Chang Nian io corro in bagno aspettami qui - Piu che correre mi sembra di trottare da quanto la vescica e' piena. Riconosco l'ideogramma 'nan', maschio, scritto a pennarello sul muro, entro, salto una pozzanghera di pipi', trovo i familiari secchi di plastica straripanti di urina e senza badare ai 4 o 5 'nan' che fanno cacca in pubblico mi lascio andare e mi svuoto. Il sorriso mi si ridisegna sul volto e con camminata rilassata mi avvio verso il mio caro amico cinese. - Ti porto a vedere la scuola che frequentavo da piccolo ti va? - mi dice. Certo che mi va, non ho grandi programmi per questa giornata.
La sensazione di sentirsi al centro dell'attenzione la conoscevo gia' e Zhang Pin Lou mi ci ha abituato. Ma un intero paese che mi segue con lo sguardo mi mette quasi in imbarazzo. Varcato il cancello della scuola ci troviamo in mezzo a una folla di centinaia di giovani studenti. Ognuno da la sua occhiata incuriosita all'extraterrestre. Un gruppetto di donnine ci segue e ogni volta che mi giro e' scompiglio. Ho quasi la tentazione di giocare con questa situazione approfittando del mio ruolo di marziano in terra, per esempio avvicinando uno che ancora non mi ha visto, toccargli una spalla e... bum! Sorpresa! Uomo bianco!
Immagino che visto dall'alto io possa assomigliare a una barchetta a motore che solca le acque: la calca di studenti che si mette di lato per osservare sono le onde create dalla chiglia e il gruppetto di donnine che ci segue l'acqua mossa dal moto dell'elica. Alcuni, rimasti indietro e ricevuta la notizia bomba corrono veloci e mi sorpassano, si mettono su un marciapiede di lato e con disinvoltura facendo finta di essere li da prima si godono lo spettacolo. - Hello - grida qualcuno. Alzo la testa e... non ci credo. Studenti e professori affacciati alle finestre delle classi. Hanno interrotto le lezioni? Aiuto! Imbarazzo. Se passa di qui Micheal Jackson o il papa non riceve piu attenzioni di me. Solo che io non sono abituato a fare la rockstar. Due ragazzine si avvicinano: - hello, where are you from? - Io sorrido contento, prendo fiato per rispondere e... via, fuggite.

Racconto 6
Tiro fuori una mano dalle coperte e a tastoni cerco il telefono cellulare che sta squillando. E' la prima sveglia, sono le 6:00. Ho altri dieci minuti di sonno poi squillera' ancora. Non c'e' sonno piu dolce di quello fra uno squillo di sveglia e l'altro... e' l'unico che riesco a gestire a comando... posso rigirarmi nelle coperte sorridendo come un bimbo e decidere - dormo un altro po' -. Se stavo sognando qualcosa di bello riesco perfino a decidere - ora ricomincio il sogno da dove l'avevo lasciato - Purtoppo questa volta non stavo sognando niente di piacevole. Sono reduce da un sanguinoso combattimento contro una pantegana milanese. Mi sembra di aver passato tutta la notte a difendermi da questo schifoso mostro che mi ha morso e ferito soffiando e gridando. Per evitare di dover riaffrontare la bestia rimango in un dormiveglia leggero.
Qui in Cina, ormai ne ho la conferma, i sogni sono strani. Molto strani. Profondi e reali, non lasciano la minima possibilita' alla mia coscienza di intervenire, di farmi capire che in fondo e' un sogno. L' altra notte ho sognato una cinesina bionda... roba impossibile. L'ho amata per tutta la notte e in tutti i sensi. Poi ho passato tutta la giornata a pensarla, innamorato di un sogno. Sentivo ancora la sua pelle a contatto con la mia, il suo odore di donna. Beh stanotte la cosa e' stata un po' diversa ma uguale e' la sensazione di aver perso ogni controllo della situazione, di aver sognato senza pausa la stessa cosa per tutta la notte. Ricordo che l'esperienza con la cinesina bionda l'ho dovuta interrompere per andare in bagno... ricordo che mentre ero in bagno facevo di tutto per non distrarmi, per non contaminare la mia mente con la realta' per poter continuare con il mio amore una volta sotto le coperte. Una specie di sonnambulismo cosciente.
Ma la vescica stanotte ha deciso di non disturbarmi e di lasciarmi cosi', fra le zampe di quella schifosa e puzzolente pantegana milanese. Sono sudato e ancora impaurito. Anticipando di un minuto la seconda sveglia mi alzo e accendo la luce. Sento addosso la fatica di una notte passata male. Ricostruisco qualche scena del sogno e cerco di vederla con leggerezza, di riderci sopra, ma non ci riesco. Mi lavo e mi vesto. Pantaloni leggerissimi, e scarpette da allenamento. L'appuntamento con Chan Nian e' alle 6:30 alla pista d'atletica, come ogni giorno, come l'anno scorso e l'anno prima, quando lo conobbi. E' il nostro angolino e li', come in tutti i luoghi dove mi allenato, ogni cosa perfino l'aria si e' impregnata di una spiritualita' speciale, di una profonda e concreta serieta', di un indescrivibile senso di sacro che puo assomigliare al luogo in cui un pittore ogni giorno dipinge, all'aula dove un orchestra si esercita, a una stanza dove uno psicanalista e il suo paziente si incontrano. Dolore e silenzio arte e crescita si mescolano e si diffondono nell'aria come qualcosa di sacro, che si depostita sugli oggetti donando anche a quelli piu insignificanti significato e rispettabilita'.
Esco dall'hotel e corro. Sorrido all'uomo che frigge delle strane cose in un olio che, per rispetto verso quel sorriso non diro' che e' puzzolente ma che ha un odore pesante. Fa freddino, e' ottobre e il clima e' molto simile a quello di Milano (pantegana...). Entro dal cancello ovest dell'universita' dello sport di Pechino, un immensa struttura, un campus dai prati curati con fontane e fiori e tante cose insolite come cestini e addetti alle pulizie. La guardia di turno, ormai le conosco tutte di vista e questo e' il grassottello, mi fa un cenno quasi impercettibile con la testa, a meta' fra "buongiorno" e "puoi entrare". Passo sotto l'enorme statua di Mao, circondata di fiori che vengono quotidianamente annaffiati dagli omini in giacca blu, gli addetti ai giardini. Alcuni altoparlanti fissati su pali della luce trasmettono musica classica, e' una novita' di quest anno, un idea che apprezzo. Saluto il presidente e proseguo la mia corsa verso il campo d'atletica. Lui, il presidente, in pietra sorridente con la divisa alto una decina di metri e con il suo solito cappello in mano mi incute rispetto e timore. Gli sono grato per aver creato la Cina, il mio grande amore, cosi' come un innamorato e' grato ai genitori della sua dolce amata (cinesina bionda...) nonostante i loro difetti. Mentre ringrazio l' immortale papa' e nonno di tutti i cinesi vedo un gattone camminare in un prato e ad alta voce dico ridendo "se ti becca il mio topone...". Riesco per la prima volta a ridere del sogno e di me.

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