Cambogia e Thailandia: antichità e relax - Parte Prima

in viaggio con BEA in Cambogia , Thailandia

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Cambogia e Thailandia: antichità e relax - Parte Prima

 

Di solito le mie vacanze con Ivo, il mio fidanzato, sono all'insegna del relax, del caldo e del mare. E così pareva che dovesse essere anche questa vacanza di Natale del 2003. Sfumate altre ipotesi, mi rimanevano delle opzioni su voli per Bangkok e quindi la prospettiva di una vacanza mare da queste parti.
Una domenica pomeriggio, però, durante una puntata di “Alle falde del Kilimangiaro”, Ivo mi dice: “peccato che qui tu ci sia già stata perché mi piacerebbe andarci”. Si riferiva alla città Khmer di Angkor, in Cambogia. Il giorno dopo cercavo di concretizzare la questione voli con l'agenzia, per poter poi prenotare su internet il volo BKK-Siem Reap con la Bangkok Airways.
E così è iniziata la preparazione di questo nostro splendido viaggio in un Paese che mi era rimasto nel cuore: la prima volta c’ero stata nell'agosto del 1999, quindi nella stagione delle piogge, e avevo così visitato i vari complessi sia sotto il sole sia sotto una suggestiva pioggerellina, come ci si può aspettare andando nella giungla.
Alcuni amici erano poi stati l'anno prima nella località di Sihanoukville, cittadina di mare nel sud del Paese, e l'avevano trovata piacevole, mentre nell'agosto precedente io stessa ero stata alcuni giorni sull'isola thailandese di Ko Chang, quasi al confine con la Cambogia, e mi ero trovata molto bene. Sulla base di tutti questi elementi, la vacanza stava prendendo forma.

Da non perdere

21 e 22/12/2003
Alle 13,00 partiamo da Linate per raggiungere Roma, da dove partirà il nostro volo Emirates per Bangkok, via Dubai. Tentiamo di imbarcare il bagaglio con destinazione finale Siem Reap, nonostante il nostro biglietto cartaceo sia solo per BKK, e proprio per questo motivo al banco ci rispondono che è impossibile. Fortunatamente a Roma capiscono la nostra esigenza e l'operazione non risulta poi così difficoltosa: avevo, infatti, una prenotazione da BKK a Siem Reap in coincidenza, ed uscire dall'area internazionale per il recupero dei bagagli avrebbe richiesto tempo, formalità doganali inutili e tasse di imbarco aggiuntive (500 Baht a testa = circa 10 €).
Il viaggio si è svolto tranquillamente, tra film, pasti a orari assurdi e due belle birre in piena notte nel gigantesco aeroporto di Dubai, per ingannare l'attesa del volo successivo. A BKK ci aspettavano i nostri biglietti per l'ultimo volo di questa lunga serie, che ci ha visto un po' provati ma eccitatissimi per l'avvicinarsi della meta: non ho calcolato quanto sia durato esattamente questo viaggio, tuttavia, tra voli e fuso orario, siamo arrivati in Cambogia verso le 20 del 22 dicembre.
Proprio in previsione di questo tardo arrivo, tramite un sito avevo prenotato un hotel: sbrigate le pratiche di immigrazione in questo aeroporto straordinariamente diverso dalla specie di hangar in cui ero arrivata 4 anni prima, all'uscita era prevista la presenza dell'autista del nostro albergo. Purtroppo tra la ventina di persone in attesa dell'arrivo dei passeggeri, nessuno regge un cartello con il nostro nome, né, del resto, quello del nostro hotel: l'avventura comincia.
