Cile: il Viaggio

Attraverso una terra senza eguali, attraverso se stessi… magia del Cile!

Il viaggio è vita nella realtà immobile. E’ l’azione che rompe la quotidianità, nella quale i sensi subiscono passivamente stimoli programmati - stimoli di massa.
Malpensa, ore 18,40 7/3/02: Tra mezz’ora l’imbarco. Abbiamo impacchettato zaini e sogni di gloria in una busta gigante di domopak diretta a Santiago del Cile. Ognuno è immerso nei suoi pensieri, ed il brusio dell’aeroporto scivola sul nostro silenzio. Il sole è appena tramontato sulle vetrate che ci separano dalla pista: si accendono mille luci colorate a sfidare l’imbrunire.
Gli aerei partono ed atterrano senza sosta.

Itinerario

Malpensa - Francoforte - Buenos Aires - Santiago del Cile:circa 18 ore (aereo);
Santiago - Pucon:12 ore (bus);
Pucon-Puerto Montt:6 ore (bus);
Puerto Montt-Punta Arenas: 2 ore (aereo);
Punta Arenas-Puerto Natales: 3 ore (bus);
Puerto Natales-Punta Arenas: 3 ore (bus);
Punta Arenas-Puerto Montt: 2 ore (aereo);
Puerto Montt-Santiago: 14 ore (bus);
Santiago-Calama 22 ore: (bus);
Calama-S. Pedro-Calama: 3 ore (bus);
Calama-Santiago: 22 ore (bus);
Santiago-Vina-Santiago: 3 ore (bus);
Santiago del Cile-Buenos Aires-Francoforte-Malpensa: circa 18 ore (aereo).
 

Da non perdere

Diario di viaggio

Aeroporto Ezeiza di Buenos Aires, ore 8,30 (12,30 italiane) 8/3/02
Nonostante l’orario, il caldo si incolla senza pietà alla nostra pelle. Il cielo è nuvoloso, basso - l’aria umida e pesante. Siamo gli unici italiani seduti sulle poltroncine blu più silenziose dell’emisfero sud. Siamo distrutti. Le turbolenze atlantiche - e quei sedili tremendi… che nottata!

Santiago del Cile, ore 19,00 8/3/02
Siamo atterrati nella capitale, incastonata tra le roventi vette Andine, a mezzogiorno. Santiago: un centro moderno, affollato e circondato una da sconfinata periferia di casette ad un solo piano. E quanti autobus! Ci sono colonne lunghissime degli sgangherati mezzi pubblici (che viaggiano con le porte aperte) sui quali la gente salta ai semafori, al volo. La città è un vortice di colori mediterranei ed odori dolciastri che investe tutti i sensi con la sua forza. Ed intanto le strade brulicano di vita: bancarelle, chioschi, venditori ambulanti e persone che si fermano a parlare, discutono, ridono e si salutano. Santiago sembra presidiata da ragazzi in divisa: militari e liceali. In ogni angolo, via o porticato le tute mimetiche dei soldati (armati di sfollagente e pistola) si mescolano con le divise eleganti degli studenti loro coetanei.
Domattina partiamo. Verso sud: andiamo a trovare la zia Carla, che vive da più di quarant’anni in un monastero di clausura perso tra le Ande.

Talca, terminal de buses, ore 12,15 9/3/02
Siamo partiti alle 8,30 da Santiago. I paesaggi che attraversiamo cambiano rapidamente. Da brullo e polveroso, il manto delle colline che circondano la carrettera panamericana sta diventando verde di vegetazione.
Le abitazioni di Talca - di legno colorato - sono affacciate su vie larghe e polverose. Appena scesi dal bus, la piccola stazione ci ha investiti di vita: decine di cileni ci hanno circondati per vendere dolci dai profumi intensi ed oggetti di artigianato locale. L’atmosfera è sudamericana - colori in movimento, caos, voci che si alzano per superare il rumore dei motori.
Siamo gli unici turisti, ce l’abbiamo scolpito sulla pelle, sui vestiti e sugli sguardi.

Temuco, terminal de buses, ore 18,30 9/3/02
Piove. Il paesaggio è dipinto di colline ricoperte da foreste. Le nuvole, basse e gravide d’acqua, si sciolgono sulle cime dei pini e nelle anse più morbide dei promontori che inseguono la carrettera. Ci sono distese lunghissime tra un villaggio e l’altro e, tranne poche eccezioni, gli agglomerati di casette colorate sono piccoli e poveri. Siamo fermi a Temuco, la capitale dell’Araucania, patria del antico e fiero popolo Mapuche (i “figli della terra”, nel loro idioma). La stazione è semideserta. Scendiamo per sgranchirci le gambe, ma dopo pochissimo risaliamo sull’autobus: le nostre magliette e pantaloncini corti non sono l’ideale per questo clima! Abbiamo fatto circa 700 km verso sud, e fa molto più freddo rispetto a Santiago.

