Barka, Burkina! - Parte seconda

in viaggio con Bru in Burkina Faso

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Barka, Burkina! - Parte seconda

Con questa seconda parte del resoconto, continua e ha termine l’indimenticabile esperienza africana di Bruna in Burkina Faso, uno dei Paesi africani meno noti ma più autentici. Da non perdere!Ancora tante esperienze umane raccontate da Bruna nel suo viaggio nell'Africa meno conosciuta ma più veraLunedì 29 dicembre 2008
Giornata quasi tutta “on the road”, e direi proprio nel senso pieno del termine visto che la passiamo quasi tutta in auto muovendoci verso il “grande Ovest”! Andiamo infatti ad occidente, a Bobo-Dioulasso, la seconda città del paese e la capitale burkinabè della musica e dell’arte. Sono quasi 300 km da Ouaga e la strada è buona, visto che è uno dei principali collegamenti, ma ci vuole comunque tanto, anche perchè facciamo un paio di tappe.
La prima è per il pranzo: ci fermiamo a Boromò al bar dell’albergo Relais Touristique, dove alloggeremo tra qualche giorno, a mangiare panini, scatolette e formaggini che ci siamo portati da Ouaga. In Italia non lo permetterebbero, ma qui sì, ordiniamo birre e coca e mangiamo le nostre cibarie.
La seconda sosta è poco dopo Boromò, sempre lungo la strada per Bobo: ci fermiamo nel piccolo paese di Ouahabou, dove visitiamo la moschea di argilla. Aspettiamo un po’ per farlo visto che sta iniziando la preghiera e molti uomini accorrono. Finita la preghiera ci togliamo le scarpe ed entriamo...non senza avere prima chiesto il permesso al capo del villaggio, un uomo anziano vestito con lungo caftano fatto con la tipica stoffa per tende da salotto (finto pizzo a fiori...qui per gli uomini va tantissimo!!) che fa un’entrata parecchio teatrale mentre lo attendiamo, quasi trattenendo il fiato sotto un oscuro portichetto. Non sono mai entrata in una moschea e mi emoziona un po’.
Il tizio è un po’ pesante, sia perchè dice di essere il discendente diretto del fondatore della moschea (del 1800, niente di che), sia perchè ci racconta un sacco di storielle per farci capire quanto loro amano i bianchi, sia perchè alla fine ci chiede un sacco di soldi! Ovviamente il tutto sotto il sole delle 14 e con decine e decine di bambini alle calcagna che ripetono, quasi come un mantra, “cadeau-cadeau-cadeau”!! Insomma, che fatica.
Ci rimettiamo in viaggio per Bobo...ancora più di 100 km nel pulmino rovente! Oramai cappotto... cerco di sopravvivere sparandomi nelle orecchie con il lettore mp3 un po’ di musica anni ’80, anche se mi fa un effetto un po’ strano attraversare distese di baobab e manghi con “Duel” dei Propaganda come colonna sonora!
Se Dio e Allah vogliono, arriviamo a Bobo-Dioulasso verso le 16.45. E’ una bella zona, molto più verde delle altre visitate (il che significa più acqua=più zanzare=più malaria!) e anche la città è bella, molto grande, con grandi viali alberati e grandissimo movimento. Qui ci aspetta Louis, che sarà il nostro accompagnatore qui nell’ovest. Ci accompagna subito a visitare la grande moschea (oggi è davvero giornata): anche questa è della fine del 1800 ed è in argilla, molto bella, con un’infinità di bastoni di legno che “trafiggono” tutta l’architettura e che la guida locale ci dice servire sia come decorazione che per potere eventualmente arrampicarsi sopra fino al minareto.
