Canada 3: Québec e Ontario

in viaggio con leander in Canada

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Canada 3: Québec e Ontario

E' la parte conclusiva del viaggio di cinque settimane in Canada di Leandro e dei suoi amici.
La prima (Gli stati occidentali) e la seconda (Dal Pacifico all'Atlantico) sono già presenti in questo stesso sito.Il Québec, Toronto e le Cascate del Niagara22° giorno: CARLETON - PERCÉ (km. 250 / 6800)
Chi ha letto la precedente parte di questo viaggio sa già che in questa località non troppo attraente del Québec abbiamo pernottato fortunosamente dopo una cena di pesce, per buona sorte all'altezza della tradizione culinaria francese.
Lasciamo quindi Carleton senza rimpianti puntando su Mont Saint-Joseph, grazie a una strada panoramica che in sei km. porta ai 558 metri della sommità. Di lassù la vista spazia su tutta la Baie des Chaleurs che, strettissima all'estremità orientale, si allarga progressivamente verso ovest fino al mare aperto; il nome di questo braccio di mare risale al 1534, quando Jacques Cartier lo scoprì apprezzandone la mitezza del clima. La costa che si scorge al di là della Baia in direzione sud è quella del New Brunswick, uno degli stati più piccoli della Confederazione canadese. Sulla cima del monte c'è anche il piccolo oratorio di Notre-Dame, al cui interno è esposto un curioso presepio permanente di ambientazione marinara con tutte le figure fatte di conchiglie.
Una trentina di chilometri ci portano a New Richmond, dove visitiamo il "Centre de l'héritage britannique de la Gaspésie": si tratta della ricostruzione fedele di un villaggio britannico, con quattordici edifici che testimoniano l'architettura abitativa dal 17° al 19° secolo.
Dopo uno spuntino verso mezzogiorno in uno dei tanti casse-croûte disseminati lungo la n. 132 che segue sempre un tracciato integralmente costiero in un susseguirsi ininterrotto di cittadine e villaggi, continuiamo a spingerci verso est. Unico centro di qualche rilevanza è Paspébiac, le cui fortune furono a lungo legate alla pesca del merluzzo e alle industrie connesse.
Avvicinandoci a Percé, cominciamo ad aguzzare la vista in gara a chi scorge per primo la famosa "Roccia Forata" che caratterizza la località. Dopo un dosso al termine di un tratto in leggera salita, eccola apparire all'improvviso a qualche chilometro di distanza; opportunamente è stato ricavato uno slargo a fianco della sede stradale, punto di sosta ideale per godere di una splendida veduta dall'alto sulla penisola, sul Rocher Percé e sull'isola Bonaventura.
Risolviamo subito l'incombenza dell'alloggio, affittando per due giorni un confortevole chalet in legno dipinto di bianco in magnifica posizione su un piccolo promontorio erboso (spesa sulle 25.000 lire a testa al giorno), dopodiché ci rechiamo al porticciolo per contattare le agenzie che organizzano le crociere all'isola Bonaventura, che intendiamo effettuare domani.
Non occorre cercarli, ci trovano loro: basta mettere piede sul molo per vedersi circondati da una piccola folla di barcaioli in concorrenza nell'offrire i loro servizi. Troviamo particolarmente simpatico il faccione abbronzato di Gilles e concordiamo con lui la traversata al prezzo di circa diecimila lire a testa.
Tornati allo chalet, impieghiamo il resto della giornata facendo un po' di bucato, tirando quattro calci al pallone con i due bambini della padrona di casa, godendoci un tramonto da togliere il fiato e improvvisando una cena fredda con le abbondanti provviste accumulate in auto negli ultimi giorni.

23° giorno: PERCÉ (km. 28 / 6828)
La giornata si preannuncia soleggiata, ottimo auspicio per la gita in programma. Lasciamo il molo di Percé con mare un po' turbolento puntando dapprima sul Rocher Percé: si tratta di una grossa roccia calcarea a forma di muraglia alta 88 metri e larga 438, che un tempo presentava quattro grossi fori a formare altrettanti archi. Oggi è rimasta una sola arcata alta 30 metri e un pilastro laterale, residuo dell'ultimo arco crollato nel 1845.
Il battello di Gilles compie l'intero perimetro del Rocher, dopodiché si dirige alla volta dell'Isola Bonaventura: si passa a breve distanza dalla sua costa orientale, caratterizzata da una falesia calcarea verticale alta 90 metri nei cui anfratti nidifica un'enorme quantità di uccelli marini, e infine si attracca al pontile, dove sbarchiamo per l'escursione sull'isola.