La popolazione cambogiana è estremamente cordiale, e anche in questa occasione si dimostra tale, informandosi circa la nostra destinazione e dicendoci che non c'è nessuno inviato dall'hotel prescelto: mentre parlo, vedo uno di loro che, pensando di non essere visto, sfoglia velocemente una specie di quadernone ad anelli e si fa poi largo nel gruppo dicendo di essere lui il nostro autista. A riprova, mi mostra il nome dell'hotel stampato in grande sul suo "book": capisco che nelle altre pagine ci sono i nomi di tutti gli altri hotel della zona ma, per premiare questa sorta di spirito di iniziativa imprenditoriale e l'indubbia faccia tosta, mi faccio confermare che il tragitto fino all'hotel è gratuito e saliamo sul suo taxi.
Nonostante la stanchezza e la quasi certezza che della nostra prenotazione non ci sia traccia, non posso non notare la profonda trasformazione subita dalla strada che conduce in città, un tempo completamente priva di costruzioni e ora costellata di giganteschi hotel per gruppi organizzati; altrettanto impressionante è la vita che anima Siem Reap, piena di luci, locali, supermarket, gente, in totale contrasto con la cittadina buia e semideserta che ricordavo io, dove una sera, per bere qualcosa al famoso Grand Hotel d'Angkor, ci siamo dovuti armare di torce perché la strada era pressoché priva di illuminazione.
A riprova del fatto che il nostro autista non aveva nulla a che fare con il nostro albergo, per prima cosa ci porta nell'hotel sbagliato, poi sbaglia strada, infine, quando trova quella giusta scopre che ci sono dei lavori in corso e che è transitabile solo entrando dalla parte opposta a quella che cerca di imboccare. Inutile dire che all'hotel non hanno la più pallida idea di chi siamo: riconoscono la validità della nostra prenotazione, sono molto dispiaciuti del contrattempo, ma purtroppo sono al completo.
L'autista gongola e si offre di portarci alla ricerca di un'altra stanza: nel frattempo, girando cinque o sei alberghi a mendicare un letto, ci accordiamo con lui per farci accompagnare nelle visite dei due giorni successivi per un forfait di 65 dollari. Riconosco che avremmo senza dubbio potuto trovare a meno e di meglio, in quanto il nostro autista conosce ben poco la lingua inglese, che sa usare soprattutto per non scendere al di sotto di questa cifra: oltretutto, scopriremo poi, non è neanche molto simpatico né preparato a dar suggerimenti utili o informazioni. Ma vista l'ora, la stanchezza e il desiderio di non perdere neanche un minuto l'indomani per cominciare la visita, accettiamo la spesa e finalmente troviamo posto all'Angkor Pich Hotel: senza infamia né lode, 25 dollari per una stanza ampia, pulita e un po' squallida. Nel giro di mezz'ora siamo già nel mondo dei sogni.

23/12/2003
Alle 8,00, puntale arriva Tom (un nome di comodo, suppongo), cambiamo venti dollari in moneta locale per le piccole spese - perché qui il resto tutto si paga in dollari - e partiamo per quello che a mio parere è uno dei siti archeologici più spettacolari del mondo. Angkor non è una città, ma il risultato di successive riedificazioni da parte di diversi re khmer della capitale del loro impero, sia per gloria propria, che a scopo ricostruttivo a seguito di invasioni da parte dei bellicosi vicini. Si tratta di una serie di magnifici monumenti religiosi, sedi cerimoniali, enormi bacini idrici con funzioni rituali e residenze reali costruiti in epoche diverse, ma per lo più tra il IX e il XIV secolo, periodo del massimo splendore della raffinata civiltà khmer, su un’estensione di territorio che copre circa 200 kmq (da qui la necessità per noi di avere un mezzo e un autista). L'ammirevole opera dell'uomo è stata poi resa ancor più scenografica dalla giungla che in secoli di semi-abbandono del sito si è rimpossessata dei propri spazi.
Il biglietto di ingresso valido per tre giorni, con tanto di foto dell'intestatario, ci costa 40 dollari e viene rilasciato in una sorta di casello autostradale che è la biglietteria, quella che una volta era un semplice chiosco lungo la strada.