Poi ci accompagna in un breve giro (sta facendo buio) nella città vecchia, ricca di vita per strada, di musica (c’è addirittura una festa di matrimonio in una piazza e tutti ballano!) e di artigianato (molte botteghe). Ci fermiamo nella bottega di una associazione che ha il nome curioso di “Association des Mangeurs d’Arachides”! Davvero buffo. Ci spiegano che si tratta di un gruppo di giovani che si trovava la sera insieme a mangiare arachidi e a scambiarsi le proprie idee sul mondo. Ne è nata un’associazione che fa sensibilizzazione sull’Aids, sulle mutilazioni genitali femminili, sulla lotta ai matrimoni forzati per i giovani. Nella bottega vendono vari prodotti artigianali in legno e ci sembra giusto comprare qualcosa per l’autofinanziamento. Carlo compra un bongo (che qui si chiama djambè) e allora tutti i ragazzi della bottega (ovviamente tutti musicisti) fanno una bella jam session insieme a lui!
Ora è buio pesto e andiamo in albergo. L’Entente Hotel, al centro della città, zona ricca di negozi e di locali. Molto bello da fuori, bel giardino con le palme, ma squallidino dentro. Anche qui solo doppie e noi siamo dispari e quindi a me (l’unica che non ha paura a dormire sola...) tocca la doppia uso singola e mi va benissimo così. Ma la mia camera non ha zanzariera (per fortuna ho la mia) nè lavello: quando ho visto il bagno con la doccia e un annaffiatoio di plastica in terra al posto del lavabo non potevo crederci! Ma mi adatto senza problemi, tanto più che la doccia ha addirittura l’acqua calda ed è la prima volta in undici giorni!
Alla sera cena al ristorante “Les trois karités”: stasera mi butto nella sperimentazione e prendo “poulet soumbala” e “aloco”: il primo è il solito pollo cotto in umido con la soumbala, che sono i semi (frutti?) puzzolenti dell’albero di neré. In tutti i mercati vediamo una specie di polpette nere puzzolenti coperte di mosche...ecco sono proprio quei semi attorno al mio pollo! Ma io me ne frego e confidando nel fatto che il ristoratore NON abbia comprato i semi al mercato... lo mangio. E faccio bene perchè l’odore è forte ma il gusto ottimo. “Aloco” sono invece le banane plantain fritte... anche queste deliziose. Siccome agli altri commensali non piacciono rischio di finirle tutte da sola. Andrò al bagno così? Spero di sì!! Come andrà invece la notte? Non ho MAI sentito tanti pizzichi di zanzare come stasera...

Martedì 30 dicembre 2009
Oggi è giornata dedicata alle bellezze naturalistiche. Partiamo abbastanza presto per andare ancora più a ovest, verso Banfora. Qui facciamo un po’ di spesa per il pranzo (ancora pane + formaggini + tonno fetente che sa di latta) dopodiche andiamo verso i cosiddetti “duomi” di Fabedougou, attraversando enormi distese di canna da zucchero. I “duomi” sono delle grandi rocce di granito, tutte a strati e tondeggianti come enormi panettoni, risultato di millenni e millenni di erosione ad opera delle piogge. Qualcuno ha una pendenza piuttosto dolce e non è difficile salirvi in cima, grazie anche al fatto che gli strati di cui sono formati creano una sorta di gradini. Spettacolo splendido, ha qualcosa di magico, di lunare... bello anche sotto il sole del mezzogiorno, che si avverte poco grazie ad un bel venticello.
Dopodiche risaliamo in pulmino e andiamo verso un altro bel sito naturale, le cascate di Karfiguelas. Volendo ci si andrebbe anche a piedi ma con più di un’ora di cammino e a quest’ora non ce la potremmo fare. Una bella serie di cascate di varia altezza, che qua e là danno vita a delle piscinette naturali, l’acqua fa un bellissimo rumore e dona freschezza ed è bellissimo anche arrivarci dal parcheggio, visto che si attraversa a piedi una ombrosissima foresta di manghi e papaie. Gli alberi di papaia hanno già i frutti in corso di maturazione, ma sono palmette insignificanti, mentre i manghi, al culmine della fioritura, sono meravigliosi: enormi, folti, con foglie verdi lucentissime e infiorescenze chiare, dal giallo al rosa.
