UNA CASETTA PICCOLINA IN CANADÀ CON VASCHE, PESCIOLINI E TANTI FIORI DI LILLÀ…

in viaggio con danibi in Canada

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UNA CASETTA PICCOLINA IN CANADÀ CON VASCHE, PESCIOLINI E TANTI FIORI DI LILLÀ…

È tempo di un nuovo viaggio e di scelte. Ci diciamo: America Settentrionale? Perché no? e quale primo approccio verso quell’area geografica scegliamo il Canada. Paese più in linea con le nostre preferenze. Est o Ovest? Iniziamo da Oriente, poi eventualmente penseremo a un secondo viaggio in direzione opposta.
Decidiamo quindi di seguire il corso del fiume San Lorenzo, da Toronto verso Est, sino al suo sbocco in mare. Enormi distanze, tanto per rendere l’idea: 80 km da una sponda all’altra, l’attraversamento del fiume richiede 2 ore di traghetto.
Osservando una mappa si tratta tuttavia di una porzione minuscola di quello che è un Paese smisurato. Il secondo al mondo per estensione, dopo la Russia. Grande quasi quanto l’intera Europa. Attraversato da ben sei fusi orari. La costa atlantica del Canada dista da quella affacciata sul Pacifico oltre 7000 km.
L’itinerario prevede un mix tra città, bellezze naturali quali le Cascate del Niagara e anche un po’ di fauna, nello specifico uccelli marini e balene.
25 luglio 2015
Linate, Francoforte, Toronto: con Lufthansa la puntualità è scontata e alle 17 tocchiamo per la prima volta il suolo canadese. Per raggiungere il centro cittadino potremmo prendere un taxi, ma vogliamo “complicarci” la vita. No, non è corretto, semplicemente vogliamo utilizzare i mezzi locali che sono efficienti e facilmente individuabili. Una corsa con il nuovo treno UP Express seguita da poche fermate di metropolitana ed eccoci a destinazione.
Depositati i bagagli in hotel, ci avventuriamo alla scoperta della metropoli che proprio in questi giorni ospita i Giochi Panamericani e si rivela sin da subito vibrante e in festa.
La prima impressione è quella di essere dentro un film, americano of course, con concerti e spettacoli all’aperto, le sirene con quel particolare suono da film poliziesco, i camion dei pompieri, le auto della polizia, gli scuolabus e altri automezzi così diversi dai nostri tanto da sembrare modellini di latta, i grattacieli, i negozi sempre aperti, le limousine che sfrecciano nel traffico, le luci delle insegne colorate, la gigantesca chitarra inequivocabile simbolo di Hard Rock Cafe, la vitalità di un’umanità che non conosce tregua.
Per questa prima serata fissiamo un solo obiettivo, vale a dire arrivare ad ammirare la CN Tower. Non è difficile individuarla e raggiungerla. È altissima, svetta tra i grattacieli, è inoltre oggetto di una sequenza di luci colorate. Stiamo a fissarla con il naso all’insù già pregustando la salita che, clima permettendo, avremmo intenzione di compiere domani.
È mezzanotte, la città non cessa di “vivere”, ma noi – esausti – ci ritiriamo per una salutare dormita.
26 luglio 2015
Il tempo è bello, il cielo limpido, andiamo quindi alla conquista della CN Tower, icona della città con i suoi 553 metri di altezza. Fu costruita negli anni 70 con la funzione di torre delle telecomunicazioni.
Nonostante l’età, la costruzione ancora oggi stupisce per la sua ardita architettura consistente in tre piloni che salendo si assottigliano sempre più e reggono un enorme disco, con diversi piani incluso un ristorante girevole, sopra il quale è poggiata una sottile “prolunga” appuntita.
Ci incolonniamo per l’acquisto dei biglietti, quindi per i controlli con il metal detector – macchinario che emette gli stessi suoni di una risonanza magnetica - e infine ultima coda davanti agli ascensori.
Sull’impianto, che sale rapidissimo, alcune persone indicano i miei piedi, incuriosita abbasso lo sguardo scoprendo così di stare esattamente sul riquadro trasparente. Sotto di me scorre il vuoto della struttura centrale di cemento.
Il tutto è abbastanza impressionante, ma nutro una certa attrazione per le altezze, i ponti sospesi e qualsiasi vista vertiginosa quindi per quel poco che dura la salita mi godo lo spettacolo.
Altra storia è il cosiddetto Glass Floor, ampia porzione di pavimento di vetro per chi voglia provare la sensazione di camminare sospeso nel vuoto all’impressionante altezza di 347 metri.
Malgrado la mia passione per questo genere di cose, non ce la faccio a camminare sul vetro, mi ci affaccio con titubanza, osservo gli altri visitatori e c’è chi si piega sulle quattro zampe, chi si appiattisce contro la parete, chi invece – spavaldo - salta e diverse altre scene più o meno “drammatiche”.
Mi faccio coraggio e decido di effettuare un passo nel vuoto, poi un altro, riguardo il tabellone che riporta una serie di dati: il vetro regge 21835 kg ovvero l’equivalente di 3,5 orche, 41 orsi polari. Il numero cresce con il ridursi delle dimensioni dei soggetti sino a 3639 oche canadesi o 256882 Blue jays, piccolo uccello simbolo ufficiale della squadra di baseball locale (Toronto Blue Jays). Compio ancora qualche passo incerto sull’abisso, poi consapevole di essere osservata, l’orgoglio mi spinge a simulare coraggio e indifferenza e finalmente cammino sul dannato vetro. Scattiamo, a memoria dell’impresa, la classica foto ai nostri piedi e al vuoto sottostante.
Con un altro ascensore saliamo allo Skypod per un’ulteriore vista panoramica, ma questa volta a 447 metri di altezza. Il panorama è suggestivo, vediamo i tetti dei grattacieli, il lago Ontario, le isole verdeggianti e i porti con le barche allineate.
Soddisfatti dell’ottima visibilità e della visita in generale, tornati con i piedi per terra, ci dirigiamo verso St. Lawrence Market, pittoresco mercato alimentare dove è possibile consumare un pasto. Nei dintorni oggi c’è anche un mercato antiquario.