Dopo una rapida colazione in uno dei tanti ristoranti all'interno della zona centrale del sito, iniziamo la visita dalla cittadella fortificata di Angkor Thom, la "grande capitale". Partiamo da una delle cinque porte che si aprono sui 12 km di mura e i 16 km di fossati che la circondano: ogni porta, alta 20 metri, è sovrastata da quattro esemplari della figura simbolo di Angkor Thom, il volto del Bodhisattva, una potente e benefica creatura divina del buddhismo. Davanti alla porta una fila di 54 divinità da un lato e una di 54 demoni dall'altro, costituiscono le sponde della strada sopraelevata che passa sul fossato: nella poca acqua che resta al suo interno galleggiano le ninfee.
L'impatto è splendido ma niente può preparare alla vista del Bayon, il tempio principale della cittadella, e soprattutto all'esperienza di aggirarsi sulle sue terrazze tra i 172 Bodhisattva che ne ornano le guglie. Fortunatamente, un grosso gruppo di turisti, che ci rovina i primi minuti di visita, si allontana lasciandoci quasi soli sotto lo sguardo enigmatico della divinità e a perderci lungo i 1200 metri di splendidi bassorilievi che lo ornano nella parte inferiore.
Passiamo tre ore buone tra questo e gli altri templi limitrofi, alcuni interamente visitabili, altri attualmente sottoposti a lavori. Ci arrampichiamo sui ripidissimi scalini che portano alla cima, sotto un sole implacabile, che sottolinea maggiormente lo sforzo di salita lungo il tempio-montagna (il mitico Monte Meru) verso il santuario centrale. Neanche sulla sommità il caldo diminuisce, ma lo sforzo viene ripagato dalla vista del complesso nel suo insieme, del viale che porta al Bayon su cui si affacciano le varie strutture che stiamo visitando, e cerchiamo di immaginare come doveva essere il tutto all'epoca del suo massimo splendore.
Uno dei monumenti che mi colpisce di più è la Terrazza del Re Lebbroso: si tratta di una piattaforma in pietra alta 7 metri, ricoperta da cinque ordini di preziosi rilievi, su cui si posizionavano i membri della corte per assistere a sfilate o a cerimonie pubbliche. La grossa sorpresa, rispetto alla mia visita precedente, è che è stata portata alla luce, all'interno della facciata esterna, una sorta di seconda facciata, completamente intatta, costituita da tre ordini di altrettanto raffinati rilievi raffiguranti apsara, naga, personaggi vari della mitologia khmer. Si è creato quindi una sorta di camminamento interno in cui ci soffermiamo a lungo a fotografare e ad ammirare questi piccoli capolavori che hanno superato del tutto indenni le ingiurie del tempo e gli atti vandalici, nonché le sottrazioni da parte dei contrabbandieri di opere d'arte, che in tanta parte di Angkor hanno scalpellato via visi e particolari di altri rilievi e sculture.
Tom ci porta poi a visitare altre zone ma la visita successiva più importante è indubbiamente quella del Ta Prohm, uno dei templi più suggestivi del complesso. Al di là della bellezza propria del tempio, possiamo qui ammirare lo spettacolo della natura che si riprende il proprio territorio: quasi tutti gli altri templi principali di Angkor hanno, infatti, subito dei processi di ristrutturazione, e in particolare un quasi completo smontaggio e ricostruzione per eliminare cedimenti e fessurazioni della struttura. Al Ta Prohm, questo non è stato fatto, lasciando questo imponente tempio fatto di gallerie, cortili interni, stretti passaggi parzialmente ostruiti dai crolli, in balia dei muschi che coprono i rilievi e delle piante che nei secoli hanno avviluppato con le loro imponenti radici ali intere della costruzione e che ora svettano sopra il Ta Prohm immergendolo in un'atmosfera incantata.