Alle cascate un sacco di turisti, soprattutto bianchi, ognuno col suo bravo autista “locale”. Chi fa il bagno, chi il picnic, chi dorme... sembra la gita fuori porta di ferragosto! Silvia vorrebbe fare il bagno ma non trova seguaci... abbiamo tutti paura di animali e parassiti vari!
Novità gastronomica di oggi è il “banguy”, ossia il vino di palma, leggero e un po’ dolce. Lo compra Louis da un gruppo di uomini seduti sotto un albero e ci dice di berlo in mattinata perchè di ora in ora fermenta sempre più ed alla sera è fortissimo.
A Banfora alloggiamo all’hotel Comoè, un po’ fuori dal centro, con un bellissimo patio con palme, manghi e bouganville. Le camere sono poste tutte lungo un porticato, tutte piccole e con un bagno-loculo posto in un angolo dietro una specie di separè. Della serie “manca sempre uno per fare trentuno”... nella camera il ventilatore non funziona e non c’è il wc, anzi nessuna camera ha il wc che è fuori in un altro loculo. E nessuna camera ha la zanzariera. Ma chissenefrega, noi facciamo la pipì anche nel buco della doccia... però senza ventilatore proprio non ce la posso fare!
Nell’attesa che si faccia ora di cena andiamo a fare un giro “in centro” ma con ben poco successo. Banfora è una cittadina piccola in cui non c’è davvero nulla, non una chiesa, non una moschea, solo polvere, strade non asfaltate, negozi e baracchini di ogni tipo. Praticamente serve solo come base di partenza per le varie escursioni ai Duomi di Fabedougou, alle cascate o al lago di Tengrelà, come faremo noi domani.
A cena andiamo al ristorante Diguya: i tempi sono biblici anche qui ma l’omelette alla cipolla e le patate “sautées” sono ottime nella loro semplicità. Poi notte di fuoco senza ventilatore...

Mercoledì 31 dicembre 2008
Sveglia all’alba... abbiamo appuntamento con gli ippopotami! Per fortuna ci alziamo presto, visto che la nottata è stata tremenda, caldo bestiale, letto sfasciato con vera e propria fossa nel centro in cui io e Claudia scivolavamo di continuo, così abbiamo passato la notte abbarbicate ciascuna sul rispettivo bordo del letto. Una sudata pazzesca dalle 22.30 alle 6.30... mai più!
Così la sveglia è una liberazione. Partiamo subito dopo colazione per andare al lago di Tengrelà, famoso per le ninfee e gli ippopotami. Appena arrivati partiamo subito con la piroga per fare il giro (non di tutto il lago che è grandissimo) fino alla sponda più frequentata dagli ippopotami. Ovviamente le nostre aspettative, ovvero vederli da vicino tipo quelli della pubblicità, erano un po’ eccessive! Ed i nostri occhi non sono pronti a vederli da lontano, mentre il loro musone affiora dall’acqua, sbuffando un po’ dalle narici. Ma 2 o 3 riusciamo ad avvistarne... solo perchè ce lo dice quello della piroga! Lo spettacolo delle ninfee vale comunque da solo l’escursione! Sono davvero molto belle, delle grosse margheritone candide dal cuore giallo, e bellissima è anche la folta vegetazione che traspare sul fondo, grosse piante acquatiche che sembrano quasi rametti di conifere.
Scesi dalla piroga siamo già pronti a tornare nella vivacissima piccola metropoli di Bobo-Dioulasso e così riposarci e prepararci per la festa di fine anno! Prima però una tappa importante: alla periferia di Bobo visitiamo il centro culturale “Sirabà”. Anche questo è un progetto di Mani Tese di qualche anno fa, un progetto un po’ anomalo per l’Africa, dove la cooperazione risponde generalmente alle esigenze primarie dell’agricoltura e dell’istruzione. Questo progetto invece parla di teatro, e di teatro come sensibilizzazione. Il Centro Sirabà è un luogo dove si tengono stage di musica, danza e teatro (con stagisti da tutto il mondo, per esempio in questi giorni ci sono molti italiani che partecipano a corsi di canto e di percussioni) ma soprattutto organizza spettacoli nei vari villaggi sui temi dell’aids, delle vaccinazioni, dell’igiene, ecc. Il teatro, per un popolo così naturalmente portato allo spettacolo come quello africano, è grande veicolo di messaggi importanti. Ci spiegano poi che i loro spettacoli sono di “teatro-forum” cioè il pubblico interviene, fa domande, insomma ci sono scambio e riscontro.