Instancabili percorriamo svariati chilometri a piedi visitando dapprima Union Station, stazione ferroviaria ospitata all’interno di un imponente edificio dei primi del ‘900 che espone una meravigliosa serie di foto in bianco e nero del celebre fotografo brasiliano Sebastiao Salgado.
Il nostro girovagare prosegue tra i grattacieli di varie forme, colori, dimensioni e da un quartiere all’altro.
Non sazi ci indirizziamo verso il lungolago con le piste ciclabili e gli edifici con vista più costosi.
Ci imbarchiamo poi su un traghetto che in pochi minuti ci scarica sulle Toronto Islands.
Nel frattempo il sole tramonta e la città si accende di migliaia di lucine.
Lo skyline è magnifico, i profili dei grattacieli e la CN Tower, che cambia colore, si riflettono nell’acqua del lago ormai nera.
Fa caldo per il Canada ma questo clima con temperature che superano i 30° e un elevato tasso di umidità è eccezionale. Inevitabile l’assalto di nuvole di zanzare, ma la mia attenzione è rivolta solo alla bellezza del panorama. Sono concentrata sulle foto e non bado alle punture. Ahimè, più tardi, sul traghetto, prenderò coscienza del prurito di decine di bubboni.
Con gli occhi sognanti, pieni di splendide immagini, torniamo a terra.
Camminando vedo – tra due palazzi – una bella inquadratura della CN Tower, mi fermo per fotografarla, purtroppo stranamente si spegne. Attendo la sequenza di luci colorate, ma per un po’ non accade nulla  e quando finalmente si “riaccende” dalla torre stessa scoppia una raffica di fuochi d’artificio. Spettacolo inaspettato fatto di stelle, girandole, bagliori, cascate, luci, colori e botti che contempliamo ammaliati come bimbi davanti a un prodigio.
Lasciamo la nostra postazione privilegiata e solitaria per raggiungere le vie in festa e la folla “impazzita” in quest’ultima serata che celebra la chiusura dei giochi Panamericani.
La città, che già amiamo, ci tiene attivi e svegli fino a tardi.
27 luglio 2015
All’ora e nel luogo prefissati incontriamo e conosciamo guida e compagni di viaggio. Ha quindi inizio il tour guidato attraverso le province di Ontario e Quebec.
Prima tappa: le vicine Niagara Falls.
Quel che sta attorno alle cascate è un parco divertimenti, pacchiano, con casinò, motel, alberghi datati, casermoni con centinaia di stanze che si affacciano sul fiume. Una sorta di Las Vegas in proporzioni ridotte.
Quelle del Niagara non sono certamente le cascate più belle del mondo, ma il salto del lato canadese, a forma di ferro di cavallo,  è senza dubbio uno spettacolo. Al contrario, deludente il modesto salto del lato statunitense. In ogni caso la massa d’acqua è notevole.
Caldo e folla assiepata rendono faticoso aprirsi un varco per affacciarsi sulla murata vista cascate, ma con una buona dose di faccia tosta e di intraprendenza si riesce a farsi largo e, una volta conquistata la postazione, a scattare qualche fotografia.
Pranziamo presso uno dei tanti ristoranti, affollati di turisti, con affaccio sulle cascate (Edge Water). Locale senza personalità, è il nostro giudizio, ma rinunciamo all’aspetto idilliaco, così da evitare delusioni.
Intruppati come tante formichine, accaldati e dotati di impermeabili rossi si segue un lungo percorso sino a raggiungere la riva del fiume e il battello Hornblower che ci porterà nel mezzo dell’anfiteatro delle Horseshoe Falls, tra il vapore generato dall’acqua che precipita fragorosa e incessantemente.
Nella nostra personale classifica, al primo posto si mantengono salde le Victoria Falls (Zambia-Zimbabwe) seguite dalle Cataratas del Iguazu (Argentina-Brasile). Le cascate del Niagara non ottengono neppure la terza posizione, ma godiamoci l’attimo e la frescura che si prova a bordo del battello.
Lasciato il “circo” Niagara Falls, seguiamo un percorso romantico, con la strada dal traffico assente e che costeggia il fiume offrendo incantevoli scorci. Seguono boschi, campi da golf e piccoli agglomerati di linde casette con i prati perfettamente rasati, aiuole di fiori variopinti, basse siepi che ne disegnano il perimetro, finestrelle adorne di candide tendine.
Compiamo una sosta nella graziosa cittadina di Niagara on the Lake, la cui via principale è un susseguirsi di giardini pubblici, casine di legno colorate, pasticcerie, ristorantini, negozietti che – nelle vetrine addobbate con gusto - espongono souvenir, oggetti per la casa, abiti e merci varie. Tutto l’insieme è una “bomboniera”. I viali sono ampi, pochi gli automezzi che procedono a passo d’uomo e si fermano per favorire l’attraversamento dei pedoni.
Ancora una volta abbiamo l’impressione di essere dentro un vecchio film americano.
Tornati a Toronto riprendiamo la nostra individuale scoperta della città, camminando sino a notte fonda di quartiere in quartiere.
Tra le moderne architetture eleggiamo “Star” della serata l’edificio che fa parte dell’Ontario College of Art and Design (OCAD): una scatola, più precisamente un enorme parallelepipedo, a quadretti bianchi e neri disposti in “disordine” tipo lo schema di un cruciverba, sospeso e poggiato su lunghe gambe, sottili e oblique, come giganti matite colorate.
28 luglio 2015
Salutiamo Toronto e, costeggiando il Lago Ontario, ci avviamo verso la scenografica regione delle Thousand Islands: arcipelago di oltre 1800 isole che costeggia il San Lorenzo nel tratto di fiume che dalla cittadina di Kingston si estende per oltre 80 km.
Facciamo una piacevole sosta a Kingston con i bianchi edifici vittoriani costruiti con blocchi di calcare, le cabine telefoniche rosse, i giardini e le aiuole fiorite, i prati verdi dove “pascolano” stormi di gabbiani.
Curiosiamo tra gli ordinati banchi di un mercato della frutta che sembra dipinto. Mirtilli, ribes, more, fragole, lamponi, pesche,  disposti in graziosi cestini, con attenzione all’accostamento di colori, che - come opere d’arte - invitano non solo all’assaggio ma anche alla fotografia. Molto bella anche la sezione con manufatti d’artigianato con i banchi altrettanto ordinati.