Indicazioni precise instradano verso tracciati di varia lunghezza e durata; noi scegliamo il giro completo, un'escursione di circa dieci chilometri che consente di farsi un'idea esauriente dei vari aspetti dell'isola. La caratteristica più clamorosa (clamorosa è la parola giusta) è la presenza di una colonia di oltre 50.000 sule di Bassan, la più numerosa di tutto il Nordamerica; tra un chiasso indescrivibile e un penetrante odore di guano (chiamiamolo guano…) si passa su sentieri transennati a distanza di pochi metri da questi splendidi volatili bianchi dal collo arancione e il lungo becco aguzzo, che in certi punti formano una massa talmente compatta da impedire la vista del suolo su cui sono posati. Il sentiero si svolge con moderati saliscendi che portano su spiagge a ridosso di ampie cavità, che ospitano nidi di altri uccelli marini quali cormorani, pulcinella di mare e gabbiani. C'è anche una piattaforma sopraelevata indicata come punto di avvistamento delle balene: in effetti abbiamo la sensazione di qualche movimento in alto mare ma, come già sull'isola di Vancouver, non sapremo mai se ci fosse sotto qualcosa di vivo.
Ritornati al molo dopo la soddisfacente escursione, ci imbarchiamo sul primo traghetto in partenza. I barcaioli sono in effetti consorziati tra loro e per il viaggio di ritorno non è necessario servirsi dello stesso battello dell'andata: la frequenza tra uno e l'altro è di 10-15 minuti e tutti vanno bene.
Sbarcati a Percé a metà pomeriggio, abbiamo tutto il tempo per un giro in auto dei dintorni alla ricerca di scorci panoramici per tornare poi alla Roccia Forata in coincidenza con la bassa marea. Ci uniamo così alla processione di coloro che approfittano di una striscia di sabbia che rimane scoperta il tempo sufficiente per raggiungere a piedi il Rocher dalla terraferma. Il calendario e gli orari delle maree sono esposti all'ufficio turistico e in molti locali di Percé.
Per la cena ci indirizziamo, tra la miriade di ristoranti di pesce allineati sul lungomare, su "Le Cabastran", consigliatoci da Gilles. Il commento della cameriera alla nostra ordinazione di cinque assiettes di frutti di mare è un eloquente "Wow!". Esclamazione che condividiamo di lì a poco nel gustare lo spettacoloso assortimento, nel quale non mancano ostriche, gamberoni, scampi e una memorabile terrina di capesante gratinate.

24° giorno: PERCÉ - MONT St.PIERRE (km. 297 / 7125)
Lasciamo un po' a malincuore Percé, sicuri che conserveremo ottimi ricordi dei due giorni lì trascorsi. Riprendiamo il percorso integrale della n. 132 per i 76 km. che portano a Gaspé.
La città ha rilievo storico per essere stata, il 24 luglio 1543, il luogo di sbarco di Jacques Cartier, che prese possesso del nuovo territorio in nome del Re di Francia Francesco I. Al di là dell'inevitabile monumento al navigatore, la città non offre granché al turista. Pochi chilometri verso nord portano però all'importante Parco Nazionale Forillon, che presenta scenari di grande suggestione con le bianche falesie calcaree a strapiombo sul mare: una serie di belvederi transennati permettono di apprezzare la grandiosità del paesaggio.
In prossimità dell'entrata sud del parco vale la pena seguire una breve deviazione per Grande-Grave: si tratta di un villaggio di pescatori fondato da emigrati anglo-normanni ai cui edifici è stato recentemente restituito l'aspetto degli anni Venti. Da non perdere una puntata a un luogo quasi fuori dal tempo, il magazzino "Hyman & son", che espone un incredibile assortimento di tutta la merce che poteva servire per l'attività di pesca e la vita quotidiana dell'epoca. Ci torna un po' alla mente l'atmosfera pionieristica già respirata nell'emporio di Fort St.James, che visitammo un paio di settimane fa [vedi parte prima di questa relazione].
A 42 km. da Gaspé si raggiunge Cap-des-Rosiers, promontorio roccioso che fu teatro di numerosi naufragi e così battezzato da Cartier per i roseti selvatici che si estendevano su questo tratto di costa. Il faro che domina la penisola è con i suoi 37 metri il più alto di tutto il Canada.
Il Parc du Forillon costituisce, per così dire, il giro di boa del nostro viaggio attraverso il Québec: doppiato il punto più orientale dell'itinerario, d'ora in avanti ci sposteremo sempre in direzione ovest. Il tratto di circa 150 km. che abbiamo programmato per oggi, pur senza offrire attrattive clamorose, è tra i più pittoreschi: si procede lungo la costa meridionale del San Lorenzo (non è ben definito il punto in cui il mare torna a essere fiume) in una successione di piccoli villaggi caratterizzati dalle tinte vivaci delle case. È impossibile descrivere a parole il senso di serenità trasmesso dagli scenari che scorrono al di là dei finestrini dell'auto.
Giunti a Mont-Saint-Pierre, un gruppo di abitazioni allineate lungo una spiaggia ai piedi di una parete montuosa frequentata per la pratica del deltaplano e del parapendio, prendiamo alloggio in un buon motel e ceniamo senza infamia e senza lode nell'unico casse-croûte disponibile.
Durante la successiva passeggiata lungo il litorale ci capita di assistere a un fenomeno stranissimo che tuttora non riesco a spiegarmi e ho anche difficoltà a descrivere: in direzione del fiume (o forse è ancora mare?) compare una luce abbagliante a forma di arco, come se si irradiasse da dietro un'enorme isola a forma di cupola. Sta di fatto però che in questo tratto del San Lorenzo, cartina alla mano, non esistono isole e che la costa nord del fiume dista in linea retta non meno di 120 km. Il fenomeno dura una decina di minuti e l'unica supposizione che ci viene in mente è quella di un'aurora boreale: ma siamo alquanto ignoranti in materia e l'ipotesi rimane tale.