Qui nel Centro Sirabà c’è anche un grande atelier di tintura delle stoffe e sartoria, i cui prodotti entrano poi nella catena del commercio equo e solidale. Noi quattro donne del gruppo entriamo un attimo, ci guardiamo un po’intorno... e un nanosecondo dopo buttiamo fuori i tre uomini e, mezze nude, ci mettiamo a provare tutto quel che ci capita davanti! Ne esco solo dopo avere comprato un completo camicetta e gonna lunga viola e blu ed un telo coloratissimo per letto o divano! Era davvero i-m-p-o-s-s-i-b-i-l-e resistere.
Pranzo al ristorante “Les trois Karités” dove siamo stati qualche sera fa. Ancora una volta sono io la sola a sperimentare qualcosa di nuovo, senza neppure sapere cos’è: “foutou igname”! Praticamente una palla di polenta fatta con il tuberone igname (sostanzioso ma privo di sapore) che si taglia a fette o pezzetti e si tuffa in un piatto dove c’è una salsa fatta con pezzetti di carne, arachidi e melanzane frullate. Insomma buono parecchio.
Dopo avere sistemato i bagagli all’Hotel L’Entente andiamo un po’ in giro per botteghe di artigianato. Ma prima delle 18 siamo di nuovo in hotel per lavarci e riposarci. Qui è già tutto un fermento per il capodanno! Gran caos, tanta gente, tanti turisti, tanti ambulanti che cercano di venderti il mondo intero! Gli accordi per stasera sono che si va a cena da qualche parte poi al “Bamboo”, locale dove fanno musica tradizionale burkinabè, anche se ad uso turisti. Così verso le 21 andiamo al ristorante “Bobo Dia”, minuscolo e scalcinatissimo, dove non hanno praticamente nulla di quel che c’è in menu, e dove quello che dicono esserci vanno a comprarlo in fretta e furia nei ristoranti vicini... mitici! Prendo omelette con pomodoro e cipolla (crudi, speriamo bene) e le solite patate fritte. Ma succede che il nostro valente autista Faustin sta male e ha la febbre... dopo cena torna in hotel e non ci può portare al Bamboo. Allora che fare? Nessuno di noi ha idea di come si festeggi il capodanno a Bobo e la cosa più normale ci sembra gironzolare per la strada e scoprirlo. Nè conti alla rovescia, nessuno con lo spumante, nessuno che si bacia... solo un ENORME carosello di ciclomotori con clacson spiegati e un infinito numero di petardi grandi e piccoli... sembra un mega festeggiamento da vittoria ai mondiali! Un gran casino ma pieno di vita. Noi resistiamo solo un po’ e dopo due chiacchiere nel patio andiamo a letto all’una. Vabbè... buon anno!!

Giovedì 1° gennaio 2009
Un vero e proprio bollettino di guerra saluta il 2009: Carlo, Claudia e Silvia sono kaputt a causa diarrea con febbre, Annalisa è lì lì ma ancora regge, Francesco e Luca hanno scombussolii vari alla panza. Solo IO sono alle prese coi lassativi!! Per fortuna oggi l’intera giornata è libera, così i tre malati possono stare a letto quanto vogliono. Dopo colazione io, Francesco e Luca facciamo un giro del centro, tra “mairie”, cattedrale e mercato centrale. Molte attività sono chiuse a causa del giorno festivo, ma la maggior parte sono aperte...con i negozianti che dormono sdraiati sui banchi (i sarti addirittura dormono sulle macchine da cucire!). Eh sì, la notte di bagordi porta questi risultati!