Non distante, a Rockport, ci imbarchiamo per una crociera che ci permette di ammirare isole, isolette e fazzoletti di terra ricoperti di vegetazione rigogliosa dove sorgono case minuscole, villini, ville lussuose, case a graticcio, dimore di tutte le dimensioni e forme, persino un castello. Di nuovo il pensiero associa l’elaborata costruzione a un film, questa volta di produzione Walt Disney.
Qui il fiume San Lorenzo segna il naturale confine tra Canada e Stati Uniti. Due isole piccine, collegate da un ponte, costituiscono una curiosità poiché una di esse appartiene al Canada mentre l’altra è statunitense e il ponticello di legno che le collega, lungo non più di qualche metro, è un insolito posto di frontiera nonché il ponte “internazionale” più piccolo del mondo.
Sull’acqua sfrecciano motoscafi che tracciano lunghe scie bianche. Talvolta le isole sono così piccole da sparire sotto le case che sembrano costruite direttamente sull’acqua.
Tra le tante c’è un’isoletta con sopra quella che sembra una cabina da spiaggia e la miniatura di un faro.
In questo paradiso verdeggiante hanno casa molti personaggi famosi e non è difficile capirne il motivo. Poche le isole disabitate, meta di colonie di uccelli.
Pranziamo in zona, il viaggio prosegue quindi fino a Ottawa affacciata sull’omonimo fiume, naturale limite geografico tra la provincia anglofona e quella francofona.
Una delle principali attrattive della Capitale è il Canale Rideau, con il suo complesso sistema di chiuse, che durante l’inverno si trasforma nella pista di pattinaggio più grande del mondo. Utilizzata dagli abitanti non solo per le attività all’aperto ma anche per recarsi al lavoro e per i diversi spostamenti.
Con questa ondata di caldo eccezionale è difficile immaginare le rigide temperature invernali, i pattini, gli sci, lo spesso strato di ghiaccio.
Parliament Hill è la meta ideale per la nostra prima passeggiata.
L’imponente edificio del Parlamento, in stile gotico, con torrette, guglie e una altissima torre centrale con l’orologio a imitazione del Big Ben, troneggia ed è inondato dalla luce calda del tramonto.
I giardini ospitano gruppi di statue e sculture in bronzo. Significativo il monumento dedicato alle donne che negli anni ‘20 del secolo scorso conquistarono il diritto di voto. Una lapide recita in due lingue: “le donne sono persone!”.
In serata assistiamo a un singolare spettacolo di suoni, colori e luci. Una voce narrante illustra i momenti salienti della storia canadese mentre luci e forme “animano” la facciata del Parlamento. Il grande prato antistante l’edificio accoglie centinaia di turisti estasiati.
29 luglio 2015
Spendiamo la mattinata visitando varie attrazioni:

  • Canadian Museum of Civilization, particolare edificio in chiara pietra fossile del Manitoba, realizzato interamente con pareti tondeggianti, una sorta di onda lunga. Si dice che la scelta del tutto tondo sia in ossequio a una leggenda locale secondo la quale il male si anniderebbe negli angoli.
  • Cattedrale di Notre Dame, una riproduzione di gotico, con il soffitto blu punteggiato di stelle, le vetrate colorate e le elaborate sculture lignee.
  • Maman di Louise Bourgeois, il celebre ragno. Scultura creata dall’artista in memoria della adorata madre.
"Il ragno è un'ode a mia madre. Lei era la mia migliore amica. Come un ragno, mia madre era una tessitrice. La mia famiglia era nel settore del restauro di arazzi e mia madre si occupava del laboratorio. Come i ragni, mia madre era molto brava. I ragni sono presenze amichevoli che mangiano le zanzare. Sappiamo che le zanzare diffondono malattie e per questo sono indesiderate. Così, i ragni sono protettivi e pronti, proprio come mia madre"
La creazione è installata davanti alla National Gallery of Canada, progettata dall’architetto israeliano, naturalizzato canadese, Moshe Safdie, opera d’arte già di per sé. Si tratta di una struttura in granito rosa e “piramidi” vetrate.
Le guardie impettite davanti al cancello della residenza del Primo Ministro sono un assaggio della parata che vedremo sfilare più tardi. È un sollievo apprendere che per la confezione dell’ingombrante copricapo non si usi più la pelliccia d’orso. Più ecologico ed etico si è passati a materiale sintetico. In ogni caso il cappello di pelo e la pesante giubba rossa fanno impressione con le temperature “tropicali” di questi giorni.
Eccoci di nuovo a Parliament Hill per assistere alla lunga e pomposa cerimonia del cambio della guardia.
Le giubbe rosse sfilano, come tanti soldatini di piombo, e compiuto un rituale con un alternarsi di marce, posizione sull’attenti, consegna/ritiro delle chiavi danno il cambio alla guardia che smonta. La parata prevede la sfilata della nuova e vecchia guardia, del corpo dei suonatori – vera e propria banda – e un drappello di uomini in kilt scozzese. L’intera cerimonia dura tanto da consentire al pubblico di scattare fotografie in tutte le fasi.
Il viaggio prosegue senza particolari batticuori fatta eccezione per una deviazione sulla strada chiamata Chemin du Roy e relativa sosta in un paesino con le ormai consuete casette, giardini, prati “pettinati”, insegne dipinte a mano, tendine di pizzo, siepi di ortensie e fiori profumati, bottegucce. Nel villaggio non manca una romantica chiesina con annesso cimitero dove le lapidi di pietra sono disposte in ordine su un prato verde.
In serata raggiungiamo Quebec City. Facciamo un veloce giro di orientamento e già si intuisce l’anima molto turistica della città.
30 luglio 2015
La nostra prima impressione si conferma: Quebec City, dall’atmosfera parigina, con la cittadella alta fortificata, la città bassa, il porto sul San Lorenzo, le vie acciottolate, piazzette, vetrine e molto altro è assai graziosa, ma tremendamente turistica e affollata.
Una guida locale, che poi locale non è perché scopriamo che è di Monza – che coincidenza, Monza è la nostra città – ci mostra palazzi, chiese, piazze, monumenti, con l’accompagnamento di interessanti spiegazioni che le guide cartacee non riportano. Ci racconta, per esempio, che la bella fontana che fa mostra di sé davanti al palazzo del Parlamento è stata acquistata da un ricco signore in un paesino della Francia, smontata e rimontata dove è ora, dono alla città.