Monastero Santa Clara, Pucon, ore 22,30 9/3/02
Le monache di clausura ci hanno accolti in una stanza grande e spoglia, divisa in due da una grata: da una parte noi quattro, dall’altra loro, sorridenti, che hanno cantato per noi una canzone cilena di benvenuto. Quanta emozione! E poi ancora sorrisi e strette di mano rubate alla maglia di sbarre, e una grande cena che ci ha aiutati a lavare dai nostri corpi la stanchezza del viaggio.
Ora siamo in una stanzetta di legno grezzo, semplice ed accogliente, nella quale sta appeso un solo quadro: la stampa di un antico ritratto di S. Francesco su sfondo blu. Siamo soli coi nostri pensieri - coi nostri dubbi. Una parte di me è in subbuglio: una scelta così radicale di vita, per di più nel nome di un dio che non riconosco, provoca il disagio sottile dello scetticismo.
Tuttavia mi guardo intorno - respiro - rivivo i momenti di poco fa e, senza rendermene conto, mi abbandono ad una condizione primaria, essenziale dell’animo umano: la pace e la semplicità che basta a se stessa. Qui c’è la natura, ci sono le Ande silenziose e possenti, e vivono persone che non condividono la nostra stessa scala di valori. E sono felici.
La zia Carla, prima di accomiatarsi, ha detto una frase che mi ha colpito: “Quando dio creò il mondo, vide che gli erano avanzati un po’ di mare, un po’ di deserto, vulcani, foreste, monti, colline, altipiani e ghiacciai… decise di donarli tutti ad un solo paese: il Cile.”

Monastero Santa Clara, Pucon, ore 23,50 10/3/02
Oggi, nel pomeriggio, siamo andati alle terme vulcaniche “Los Pozones”: sette di vasche di roccia nel mezzo della foresta, un paio di baracche di legno e due tubi all’aperto per fare la doccia. Molto selvaggio! Il vapore dell’acqua si perdeva tra i rami verdi, mentre un ruscello azzurro rianimava il silenzio della valle. Siamo rimasti a mollo fino al tramonto! Nel tornare al monastero ci siamo fermati sulle rive del piccolo lago Caburgua, immerso nelle profondità andine. Dalla spiaggetta partiva un sottile e traballante molo di legno, che si spingeva per un centinaio di metri fin quasi al centro del lago. Ho visto il cielo più bello della mia vita. Abbiamo avuto voglia di urlare, sdraiati sul molo ad abbracciare l’infinito che ci pioveva sugli occhi: la Croce del Sud, le tre Marie, mille costellazioni sconosciute e la via Lattea su tutte, nitida ed imponente come mai ... tutto era enorme!
Dopo cena siamo usciti nel chiostro del monastero a guardare ancora le stelle, prima di dormire. Non sembra vero che possa esistere un cielo così. Quanta natura.

Vulcano Villarica, ore 11,30 11/3/02
Ci siamo arrampicati sul vulcano, ed ora siamo alle pendici del ghiacciaio. La salita è stata faticosa, oltre che pericolosissima. Arrancare sulla ghiaia vulcanica, con uno strapiombo di centinaia di metri alle spalle, non è un’esperienza rassicurante: non ci sono sentieri! Siamo in territorio Mapuche. Alle nostre spalle il vulcano sbuffa: sembra di camminare su un organismo vivo che respira lentamente, in attesa di scatenare la sua furia immensa. Grigio cenere, rosso e nero, il suo corpo sbriciolato si erge tra le colline ricoperte di foreste verdi e prati luminosi. Cinque laghi azzurri puntellano le vallate di colore: in alcuni di essi affiorano isolette, come le ginocchia ed il naso dei giganti di terra che dormono sdraiati sul fondo. Ed intanto l’unico suono che interrompe il silenzio è il rumore della grossa pentola a pressione che bolle nel cratere sopra di noi. Pucon avrà vita breve: quando il vulcano erutterà, sia la cittadina che i suoi abitanti verranno sepolti per sempre dalla lava.
Villarica è una parola Mapuche. Significa “casa del male”.
Domani partiamo per Puerto Montt. Sempre più a sud. Lì ci dovrebbe ospitare Sergio, il fratello di una delle monache.

Terminal de buses di Valdivia, ore 13,40 12/3/02
Valdivia: la stazione è affollata ed un militare in divisa passeggia serissimo, squadrando i passanti. La zona è ricca di acqua, fiumi, paludi, stagni e tanto verde. Il cielo è coperto di nuvole: sta per piovere. Ancora tre ore e raggiungeremo Puerto Montt, ci dice l’autista.