25° giorno: MONT St.PIERRE - St.FULGENCE (km. 472 / 7597)
Anche alla luce del giorno non vediamo traccia di isole e riprendiamo il nostro viaggio tenendoci i nostri dubbi. Il programma della giornata prevede un trasferimento piuttosto lungo, arrivare cioè a pernottare in una località del fiordo di Saguenay, considerato il più meridionale del mondo, per partecipare domani a una crociera lungo le sue acque.
La prima breve sosta avviene dopo una trentina di chilometri: il rosso vivo del faro di La Martre e del vicino edificio, il blu intenso del cielo e il verde rigoglioso del prato che copre il piccolo promontorio compongono una foto tra le più colorate che possa capitare di scattare.
Altri 50 km sempre in direzione ovest portano a Cap-Chat. Già da grande distanza il paesaggio è dominato dall'attrattiva che induce la gente a venire qui: si tratta dell'Éole, gigantesca elica su un traliccio alto 110 metri di quella che è considerata la più grande e potente centrale eolica del mondo. Una guida conduce lungo un percorso di mezz'ora attraverso le varie parti del complesso spiegando, in un francese pieno di curiose cadenze dialettali, come la forza del vento venga trasformata in energia meccanica e da questa in energia elettrica (almeno così credo di avere capito). Certamente una visita istruttiva ma, per quel che mi riguarda, riprendo il viaggio senza particolari nostalgie di questa esperienza: credo che una centrale eolica nella vita basti e avanzi.
Sessanta km più avanti superiamo Matane, località rinomata per la pesca dei salmoni e dei gamberetti. È anche molo di partenza per il battello che in due ore e un quarto porta sulla costa nord del San Lorenzo, località Baie-Comeau, ma tiriamo dritto perché abbiamo programmato di traghettare più avanti.
Punto di partenza per un'importante traversata è anche Rimouski, che tocchiamo dopo altri cento chilometri. Da qui parte il traghetto che in undici ore porta all'arcipelago di Sept-Îles e più oltre a quello di Mingan, isole semideserte che costituiscono un autentico paradiso naturalistico e geologico. È una regione che abbiamo escluso a malincuore dal programma di viaggio, comportando un prolungamento di almeno tre giorni: quasi cinque settimane di permanenza in un Paese esteso come il Canada sembrano molte, ma possono anche rivelarsi ridicolmente poche.
Abbiamo nel frattempo prenotato telefonicamente il traghetto per il trasbordo sulla costa settentrionale: località di partenza è Trois-Pistoles, che raggiungiamo a metà pomeriggio. La traversata, della durata di un'ora e 15' su un tragitto di circa 30 km., ha termine a Les Escoumins, comunità fondata da una colonia di pescatori baschi all'inizio del XVI secolo.
Percorriamo per una quarantina di km. la n. 138, che è la strada costiera nord del San Lorenzo, fino a Tadoussac, bivio per la n. 172 che risale la riva sinistra idrografica del Saguenay. È questo un fiume di 155 chilometri, unico emissario del vasto Lac Saint-Jean (1350 kmq. e 98 metri sotto il livello del mare); dopo circa un terzo del suo corso, subito dopo Chicoutimi, il fiume si incassa tra alte pareti rocciose fino alla foce, il che gli ha guadagnato la denominazione di fiordo.
Procedendo lungo la 138 cominciamo anche a guardarci intorno alla ricerca di un alloggio per la notte, ma la cosa risulta tutt'altro che facile per l'effettiva mancanza di strutture ricettive lungo la strada. Solo a Sainte-Rose-du-Nord, dopo un'ottantina di chilometri, troviamo una fattoria che affitta camere, ma c'è posto solo per due persone; anche un paio di telefonate della gentile padrona di casa ad abitazioni vicine non ha esito.
Proseguiamo augurandoci di avere maggior successo a Chicoutimi, la località più importante della regione, ma per fortuna, all'altezza di St-Fulgence, scorgiamo una rassicurante indicazione "chambres": si tratta della tenuta "La Futaie", dove troviamo confortevole sistemazione. Visto l'ora ormai tarda, ci limitiamo a uno spuntino con quel po' di provviste che abbiamo preso l'abitudine di tenere sempre sull'auto.

26° giorno: St.FULGENCE - CROCIERA SUL FIORDO DI SAGUENAY - St.SIMEON (km. 248 / 7845)
Alla luce del giorno "La Futaie" si rivela un piccolo angolo di paradiso: in uno slargo in mezzo a un bosco di conifere sorge la fattoria, strutturata in due corpi separati con prevalente uso del legno. Davvero un'oasi di tranquillità, completata da un curatissimo cortile e da un laghetto per la pesca.