In una chiesa, un “vero” Rubens incustodito reca la dicitura “copia dell’originale” per scongiurare eventuali furti. Questa però non ce la beviamo.
Fotogenico l’albergo Chateau de Frontenac che domina l’intera città. Gli stretti vicoli segnalati come “cul de sac”. La ripida scalinata che, in alternativa alla funicolare, collega la città alta a quella bassa con la targa “escalier du casse-cou” (rompicollo). I pittori e i loro dipinti come a Montmartre. Le piazze raccolte e l’intera facciata di un palazzo con l’enorme affresco che rappresenta la storia cittadina. Numerosi gli scorci romantici, ma le masse di turisti e i troppi negozi di souvenir tolgono un po’ di veracità all’insieme.
Salutata la guida, siamo liberi di andare dove vogliamo.
Per prima cosa scendiamo al porto per verificare come e quando si possa traversare il fiume e raggiungere la cittadina di Lévis. Non è affatto difficile, ma rimandiamo la visita al tramonto, momento migliore per godere del panorama.
Ci incamminiamo poi alla ricerca di Rue Saint Paul, famosa per le numerose botteghe antiquarie. Visita imprescindibile per noi appassionati del genere.
Curiosiamo anche tra i banchi del mercato alimentare del vecchio porto, ma per pranzo scegliamo un grazioso Bistrot con tavoli all’aperto (Bistrot Antiquarie – consigliato dalla L.P.).
Arrivano i piatti ordinati e se deve piovere quando succede? Naturalmente mentre ci apprestiamo a mangiare. Resistiamo, stringendoci sotto un ombrellone, ma piove sempre più forte e siamo costretti a ritirarci all’interno. Un po’ di trambusto, poi però riusciamo a gustare il cibo ordinato.
La pioggia che si alterna a schiarite non ci scoraggia, fino alle 18 ci spostiamo tra la città bassa e quella alta, per negozi, vicoli, piazze, dentro e fuori le mura.
Acquistiamo una mantella impermeabile per non rinunciare al traghetto e a Lévis.
Solo un chilometro, neanche il tempo di imbarcarci che siamo già dall’altra parte del fiume.
Il sereno vince sulla pioggia. Raggiunta una terrazza panoramica ci godiamo la vista della città di Quebec e dello Chateau Frontenac con i colori del tramonto prima, successivamente con il buio e le migliaia di luci accese. Soddisfatti torniamo, è già ora di cena. Scegliamo un ristorante piuttosto lussuoso, ma il pasto non si rivela all’altezza del conto e della cospicua “mancia”, una gabella che siamo costretti a pagare.
Non tutti i locali pretendono la mancia, c’è chi addebita una percentuale fissa, chi no e non si cura di riceverla o meno, chi è contento di ciò che si lascia spontaneamente. Non essendoci una regola fissa, è difficile capire esattamente come comportarsi ogni volta.
In questo caso il cameriere è corso a prelevarci, a cena terminata e conto già pagato, al di fuori del ristorante.
Se la mancia è obbligatoria, non chiamiamola mancia e che addebitino la tassa aggiuntiva direttamente sul conto, si evitano malintesi e figuracce.
31 luglio 2015
Dopo tanto sereno e caldo, pioggia e clima uggioso fanno da contorno alla Cascata di Montmorency.
Nulla tuttavia ci impedisce di raggiungere il ponte che scavalca la scenografica cascata, ricca d’acqua, turbinante, che compie un salto di circa 80 metri.
Superato il ponte, sul versante opposto, una lunga scalinata in discesa offre punti panoramici da diversi livelli di altezza. Non ne perdiamo uno, ma giunti al bivio che conduce alla base della cascata siamo indecisi se continuare o meno. Da sotto una teleferica risale fin quasi al ponte, avremmo così compiuto un bel giro ad anello. Ci frena il timore di non aver tempo a sufficienza e di provocare malumori nel resto del gruppo che abbiamo lasciato al ponte. Torniamo quindi sui nostri passi, ma ci resterà il rimpianto di aver perso una bella escursione.
La cascata di Montmorency è comunque ricca di fascino in quanto inserita in un contesto naturale. Nei dintorni solo vegetazione e roccia, fortunatamente nessuna attrazione turistica ne sminuisce la bellezza.
Visitiamo Ile d’Orleans, isola nel mezzo del San Lorenzo, centro agricolo e oasi di tranquillità, ricca di frutteti, campi di fragole, vigneti e orti, con graziosi cottage di legno dai tetti colorati, adorni di verande, abbaini, balconcini e con leziose tendine che ne addobbano le finestre.
Attraversato il fiume, viaggiamo ora seguendo la riva meridionale.  Il clima migliora, il cielo ha un colore blu intenso che contrasta con la bassa marea di Saint Jean Port Joly con le secche sabbiose dalle sfumature lattiginose come l’acqua del fiume.
L’ennesima immagine da cartolina.
Nella tranquilla località, dove spendiamo del tempo, sorgono eleganti dimore bianche, parchi e giardini, laboratori artigianali, una chiesa e un museo.
Ultima interessante sosta per la visita al Musée de la Mer che ripercorre, con la proiezione di un filmato nonché diverse esposizioni, il tragico naufragio del transatlantico inglese Empress of Ireland. Tragedia seconda solo all’affondamento del Titanic.
La Empress of Ireland, avvolta in un banco di nebbia, fu speronata da un’imbarcazione norvegese e colò a picco nelle acque del fiume San Lorenzo in soli 14 minuti, causando la morte di 1012 persone.
Il filmato multimediale riproduce, con sbuffi di aria fredda, vampate di caldo, vapore, nebbia, variazioni di luce, le condizioni di navigazione e il momento dell’impatto, la gravità e le proporzioni del disastro.
Dopo i toni cupi, con lo stesso biglietto del museo, ci trasferiamo all’aperto, per la salita al Faro di Pointe au Pere o per la visita dell’interno di un sommergibile.
Immaginando ambienti angoscianti e corridoi claustrofobici di quest’ultimo, senza esitazione scelgo la scala a chiocciola che porta in cima al faro e la vista che spazia a 360° con l’aria cristallina e il cielo terso.
