Cambogia e Thailandia: antichità e relax - Parte Seconda

in viaggio con BEA in Cambogia , Thailandia

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Cambogia e Thailandia: antichità e relax - Parte Seconda

Il diario di viaggio si ricollega alla Parte Prima, dallo stesso titolo, già pubblicata su questo stesso sito.Tra mare d'incanto e straordinarie bellezze naturali28-29-30-31/12/2003
Passiamo quattro giorni a rilassarci sulla spiaggia prospiciente il nostro albergo: si tratta di una lunghissima distesa di sabbia bianca su un mare azzurrino e dalla temperatura sempre ideale. Il personale di alcuni piccoli bar gestisce la sola fila di ombrelloni e sdraio, rifocillandoci in qualsiasi momento, e direttamente alle nostre sdraio, con bibite fresche e cibo appena cucinato. Per i più esigenti, è possibile anche consumare dei veri pasti completi in una serie di strutture in legno, con tavolo e panche. In aggiunta, sulla spiaggia c'è un continuo passaggio di donne e ragazzine con enormi ceste di frutta, che ti viene sbucciata al momento, o con dei fornelletti a carbonella su cui ti cuociono carne o pesce, o addirittura cariche di parei, camice, souvenir, per risparmiarti anche la fatica di aggirarsi per fare shopping. Se non hanno qualcosa, nel giro di qualche ora te lo procurano.
Verso le sei, al tramonto, torniamo alla nostra stanza a berci un the o un coffee-mix caldi, grazie a un bollitore gentilmente messoci a disposizione, e ci godiamo un film della tv satellitare. Verso le otto, ogni sera, scegliamo un ristorante diverso, sempre sulla spiaggia, per cenare al lume di candela e quasi sempre il sottofondo musicale è il lento infrangersi delle onde sulla battigia. Infine scegliamo un altro bar per berci qualcosa e chiacchierare in totale relax, sotto delle splendide stellate. Noioso? Per noi è serenità, godere finalmente appieno della compagnia dell'altro e un quasi sconosciuto riposo per la mente.
In questo quadro è evidente che non abbiamo la necessità di allontanarci dal nostro angolino di pace e tranquillità: le sole eccezioni sono una scappata in paese per dargli un'occhiata (e per prenotare il necessario per recarci il giorno 1 in Thailandia), e una gita in barca agli isolotti che costellano la costa di Sihanoukville.
L'escursione ci viene proposta e organizzata da Socka, una delle varie venditrici della spiaggia che, fin dal primo giorno, è diventata la nostra fornitrice primaria di ananas e bananine. Non sono riuscita a rintracciare nelle guide della zona il nome dell'isolotto prescelto: probabilmente c'è diversità tra il nome ufficiale e quello usato dalla gente del luogo. In meno di un'ora di traversata, ci fanno sbarcare su una spiaggia dall'insolito color ocra, in un mare smeraldino. L'interno dell'isola, abitata, pare, da una piccola comunità, è molto verde e sovrastata da un buon numero di alte palme: a dispetto del colore dell'acqua molto invitante, abbiamo qualche problema a fare il bagno per via di un tipo di plancton che pizzica la pelle. In realtà non è una cosa inusuale trovarlo a queste latitudini, ma è molto insolito che sia presente in queste quantità: altri bagnanti non si fanno intimidire, sapendo, tra l’altro, che il fenomeno non ha proprietà urticanti; ma il continuo pizzicorino a me dà fastidio e preferisco stendermi al sole in attesa del pranzo che Socka ci sta preparando. Su un fornello sta infatti grigliando pesce e carne e intanto pulisce e intaglia ogni tipo di frutto tropicale immaginabile: il tutto sarà abbondantemente condito dall'immancabile Angkor Beer, che sotto il sole, ci porta immediatamente dopo pranzo a farci una splendida pennica sotto la palma (gli altri, io se non sto al sole non riesco a dormire).
Le giornate passano lentamente, una simile all'altra, nel totale ozio: la nostra vita sociale è costituita da Socka e le sue amiche che spesso sostano sotto il nostro ombrellone a fare due chiacchiere e riposarsi un po' dal lungo camminare sotto il sole. In certi momenti ci ritroviamo letteralmente circondati e scopriamo così che gli schivi cambogiani sono in realtà gente allegra e chiacchierona e, intuiamo, anche un po' pettegola: sicuramente molto curiosa e, una volta superata la timidezza, non finiscono mai di chiederci della nostra vita e del nostro Paese. Sono dei bellissimi momenti in cui ci rendiamo conto di venire in contatto con qualcosa di più della Cambogia: forse con un po' della sua anima.