Dopo un'abbondante colazione, lasciamo St-Fulgence e copriamo in breve i venti chilometri che ci separano da Chicoutimi, porto di partenza della crociera sul fiordo. Senonché i posti risultano esauriti e l'impiegato della Compagnia ci consiglia di portarci a Sainte-Rose-du-Nord, dal cui molo viene effettuata un'escursione più breve.
Raggiunto il villaggio e acquistati i biglietti, abbiamo anche il tempo, in attesa del battello, per una piacevole passeggiata. Il paesino (poco più di 400 abitanti) è situato in una piccola baia tra due scogliere e presenta angoli di grande fascino, ispirazione per i numerosi pittori che espongono le loro opere lungo stradine fiorite.
La crociera effettua in circa tre ore un percorso ad anello con belle vedute sulle due rive, che alternano pareti rocciose a folti boschi, ma non ci ispira, in tutta sincerità, le emozioni provate un anno prima lungo i fiordi norvegesi, ai quali questo fiume, a mio parere pretestuosamente, viene assimilato. Giunti all'altezza di Cap Trinité, ci troviamo in vista dell'enorme statua di Notre-Dame du Saguenay, che domina l'acqua da duecento metri di altezza. Al passaggio del battello, altoparlanti piazzati evidentemente sulla terraferma diffondono all'intorno le note dell'"Ave Maria" di Schubert: non voglio sembrare dissacrante, ma francamente più che a un momento di raccoglimento religioso mi viene da pensare a un effetto da filmetto hollywoodiano. E dalle facce perplesse di alcuni compagni di crociera credo sia opinione non solo mia.
Insomma, tra tanti consigli di cose da fare o vedere, una volta tanto uno controcorrente: credo proprio che se non farete questa esperienza, la vostra vita non ne subirà traumi. Quanno ce vo' ce vo', per dirla con i miei amici romani.
Sbarchiamo a Sainte-Rose-du-Nord e torniamo a Tadoussac lungo il tratto stradale già percorso ieri pomeriggio: vi giungiamo mentre minaccia pioggia. La località, un migliaio scarso di abitanti, è un animato porticciolo di pesca con belle casette colorate, molto frequentato in quanto punto di partenza delle crociere per l'avvistamento delle balene e intendiamo appunto assumere informazioni in tal senso. Ci rivolgiamo a un paio di agenzie, ma non tardiamo a renderci conto che, nonostante i proclami delle locandine di cui i muri sono disseminati, tutti parlano di "buone probabilità" ma nessuno è in grado di assicurare al 100% l'avvistamento. Si aggiunga che per questa sera e domani è prevista burrasca, per cui decidiamo, se pure a malincuore, di rinunciare.
Servendoci del traghetto gratuito che porta sull'opposta riva del Saguenay all'altezza di Baie-Sainte-Catherine, riprendiamo sotto la pioggia il nostro itinerario. Abbiamo intenzione di raggiungere Québec nella serata di domani e vogliamo individuare, per il pernottamento di stasera, una località a circa 300 km. dalla metropoli. Saint-Simeon ci sembra in posizione ideale e troviamo una simpatica sistemazione in una villetta di legno a due piani, un po' scalcinata ma piena di atmosfera di altri tempi, che prospetta su un bel prato alberato a breve distanza dal fiume (mi è difficile non chiamare mare la distesa d'acqua che è il carattere dominante di questa parte del viaggio, sempre sterminata anche se qui è larga "solo" trenta chilometri).
Preso possesso della casa e avere indugiato in una buona doccia, cominciamo ad avere fame, per cui ci diamo alla scoperta del paese mentre si fa largo una schiarita. Dopo le ultime due cene, una mediocre e l'altra raffazzonata, abbiamo voglia di trattarci bene e non facciamo caso al tono tendente all'elegante dell'"Auberge sur mer" consigliato dal nostro padrone di casa. Siamo ripagati da un conto piacevolmente leggero a fronte di un pranzo eccellente: una bella gara senza vincitori né vinti con quello di tre sere fa a "Le Cabastran" di Percé.

27° giorno: St.SIMEON - QUÉBEC (km. 290 / 8135)

28°-29° giorno: QUÉBEC (km. 32 / 2497 / 8167)
Le scoraggianti previsioni meteorologiche di ieri si rivelano miseramente sbagliate, anche se nelle ore del primo mattino Saint-Simeon ci si presenta immersa nella nebbia. Ci rechiamo sulla spiaggia per lo spettacolo irreale della bassa marea, con le barche adagiate sul fondale asciutto che appena si intravedono. Verso le dieci però la nebbia si dissolve in pochi minuti lasciando il posto a una giornata di rara limpidezza.
Così Saint-Simeon si rivela quale cittadina davvero gradevole. Spiccano soprattutto le coloratissime imbarcazioni, le strade fiorite e le numerose insegne in legno dipinto, legno che è del resto la nota dominante delle case. Tra queste merita una visita il Petit Marché, raccomandabile per oggetti di artigianato locale veramente originali e raffinati, al cui acquisto non opponiamo alcuna resistenza.
Riprendiamo il viaggio con destinazione Québec sempre sulla costiera n. 138. Un bel colpo d'occhio è offerto da La Malbaie, quotata località di villeggiatura nel cui porto fa bella mostra la ricostruzione fedele del Pélican, un veliero storico del 1697.