La luce è incredibilmente meravigliosa. Il bianco degli edifici del comprensorio del faro, il rosso dei tetti, il verde dei prati, il blu di cielo e fiume, risultano esaltati. Condizione ideale per immortalare questo luogo speciale.
Il viaggio, per oggi, termina a Rimouski. Approfittiamo della particolare nitidezza per compiere una lunga passeggiata sul lungofiume attrezzato con panchine e strutture con scale che culminano in terrazze. La bassa marea scopre tondi massi sparsi qua e là e zone erbose pullulanti di volatili. Beneficiamo anche di uno stupendo tramonto dai colori e riflessi “violenti”.
Il cuore della cittadina si sviluppa lungo un unico viale dove si affacciano negozi, invitanti ristoranti, bistrò e poche altre attività commerciali.
Con il senno di poi è un peccato aver già prenotato la cena in hotel.
1 agosto 2015
Ci allontaniamo dalla riva meridionale del San Lorenzo, procedendo in direzione Sud-Est, verso la Gaspesie: penisola che a Sud si affaccia sul mare, mentre a settentrione è lambita dalle acque del grande fiume che, sfociando in mare, si allarga a dismisura. Percorreremo tutta la penisola seguendo un itinerario circolare, in senso antiorario, da Sud verso Est e poi su a Nord, quindi verso occidente dove ritroveremo l’immenso fiume.
In questa lunga giornata di trasferimento non accadono grandi cose, fatta eccezione per una sosta pranzo e una piacevole passeggiata lungo un torrente, con i sassi sul greto, l’acqua limpida e verde che riflette il colore dei boschi che lo fiancheggiano e un bellissimo ponte coperto, di legno rosso, che attraversa il corso d’acqua.
Per la prima volta il paesaggio boschivo corrisponde al Canada dell’immaginario, manca solo un orso bruno a caccia di salmoni che risalgono la corrente.
La terza e ultima fermata è prevista per visitare un Bioparco, nome improprio perché nella sostanza si tratta di uno zoo con diversi animali ospitati in piccole piazzole che riproducono i rispettivi habitat.
In tanti anni, alle più estreme latitudini e non solo, abbiamo visto animali selvaggi. La bellezza della libertà di ciascuno è commovente e indescrivibile. Fedeli quindi alla nostra convinzione che ogni specie ha il diritto di vivere nell’ambiente originario in totale libertà, non aderiamo alla visita. In alternativa ci sgranchiamo le gambe con una passeggiata nei dintorni.
Giunti a Percè si scatena il “diluvio universale”, se non fossimo certi di essere in Canada verrebbe da pensare a pioggia monsonica.
Bagnati noi e inzuppati i bagagli prendiamo possesso della stanza che, con i panni stesi ad asciugare, si trasforma in un campo di battaglia.
Fortunatamente la pioggia cessa poco dopo.
Qui si respira aria da meta “balneare”. La vista dall’albergo, posto in posizione elevata, con i gabbiani, l’infinita distesa d’acqua e la celebre roccia forata che dà il nome alla cittadina, è impagabile.
Usciamo ben presto alla scoperta della graziosa località marina e per cena, naturalmente, pesce fresco.
2 agosto 2015
Aspettavo questa giornata, soprattutto il programma odierno e l’incontro con le Sule Bassane.
L’escursione dura tutto il giorno, oggi niente bus, ci si muove solo in barca e a piedi.
In barca ci allontaniamo da Percè che dal mare è ancora più affascinante, con le scogliere scoscese, le casette bianche in cima e sotto piccole spiagge di ciottoli che bagnati assumono una colorazione rosata.
La giornata è splendida, all’insegna del sole e della limpidezza.
L’imbarcazione compie un giro attorno a Rocher Percè, gigantesco blocco di roccia, alto 88 metri e lungo 475, particolare per il grande foro circolare. Nelle acque circostanti nuotano foche, altre bivaccano nelle piccole insenature.
Ile Bonaventure appare con le alte pareti rocciose dove nidificano migliaia e migliaia di uccelli marini.
Sbarcati sull’isola, l’occhio è deliziato da prati verdi e distese di erica.
Attraversiamo Bonaventure, che nella parte centrale ospita un bel bosco, raggiunto l’altro lato non si può descrivere a parole lo spettacolo di migliaia di Sule Bassane (uccelli marini) ammassate che punteggiano totalmente il terreno, come un immenso prato fiorito di bianco.
Gli uccelli sono difficili da fotografare, soprattutto in volo si muovono velocissimi, atterrano e ripartono con altrettanta velocità.
Le bianche Sule, con gli occhi cerchiati d’azzurro, il piumaggio del capo giallo pallido, il lungo becco ricurvo e rigato di nero, posate a terra accudiscono i piccoli - pulcinotti dal piumino bianco immacolato e con il becco scuro - oppure compiono rituali intrecciando teste e becchi in modo frenetico. Altri esemplari, probabilmente maschi, ingaggiano vere e proprie lotte utilizzando il becco quale arma. Spettacolare, inoltre, osservarle quando si tuffano in mare in picchiata e riemergono con un bottino di pesce.
Sono molte le scene che si possono ammirare e le foto che riusciamo a scattare.
Da appassionati della vita animale, spendiamo ore in quasi totale immobilità, spostandoci solo di poche decine di metri per raggiungere una colonia ancora più numerosa.
Seguendo il profilo dell’isola, raggiungiamo una bella baia sassosa e decidiamo che questo è il posto ideale per mangiare i nostri panini. L’acqua del mare è trasparente, incantevole lo scenario, si direbbe il luogo perfetto per nuotare, ma immaginiamo temperature da brivido.
Ci incamminiamo nuovamente lungo la costa, attraversando prati fioriti e boschi con felci, il circuito termina al molo, esattamente dove siamo partiti.
Già imbarcati sul traghetto, in attesa di partire, il Capitano gesticola indicando una balena che emerge più d’una volta.
Rivediamo il grande mammifero anche più tardi, dalla strada, mentre ci stiamo recando a cena che questa sera consumiamo presso il ristorante Mille Delices.
La giornata bella e soleggiata, nonché ricca di emozioni, si conclude con uno squisito spiedino di gamberi e pesce.
3 agosto 2015
Prima di lasciare Percè, rivediamo la balena, questa volta dal balcone della nostra stanza.