Il numero di visitatori aumenta vertiginosamente il giorno 31, quando molti cambogiani arrivano a Sihanoukville per festeggiare il Capodanno: forse incoraggiati dal vederci così in "intimità" con altri loro connazionali, il nostro ombrellone diventa un po' il punto di incontro di tanta gente mai vista, che si ferma qualche minuto, ci fa qualche domanda, prima di andarsi a fare il bagno o una passeggiata.
Per il resto il 31 è una serata come le altre per noi: cena sul promontorio che costituisce il culmine della nostra spiaggia e coca e whisky in riva al mare attendendo la mezzanotte, che ci verrà segnalata da botti e fuochi d'artificio. Qua e là ci hanno indicato delle feste sulla spiaggia, ma noi non siamo particolarmente interessati e ci ritiriamo in camera poco dopo esserci augurati il buon anno.

1/1/2004
Non siamo certo i soli ad alzarci all'ora abituale, nonostante la data: la spiaggia è animata come al solito e le nostre ultime ore a Sihanoukville ci permettono di salutare tutti i nostri nuovi amici, non senza un po' di malinconia, perché Sihanoukville, nel suo piccolo, ci ha regalato alcuni giorni veramente piacevoli.
A mezzogiorno ci imbarchiamo su un'altra trappola per topi, identica alla precedente: sulla Lonely Planet ho letto che queste imbarcazioni erano originariamente adibite al trasporto fluviale e poi dirottate su quello marittimo; anche qui veniamo allietati da altri due film di Kung-fu, che pare essere al momento l'unico tipo di filmatografia godibile in Cambogia. All'esterno c'è ancora meno posto che sull'altra imbarcazione, essendo il tetto destinato al trasporto merci, ma insofferente dell'aria condizionata interna, esco subito dopo la partenza e riesco a ricavarmi un posto angusto ma riparato, su una pila di sacchi di riso appena fuori della porticina.
Godendomi il sole e il bel panorama fatto di una costa lussureggiante di foresta e spiagge bianche, il Boutum Sakor National Park, vedo passare abbastanza rapidamente le quattro ore necessarie per raggiungere Krong Koh Kong, da dove un taxi ci porta al posto di confine con la Thailandia. Il disbrigo delle pratiche di uscita dalla Cambogia e l'immigrazione in Thailandia, a Hat Lek, sono cosa di pochi minuti, e nuovamente veniamo raccolti da un taxi collettivo con destinazione Trat.
L'autista è un folle che viaggia a tutta velocità su questa strada del tutto inadatta a una gara di formula 1, e la temperatura interna da ghiacciaia non ci permette neanche di assopirci e quindi sfuggire al tormento del viaggio. Il freddo in compenso ha effetti devastanti su un povero passeggero orientale, che viene scosso per tutto il tragitto da continui eccessi di tosse, rianimando, in noi turisti occidentali presenti, lo spettro di una recrudescenza di SARS: il risultato è che a un certo punto mi accorgo che viaggiamo tutti con una sciarpetta o un fazzoletto davanti alla bocca.
Malgrado queste condizioni di viaggio psicologicamente disagevoli, non posso fare a meno di ricordare quanto raccontato da un profugo cambogiano, Pin Yathay, nel suo libro "Stay alive my son", che proprio su questa strada viene raccolto dai thailandesi dopo una fuga di 40 giorni attraverso la giungla e i posti di blocco dei khmer rossi, senza cibo né una bussola, dopo aver perso ad uno a uno tutti i suoi numerosi familiari, morti di fame e stenti, se non a causa di sommarie esecuzioni.