Giunti a Saint-Joseph-de-la-Rive, ci imbarchiamo sul traghetto gratuito che sbarca passeggeri e automobili sull'Île aux Coudres (Isola dei noccioli). Si tratta di una vera oasi di pace, dove è piacevole percorrere i 21 km della strada che la contorna (si possono anche affittare biciclette). Qui e là si scorgono mulini a vento e ad acqua, alcuni risalenti a inizio Ottocento, ma il principale aspetto per cui quest'isola verdissima è nota sta nelle cosiddette voitures d'eau: si tratta di golette a vela e in seguito a motore costruite nei cantieri che fino ai primi anni sessanta sorgevano sull'isola e messe a punto per la navigazione sul San Lorenzo, la caccia ai cetacei o semplicemente il collegamento con la terraferma. Sono tuttora visibili lungo le rive un cospicuo numero di queste imbarcazioni, alcune in ottimo stato, altre diventate relitti, a costituire un museo galleggiante davvero unico.
A Baie-Saint-Paul ci ricongiungiamo con la n. 132 (tra la Malbaie e qui avevamo percorso i 48 km. della più litoranea n. 362), che in pratica non abbandoneremo più fino a Québec. Lungo gli ultimi 120 km. non si incontrano attrattive di rilievo: così, preannunciata dalla mole allungata dell'Île d'Orléans che sembra sbarrare il San Lorenzo a mo' di tappo, scorgiamo infine all'orizzonte la parte alta della metropoli, nella quale siamo intenzionati a fissare tre pernottamenti.
Dopo alcuni tentativi a vuoto nel centro storico, troviamo alloggio in una grossa struttura a Sainte-Foy, sobborgo sud-occidentale della città presso l'Università, che offre diversi livelli di sistemazione: scegliamo un'unità indipendente, separata dal grattacielo che costituisce il corpo principale, che ci costa circa 50.000 lire al giorno a testa.
Si è messo a piovere insistentemente, ma per fortuna nei pressi dell'albergo ha sede Place Laurier, sterminato centro commerciale con oltre quattrocento negozi, dove sostiamo per un paio d'ore dando inizio alla campagna degli ultimi acquisti, che completeremo fra qualche giorno a Toronto. Ne usciamo con il portafoglio un po' più leggero, accolti però da uno splendido sole.
Québec offre al visitatore numerose attrattive, non certo esauribili nei due giorni e mezzo che possiamo dedicarle né nelle pagine di questo resoconto. La gradevolezza della città più antica del Canada, il cui primo insediamento risale al 1608 ad opera dell'esploratore Samuel de Champlain, deriva, l'ho già detto nella seconda parte, dal fascino da provincia francese che si respira in ogni suo angolo. La sua cinta fortificata, l'intrico delle stradine e delle piazzette acciottolate, i begli edifici dalle facciate in pietra con le finestre fiorite e le belle insegne dei negozi, i vivaci locali e i ristoranti dove si apprezzano menu che per fortuna non hanno niente di americano, invogliano a quei ritmi pacati ben più appaganti delle frenesie del turismo di massa.
Québec si sviluppa in pratica su due livelli, collegati da scalinate e da una funicolare. La Città Bassa, storicamente vocata ai commerci grazie al suo affaccio sul San Lorenzo, in declino a partire da metà Ottocento e gradualmente recuperata a partire dal 1970, rivela tutt'oggi l'attività originaria con la presenza dei moli, dei magazzini e dei frequenti mercati. Uno dei punti focali del quartiere è la pedonale Rue du Petit-Champlain, in origine agglomerato di case in legno di artigiani e agricoltori; oggi è una delle strade cittadine più variopinte e animate, in un brulicare di ristorantini, laboratori di artigianato, botteghe e gallerie d'arte.
L'itinerario di visita può proseguire in prossimità del fiume, che qui è largo appena un chilometro, fino a giungere all'appartata Place Royale, ideale cuore della città in quanto coincide con quello che era il giardino della casa di Champlain. L'aspetto intatto di questo spazio dà la sensazione di trovarsi ancora a quel tempo.
Nelle immediate vicinanze parte la funicolare che porta in breve alla Città Alta. Da qualunque suo punto incombe la mole del Château Frontenac, albergo di lusso che rappresenta l'edificio più famoso di Québec e suo autentico simbolo. Pur se in un contesto ambientale differente, notiamo subito una spiccata analogia architettonica con l'Hotel Banff Springs, che vedemmo tre settimane fa (sembra ieri…). Finito di costruire ai primi del Novecento a cura della società ferroviaria Canadian Pacific, dà luogo, con i tetti spioventi in rame, i vari corpi laterali a forma di torrette e le facciate in mattone e granito, a una scenografia unica. Anche gli sfarzosi saloni interni, aperti ai visitatori, non tradiscono le aspettative.