Viaggiamo seguendo la linea costiera della penisola, con una prima sosta a Gaspè per la visita alla moderna Cattedrale du Christ Roi. Costruzione irregolare, con un interno altrettanto irregolare e spoglio, caratteristica di tutte le chiese della seconda metà del XX secolo. Molto particolare la vetrata dal disegno astratto e multicolore.
Attraversiamo il Parco di Forillon, ci fermiamo solo per una passeggiata fino a una antica casa museo e per visitare un museo.
Pranzo nell’area attrezzata di Cap Bon Ami, dove a sorpresa, Chiara, la donna più anziana del gruppo, offre un ricco aperitivo per festeggiare il suo ottanta e rotti compleanno.
Mi auguro di arrivare alla sua età nelle stesse condizioni fisiche e mentali.
Un orso, purtroppo imbalsamato, sembra il custode di questa zona molto bella, affacciata su una piccola spiaggia da sogno.
Ripreso il viaggio, sempre lungo la costa, seguiamo la via dei fari. Il primo che si incontra è il faro di Cap Des Rosieres, alto, slanciato, bianco, dello stesso colore è la casetta, con il tetto rosso, che sorge al suo fianco.
Altro faro è quello di Cap Madeleine, bianco e rosso, più basso e con qualche segno del tempo in più rispetto al precedente, ma altrettanto affascinante, risalta sullo sfondo di un cielo con nuvole gravide di pioggia.
Come preannunciato la pioggia arriva, ma il faro La Martre, costruzione ottagonale di legno, dal colore rosso brillante, alto 11 metri, non teme il grigio, anzi sembra risaltare insieme all’attigua casetta del guardiano, anch’essa rossa.
Abbiamo ancora molta strada da percorrere, da qui in avanti facciamo un’unica tirata sino a Matane, dove arriviamo al tramonto.
Alloggiamo in un Motel, lontano dal centro cittadino, ma collocato su un’ampia spiaggia.
Passeggiamo sulla sabbia godendoci i colori del tramonto: un’esplosione di rosa, arancio, porpora, che si riflette sul bagnasciuga, dove zampettano gli uccelli marini.
Il centro è lontano, in compenso il terminal dei traghetti è vicino. Andiamo a curiosare, facendo scommesse su quale sarà l’imbarcazione che domani mattina ci traghetterà dall’altra parte del fiume.
4 agosto 2015
La traversata del fiume San Lorenzo, che in questo tratto è largo 80 km, richiede circa un paio d’ore. Tempo che – complice il buon clima – spendiamo all’aperto, sui ponti.
Come vedette osserviamo la superficie dell’acqua alla ricerca del più piccolo indizio: una macchia scura, un’increspatura, un soffio, un movimento che indichi la presenza di balene.
Niente di fatto, evidentemente i grandi cetacei si tengono alla larga dai traghetti.
Lo sbarco sulla riva settentrionale è seguito da un trasferimento piuttosto noioso interrotto da un paio di soste “fisiologiche” presso poco interessanti centri commerciali.
Fino a Tadoussac nessuna variazione: noia all’ennesima potenza.
In prossimità della cittadina, dal bus leggiamo un cartello che pubblicizza uscite con gli Zodiac per la pratica di whale watching.
Raggiunto l’hotel, mollati bagagli e compagni di viaggio, scendiamo di corsa verso il porticciolo.
Chieste informazioni, scopriamo con immenso piacere di essere in discreto anticipo per la prossima escursione.
Trovato l’ufficio, acquistiamo i biglietti e ci facciamo rivestire da capo a piedi con indumenti impermeabili e adatti alla navigazione.
Non siamo quel che si dice “eleganti”. Più infagottati e ridicoli di così non potremmo essere.
A Sandro va tutto stretto, io invece devo risvoltare l’orlo della salopette almeno 3 volte, lo stesso con la giacca. Il tutto puzza anche un po’ e caccia caldo, ma niente potrebbe dissuaderci dall’andare a “caccia” di balene.
Lo Zodiac parte a tutta velocità, ci allontaniamo dalla costa ed è davvero difficile credere che questa immensità fatta di sola acqua sia un fiume.
I primi batticuori vengono provocati da un gruppo di foche che nuotano tutte insieme, velocissime, e fanno ribollire l’acqua.
Raggiunto il faro du Haut-Fond Prince, una sorta di imbuto rovesciato, bianco e rosso, che spunta dall’acqua, sostiamo nei pressi della incredibile costruzione giusto il tempo di scattare alcune foto. Si riparte poi a gran velocità fino a quando compare la prima balena, con l’inconfondibile pinna ricurva sul dorso, che emerge e si inabissa più volte.
Nelle ore trascorse al largo, vediamo diverse balene, alcune lontane, altre che sfilano vicine fin quasi a sfiorare il gommone. Purtroppo nessuna mostra la coda, ci dobbiamo accontentare dei dorsi lucidi e del tipico sfiato.
Intirizziti dal freddo, ma totalmente appagati, torniamo a terra e in hotel.
Constatiamo solo ora quanto l’hotel Tadoussac sia bello.
Si tratta di una costruzione bianca, di epoca coloniale con veranda al piano terra, tetto rosso con una fila di alti abbaini, hall vetrata e sontuosa torretta centrale.
Prato rasato, siepi perfettamente potate, poltroncine in legno bianco e una splendida vista sulla baia fanno da cornice alla costruzione.
Provato anche il buffet che si rivela ottimo.
5 agosto 2015
Tadoussac sorge sul fiordo alla foce del fiume Saguenay, parecchio distante dall’oceano.
Cosa ci fanno qui le balene? Come mai, nei mesi estivi, nuotano controcorrente risalendo il San Lorenzo fermandosi esattamente in quest’area?
Risposta:
le acque dolci e relativamente calde del Saguenay incontrano quelle fredde e salate del Saint-Laurent dando origine a massicce concentrazioni di krill che richiamano la principale attrazione turistica di questa regione: le balene.
Oggi questi cetacei sono una specie protetta, così come l’intero corso d’acqua.
Il programma odierno prevede l’escursione in battello per l’avvistamento delle balene.
Come previsto ci imbarchiamo, con qualche dubbio circa le dimensioni del battello che non è enorme, di più…
Ci dirigiamo senza tentennamenti, scansando la folla di turisti, sul ponte più basso, a prua.