Arriviamo a Trat alle 19 e troviamo alloggio in pieno centro, nell'unico albergo 'moderno' della città, il Trat Hotel, a 500 Baht (circa 10 euro). Visto che la stanza non possiede grandi attrattive, usciamo a fare un giretto nel famoso mercato notturno e con l'intenzione di cenare di un ristorantino, lo Jiraporn, che avevo sperimentato nel mese di agosto e mi era piaciuto per l'atmosfera, la cucina semplice e la comodità dei tavoli. Insomma, un posto carino dove passare anche il dopo cena. Purtroppo ero forse l'unica estimatrice del locale, visto che risulta chiuso da tempo. Torniamo sui nostri passi, nel mercato pieno di bancarelle, dove i venditori ti cucinano al momento ciò che desideri mangiare: il pesce, si vede, è freschissimo (Trat è famosa per i frutti di mare che vende in tutto il paese) e a prezzi irrisori, i profumi decisamente allettanti, ma proprio mentre stiamo per decidere di accomodarci, il passaggio di un paio di topi, di dimensioni non proprio ridotte, mi fa passare l'ispirazione.
Dopo altro girovagare senza metà, approdiamo tristemente a un KFC (Kentucky Fried Chicken) e ci accontentiamo di pollo patatine e coca-cola.

2/1/2004
Non riesco a trattenermi più dello stretto necessario nella squallida camera del Trat Hotel e alle sette siamo già sul traghetto per Ko Chang. Ad agosto ero stata qui durante un mio viaggio in solitaria nella zona: originariamente avrei dovuto fermarmi per due/tre giorni, giusto per dare un'occhiata in giro, perché essendo piena stagione delle piogge, non avevo grandi speranze di trovare il sole. Invece, complice un insperato tempo discreto, mi ero trattenuta ben 8 giorni, a riposare e a godermi questa bellissima isola piena della tranquillità di una località di villeggiatura fuori stagione. Nelle lunghe passeggiate sulla spiaggia del mio hotel, avevo avuto modo di vedere e visitare alcuni bei resort e mi era venuta la voglia di tornarci con Ivo.
Da qui l'idea di regalargli, come dono di Natale, due notti in un posto meraviglioso, che per viaggiatori con lo zaino come noi, è un vero miraggio.
La mia scelta è caduta obbligatoriamente sul Panviman Resort: bungalow e strutture comuni in stile tradizionale thai, con alti tetti spioventi e rifiniture dorate, un bel giardino curato pieno di statue in terracotta raffiguranti animaletti e bambini che giocano, un grande ristorante sopraelevato con vista mare e una bella piscina con cascatelle e vasche con idromassaggio. Più una serie di altri comfort che non abbiamo avuto il tempo di provare. Ma il pezzo forte è decisamente il bungalow: enorme, interamente realizzato in legno scuro, con una splendida veranda ben arredata, la zona notte delimitata da un imponente letto a baldacchino e la zona giorno con divanetto e poltroncine di fronte a un gran televisore; e infine il bagno in stile balinese, con soffitto trasparente, piante ornamentali e grande vasca angolare con cascatella al centro.
Passiamo la giornata esplorando il resort e rilassandoci sui lettini prospicienti la spiaggia: per via dell'alta marea diurna, fino a verso le quattro del pomeriggio, il mare arriva quasi a lambire le palme del giardino, ma poi, lentamente, comincia a calare per lasciare dietro di sé una distesa di conchiglie (anche se in effetti, la cosa è molto più evidente con il moto ondoso del monsone: non ho mai visto così tante conchiglie come in agosto). Verso le cinque, con la spiaggia tornata a dimensioni "medie", partiamo per una passeggiata sulla battigia, fino al resort in cui stavo la scorsa estate. Ci accorgiamo così che l'isola è piena di campeggiatori, per lo più in partenza, visto che le feste thailandesi per il capodanno sono terminate.
Ko Chang è un parco marino protetto, ragion per cui è consentito il campeggio libero, e inoltre è soggetto a vincoli per la realizzazione di nuove strutture (piuttosto blandi, direi, perché di resort nuovi ce ne sono parecchi). A questo proposito mi raccontavano che il governo thai è molto interessato a dare un forte impulso al turismo sull'isola, ma di volerla in qualche modo preservare, concedendo permessi solo per resort di un certo livello. Allo stesso tempo è in atto un'opera di bonifica della Golden Beach, la prima spiaggia che si incontra arrivando dallo sbarco dei traghetti, quella più popolare e con il maggior numero di alloggi a buon mercato: le bancarelle scompaiono per lasciare sempre più spazio a piccoli centri commerciali e le capanne da pochi baht vengono sempre più spesso trasformate in piccoli graziosi bungalow. E' questa la zona in cui la sera si animano alcuni go-go bar, ma rispetto alle altre isole thai, si tratta di un fenomeno veramente molto limitato.