Puerto Montt, ore 18,50 13/3/02
Stamattina Sergio ci ha portati a vedere una cascata, alle pendici del vulcano Osorno, nel mezzo del “bosque austral”. Che avventura! Dopo una lunga camminata in lotta con cespugli spinosi, fango, guadi di fiume e rocce scivolose - uno spettacolo di forza rigogliosa e fertilità - abbiamo finalmente trovato la cascata. Stupenda! La abbiamo attraversata, per un passaggio stretto e scivoloso alle sue spalle: non si riusciva a respirare! Il vortice di vento e acqua cercava di risucchiarci, mentre dovevamo tenere le orecchie tappate per il frastuono infernale! Fradici.
Nel pomeriggio siamo saliti sul vulcano Osorno sotto un muro di nuvole spesse e ventose. Un paesaggio lunare. Dall’alto si poteva osservare tutta la vallata dove riposa il grande lago Llanquihue, e le foreste che ricoprono i colli intorno. Ancora una volta il Cile ci ha fatto vedere quanto è grande.

Puerto Montt, ore 7,45 14/3/02
Piove, piove, piove. In questa regione del Cile c’è sempre brutto tempo: pioggia, forte vento, umidità. La nostra casetta di legno sembrava essere sul punto di frantumarsi da un momento all’altro stanotte. Gli scricchiolii infernali, il battere ritmico e ossessivo della pioggia sul tetto di lamiera, i latrati di Kuka - il dobermann nero di Sergio… che nottata inquietante!
Parlando coi cileni figli della “mescla” di razze conquistatrici, ci siamo accorti che i Mapuche della zona di Temuco sono guardati con disprezzo. Credo che questo sia il retaggio di centinaia d’anni di guerra: hanno ceduto ai conquistatori spagnoli solo alla fine dell’800! Ora la maggior parte dei Mapuche vive nei sobborghi più poveri di Santiago (le “callampas”, che in cileno significa”funghi”, poiché queste baraccopoli sembrano spuntare nel giro di una notte), negando le proprie origini per vergogna e paura di discriminazioni (effettivamente esistenti, a quanto dicono gli abitanti del posto). Solo pochi, per la maggior parte anziani, portano avanti fieramente la lingua e la cultura del loro popolo: resistono, segregati in piccole riserve, nella regione boscosa dell’Araucania …

(ore 8,50, in viaggio sulfurgone) … Sergio dice che Chiloè è un’isola piena di fantasmi. Ci racconta la leggenda del Caleuche -“barco fantasma” carico di tutto ciò che è illegale - che quando viene avvistato, nelle notti di nebbia, rende pazzi coloro che lo vedono. E quella del Trauco, il nanetto brutto e cattivo che si trasforma in amante straordinario di fronte ad una donna: quando una Chilote rimane incinta e non si sa (o non si vuole far sapere) chi sia il padre, si dice che è stato lui. O ancora il mito della Pincoya, incrocio tra sirena e fata, che dorme per la maggior parte dell’anno: quando apre gli occhi, là dove cade il suo sguardo, spunta un raggio di sole e fiorisce la primavera. La vegetazione è lussureggiante, puntellata di bacche amaranto. Piove a dirotto, ed il vento comincia ad essere seriamente forte. Ci sono molti, disastrati “lugarenos” ai lati della strada: agglomerati di casette dove vive la “gente dei campi”, la più povera del Cile …
… siamo a Pargua: qui termina la carrettera panamericana, iniziata una infinità di chilometri or sono. Stiamo per imbarcarci sul traghetto che ci porterà sull’isola di Gran Chiloè, la maggiore dell’omonimo arcipelago. L’oceano Pacifico si stende davanti a noi grigio, profondo e freddo.

Castro, ore 16,00 14/3/02
E’ l’isola dei fantasmi, si respira nell’aria. La pioggia si scaglia veloce a pizzicarti il viso, mentre le nuvole si confondono con la nebbia, rendendo sfocati i contorni degli alberi danzanti.
Castro è un pueblo molto caratteristico: le case sono costruite con scaglie di legno colorate, spesso su palafitte. La città sorge su un fiordo dell’oceano Pacifico che si inabissa verso il centro dell’isola.
Nella tarda mattinata ci siamo fermati ad Ancud: un paesino di pescatori piccolo e frustato dalla pioggia. Siamo stati su delle panoramiche stupende: sembrava di vivere un quadro di Friedrich, di stare nel cuore dello Sturm und Drang. Il sublime letterario è nato di fronte a posti come questi. L’oceano ed il cielo dello stesso colore, della stessa furia, della stessa tempesta. Si gelava. Abbiamo pranzato (cazuolas chilota, ovvero zuppa di pesce con molluschi autoctoni, e salmone alla piastra) in un stanzetta sulla strada che conteneva una cucina e tre piccoli tavoli. Sedute di fianco a noi stavano due vecchie cilene col viso segnato dalla povertà. Erano vestite con molti veli intarsiati di colore e fatica, sovrapposti e tenuti insieme dal freddo. “Gente dei campi”, ha detto Sergio. Nel primo pomeriggio siamo ripartiti verso il centro dell’isola sull’unica strada asfaltata, circondata da colline disabitate e soffocate dall’umidità. Distese di campi a perdita d’occhio: cespugli ed arbusti di dimensioni e forme eterogenee si stagliavano sul cielo grigio plumbeo, mentre in lontananza, scure, scorrevano macchie di pini. Ogni tanto qualche stagno - e qualche baracca diroccata in lotta contro il fango. La strada era completamente vuota, ed il vento ha reso difficile il nostro tragitto, tanta era la sua forza travolgente. Ha fatto sbandare più volte il nostro furgoncino, facendoci rischiare di finire fuori strada. Non smette di piovere.