Il freddo, che con il trascorrere del tempo, si fa sempre più pungente, non ci scoraggia, teniamo la postazione sino al termine dell’escursione che ci tiene impegnati per buona parte della mattinata.
Balene ce ne sono e tante, vicine, lontane, molto vicine, non ci si annoia affatto. È anzi bello prevedere la loro comparsa. Un’ombra scura ne preannuncia la presenza e relativa emersione, ma si tratta di piccoli esemplari, forse giovani, che non mostrano mai la coda come fanno invece le megattere.
La “caccia” ai grandi mammiferi marini riserva però non poche emozioni. Infatti è esattamente in queste acque che, per la prima volta in assoluto, vediamo i beluga (piccola balena bianca).
Si palesano diverse coppie. Nuotano spostandosi con agilità e rapidità. Poco prima di affiorare dall’acqua trasparente si vede il loro colore bianco, una scia, subito dopo emergono mostrando per una frazione di secondo il particolare muso o la piccola coda.
Scattare fotografie e catturare immagini è un esercizio di prontezza. Cosa che ci appassiona come sempre, in altri luoghi e circostanze, quando si tratta di immortalare animali.
L’orizzonte lontano è segnato da “colonne” di pioggia che, fortunatamente, non ci raggiungeranno.
Il finale dell’escursione è paesaggistico. Ci inoltriamo nella parte terminale di uno stretto fiordo delimitato da verticali pareti di roccia dall’impressionante altezza. Una bellezza davvero selvaggia.
Termina, con queste ultime immagini, l’avvincente escursione. Diversa da quella effettuata ieri a bordo di uno Zodiac e che, comunque, non è stata avara nel dispensare emozioni.
Si parte subito dopo lo sbarco per un lungo trasferimento, in autostrada, verso Trois Rivieres, ultima tappa d’avvicinamento a Montréal, final destination di questo lungo viaggio nell’Est canadese.
Dei tanti chilometri percorsi imprimo nella memoria una sola “diapositiva”, ovvero l’immagine di una bella baia dalle tinte “acquerellate”.
Per il resto – a parte un interminabile campo da golf – nulla da segnalare.
In tarda serata, è già buio, c’è un pegno da pagare: ci aspetta, presso Chez Dany, presunta fabbrica di sciroppo d’acero, una dimostrazione e, a seguire, una terribile cena con accompagnamento musicale. Triste il cibo, come il locale con le tovaglie di plastica a quadretti e ancor più deprimente il suonatore di fisarmonica.
Onestamente ci saremmo risparmiati questa manfrina.
È ormai notte fonda quando ci “liberano” in una stanza d’hotel.
6 agosto 2015
Copriamo la breve distanza (130 km) che ci separa da Montréal in poco tempo. Siamo giunti all’ultima tappa di un lungo viaggio: 3400 chilometri in totale. Gli ultimi forse spalmati in troppo poco tempo.
Montréal: Unica vera città bilingue del continente, è letteralmente divisa a metà da Boulevard Saint-Laurent (chiamato semplicemente “The Main”), che separa la parte orientale francese da quella occidentale a prevalenza anglofona. In ogni caso, oggi la fisionomia francese è diffusa in entrambe le parti della città, un’ondata di canadesi anglofoni si è trasferita nelle antiche enclavi francofone e grazie al costante flusso di immigrati buona parte degli abitanti di Montréal parla abitualmente tre lingue.
I conflitti tra francesi e inglesi sembrano ormai superati, anche perché le nuove generazioni appaiono più sensibili ai problemi di interesse globale (prima fra tutte la questione ambientale) che alla questione della lingua.
L’elemento che rende Montréal così irresistibile è quella miscela di joie de vivre inconfondibilmente francese e il dinamismo  cosmopolita che trova piena e seducente espressione nel vivace panorama artistico, nel pulsante panorama del rock indipendente e nei lussuosi boutique hotel celebri in tutto il mondo. Subito dopo esservi accomodati in uno dei raffinati ristoranti del Plateau o aver assaporato l’atmosfera parigina su una terrasse del Quartier Latin, avrete l’impressione di essere stati trasportati in un paese lontano dove regna l’edonismo e solo lo spettacolare panorama del tipico skyline nordamericano che si può ammirare dal punto panoramico Kondiaronk di Parc du Mont Royal vi riporterà alla realtà.
Il tour guidato che ci apprestiamo a effettuare non ha la pretesa di farci conoscere a fondo la città, ma sicuramente serve per orientarsi. Avendo deciso di soggiornare un giorno in più rispetto al programma originale, ci è molto utile. Prendiamo infatti appunti su ciò che desideriamo approfondire con una seconda visita.
Si parte con la discesa nella città sotterranea, 30 km di gallerie e collegamenti di vario tipo che gli abitanti utilizzano durante i rigidi inverni, quando la temperatura scende di molti gradi sotto lo zero. Gli spazi non sono affatto angusti come si potrebbe immaginare. Ci sono altezze per scale mobili a più rampe e ampiezze tali da ospitare intere “piazze” con fontana centrale e gallerie di negozi su più livelli. Si può camminare per ore senza mai uscire all’aperto, ci sono collegamenti con le stazioni della metropolitana, uffici e alberghi. Insomma una seconda città.
Seguono, tra le tante costruzioni e attrazioni: Habitat 67, le Centre Sheraton – la guida lo definisce una costruzione “multistrato” che include metropolitana, città sotterranea, ferrovia, sala esposizioni, hotel, piscina riscaldata.
Transitiamo dalla Piazza delle arti e spettacoli: enorme spianata con fontane e giochi d’acqua, palchi per esibizioni e curiose installazioni tra cui una scacchiera a grandezza d’uomo, “dischi” rossi dove siedono turisti e canadesi, un percorso a caselle che ricorda il gioco dell’oca e altre curiosità come un bosco dove gli alberi hanno il tronco in filo di ferro e le chiome costituite da nastri di colore turchese o fucsia.
E ancora…
un immenso Luna Park: da rivedere!
Il parco Jean Drapeau con una gigantesca cupola sferica: da rivedere!
Place Ville Marie, complesso commerciale e residenziale a forma di croce, opera dell’architetto cinese Ieon Ming Pei, più noto per la Piramide del Louvre;
Place d’Armes con la basilica di Notre Dame e il New York Life Building, primo grattacielo della città, in arenaria rossa, di fine ‘800;
Hotel Fairmont con giardino pensile sito all’ultimo piano dove si coltivano ortaggi e si produce miele. Prodotti utilizzati dal rinomato ristorante dell’hotel.