Le spiagge, a Ko Chang, si trovano tutte sul versante occidentale: alcune più ampie, come la nostra, altre più contenute o in piccole conche protette da isolotti. Sul versante orientale, il fondale è ghiaioso e non c'è sviluppo turistico mentre il centro dell'isola è fatto di monti e giungla impenetrabile, tagliata qua e là da qualche corso d'acqua che dà origine a un paio di cascate e a degli estuari pittoreschi.
Consumiamo la cena al Panviman: nonostante il resort sia al completo, il ristorante è quasi vuoto, perché andare a tavola alle otto è considerato molto tardi dagli altri ospiti. Ceniamo così in una bella atmosfera rilassata, con pesce e crostacei grigliati al momento, Singa Beer, musica, e ottimo servizio per un totale di circa 20 dollari.

3/1/2004
La giornata trascorre come la precedente: facciamo i signori nel nostro stupendo resort. Unica variante è la cena: sempre al Panviman ma in compagnia di Claudio, un amico fiorentino conosciuto qualche anno fa durante un mio viaggio in India. Siccome si trovava "in zona", ci ha raggiunto per trascorrere qualche giorno con noi. Passiamo un paio d'ore a raccontarci le esperienze più recenti e ci diamo appuntamento per il giorno successivo. I nostri giorni al Panviman sono purtroppo terminati e da domani ci trasferiremo tutti e tre in un resort più consono al nostro portafogli.

4/1/2004
Passiamo al Panviman anche quest'ultima mattinata: traslocare con la colazione luculliana che ci siamo ingollati sarebbe, del resto, un'impresa ardua.
Durante il mio soggiorno estivo, avevo visitato anche un altro bel resort, il Paradise: all'epoca più che un hotel era un cantiere, ma da quello che avevo potuto vedere prometteva bene e mi ero presa nota del numero di fax, per poter eventualmente prenotare. Nemmeno ora è completamente terminato, il ristorante è ancora ben lontano dall'essere pronto, ma è decisamente un bel posto: per 65 euro al giorno (quest'anno ci permettiamo di scialare!) ci facciamo assegnare un bungalow nuovissimo a circa due metri dalla spiaggia. Al di là delle comodità, il pezzo forte è, senza ombra di dubbio, la veranda sul mare: non vorrei mai lasciarla, ma ogni tanto Ivo e Claudio mi costringono ad arrivare fino alla spiaggia a prendere il sole, a cercare conchiglie o a mettermi un po' a mollo nel mare cristallino. Dalla nostra veranda ci godiamo anche uno splendido tramonto rosato.
Appena fuori del Paradise, alcuni ristorantini ci offrono, a cifre modiche, dell'ottimo pesce fresco; poi, dopo aver fatto un giretto per informarci circa l'affitto di due motorette per l'indomani, ritorniamo alla nostra casa sulla spiaggia. Che vitaccia!

5/1/2004
Consci di aver poltrito per vari giorni e di non aver dedicato all'isola l'attenzione che merita, affittiamo due scooter e con Claudio iniziamo a perlustrare l'isola, o quanto meno la costa occidentale.
Ko Chang, che ha vagamente una forma a goccia, è quasi interamente costituita da giungla e rilievi; l'unica strada esistente, che si snoda lungo la costa, ancora non copre l'intero perimetro dell'isola, e lascia i collegamenti con tutta la zona sud alle barche in partenza da Bang Bao, un villaggio di pescatori pre-esistente allo sviluppo turistico.
Il Paradise si trova nella seconda grande baia oltre lo sbarco dei traghetti, che si trova sulla punta più a nord: di conseguenza decidiamo di partire per l'esplorazione andando verso sud. Incontriamo una serie di piccole spiagge attrezzate, con dei villaggi limitrofi fatti di pensioncine, piccoli resort economici, bar e negozi di souvenir. All'improvviso la strada cambia conformazione: comincia a salire, allontanandosi un po' dalla costa, per poi ridiscendere vertiginosamente verso il basso, e infine lasciare il posto a una serie di tornanti, completamente immersi negli altissimi alberi della zona. Si tratta di una sorta di ottovolante stradale, dove le motorette si trovano spesso ad arrancare. Qua e là qualche scorcio di spiagge bianche, molto più in basso e difficilmente raggiungibili; o gruppi di bungalow costruiti su palafitte nel mezzo della foresta: alcuni in stato di abbandono, altri (incredibile!) abitati, probabilmente, da gente alla ricerca di un contatto totale con la natura. E dietro l'ennesima curva, all'improvviso, un bar o un centro massaggi, frequentati non si sa bene da chi.