Puerto Montt, ore 23,50 15/3/02
Stamattina siamo andati, con un agonizzante bus stipato di studenti in divisa, a visitare il famoso e coloratissimo mercato di Angelmò. C’erano bancarelle con ogni varietà di pesce affiancate da salette dove lo arrostivano al momento, e mercanzie di fatture e usi più svariati: dalla frutta all’artigianato, dai tessuti ai salumi. Puerto Montt è una grossa città di mare, che si raccoglie intorno al porto sul Pacifico. Nel pomeriggio abbiamo fatto una grigliata di carne nel cortile di Sergio: vino, birra, e musica fino allo sfinimento. Quante risate! E’ l’ultimo giorno che stiamo qui: domattina abbiamo deciso di ripartire. Destinazione: Punta Arenas, Patagonia. Estremo sud.

In volo verso Punta Arenas, ore 13,50 16/3/02
Pacifico, nuvole, cielo e fiordi di terra protesi verso il mare - blu, bianco, azzurro, verde e marrone. Il Cile si è sbriciolato sull’oceano sotto di noi in una pioggia di isolette, penisole e lagune frustate dal vento delle latitudini preantartiche. Si intravedono i riflessi bianco-azzurri dei ghiacciai.
Stiamo sorvolando l’Aysén. E’ una sensazione stupenda: essere in viaggio, in volo verso un posto che non ho mai potuto fare a meno di sognare! Il sole brilla sullo zucchero filato delle nubi, che alimentano l’immaginazione e l’attesa.

Punta Arenas, ore 16,30 16/3/02
L’aria è limpida e fresca - è frizzante nelle narici. Atterrando abbiamo visto pianure sconfinate tinte di colori brulli - ocra e marrone - e coperte di una vegetazione rada, bassa e piegata dal vento. Quanta Patagonia! Punta Arenas si affaccia sullo stretto di Magellano, ed è diversa dalle città che abbiamo visto finora. Non è costruita in legno, ma in muratura: è spaziosa ed ordinata. Sembra quasi una città dell’estremo nord europeo. Siamo nella terra che si spinge più a sud di tutto il globo. Nessun’altra, in nessun altro continente la eguaglia. Tra un’ora parte il bus per Puerto Natales, dove dormiremo le prossime due notti. Siamo vicinissimi all’Antartide, e lontanissimi dal resto del mondo. E’ una sensazione spaziosa, liberatoria, che ci rende tutti allegri.

In bus verso Puerto Natales, ore 19,00 16/3/02
I raggi rossi del sole cercano corsie dove incanalarsi sul cielo viola, mentre le nuvole si riflettono sui campi brulli percorsi dalla carrettera che fugge lontano. Qui tutto ha un sapore diverso, distante, molto più romantico. Cerchiamo in lontananza i riflessi bianchi di un ghiacciaio spaccato in forme taglienti; intanto la strada corre lunga e diritta, ed il cielo si sta coprendo di nuvole. Potrei innamorarmi di qualsiasi donna in un posto come questo. Siamo nel cuore della Patagonia.

Sul minibus verso le Torri del Paine, ore 9,30 17/3/02
Dopo una breve sosta alla Cueva del Milodon (sulle orme di Chatwin, e del suo “viaggio in Patagonia”), sfrecciamo sulla stradina sterrata, tra piccoli laghi e pianure stellate di tronchi e cespugli. A pochi passi da noi c’è una staccionata che ci separa dall’Argentina. Si coglie il senso di lontananza. Da una parte la pampa, dall’altra, lontane, le montagne cilene. Nubi e neve. Sole e colline gialle erose dal vento. Questi sono i colori della fine del mondo, le tinte del remoto. Gli occhi sono appagati, finalmente, di abbracciare tutto questo. L’immensità ha uno spiccato senso della profondità prospettica e del contrasto di colore. L’immensità è erosa dal vento, e scolpita nella natura…