Tre anni fa, durante la visita, piovigginava, e questo mi aveva infastidito parecchio, ma riconosco che era ancora più suggestivo. Inutilmente cerco di rintracciare certi angoli nascosti che mi erano stati segnalati dai bambini che normalmente stazionano qui a dare informazioni ai turisti. Oggi di loro non c'è traccia e quando chiedo, mi dicono che al pomeriggio vanno a scuola. Sono contenta per loro.
Suona decisamente blasfemo definire gli altri templi 'minori' ma è inevitabile quando si paragonano con l'Angkor Wat, la "capitale-tempio", ultima tappa dell'odierno pellegrinare.
Affaticati e accaldati, acquistiamo delle bibite e della frutta al suo esterno e ci accingiamo ad iniziare la visita.
Percorriamo la strada lastricata di circa 500m che porta a uno degli ingressi, passando sul fossato ampio ben 200m che crea l'effetto ottico di un lago attorno al complesso sacro. Il tempio ha una facciata larga 1500m ed è profondo 1300m: l'interno è costituito da tre serie di porticati posti a livelli ascendenti: l'ultima arrampicata è veramente dura, con minuscoli gradini altissimi, che ci portano al cuore del tempio stesso, costituito da un pinnacolo circondato da quattro torri minori. Ci sediamo qui in cima e passiamo un'ora buona ad osservare il panorama e mangiare le nostre banane, nella più totale calma e tranquillità malgrado il notevole numero di turisti in visita. Probabilmente l'atmosfera di Angkor è riuscita a tranquillizzare anche i gruppi più rumorosi. Di tanto in tanto qualche monaco vestito di arancione fa la sua comparsa e rende ancora più pittoresco l'insieme: un luogo ideale per riflettere e fare un po' di introspezione, ma anche semplicemente per lasciar correre la mente.
Tornati a malincuore alla prima serie di porticati, seguiamo tutta la galleria che circonda il tempio ad ammirare gli splendidi rilievi che la ornano: un'opera veramente imponente.
La stanchezza si fa comunque sentire e chiediamo a Tom di portarci direttamente al ristorante invece che all'hotel, per cenare presto e poterci poi andare definitivamente a riposare: ero infatti sicura che una volta visto il letto, non ce l'avrei fatta ad uscire di nuovo.
Il ristorante prescelto è il Bayon, dove nel mio primo viaggio avevo consumato, con estrema soddisfazione, tutti i miei pasti: non si tratta più del vecchio edificio con i tavolini scarsamente illuminati nello stretto cortile ma di una palazzina su due piani, elegantemente addobbata e piena di luce. Ci sentiamo in effetti due pezzenti, reduci come siamo da una giornata di sole, arrampicate e giungla, ma ci facciamo coraggio e ordiniamo varie specialità, tra cui, memorabile, il curry di gamberetti in latte di cocco, servito in una noce di cocco, e il Volcano, una sorta di fornelletto che viene portato al nostro tavolo e su cui noi stessi cuciniamo poco per volta carne e verdura e un po’ di brodo. Una vera delizia per gli occhi e il palato per 20 dollari: decisamente i prezzi sono molto diversi da quelli di una volta - questo ci spiega perché i proprietari abbiano potuto aprire anche il Bayon II, provvisto di parcheggio per pullman - ma sono assolutamente soldi ben spesi. Quando usciamo per tornarcene mestamente al nostro hotel, il ristorante è al completo.