Una passeggiata di impareggiabile valore panoramico porta dal Castello, lungo un ampio spazio pedonale intervallato da panchine, bancarelle e chioschi in ferro battuto, fino alla Terasse Dufferin, in una sequenza di magnifiche vedute sulla Città Bassa, il San Lorenzo e la regione circostante. Si può proseguire fino all'imponente complesso della Cittadella, al cui interno si sviluppa un percorso di visita attraverso i bastioni, le polveriere, la residenza del governatore, le prigioni, l'ospedale, culminando, se è l'ora giusta, con la cerimonia del cambio della guardia.
Ciascuno può poi completare il suo soggiorno a Québec dedicandosi ai musei, ai palazzi storici, alle chiese dei culti più svariati, agli Istituti di cultura, ai giardini, alla cinta muraria intervallata da porte monumentali, più mille altre attrattive che non ho nemmeno lo spazio per accennare.
Ah, dimenticavo, giusto per non restare in debito dell'esito di una lunga e spinosa storia: è proprio in un grande negozio di musica di Québec che il famoso basso elettrico "Fender Precision" entra in possesso di Alessandro. L'esborso di Danilo per questo nuovo compagno degli ultimi giorni di viaggio è la metà del prezzo con cui lo strumento è commercializzato in Italia.

30° giorno: QUÉBEC - VINELAND (km. 940 / 9107)
È con autentico rammarico che lasciamo Québec, senza esagerazione una delle città più attraenti che a un viaggiatore possa capitare di visitare. In realtà oggi lasceremo anche "il" Québec, per trasferirci nell'ultimo degli stati canadesi che, per quanto superficialmente, visiteremo, l'Ontario. Partiamo con tutta l'intenzione di portarci il più vicino possibile alle cascate del Niagara, coronamento finale del nostro viaggio, con una lunga tappa che sfiorerà i mille chilometri.
Percorriamo costantemente la costa nord del San Lorenzo attraverso i paesaggi già visti all'andata, dopo 255 km. attraversiamo Montréal con annessi gli ormai noti impicci del labirinto di svincoli stradali che la caratterizzano, fino a varcare il confine con l'Ontario dopo 330 km dalla partenza.
Il tratto che percorriamo di qui in avanti, lungo una successione di località che non mi è sembrato il caso di annotare, lascia nella mia memoria ben poche tracce, vista la nostra scelta di tenersi il più possibile sull'autostrada e di limitare le soste al minimo indispensabile per le esigenze nostre e dell'auto. Ricordo gli scenari molto americani delle enormi stazioni di servizio, dei fast-food dove appendono i vassoi delle vivande al finestrino delle auto in sosta, dei grossi autoarticolati che trasportano le merci più svariate e la presenza costante sulla nostra sinistra, più o meno vicino alla sede stradale, del San Lorenzo che, all'altezza di Kingston (km. 540), comincia a diventare il Lago Ontario. Le stesse acque che qualche giorno fa erano il mare e poi erano diventate fiume hanno di nuovo cambiato definizione e nome. E non è ancora finita.
Più o meno al km 750 si prospetta in lontananza il profilo di Toronto. È difficile dare l'idea della vastità del comprensorio cittadino: dirò solo che al confronto il nodo di Montréal sembra un giochetto, che riusciamo con un certo intuito e un po' di fortuna a trovare il verso giusto di una circonvallazione esterna a dodici corsie e che l'agglomerato urbano si estende sulla riva nord del Lago Ontario per una cinquantina di chilometri.
Superata Toronto, assecondiamo l'arteria costiera (Highway 2) che descrive un ampio arco in senso antiorario finché ci troviamo sulla riva sud del lago. Intanto all'altezza di Hamilton la strada ha preso il nome di Queen Elizabeth Way (QEW). Il contachilometri ha già superato quota 900 ed è quasi ora di cena, per cui cominciamo a guardarci attorno finché, presso una fattoria una ventina di km prima di Niagara Falls, ci viene data l'indicazione giusta: una deviazione di 7 km porta a Vineland, dove ci sistemiamo in un buon motel con annesso ristorante nel quale ci saziamo con ottime bistecche. Cito anche una simpatica curiosità che caratterizza il "Prudhommes Place", l'originale menu stampato in forma di quotidiano tabloid a quattro facciate, sul quale le varie portate sono descritte come articoli di cronaca; non mancano fotogrammi di scene di pranzo tratte da vecchi films in bianco e nero con didascalie modificate ad hoc, del tipo "Cara, per un vero pranzo bisognava andare da Prudhommes Place". Lo conservo ancora con piacere.

31° giorno: VINELAND - NIAGARA FALLS - TORONTO (km. 228 / 9335)
Lasciata Vineland, ritorniamo al bivio con la QEW; superata St-Catharines dopo 12 km, altri 15 ci portano a Niagara Falls. Questa è in realtà una cittadina, ovviamente deputata sotto ogni suo aspetto al turismo, che dista una decina di chilometri dal vero e proprio sito delle cascate. Impieghiamo quindi pochi minuti a raggiungere quello che è uno dei luoghi più famosi e visitati della Terra.
Istintivamente, mi preparo sempre con cautela alla visita delle località che, per via del turismo, sono andate trasformandosi in business planetario: è lecito cioè chiedersi in quale misura lo spettacolo naturale che ci aspetta sarà sminuito dalla commercializzazione che modifica i luoghi talvolta in modo pesante.