Superiamo Bang Bao, curiosi di vedere dove porta la strada, che infatti si arresta poco oltre, alla sbarra d'accesso a un insolito resort, il Grand Laguna, dove, ci spiegano, sono possibili strane forme di alloggio: in chalet sulla collina, per esempio, o a bordo di un'imbarcazione. Sospendiamo qui la ricognizione e torniamo a Bang Bao.
Si tratta di un villaggio di pescatori all'interno di un'ampia baia, interamente costruito su alte palafitte: le abitazioni, i negozi, i ristoranti e un paio di pensioni hanno il loro sbocco su una lunga passerella, larga un paio di metri e lunga circa 200, che svolge la funzione di strada principale. La sua parte finale, dove il livello dell'acqua consente sempre l'approdo delle imbarcazioni, costituisce il molo d'attracco per pescherecci e barche destinate alle gite agli isolotti vicini. Ad agosto avevo fatto questa escursione, ed è veramente meritevole: una serie di isole, alcune poco più che scogli, completamente ricoperti di fittissima vegetazione; qua e là delle lingue di sabbia di bianca e un mare di smeraldo pieno di pesci tropicali.
Quando arriviamo noi a Bang Bao, c'è alta marea e il villaggio si presenta al suo meglio; quando l'acqua scompare, invece, è decisamente poco pittoresca la visione del fondale fangoso, ma riconosco che malgrado l'elevata temperatura, non mi è mai capitato di sentire aromini spiacevoli. Nell'insieme il villaggio è infatti piuttosto ordinato e pulito e posso capire chi ha deciso di alloggiare qui. Decidiamo così di tornare stasera per cena.
Faccio un po' di shopping nell'unico ma ben fornito negozietto, sotto gli occhi critici e rassegnati di Ivo e Claudio, che non fanno altro che lamentarsi di quanto sia noioso accompagnarsi a una donna in questi frangenti: ovviamente, dopo tanto parlare, necessitano di una sosta bar, ma ripartiamo subito dopo alla ricerca di una spiaggia di nostro gradimento per farci un bel bagno. Al culmine di una serie di tornanti, troviamo una stradina laterale non asfaltata e ci lanciamo verso Siam Beach, che risulta essere una piccola baia a mezzaluna con una mare azzurrino. Stendiamo i nostri teli e ci rilassiamo al sole, anche se dopo pochi minuti, siamo tutti e tre seduti a mollo in questa piscina naturale a farci quattro chiacchiere e ad osservare ciò che ci circonda: sulla spiaggia sono in avanzato stato di costruzione una serie di bungalow in muratura, mentre sulle due estremità ci sono delle strutture già esistenti, una delle quali risulta essere un bellissimo resort, e ancora una volta ci ritroviamo ad interrogarci circa l'effettiva entità dei vincoli imposti allo sviluppo dell'isola.
Il sole e il caldo non ci danno tregua neanche in acqua. Scopriamo inoltre che sdraiarsi direttamente sulla sabbia crea dei problemi con certi invisibili abitanti ghiotti del nostro sangue. Decidiamo quindi di cercare rifugio e refrigerio in un bar che si intravede dalla spiaggia, per mangiare qualcosa seduti in comodi gazebo con vista sul mare: o quanto meno, Ivo ed io mangiamo qualcosa mentre Claudio si accontenta di studiare gli effetti della nona Singha Beer su un paio di turisti tedeschi seduti al sole. Il cameriere infatti prima si dimentica di lui per circa 15 minuti, poi, sollecitato, porta l'ordinazione sbagliata; poco dopo porta il suo piatto ma un altro cliente, per accorgersi alla fine che si trattava dell'unica porzione disponibile. Quando arriva il proprietario del ristorante per cercare di capire cosa sia successo, Claudio ha già deciso che un po' di dieta per oggi non gli farà male: tra l'altro non mi ci è voluto poco a far capire che non avrei pagato il conto per intero visto che Claudio non era riuscito a consumare il suo pasto.