24/12/2003
Dopo aver acquistato i biglietti della barca che domani ci porterà a Phnom Penh, partiamo con destinazione Banteay Srei, un vero gioiellino dell'arte Khmer. Fortunatamente la strada è stata asfaltata perché i 30 km di sterrata fatti l'altra volta, oltretutto nella stagione delle piogge, avevano richiesto due interminabili ore di sobbalzi. In compenso, una volta arrivati, non c'era nessuno a visitare questo piccolo complesso di tempietti dalle tinte rosate e riccamente ornati, mentre oggi la folla è intollerabile. La situazione è aggravata dai lavori di restauro in corso, che precludono l'accesso a circa la metà del sito e che, soprattutto, ci costringono ad incanalarci in una sorta di serpentone di gente per effettuare la visita. Arrivati all'altezza di una strettoia, il gruppo di ben otto turisti coreani che ci precede si blocca e il loro incaricato di turno scatta le foto della comitiva con ben otto apparecchi diversi! Anche Ivo, normalmente imperturbabile, si lascia andare a commenti piuttosto pesanti.
Ripartiamo per Kbal Spean, un sito nuovo per me perché a suo tempo la zona era chiusa ai turisti per via dello sminamento ancora in corso. Dopo aver percorso un sentiero in salita per circa 20 minuti, raggiungiamo il cosiddetto Fiume dei Mille Lingam: si tratta di un piccolo corso d'acqua sul cui fondale roccioso i Khmer hanno scolpito centinaia di lingam (i simboli fallici della religione indù) e alcune figure di divinità e animali. Purtroppo molti bassorilievi sono stati deturpati, i visi delle divinità prelevati, lasciando i soli corpi, ma il sito ci è piaciuto molto lo stesso, anche per via della bella passeggiata nel verde che consente di fare.
Rientriamo ad Angkor facendo ancora soste lungo il percorso per visitare altri complessi: il Banteay Samré, con il suo fossato interno e l'attiguo bacino, sul cui approdo fanno bella mostra di sé i tipici leoncini khmer, che tanto mi piacciono; il Mebon orientale, un tempio-montagna con statue di elefanti sui quattro angoli; il Ta Som, la cui porta di accesso, il gopura, è stata completamente inghiottita dalle radici di un albero; il Preah Neak Pean, un piccolo tempio costruito al centro di una vasca di 40 metri di lato, contornata a sua volta da quattro vasche; il Preah Khan, un altro enorme tempio non ricostruito, parzialmente in balia di licheni e piante.
Nella nostra mente le immagini e i luoghi cominciano a sovrapporsi e decidiamo così di porre termine alla visita di Angkor. In realtà l'ideale sarebbe passare almeno tre/quattro giorni, se non di più, a vedere ciò che i Khmer ci hanno lasciato, possibilmente senza programma e tempistiche, e perdersi completamente nella bellissima giungla che non fa solo da sfondo ma svolge un ruolo da comprimario: il sole che filtra tra i rami, le foglie secche che cadono ininterrottamente e danno ad intendere una nuova nascita già in corso, i continui segnali di ignoti animali e l'immancabile cinguettare degli uccelli.
Tom ci lascia in paese di fronte al mercato, che visitiamo brevemente, facendo qualche piccolo acquisto anche nei nuovi negozi lì attorno, e ci incamminiamo verso il nostro hotel, non senza aver goduto di mezz'ora di massaggio ai piedi al costo di tre dollari a testa.
Per cena optiamo per il Banteay Srei Restaurant che secondo la Lonely Planet offre la cucina khmer genuina: la zuppa che i gentilissimi proprietari ci consigliano non è decisamente adatta al mio olfatto, per via di un persistente odore di pesce stantio (se non marcio!). Ivo dice che poi, al palato, risulta più delicato, ma io preferisco fidarmi della sua parola e non verificare personalmente.
Dopo cena facciamo molta fatica a trovare un telefono pubblico per prenotare un hotel a Phnom Pehn finché non scopriamo che le cabine telefoniche sono in realtà delle persone sedute lungo la strada che ti cedono il loro cellulare per la chiamata e poi ti calcolano la tariffa. Troviamo senza problemi al Sunshine per 20 dollari. Sconvolti da questa ulteriore giornata intensissima, raggiungiamo la nostra stanza per preparare lo zaino. Potrei stare giorni e giorni a girovagare nel mondo incantato di Angkor e già immagino un futuro soggiorno che mi permetta di visitare alcuni siti più distanti, sepolti nella giungla.