(ore 11,20, laguna Marga)
…la laguna Marga è uno specchio sul quale si dipingono al contrario montagne vanitose. Ecco le Torri del Paine, le Corna del Paine ed il Paine Grande: granitici massicci di roccia, inanellati da ghiacciai di colore azzurro intenso - a causa del particolare ossigeno presente nell’acqua. Paine in lingua indio significa “azzurro”. Il sole brucia i piccoli branchi di guanaco che lottano contro i cespugli pungenti a pochi passi da noi. Il cielo è attraversato da vari livelli di nuvole, che si spostano in piani mobili con la rapidità di un effetto cinematografico. Ed il silenzio è la colonna sonora migliore per questo sogno d’infinito. Abbiamo perso il senso della misura, delle proporzioni…

(lago Grey, ore 15,30) in fondo a questo lago grigio topo, attraversato da galeoni di ghiaccio di colore azzurro intenso, è scolpito l’immenso ghiacciaio Grey. E’ incredibile l’accostamento di colori. C’è un vento gelido ed umido che entra nelle ossa. Un raggio di sole sui lapislazzuli di ghiaccio: sono gli occhi della donna più bella del mondo.

Puerto Natales, ore 23,40 17/3/02
Sono seduto su uno dei letti a castello della stanzetta dove siamo alloggiati. A pochi centimetri da me, sul soffitto, si sta condensando l’umidità in grosse gocce gravide di muffa giallastra. Fa molto freddo: respiro, ed osservo a malincuore grossi sbuffi di vapore bianco uscire dalla mia bocca. Tornando dall’escursione al Paine, ci siamo fermati a cenare con un brasiliano ed un cileno - che abbiamo conosciuto oggi sul minibus - in una locanda: da “don Ciccio”. Il locale consisteva in una grossa stanza piena di cianfrusaglie, arredata con tavoli di legno ed un camino crepitante. Nel lato più in ombra della sala stavano appesi dei “corderos” (pecore) scuoiati, che don Ciccio in persona (un signore tracagnotto e paonazzo di mezza età, con barba brizzolata incolta e viso tagliente) metteva sul fuoco a cuocere. Musica, carne, vino e risate a voce alta. E babele di lingue sciolte dal calore dell’alcool e dalla stanchezza. Il fuoco scoppiettava vicino a noi, ed i volti si facevano sempre più rossi e deformati dal riso, mentre il mondo vorticava intorno a don Ciccio ed alla bella cameriera che continuava a portarci terrine di cordero. Il turbinio si è interrotto al gelido contatto con l’aria fuori: saluti, scambi di mail, e dieci minuti di camminata per arrivare fino a qui, stravolti, ad aspettare di addormentarci. Che serata!

Piazza con la locomotiva di Puerto Natales, ore 10,00 18/3/02
Il bus per Punta Arenas parte all’una. La giornata è fredda e nuvolosa - il cielo è compatto, come una schiera di opliti dagli scudi grevi in lotta contro il sole. Nel paese gira poca gente: qualche studente ritardatario attraversa di corsa la piazza inguainato nella divisa blu e grigia, un vecchio passeggia lento in mezzo alla strada vuota ed un branco di cani randagi, pigri ed affaticati, ci fa compagnia. La pianta della città, come tutte quelle che abbiamo visitato finora, è a griglia, con tante chiese ed una piazza principale. Le vie sono spaziose e deserte: si intravede solo qualche furgone parcheggiato sui marciapiedi. Noi abbiamo occupato con i grossi zaini, i cani al nostro seguito e la nostra sfaccendatezza (un calcio ad un sasso, una battuta divertente e poi silenzio e sguardi fissi a terra o al cielo) il centro di Puerto Natales: la piazza dove sta immobile, su un grosso piedistallo di pietra, una vecchia locomotiva nera e lucida. E, pioggia permettendo, sarà ancora così per qualche manciata di sbadigli.

Punta Arenas, ore 19,40 18/3/02
Dopo una camminata di due ore per raggiungere la “zona franca” (zona esente da dazio per i beni di importazione, che il Cile mette a disposizione delle città più isolate) dove abbiamo comprato rullini fotografici e sigarette, abbiamo trovato una nuova dimora per la notte: la solita stanzetta con letti a castello e spifferi di vento ghiacciato dell’Antartide. Domattina si va a vedere i pinguini.
Stasera: riposo.

Pinguinera di Seno Otway, ore 10,20 19/3/02
Siamo immersi nella natura estrema della XIIIa regione del Cile. La striscia di America che taglia i due oceani a sud è fredda e spazzata dal vento. Qui vivono i pinguini di Magellano - piccoli, neri e simpatici. Hanno dei richiami molto rumorosi simili al ragliare degli asini, e sulla terra ferma ogni movimento che compiono, dal camminare allo scavare tane per i loro cuccioli, è goffo e ridicolo.
La Patagonia: ovunque dirigo lo sguardo, vedo l’orizzonte. Che sia mare o pampa, il suo fascino ipnotizzante mi rapisce.