Dopo essere riusciti a risalire la sterrata, non senza qualche problema, riprendiamo il nostro vagabondare per qualche ora, visitando altre spiagge e godendoci altri panorami. Ci spingiamo fino al lato orientale, percorrendo un buon tratto di strada, ma siamo costretti a rientrare perché la motoretta di Claudio pare consumare molto più della nostra e rischia di dover fare ritorno in albergo a spinta: le pompe di benzina non sono molto equamente suddivise sull'isola.
Bang Bao è molto tranquillo la sera e la sua calma ci è molto gradita dopo l'adrenalina prodotta dal percorso sull'ottovolante stradale nel buio totale: scegliamo un ristorante a caso e ci facciamo una bella mangiata di pesce appena pescato. Decidiamo poi di fare una scappata a visitare i famosi go-go bar: per lo più si tratta di strutture quadrangolari in legno dove alcune ragazze intrattengono gli avventori chiacchierando, poco, e giocando con loro con dei passatempo o piccoli giochi in scatola, e, tra un drink e l'altro, accordandosi per il dopo chiusura. Ci fermiamo giusto il tempo di un whisky e coca, sotto lo sguardo attento di un bel numero di ragazze che, malgrado la mia presenza, lanciano segnali di incoraggiamento a Ivo (anche perché probabilmente è l'unico uomo sotto gli anta in zona) e facciamo poi ritorno al nostro resort, lasciando libero Claudio di gestirsi al meglio il resto della serata.

6/1/2004
Decisamente l'anno bisestile non butta bene per Claudio, che dopo tutti i contrattempi di ieri, si ritrova oggi ad avere un piccolo incidente con la moto: cosa del tutto inaspettata per uno che percorre in scooter più di 10mila km all'anno. Fortunatamente niente di più di qualche escoriazione e una botta, che ci costringono a passare la nostra ultima giornata alla nostra spiaggia. Non si tratta certamente di un grosso sacrificio alternarsi tra la veranda e le sdraio o il mare, ma siamo tutti e tre decisamente sotto tono, chi per gli evidenti "disagi post-traumatici" e chi per l'approssimarsi della fine della vacanza. Una passeggiata sulla battigia, un ultimo drink sulla spiaggia, l'ennesimo tramonto da cartolina e la giornata passa molto più rapidamente delle precedenti. Ci ritroviamo a salutare Claudio, che si trattiene ancora un giorno, e a preparare tristemente i nostri zaini.

7/1/2004
Alle 7 la navetta della Bangkok Airways che ci deve portare all'aeroporto di Trat, passa a prenderci: ormai, come sempre al termine di una vacanza, il mio unico pensiero è di tornare a casa nel minor tempo possibile.
L'agonia del rientro viene invece già in partenza prolungata perché mentre siamo già in attesa del traghetto, l'autista viene informato che ci sono sei passeggeri dimenticati in un resort e ripartiamo quindi a tutta velocità per andare a recuperarli. Grazie alle doti di pilota dell'autista e a una notevole dose di fortuna, riusciamo comunque a prendere il traghetto e nel giro di un'ora siamo al nuovissimo aeroporto di Trat: come tutti gli aeroporti appartenenti a questa compagnia aerea, che ha l'esclusiva su certe località come Ko Samui e Sukhotai, anche quello di Trat si presenta come un gruppo di padiglioni aperti e degli immensi giardini molto curati. Pago i biglietti prenotati telefonicamente qualche giorno fa e dopo poco siamo già a bordo del velivolo allegramente decorato.
Il tragitto è molto breve e il volo per Dubai non partirà che in serata, lasciandoci così un buon numero di ore per visitare Bangkok, che Ivo non ha mai visto.
Che dire? Pessima idea. Erano anni che non passavo da BKK in questo periodo dell'anno, ma nel corso della giornata mi sono lentamente ricordata di quali livelli di assurdità possa raggiungere il traffico nella capitale thailandese, vivendolo nuovamente sulla nostra pelle.