25/12/2003
Non ci rendiamo nemmeno conto che è Natale, vista la partenza ad orario antelucano. Per le sette Tom ci lascia all'imbarcazione che in cinque ore circa ci porterà a Phnom Penh attraversando il Tonlè Sap, l'immenso lago al centro del paese. La strada che raggiunge l'attracco ci mostra una zona estremamente degradata e le povere scene di vita domestica a cui si assiste, anche se solo di passaggio, ci colpiscono profondamente.
L'imbarcazione è la tipica trappola per topi: lunga, piena e con solo due minuscole uscite; molti decidono di fare la traversata seduti sul tetto, ma noi, con estremo fatalismo, ci accomodiamo nei posti assegnati. Ivo si perde davanti a un paio di film di arti marziali, mentre io, quando inizia a fare più caldo, esco a filmare scene di vita sul lago (che poi diventa fiume), godendomi l'arietta e il sole.
Arietta di cui sento molto la mancanza una volta raggiunta la capitale, sotto il sole implacabile di mezzogiorno: sulla terrazza del molo un'infinità di gente all'ombra dei loro parasole attende l'arrivo di parenti, pacchi, turisti. A ricompensa del mancato incontro all'aeroporto di Siem Reap, qui noto tra la folla ben due cartelli che indicano, più o meno, il mio nome, entrambi inattesi: uno risulta essere il proprietario dell'albergo, forse timoroso che cambiassimo idea lungo la strada, e l'altro un emissario di Tom, avvisato dell'arrivo di due potenziali clienti. Si tratta di un consueto scambio di favori tra capitale cambogiana e capitale khmer per la gestione degli affari, un sistema decisamente apprezzabile.
Diamo appuntamento al secondo autista di lì a un'ora e ci facciamo accompagnare all'hotel: 20 dollari per camera con vista fiume, aria condizionata, acqua calda e tv in una struttura un po' decadente ma accettabile e comunque in posizione centralissima. Faccio una veloce contrattazione con l'autista (veloce perché tanto non si smuove dalle proprie tariffe), che ci servirà il giorno dopo per una gita fuori porta, e dopo un breve spuntino, partiamo a bordo di un motorisciò per visitare soprattutto ciò che l'altra volta non avevo visto di Phnom Penh: per primo lo Psar Tuol Tom Pong, un mercato famoso perché offre prodotti di marca a prezzi irrisori (i prodotti ci sono ma la qualità non mi sembra eccezionale) e ci dedichiamo a fare un po' di shopping.
La seconda tappa è decisamente diversa: da quando ho visitato la prima volta la Cambogia, ho cercato di informarmi maggiormente circa quanto accaduto nel Paese all'epoca dei Khmer rossi, di Pol Pot e del genocidio da lui operato. Vista la tragicità dell'argomento, nel '99 non avevo voluto vedere il Museo Tuol Sleng, una scuola trasformata da Pol Pot in prigione e centro di torture, in cui vengono ora esposti gli strumenti delle sevizie e le foto di tutti coloro che passarono di qui, tappa obbligata prima di finire nei vari campi di sterminio del paese, che in due anni riuscirono a far scomparire dai due ai tre milioni di cambogiani. A tutt'oggi le stime sono solo approssimative. Tranne alcune esemplificazioni dei tipi di tortura a cui venivano sottoposti i prigionieri, non c'è niente di cruento in questo museo: ma è tremenda l'accusa che leggo negli occhi delle vittime che mi guardano dagli immensi tabelloni. Vedo un'accusa diretta a tutti i sopravvissuti, diretta ai propri aguzzini, diretta alla comunità internazionale che ha permesso che in un'epoca così recente e civile un fatto di tale gravità sia potuto accadere, diretta al genere umano che ha saputo macchiarsi di tali orrori. E fa riflettere anche la sezione dedicata agli ex-carcerieri: lasciano stupefatti il loro ritorno alla vita normale e le loro dichiarazioni di totale innocenza, per via del fatto che semplicemente obbedivano a degli ordini. Come può essere definito "terminato" un conflitto in cui nessuno ha pagato per le atrocità commesse?