Punta Arenas, ore 10,25 20/3/02
Che mal di testa! Ieri abbiamo festeggiato fino a tarda notte. Gli ingredienti della serata: un tavolo nel salone principale dell’ostello, qualche bottiglia di vino e di pisco (una specie di grappa aromatica a base d’uva, che si produce solo nella zona de La Serena), ed un linguaggio dalla grammatica sconclusionata - parto anomalo dell’italiano, dello spagnolo e dell’inglese. I primi che abbiamo conosciuto sono stati due universitari statunitensi: ottimi compagni di risate, anche se sotto certi aspetti ci hanno lasciati senza parole. Non avevano idea, ad esempio, di cosa fosse la letteratura americana della bit generation. In compenso conoscevano perfettamente tutti i giocatori di calcio italiani ed europei! Abbiamo legato anche con una ragazzona olandese in viaggio per il Sudamerica da 9 mesi, e con uno dei tanti israeliani che dormono qui. E’ difficile da dimenticare una frase che mi ha detto quest’ultimo quando gli ho chiesto come vivevano i giovani la guerra in Israele: “Tutte le nazioni hanno i loro problemi. Questo è il prezzo che noi dobbiamo pagare per riavere la terra che ci è stata donata da dio”.

Terminal de buses “Pacheco” di Punta Arenas, ore 12,05 20/3/02
Tra due ore parte il bus per l’aeroporto. Ci stiamo abituando a sospendere le nostre menti in una condizione d’attesa: aspettare di partire, aspettare di arrivare. Pronostichiamo di essere nel deserto tra due giorni, più o meno. Si è alzato un vento forte e gelido per le vie della città, credo che sia normale per chi vive qui. Ma non per noi, che ci stringiamo nelle giacche a vento, e cerchiamo un angolo riparato dove aspettare. Le nuvole corrono velocissime, ed il cielo cambia volto con estrema rapidità: dal sole ad una maglia di nubi in poche manciate di secondi. Sta partendo un bus per Ushuaia: sarebbe stupendo se fosse il nostro. Ancora ghiacciai, ancora Patagonia: vorrei stare qui e vedere con più calma queste terre di confine.

Sul bus verso Santiago, ore 22,00 20/3/02
L’aereo - a Punta Arenas - ha avuto qualche difficoltà a decollare, a causa del maltempo che tartassava l’aeroporto. Atterrati in una scura e piovosa Puerto Montt, ci siamo subito diretti alla stazione dei bus. Breve tappa al supermercatino per comprare pane e frutta, e poi sul pullman di corsa! Ora abbiamo appena terminato di consumare la spartana cena tra un dosso e una cunetta della carrettera. Una nota di colore: il copilota ha organizzato una partita a bingo alla quale tutti i viaggiatori (noi compresi) hanno partecipato di buon grado, con tanto di applausi e premio.

Terminal de buses di Santiago, ore 13,20 21/3/02
Tra qualche ora parte il bus per Calama. Siamo tornati in estate. Mi ero dimenticato come ci si sentiva a stare in maglietta e pantaloni corti! In queste ultime 24 ore abbiamo cambiato stagione: dai ghiacci al caldo soffocante di una metropoli sudamericana, ed ora si parte per il tropico, per il deserto! In queste ore d’attesa essere stanchi sembra inevitabile.

In bus verso Calama, ore 17,00 21/3/02
Il paesaggio sta cambiando con rapidità: le montagne si alzano e circondano la carrettera con le loro forme aspre e brulle. La vegetazione è bassa, la terra arida. Fa molto caldo. La strada prosegue diritta, senza via di scampo. Si comincia a vedere qualche cactus solitario che strappa preziose gocce di vita alla roccia rovente. Non c’è nessuna opera dell’uomo, nessuno ha tentato di addomesticare questa terra. Sembrano i paesaggi di Willie il Coyote: le prime avvisaglie del deserto. Tira un vento caldo, secco e forte …
(ore 18,30)
… stiamo risalendo le rive del Pacifico: piccole spiagge, scogliere e promontori sulla sinistra. Monti brulli e spogli sulla destra. Il tempo sta cambiando: si annuvola sui piccoli villaggi di legno e polvere intrappolati tra la carrettera e l’oceano più profondo del globo. Raggi di sole arancioni filtrano dal tetto di nubi, come sbarre, ad imprigionare l’orizzonte luminoso stagliato sul Pacifico blu. Ancora una volta i protagonisti di questo viaggio sono i colori …
(ore 3,04 22/3/02)
… siamo sulla via per il Grande Nord. Fa caldo anche di notte. Non riesce a dormire, ma nemmeno a stare svegli. Siamo fermi nella stazione di autobus di Copiapò. Intravedo due figure in movimento: un cileno dal volto scavato che fuma avidamente una sigaretta e, nell’ombra, un militare che cammina nella direzione opposta. Si accendono i motori. Ripartiamo…
(nel mezzo del deserto di Atacama, ore 7,20 22/3/02)
… Prima dell’alba una nebbia densa (“camanchaca”, così i cileni chiamano la nebbia del deserto) ha coperto le cime delle colline spigolose e rosse. Queste ultime si sollevano intorno ad immensi teli di terra secca, puntellati da grossi massi per non volare via sotto l’impeto del vento. Ora che il sole è sorto, il cielo è completamente libero ed azzurro. La carrettera è sconnessa in queste zone. Il deserto si sta illuminando come una lampadina: non di luce riflessa ma di propria. Questa terra è una delle più aride al mondo, basta guardarla, basta respirare per rendersene conto. Sembra impossibile che sia la culla di una cultura millenaria - come può l’uomo vivere qui, dove tutto è morto, dove tutto è assenza?