Secondo un programma già collaudato più volte, prendiamo il treno che ferma proprio di fronte all'aeroporto: già qui, per quanto possa sembrare assurdo, il percorso mi è sembrato interminabile rispetto ad altre occasioni. In stazione c'è un comodo ufficio informazioni dove chiedo conferma di quale sia il pullman cittadino che porta alla zona del Palazzo Reale: lo scopo è quello di effettuare una rapida visita, un giretto sul fiume Chao Praya, che scorre alle spalle del Palazzo e raggiungere poi con un taxi un buon ristorante di mia conoscenza per riposarci e fare un buon pasto prima dei lungo viaggio di ritorno. Un programma semplice e non troppo impegnativo e, a mio parere, fattibile nelle ore a nostra disposizione se non fosse che, già per il tragitto fino al Palazzo Reale, invece dei 20 minuti impiegati nell'agosto di due anni prima, ci mettiamo più di un'ora.
Le strade sono completamente intasate di vetture e il traffico è semplicemente fermo. I semafori cambiano colore senza che ci si muova di un metro per parecchi minuti: direi che l'unico aspetto positivo è che, per un milanese o per un romano, può risultare consolatorio rendersi conto che il traffico italiano è uno scherzo in confronto a questo. Ed è forse inutile sottolineare cosa tutto questo significhi per la qualità dell'aria, sotto il sole implacabile della stagione calda e 35 gradi per la quasi totalità delle ore di luce.
Snervati dall'esperienza, rimaniamo decisamente avviliti alla vista della coda necessaria per l'acquisto dei biglietti prima, e l'affitto di capi di abbigliamento appropriati alla visita dopo (non sono permessi sandali, abiti sbracciati, pantaloni corti ma ti forniscono gratuitamente l'occorrente per renderti presentabile secondo i loro canoni). Con la fatica fatta per arrivare qua, tuttavia, insisto per entrare e fare la visita. Come presumibile, però, anche la visita è un flop, vista la moltitudine di persone che riempiono la quasi totalità dei cortili e si assiepano davanti ad ogni possibile scorcio fotografabile. Non puoi rilassarti un attimo che qualcuno ti porge la macchina fotografica e ti chiede se cortesemente gli puoi fare una foto.
Mi astengo dall'esprimere commenti sul valore artistico e architettonico del Palazzo: sinceramente non sono riuscita a farci molto caso. Infatti va da sé che dopo una rapida occhiata ci avviamo verso l'uscita: se c'è una cosa che Ivo detesta è la folla e vedo che già da un po' ha superato la propria soglia di sopportazione. E' tardi, quindi il giretto sul fiume salta e prendiamo direttamente un taxi per il ristorante. Sono già le due passate ma da queste parti la cucina non chiude mai ed è possibile mangiare a qualunque ora del giorno e della notte: forse perché non si può mai stimare con certezza il numero di ore necessarie per raggiungere la meta? Non abbiamo occasione di chiederlo perché, dopo venti minuti in cui abbiamo percorso circa 50 metri, chiedo all'autista quanto vuole per portarci all'aeroporto e decidiamo così di cambiare la destinazione: allontanandoci dal centro, la circolazione scorre un po' meglio e in circa un'ora ci ritroviamo seduti a un fast food all'interno dell'aeroporto, fondamentalmente felici di esserci.
Purtroppo i voli di rientro non sono molto ben congegnati: durante la lunghissima attesa notturna a Dubai, ci adeguiamo alle abitudini locali e stendiamo sulla moquette una coperta sottratta dall'aereo così da dormire per terra aspettando il volo per Zurigo (non c'è stato verso di trovare posto su quelli per Milano e Roma).
Giunti a Zurigo, ritirando la carta d'imbarco, scopriamo che per via di uno sciopero in atto negli aeroporti italiani, la partenza subirà un certo ritardo: e poi dicono che non è vero che gli anni bisestili portano male! Troviamo posto nelle Day Rooms interne all'aeroporto per dormire qualche ora in un vero letto, ma veniamo svegliati all'improvviso con anticipo perché lo sciopero è stato sospeso e il nostro aereo è in partenza. Tanto di cappello all'organizzazione aeroportuale che ci ha svegliato e che, soprattutto, spiega la situazione al personale incaricato dell'imbarco del nostro aereo, dove fortunatamente ci aspettano: dopo questa piccola odissea, ci mancava soltanto di perdere l'aereo.
Per la cronaca: a Malpensa niente nebbia. Almeno questo! Visto l'andazzo, mi ero già preparata psicologicamente a un eventuale atterraggio a Genova. Il giorno 8 gennaio, senza cappotti!

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