Non è per niente facile fare un tranquillo giro al mercato perchè ti si attacca subito qualche ambulante che non ti molla fino a quando non esci dal mercato. Un ragazzotto in particolare ci porta al suo banco di artigianato e solo promettendogli di tornare a comprare nel pomeriggio ci lascia “liberi”. A dire il vero sono tutti estremamente cordiali e gentili, ma tanto tanto assillanti! Poi appena diciamo che siamo italiani il discorso cade subito sul calcio: le parole “Milan” e “Gattuso” illuminano il viso di qualunque giovanotto burkinabè.
Alle 13 siamo invitati a casa di Louis con tutta la sua famiglia. Molto bello questo segno di ospitalità, ci ha fatto molto piacere, anche se ovviamente ci andiamo decimati. La casa è molto semplice, mangiamo sul classico divanone di velluto attorno ad un tavolo basso, alle pareti vi sono immagini sacre e foto di vari Papi, nel cortile galline e conigli. La mamma è una bella signora dal sorriso dolcissimo, il papà un vecchio signore con completo pantaloni decorato con immagini di Gesù risorto. Bambini di ogni misura che giocano nel giardino e alcune sventole pazzesche che girano qua e là... sono varie cognate e cugine che scatenano l’invidia mia e di Annalisa! La mamma di Louis è un’ottima cuoca: cous cous divino, melanzane fritte, fagiolini e verza al pomodoro, pasta (al dente!) alla cipolla, pollo arrosto e addirittura panettone (portato dalla nuora italiana). Ci offrono poi una bevanda deliziosa rossastra e speziata, il “bissap”, che non capiamo con quale fiore sia fatta. Noi portiamo lo spumante e insieme brindiamo al nuovo anno!
Al ritorno in hotel i tre malati stanno leggermente meglio, così aspettiamo che il sole cali un po’ e facciamo due passi in centro, ma oggi è un vero mortorio perchè al pomeriggio è tutto chiuso, visto che ciascuno festeggia in famiglia. Così riusciamo solo a trovare aperta una rovente pasticceria (oggi è caldissimo) che ha in bella vista alcune paste con crema e glassa che fanno star male solo a guardarle. Ma per fortuna hanno anche alcuni croissant vuoti che non sono malaccio, poco dolci e meno burrosi di quelli europei ma mangiabili. Rientriamo comunque presto dalla passeggiata perchè nonostante si sia al tramonto l’asfalto è bollente e la terra non asfaltata peggio. Almeno nel nostro patio (e nelle camere semibuie col ventilatore) si respira un po’.
Prima di cena Louis viene a salutarci e ci dà l’arrivederci a... Milano, visto che il suo sogno è venire in Italia e andare a vedere il Milan. Cena in uno dei pochissimi ristoranti aperti oggi, “La Mande”, carino ma senza cuoco e quindi con DUE soli piatti: cous cous al montone e poulet grillé! Aiutooo, ormai non ne possiamo più!!

Venerdì 2 gennaio 2009
È giunto il momento di lasciare l’ovest e di riavvicinarci, gradualmente, a Ouaga per gli ultimi giorni di viaggio. Alle 7.30 siamo già in banca per l’orario di apertura per cambiare un altro po’ di euro...e ci stiamo a lungo. I tempi eterni non sono esclusiva di camerieri e baristi...gli impiegati di banca non sono da meno! Contano, ricontano, ancora contano e ancora ricontano le banconote mille volte, con grande flemma. Questo di stamattina poi deve umettarsi continuamente le dita con la spugnetta, che guarda con affetto come se fosse un figlio e ne fa largo uso, ad un certo punto addirittura per smacchiarsi la giacca. Ovviamente mentre noi aspettiamo e Claudia sta quasi per svenire dalla debolezza. Anche oggi la diarrea imperversa, Claudia e Silvia stanno ancora male e stando praticamente digiune si reggono in piedi a malapena. Ma nessuno di noi ha la febbre... e ciò ci tranquillizza, possiamo “rimandare” di un po’ l’incubo-malaria.