Le vie sono una galleria d’arte all’aperto. Espongono sculture e opere di artisti di grande talento. Vige infatti l’obbligo, per ogni nuovo palazzo costruito, di prevedere la posa di statue, sculture, installazioni artistiche.
Tra le molte esposizioni ci colpisce “Le Soleil”: da rivedere!
Il tour termina con la classica veduta dall’alto di Mont Royal (da rivedere!) e un pranzo di saluto presso uno dei migliori ristoranti della città: Bonaparte, locale elegante, cibo raffinato. Si chiude in bellezza, mettiamo così una pietra sopra la pacchiana cena di ieri.
Senza perdere tempo, stendiamo un programma fissando alcune priorità. Prima fra tutte vogliamo rivedere la sfera metallica. Si tratta dell’ex padiglione americano dell’Esposizione Universale del 1967. Costruito sull’isola Sainte Helene.
Raggiungiamo il Parc Jean Drapeau con la comoda metropolitana. Trovare la “sfera” è facilissimo. La struttura (cupola geodetica) che ora ospita Biosfera, centro con mostre interattive che illustrano l’ecosistema dei Grandi Laghi e del fiume San Lorenzo, si vede da qualsiasi punto del parco. Ne ammiriamo la complessa “geometria” – sembra una palla di rete metallica - meravigliandoci della sua attualità nonostante sia stata progettata e costruita quasi 50 anni fa. Attorno alla cupola, giardini e vasche d’acqua che ne riflettono i particolari. Facciamo il giro completo della struttura, scattando foto da ogni angolazione.
Durante la passeggiata, nei prati perfettamente rasati, vediamo alcuni castori. Nei pressi dell’ex comprensorio fieristico diamo un’occhiata anche a La Ronde: parco divertimenti con vertiginose montagne russe di legno e attrazioni di ogni tipo, giri della morte per chi ama esperienze adrenaliniche o trenini per le persone più tranquille.
Un ponte ricorda, per certi versi, quello più famoso di Brooklin. Oltre a una rete di sentieri e vie ciclabili che attraversano il parco si può godere anche di una spettacolare veduta dello skyline cittadino.
In occasione dell’Esposizione Universale fu costruito anche Habitat 67: complesso abitativo di circa 150 appartamenti progettato da Moshe Safdie, allora poco più che ventenne. Si tratta di una serie di cubi in cemento armato sovrapposti e disposti quasi a casaccio con un risultato molto fotogenico e dalla linea sbalorditiva ancor oggi.
La costruzione, che si trova su una diga edificata tra l’isola Sainte Helene e la Vecchia Montreal, sembra sorgere direttamente dall’acqua.
Con la metropolitana ci spostiamo nel “Village”. File di palline rosa formano una “galleria” sopra la lunga Rue Sainte Caterine, cuore nevralgico del quartiere animato da una comunità gay. Qui si respira aria di festa perenne con musica, locali con tavoli all’aperto, ristoranti, bistrò.
Una lunga camminata ci porta nella città vecchia. Tra i tanti locali siamo attratti da una pizzeria che si rivelerà incredibilmente ottima.
Prolunghiamo la nostra passeggiata, perdendoci e ritrovando la “retta via” più volte, godendoci altri scorci della città che offre non solo grattacieli e costruzioni moderne, ma anche basse case tradizionali con i tetti appuntiti, le scalette esterne e le facciate di mattoncini rossi.
7 agosto 2015
Approfittiamo della giornata calda e soleggiata per continuare la scoperta della città.
Iniziamo dalla piacevole zona del vecchio porto con i giardini fioriti, le darsene attraversate da ponti, i sentieri, le piste ciclabili, i chioschi, una bella veduta della città e il “lato B” di Habitat 67, non meno affascinante della sua vista frontale.
Ci spostiamo, in seguito, sulla collina di Mont Royal concedendoci una rilassante passeggiata nel bosco solcato da facili sentieri.
Ritroviamo, all’ingresso di uno dei tre padiglioni del Montreal Museum of Fine Arts, le Soleil, delicata e meravigliosa creazione di Dale Chihuly, costituita da 1200 contorti “raggi” in vetro soffiato dai colori solari. Un capolavoro!
L’edificio di fronte, altro padiglione dello stesso museo, espone due grandi cuori rossi.
Nella zona universitaria, l’ingresso della McGill University è contrassegnato dalla statua in bronzo dello stesso McGill, a grandezza naturale, chino su un portatile Apple.
Tre le tante, mi ispira simpatia la scultura in bronzo che riproduce tre signorotte in carne intente a raccontarsela.
Ammiriamo le basse casette “inglesi”, pranziamo all’aperto, percorriamo vie con le vetrine di Tiffany, Vuitton nonché i più noti brand che simboleggiano il lusso globale.
Fino a sera non facciamo altro che camminare apprezzando la vivibilità della bella e accogliente Montréal.
8 e 9 agosto 2015
Spendiamo le ultime ore di vacanza alla ricerca di un quartiere e dei negozi antiquari che dovrebbero caratterizzarlo, ma o abbiamo sbagliato zona oppure quel genere di negozi non c’è mai stato o non c’è più.
Verifichiamo i nomi delle vie, ci siamo, ma non c’è traccia di oggetti del passato.
Rassegnati, torniamo a piedi fino alle vie dello shopping, salutiamo per l’ultima volta Le Soleil, quindi raggiungiamo l’hotel per recuperare i bagagli.
Taxi, aeroporto e voli in successione verso la luce. Per noi è sempre giorno, un interminabile giorno, con il fuso orario che ci riporta in avanti di sei ore.
Questa esperienza si conclude con molta stanchezza, con qualche dubbio sull’articolazione dell’itinerario, ma nel complesso con tanti buoni ricordi.
Abbiamo apprezzato le città di Toronto e Montréal, alimentando l’interesse per le architetture e per l’arte. Abbiamo inoltre gradito il contrasto tra la modernità dei grattacieli e la tradizione delle casette di una vecchia canzone. La natura, laddove l’uomo non ha fatto danni con le sue “brutture”, ci ha emozionato.
 

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