Il Deserto di Atacama

Calama, ore 16,00 22/3/02
Siamo quasi arrivati a destinazione. Dall’Antartide al tropico del Capricorno in bus: ce l’abbiamo fatta! Questa mattina abbiamo sostato qualche ora ad Antofagasta: una città di mare, con viali spaziosi ed un centro ben curato, brulicante di turisti. Oltre le mura: il nulla. Deserto, rocce roventi ed altipiani colorati. Calama nasce invece nell’entroterra. Un grosso paese di minatori, sporco ed arso dal sole. Degrado e povertà ad ogni angolo: periferia ovunque. Tra due ore parte il bus per San Pedro… finalmente!

San Pedro de Atacama, ore 14,00 23/3/02
Un pueblo smarrito dell’altipiano, a 2400 metri d’altezza sul mare - meno di mille anime che sopravvivono isolate nel silenzio del deserto. Nelle ore diurne San Pedro sembra disabitata. La polvere ed il vento prendono forma nel frustare i cani randagi che lottano per un soffio d’ombra. L’aria brucia le narici. E’ rovente, e secca: abbiamo tutti un forte mal di gola, e ci è uscito sangue dal naso per colpa del clima invivibile. Le persone che vivono qui hanno lineamenti forti, pelle scura e sono molto bassi di statura. Ieri sera abbiamo cenato in un piccolo locale, dove abbiamo conosciuto alcuni studenti nostri coetanei. Abbiamo girato tutta notte per San Pedro, popolato da giovani fino a mattina - che cielo! Una cascata di stelle! Contrariamente che al sud del paese, dove le droghe di qualsiasi tipo sono mal viste (ricordo a Chiloè, appena entrati nell’isola Grande, un enorme cartello pregava ai visitatori di non introdurre droghe sull’isola) qui, forse per la vicinanza con il confine boliviano, si possono trovare marijuana e cocaina con estrema facilità.

San Pedro de Atacama

Valle della luna, ore 18,30 23/3/02
Abbiamo camminato per la Valle della Morte, dove i capi di bestiame che erano costretti a passarvi nel secolo scorso venivano decimati dalle condizioni ambientali. Tra le dune di sabbia fina ed il cielo azzurro pastello si sovrapponevano rocce coloratissime, creando contrasti limpidi e netti. Il paradiso per un amante della fotografia. Ora siamo su un alto picco che domina la Valle della luna, ad aspettare il tramonto. Nulla importa più, basta essere qui. Ci siamo noi, il vento, la cordigliera di sale e le Ande colorate che incorniciano gli altipiani. Rimane solo il silenzio di questa terra estrema.

San Pedro de Atacama, ore 14,40 24/3/02
La scorsa notte, ore 3,30: noi, su di piccolo un fuoristrada, diretti ai Geyser del Tatìo. 4300 metri sul livello del mare. Dopo circa tre ore di viaggio - sotto una festa di stelle - siamo arrivati, al sorgere del sole, dentro il cratere del vulcano dove si trova il “vecchio (Tatìo, in lingua indio) che piange”. Una vallata circolare a poche centinaia di metri dalla Bolivia, puntellata di sbuffi di vapore e vasche naturali dove le lacrime della terra, alle prime luci dell’alba, ribollono. Un paesaggio degno dell’inferno dantesco. Le sculture di roccia liscia e sulfurosa giocavano coi riflessi dell’alba, mentre i getti d’acqua bollente riempivano ad intermittenza la valle di spruzzi arcobaleno. Nel tornare a San Pedro abbiamo attraversato altipiani rossi popolati da branchi di alpaca e vigogne allo stato naturale, e ci siamo fermati circa un’ora nei pressi di una casetta solitaria, dove un vecchio eremita vive da più di quindici anni. Abbiamo fatto una passeggiata lì intorno (a rallentatore… mancava l’ossigeno! Eravamo a circa 4600 metri!) e poi siamo tornati, con calma, al paesino.
Domani si parte. Santiago e poi… Vina del Mar.