La nostra prima tappa del viaggio verso est è il villaggio di Koro. Ce ne avevano parlato come di un villaggio dove l’animismo era fortemente presente e visibile. Boh. Sarà stato il sole, la guida non particolarmente brillante o la nostra stanchezza... ma non ci ha toccato particolarmente. È bello andarci, perchè si trova in alto, abbarbicato su un’altura rocciosa che si staglia tra i baobab, ma poi vediamo che è quasi disabitato. Dice la guida che vi abitano molti agricoltori che sono fuori a lavorare... ma nelle case non vi è traccia di vita, sembra proprio disabitato. Vediamo solo qualche famiglia di “forgiatori” che lavorano la terracotta e fanno vasi e attrezzi agricoli. I segni dell’animismo sono rappresentati da vari feticci qua e là, che altro non sono che grossi vasi di terracotta (a volte ricoperti di piume di gallina), affissi su una specie di altarini. La guida ci dice che servono per i sacrifici ma non aggiunge particolari... boh, ne sappiamo quanto prima! Quel che certo non manca sono le solite decine di bambini che appena arrivi ti salutano gentilmente stringendoti la mano e dicendo “bonjour, bonne arrivée” e poi non ti si schiodano più dal gomito ripetendo il loro “mantra”: “MADAME CADEAU, MADAME CADEAU”... all’infinito!!!
La tappa successiva è la chiesa della missione di Boni. Una chiesa moderna, costruita nel 1978 e ristrutturata nel 2006, molto particolare perchè la sua facciata è una maschera bobo, scelta per fondere e armonizzare architettura, ambiente, cultura e religiosità, con simboli cristiani e animisti che si mescolano. Davvero bella. Anche qui non si sfugge all’amichevole “aggressione” di bambini e ragazzi che per una volta non chiedono soldi ma solo foto.
Arriviamo giusti giusti per pranzare a Boromo, al “Relais Touristique” dove dormiremo stanotte. Ci eravamo fermati qui anche all’andata, ci sono moltissimi europei, anche perchè Boromo non offre tante sistemazioni a parte questa. Qui ci danno le camere (ancora doppia per me sola!) molto spartane ma dotate di ventilatore, senza zanzariera ma con gancio per la mia e con bagno lurido, che cerco di non guardare mentre faccio la doccia!
Dopo pranzo ci riposiamo un po’ e poi partiamo per andare al fiume Mouhoun, al campement Kaicedras, ovvero un punto dove è facile vedere gli elefanti abbeverarsi. Attendiamo pazientemente dalle 15.20 alle 17.20 sulla riva del fiume... ma gli unici animali che vediamo sono: mosche, zanzare, molti uccelli, qualche pesce. Pas d’éléphants! Sono comunque due ore molto piacevoli, che trascorriamo all’ombra, con una dolce brezza ed il canto di infinite varietà di uccelli nelle orecchie. Mi rilasso così tanto che mi stendo in terra (tanto sono già lurida) e dormo un po’, sognando piatti di petit pois!! Quindi niente da fare, rifacciamo i nostri quaranta minuti di pista TERRIBILE, con buche spaventose che fanno sbattere la testa nel tetto del pulmino e torniamo al Relais Touristique.
È quasi buio... che fare? Passeggiatina lungo la strada e basta, visto che Boromo è solo un gruppo di case lungo la strada, qualche negozietto e un distributore Total. Compro un po’ di gallette di sesamo dalle bambine ferme in strada e attendiamo l’ora di cena. Alla sera il menu è ancora più misero che a pranzo. Prendiamo tutti patate fritte e fagiolini, con un po’ di pane. Stasera manco il solito riso, che tristezza. A nanna alle 22... con sciami di zanzare, nonostante insetticida e zanzariere!!

Sabato 3 gennaio 2009
Mi sveglio alle 5.10 col richiamo del muezzin (qui a Boromo ci sono un sacco di moschee) e con la speranza di sentire Faustin bussare alla porta. Ieri sera, infatti, il nostro autista ci aveva detto che nel caso gli elefanti fossero arrivati al fiume durante la notte un suo amico lo avrebbe chiamato e lui ci avrebbe svegliato per “correre” (pista permettendo!) a vederli alle prime luci dell’alba. Ma Faustin non viene a svegliarci e per alcuni di noi è meglio così perchè continuano a stare male ed altri due giri di buche non li avrebbero retti.