Lasciamo il museo e ci rechiamo con il motorisciò allo Psar Thmei, il mercato principale: qui i venditori che più ci incuriosiscono sono quelli sull'ingresso, con degli enormi cestoni pieni di ragni di varie dimensioni, scarafaggi, cavallette e insetti vari - morti - tutti in vendita per scopi culinari. Mi astengo dal fare questo genere di acquisti e completiamo il nostro tour facendoci accompagnare al Museo Nazionale, vicino al nostro albergo. Il museo l'avevo già visto, ma ho voglia di visitarlo di nuovo: è ricco, curato, in un bell'edificio rosso in stile. Ricordo la quantità di reduci di guerra e di invalidi che chiedevano l'elemosina lì di fronte. Nella Phnom Penh di oggi non ce n'è traccia: tutta la città è completamente cambiata, anche se ancora pesantemente segnata. Ricordo la difficoltà della gente a sorridere, l'atmosfera da città semi-deserta, i problemi che avemmo nel trovare un ristorante per cenare: l'unico segnale di vita erano stati gli aquiloni che verso sera si cullavano nel cielo azzurro sopra i tetti di fronte al nostro Hotel. Già all'arrivo, questa mattina, lo sbarco è avvenuto ad un attracco in cemento, con comode passerelle: nel '99 eravamo passati da una barca all'altra per raggiungere la riva di terra battuta.
Questa sera assistiamo a un rosso tramonto passeggiando su uno splendido lungo-fiume invaso di gente sorridente a spasso. Visitiamo un centro commerciale nuovo di zecca, dove ceniamo nella versione locale di un McDonald: non siamo certamente attratti dal tipo di cucina, ma lo spettacolo dei cambogiani che si godono questo nuovo lusso, con il vestito della festa e macchina fotografica alla mano, è commovente. Probabilmente non hanno risolto i loro incubi del passato ma è consolante vedere che cercano di godersi un insperato presente.
Non proprio paghi del magro pasto consumato al fast food, dopo aver girovagato a lungo semplicemente osservando la vita che ci scorre accanto, torniamo sul lungo fiume e decidiamo di mangiarci una pizza (a sorpresa, di gusto più che accettabile), abbondantemente innaffiata di birra locale, la Angkor Beer: del resto è Natale e un piatto della tradizione italiana ci sembra d'obbligo.

26/12/2003
Phnom Penh avrebbe dell'altro da offrire ma noi preferiamo dedicarci a mete un po' più inusuali: da qui la scelta di recarci nella campagna attorno alla capitale. In circa un'ora di macchina, raggiungiamo la località di Tonlè Bati, dove sorge un tempio angkoriano. Soprattutto se confrontato con quanto abbiamo visto nei giorni scorsi, il tempio Ta Prohm è ben poca cosa: un piccolo santuario di cinque stanze, con altarini per le offerte gestiti da un gruppo di anziani. I pochi soldi che ti permettono di accendere degli incensi, sono indubbiamente l'unica fonte di sostentamento di queste povere persone alloggiate in prossimità del vicino tempio buddista. Del resto gli anziani, in Cambogia, sono una vera rarità e, non so se sia per via delle letture fatte, ma nei loro sguardi mi sembra di leggere un passato di privazioni e ingiustizie da cui non hanno più tempo né modo di riscattarsi.
A poca distanza visitiamo un'altro tempietto khmer, con il lago Tonlè Bati sullo sfondo: l'atmosfera perde molta della sua poesia per via di una serie di ridicole sculture in cemento colorato che adornano il giardino limitrofo ma in fondo il sorriso è un dono da non sottovalutare da queste parti.