Le mie perplessità non trovano per fortuna conferma: dico che lo scenario offerto dalle cascate del Niagara è di quelli che non si dimenticano e gli interventi degli urbanisti e architetti che hanno realizzato le strutture turistiche non sono stati devastanti come si potrebbe temere. Infatti i numerosi punti di accoglienza e ristoro hanno sull'ambiente un impatto contenuto e gli ampi parcheggi per gli automezzi si trovano a sufficiente distanza dalla passeggiata panoramica che corre parallela ai vari salti delle cascate. Il percorso pedonale, con numerose panchine e belvederi attrezzati, si svolge ai bordi di piacevoli prati all'inglese e viali alberati che separano dalla carrozzabile; è inoltre abbastanza ampio da poter assorbire grandi masse di visitatori senza dare l'idea del superaffollamento. Insomma si ha la sensazione che, contestualmente alle colate di calcestruzzo, si sia lodevolmente provveduto alla sistemazione di pari quantità di spazi verdi.
Per avere un colpo d'occhio esauriente sul sito nel suo insieme, ci rechiamo subito in cima alla Skylon Tower: dai 236 metri della terrazza panoramica si comprende finalmente "sul campo" quello che in due righe ci era stato detto sui libri delle scuole medie. In realtà tutta l'acqua che vediamo continua a essere parte dell'onnipresente San Lorenzo che è stato la nota dominante del nostro viaggio nel Canada Orientale. Con il termine Niagara gli Indiani definivano lo stretto tratto del fiume, lungo 55 km, che percorre in direzione sud-nord la striscia di terraferma tra il Lago Erie, in territorio U.S.A., e il già citato Ontario. Il dislivello tra i due grandi specchi d'acqua (162 metri s.l.m. del primo contro i 75 del secondo) determina un tratto fluviale che a circa metà del suo corso precipita da un ampio gradino di 50 metri dando luogo alle cascate; una divisione del corso dovuta all'isola Goat produce due salti distinti, quello americano, su un fronte di 315 metri, e quello canadese a forma di ferro di cavallo (lo spettacolare Horseshoe), su un arco di 750 metri.
Discesi dalla torre, vista la giornata caldissima, bighelloniamo senza affannarci lungo il percorso panoramico, impressionando metri di pellicola fotografica. Ci rechiamo anche su una delle passerelle che costeggiano il fiume, dove quelli della nostra generazione non possono fare a meno di provare a individuare l'anfratto in cui Marilyn Monroe baciava l'amante nel mitico film che prende nome dalle cascate. Una delle gite classiche è il giro a bordo del famoso "Maid of the Mist", il battellino che porta i turisti quasi ai piedi del "ferro di cavallo". Senonchè la vista della coda interminabile alla biglietteria, della folla stipata sull'imbarcazione come le sardine in scatola e delle facce stravolte della gente che sbarca dopo essersi sottoposta alla vera e propria sauna delle mantelle impermeabili, ci convincono a soprassedere.
Pagato il consueto pedaggio agli innumerevoli negozietti di souvenir, torniamo infine all'auto e puntiamo decisamente su Toronto per gli ultimi due pernottamenti della nostra vacanza. Entriamo nella metropoli dalla periferia ovest tenendoci sempre sulla strada che costeggia il lago e decidiamo di sistemarci nella prima struttura ricettiva che incontreremo: è quasi l'ora di cena e non ce la sentiamo di inoltrarci nel caos del centro cittadino. Individuiamo subito il cartello luminoso vacancy di un motel in zona tranquilla nei pressi di un parco e ci orientiamo decisamente su quello. Ritiro le chiavi alla reception con una certa soddisfazione: non so quante volte, in oltre un mese, ho ripetuto nel mio inglese raccogliticcio i ritornelli serali del tono "we need an accomodation for tonight", "have you two rooms for five people?", "how much is the rate?" e non sempre con successo al primo tentativo. Questa è stata l'ultima volta, cominciavo a non averne più voglia.
Anche per la cena preferiamo non allontanarci dalla zona e seguiamo il consiglio del portiere del motel: il ristorante indicato è "Mamma Martino's", ovviamente di cucina italiana, come del resto quasi tutti quelli che scorgiamo nelle vicinanze.
Decidiamo che non possiamo lasciare questo Paese senza avere scoperto cosa sono le "fettuccine Alfredo", che fin dal primo giorno in Canada abbiamo visto spesso presenti nei menu in tutte le deformazioni immaginabili: fetucinni, fetuccine, fettucinne, fetuccini, fetucine e così via. D'altra parte, i lettori della prima parte ricorderanno gli "spagetti carbenara" che ci avevano fatto scompisciare a Radium Hot Springs!
Tornando alle "fettuccine Alfredo": sarà perché siamo affamati, ma le troviamo apprezzabili, oltre che abbondanti al punto di costituire un piatto unico. Per la cronaca a uso dei curiosi: sono semplicemente quelle che noi chiamiamo "alla boscaiola", cioè pasta, panna, piselli, funghi e prosciutto a dadini.