25/3/02 S. Pedro - Antofagasta - Santiago 26/3/02 Santiago - Vina del Mar
27/3/02 Isla Negra - Vina del Mar 28/3/02 Vina del Mar
29/3/02 Santiago

Aeroporto di Santiago, ore 12,00 30/3/02
Il viaggio è giunto al termine. Poco emozionanti i tre giorni a Vina del Mar: negozi, ristoranti per turisti, discoteche, pub, alberghi…
Una sola gita interessante, il 27/3/02, a Isla Negra: un paesino - una ventina di casette in riva al Pacifico - affacciato su una scogliera nera. Poco lontano, la casa di Pablo Neruda: una stravagante ed intricata villa costruita come una nave, ricca di echi provenienti da ogni continente. C’era un’atmosfera quasi mistica in quelle stanze. Maschere africane e dell’oriente più misterioso, conchiglie e scarafaggi di arcobaleno, e ancora statue di varie fattezze e manufatti di vetro… oggetti che ha raccolto per le vie del mondo durante tutta la vita. Abbiamo assaporato, stanza dopo stanza, i viaggi, gli odori, le sensazioni che il Poeta descrive nella sua autobiografia, “Confesso che ho vissuto”.
Il resto del tempo: spiaggia. Poco sole, poca gente… una città di mare a fine stagione.
Tra poco si parte.

Siamo in mezzo all’Atlantico. Il fuso orario paga ai miei sensi un giro sulla giostra più vorticosa di terra, cielo e mare sulla quale sia mai salito. E’ l’alba di un nuovo giorno, il cielo si illumina velocissimo, e presto il sole diventa alto … sto vivendo le ultime battute di un sogno che è già finito. Presto saremo costretti dall’abitudine a dimenticare la musica che ha accompagnato questo viaggio in ogni suo aspetto: il suono della volontà, della vita che basta a se stessa. Rieccoci catapultati nella vita programmata, riecco il sapore della felicità di un “sublime” creato in provetta: non basta più aprire gli occhi e respirare.
Good morning, Italia.

6 commenti in “Cile: il Viaggio
  1. Avatar commento
    leo90210
    05/02/2010 20:00

    Stupenda descrizione; a marzo partirò per visitare questi posti. Chiedo gentilmente allo scrittore Matteo Vergani se può inviarmi indirizzi/recapiti utili per la zona pucon villarica. a tal fine lascio il mio indirizzo di posta elettronica: leo90210@libero.it RingraziandoLa anticipatamente. Cordiali saluti

  2. Avatar commento
    silvia
    25/08/2008 19:29

    non vediamo l'ora di andare ma ahimè dovremmo fare delle rinunce. se costretto, cosa non rifaresti/rivisiteresti in cile?

  3. Avatar commento
    teo
    28/01/2006 19:20

    questo raccoto di viaggi omi ha commosso. vorrei fare presto un viaggio lì e quello che hai/avete scritto mi ha praticamente convinto. credo che il vostro sia uno spirito esemplare col quale viaggiare.massimo rispetto da parte mia. Teo

  4. Avatar commento
    giuseppe
    28/09/2002 08:23

    Ragazzi, il Cile è una terra più che fantastica, io ho girato quasi tutto il sud-America ma in Cile c'è proprio di tutto; se siete a Puerto Natales non dovete ASSOLUTAMENTE perdervi l'escursione al Perito Moreno in Argentina... non ve ne pentirete: dista soltanto 250 km. Ciao.

  5. Avatar commento
    Andres
    28/09/2002 08:23

    Ciao, che bello il Cile! Lo dice propio un cileno appena tornato dopo un anno e mezzo in Italia (che anche mi piace da morire). Se vi é piaciuto il sud, dovete per forza visitare la "carretera austral" tra Puerto Montt e Coiahique. Sono 500-600 km. di natura veramente selvaggia. Il parco naturale Pumalin con i suoi alberi, (alerces) di 1500 anni, fiordi magnifici, terme naturali e fiumi incredibili (Futaleufu, Palena). Al nord potete anche visitare il Parco Nazionale Chungarà, nel confine con Bolivia che è anche troppo bello. Saluti da Santiago. Andres

  6. Avatar commento
    Lalla
    28/09/2002 08:23

    Che strano vedere las palafitos de Chiloè in foto che non siano le mie o quelle della mia compagna di viaggio! Una sola cosa: ti manca Valparaiso con i suoi ascensori e il mare del golfo... Condivido le impressioni sul sur anche se io ci sono stata in primavera inoltrata (primi di dicembre). Le cascate vicino al vulcano Osorno si chiamano Saltos del Petrohue. A me manca il Norte ma spero che avrò l'occasione di tornare in quel paese che ho tanto tanto amato

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