Ripartiamo alla volta di un altro tempio khmer, a circa 40 minuti di strada di distanza: il Phnom Chisor si trova però in cima ad una collina e si raggiunge arrampicandosi per 10 minuti circa su una ripida scalinata, sconsigliata nelle ore più calde della giornata. Visto che la affrontiamo verso mezzogiorno, la nostra ricompensa è avere l'intera sommità per noi. Il tempio è estremamente degradato e restano da ammirare solo pochi particolari intatti, che ci vengono segnalati da alcuni ragazzini che ci accompagnano nella visita fin dalla base della collina. Tuttavia non rimpiangiamo la salita per via dello splendido panorama che si gode dall'alto, da dove si può spaziare in tutte le direzioni, e in particolare su una scalinata monumentale in rovina che collegava il tempio con altri complessi costruiti in linea retta in direzione di Angkor. Ci sediamo a respirare la pace di questo luogo, all'ombra di uno splendido albero, a godere del fresco e della veduta.
Rientriamo a Phnom Penh nel primo pomeriggio e invece di fare altre visite, girovaghiamo ancora una volta senza meta. Continuo a stupirmi di come tutto sia cambiato in questi pochi anni, e me ne rallegro. Ci fermiamo a mangiare un panino in uno dei tanti bar-ristoranti ricavati da palazzi d'epoca coloniale splendidamente restaurati e con vista sul fiume (e con prezzi decisamente europei!): affacciati a una terrazza, lasciamo semplicemente trascorrere il tempo, lontani dalla tipica mentalità del viaggiatore mordi e fuggi.
Per cena, ci rechiamo da Friends, un ristorante gestito da un'organizzazione che si occupa del recupero di bambini abbandonati e di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro: veniamo accolti da ben sei apprendisti-camerieri con il saluto rituale a mani giunte, che ci indicano il nostro tavolo e che, coordinati da un maitre, si occupano splendidamente di noi per tutta la serata. Anche gli apprendisti-cuochi lavorano bene, visto che il pasto risulta veramente soddisfacente.

27/12/2003
Passiamo la mattinata a dormicchiare, godendoci questo dolce far niente. Abbiamo prenotato due posti su un pullman per Sihanoukville, la località marittima di villeggiatura per eccellenza e dopo una pantagruelica colazione-pranzo, ci prepariamo psicologicamente ad affrontare il lungo viaggio. Carichiamo gli zaini su un motorisciò, breve sosta alla galleria d'arte di Asasax, dove mi compro un quadro che per due giorni ho più volte rimirato e ci facciamo portare alla stazione dei bus per le 13.30. Contrariamente a ogni nostra previsione, il pullman risulta recente e il viaggio ragionevolmente confortevole, malgrado l'ennesimo film di arti marziali.
Arriviamo alle sei: il terminal è un piazzale in terra battuta, ma la cosa più grave è che scopriamo che a Sihanoukville non esistono i taxi. Due moto-taxi caricano noi e nostri zaini, e in precario equilibrio cominciamo la discesa verso la zona delle spiagge dove ho prenotato al Crystal Hotel. Si tratta di una struttura moderna in cemento e vetrate, dove con 25 dollari godiamo di tutti i comfort moderni, della vista sul mare e della massima prossimità possibile alla spiaggia.
Ceniamo rapidamente al ristorante del Seaside Hotel (un bell'albergo in stile tradizionale dove però non avevo trovato posto) e ci ritiriamo per godere un po' dei lussi della nostra camera.
Ci aspetta qualche giorno di relax, ma anche tante altre meraviglie di questa terra straordinaria. Ne racconterò il diario prossimamente, sempre sulle pagine virtuali di Ci Sono Stato!

 

Dalla fantastica Angkor al mare cristallino di Sihanoukville

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