32° giorno: TORONTO
Toronto è uno degli esempi più palesi, anche più di Vancouver (vedi parte prima), di città multietnica. Il fatto che sia situata nel territorio del Canada è una pura convenzione geopolitica; la città è a tutti gli effetti una metropoli statunitense, cosa che risulta subito evidente dallo stile di vita, dalla struttura urbana, dal traffico, dalle automobili tutte invariabilmente grosse, dall'inglese miagolato con cui si esprimono gli abitanti. Non a caso le squadre di basket e football americano della città partecipano ai campionati degli Stati Uniti. Così come tipicamente americano è quanto ho scherzosamente riferito a proposito delle fettuccine, cioè lacune abissali nella lingua scritta in genere, straniera o inglese che sia: le statistiche dicono che la maggioranza della popolazione, anche quella colta, è sostanzialmente ignorante in fatto di spelling, figuriamoci con una lingua come l'italiano ricca di consonanti doppie, un autentico terreno minato! Anche questa è una tematica argutamente sviluppata nel già raccomandato "Un italiano in America" di Beppe Severgnini (vedi ancora parte prima).
Il nostro motel è a pochi metri da un capolinea di tram che portano in centro, per cui decidiamo di rinunciare alla macchina per evitare la lotteria della circolazione in una città, come ho detto, sterminata. La nostra intenzione è quella di passare la giornata in prevalenza nelle zone commerciali; non aspettatevi quindi un taglio da guida turistica dalla storia della giornata e mezza che ci separa dal nostro aereo per Roma, anche perché siamo in una città moderna che non ha una storia architettonica, fatta eccezione per i begli edifici vittoriani di Yorkville oggi pullulanti di locali e dei negozi più svariati.
Ci dedichiamo quindi all'attività dello shopping compatibilmente con i soldi che ci possono essere rimasti il penultimo giorno di un viaggio di oltre un mese (ma a fregarci ci sono sempre le carte di credito): sotto questo aspetto Toronto è un paradiso, vista la miriade di centri commerciali che si affacciano sulla Yonge Street, considerata la strada cittadina più lunga del mondo. Tra tutti spicca Eaton Centre, il più grande del Canada.
C'è poi da divertirsi anche solo a passeggiare scoprendo i negozi degli articoli più strani gestiti da gente proveniente da tutto il mondo, varietà riscontrabile in pari misura anche per quanto riguarda i ristoranti. Intorno al mezzogiorno ci troviamo nell'intrico delle stradine di Kensington Market e facciamo uno spuntino il un affolatissimo pub pieno di atmosfera, dalle pareti completamente tappezzate con le cose più incredibili. L'ennesima, simpatica stranezza, è qui costituita dai camerieri che portano legato alla cintura uno stereovisore, nei cui oculari i clienti possono passare in rassegna le diapositive raffiguranti le varie portate del menù.
Naturalmente non ci facciamo mancare la salita sulla terrazza panoramica a quota 350 della CN Tower, la torre televisiva di 553 metri che caratterizza il profilo cittadino. Mentre siamo lassù si scatena un temporale e la scena della foresta di grattacieli sullo sfondo del cielo plumbeo attraversato dalle saette sembra presa pari pari da un film catastrofico.
Quando spiove e possiamo tornare all'aperto è ormai l'ora di rientrare, visto che ci aspetta la non invidiabile impresa di preparare le valigie. Cosa che facciamo dopo la nostra ultima cena canadese in un locale nei pressi del motel: ci orientiamo sulla "Caesar salad", ricchissima insalatona presente nei menu almeno quanto le "fettuccine Alfredo".

33°-34° giorno: TORONTO (km. 19 / 9354) - VOLO TORONTO-ITALIA
Gli ultimi ritocchi ai bagagli, il trasferimento all'aeroporto, la riconsegna all'AVIS dell'automobile, gli ultimi acquisti al Duty-free, l'espletamento delle pratiche doganali e non rimane che attendere la chiamata del volo per Roma.
Devo ancora dare un'ultima dritta per la serie "Istruzioni per un uso corretto del Canada". Su tutti gli acquisti viene applicata una tassa (in certi Stati anche un'altra imposta locale), ben specificata sugli scontrini di pagamento, della quale per i turisti stranieri è previsto il rimborso. Conservate quindi tutte le ricevute, fatevi dare dall'ufficio doganale l'apposito modulo, tornati a casa compilatelo rispedendolo poi unito agli scontrini (magari fatene anche fotocopia) e attendete con fiducia. Passerà qualche mese ma un bel giorno arriverà al vostro indirizzo una garbata lettera del Governo Canadese contenente un assegno per il relativo ammontare. Nel mio caso, poco meno di duecentomila lire. Meglio che niente…
L'aereo parte in orario alle 17 per atterrare a Fiumicino, dopo una traversata un po' turbolenta, nel primo mattino del 34° giorno. Ancora un'ultima ora di volo su Genova ed eccoci a mezzogiorno davanti al monumentale vassoio di gnocchi al pesto preparato dalla mamma di Gabriella; il Canada ci è piaciuto moltissimo, ma questi sono meglio delle "fettuccine Alfredo"!

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