Quindi dopo colazione ripartiamo per Ouaga. Il viaggio richiede poco più di un paio d’ore, però facciamo una sosta a Kokologho dove visitiamo il “palazzo dell’imperatore”. È un palazzo di mattoni interamente ricoperto di argilla, con tettoia ricoperta di rami di kaicedras, costruito nel 1942 dal “naaba”, il capo (e quindi “imperatore”) dei Mossì, che sovrintende la regione di Boromo. Il palazzo comprende l’attuale residenza dell’attuale “naaba” (discendente del fondatore), le stanze della servitù, le stanze del fondatore adibite a museo, una grande corte interna e le tombe del fondatore e della moglie. C’è anche uno spazio adibito a consiglio dei notabili, dove il “naaba” riceve i cittadini per varie questioni: matrimoni da benedire, litigi tra vicini o tra coniugi da dirimere, ecc. Dice la guida che il 99% delle beghe viene risolto qui, grazie alla sua mediazione, senza ricorrere alla Gendarmérie.
Mentre ci aggiriamo (senza scarpe, per rispetto, e soprattutto senza poter fare foto) nella corte interna, arrivano tante persone tutte elegantissime... è un gran pranzo di famiglia! Dalle automobili fiammanti e dai vestiti si capisce che se la passano bene... anche se gli stili degli abiti sono un po’ kitsch! Il “naaba” sbuca all’improvviso da una porta per andare ad accogliere gli ospiti: lo riconosciamo dal copricapo e dal fatto che la guida si inginocchia ai suoi piedi. Lui non lo degna di uno sguardo e quasi gli monta sopra, così come non degna noi nemmeno con un saluto. Cosa che sarebbe stata gradita, visti i 1500 franchi a testa che gli abbiamo lasciato...
Arriviamo a Ouaga verso mezzogiorno: spesa al Marina Market di pasta e passata al pomodoro per i prossimi giorni, visto che siamo tutti stufi di riz sauce, cous cous, poulet grillé e petit pois! Nel pomeriggio Claudia sta sempre peggio, con vomito e dolori tremendi all’addome. Telefona alla mamma, al proprio medico in Italia, al medico in Francia... cosa fare? Alla fine piomba nella Casa dell’Amicizia il mitico Theophile che è stato avvisato dai custodi che una di noi sta male... e che ci porta i suoi rimedi. Non è niente di che, alcune bustine reidratanti per il vomito, un barattolo di miele e uno di marmellata per dare energia, un barattolo di yogurt per le vitamine, che però ci consegna come fossero farmaci miracolosi. È buffissimo, occhiali, basco, gilet, maglietta di Mani Tese, parla in frettissima e con grande autorevolezza, “un mix tra Maigret e uno stregone”, come lo ha definito Francesco.
Poi andiamo in centro a cercare una libreria, ma l’unica segnalata dalle guide come libreria decente (qui per “librairie” quasi sempre si intende una cartoleria con tutt’al più libri scolastici) è chiusa. Facciamo un rapido giro in qualche negozio di artigianato ma gli ambulanti per strada sono SFINENTI, così fuggiamo a casa. Insalatona con tonno per cena. Claudia sempre peggio, tutti a letto presto sperando di non dovere chiamare Faustin durante la notte per andare in ospedale...

Domenica 4 gennaio 2009
La povera Claudia è stata davvero male, abbiamo atteso la mattina per decidere se andare in ospedale o no, e all’improvviso arriva Theophile armato di buste di sali reidratanti e medicine da iniettare. Poi Theo che la carica in auto e la porta da un tale Constantin, medico in pensione che esercita in un ambulatorietto sotto casa, che le misura la pressione e con mani a dir poco fatate le fa una punturina senza che lei se ne accorga!
Alle 14 Faustin viene a prenderci per andare al Villaggio Artigianale, dove vedere, annotare, soppesare gli oggetti che più ci piacciono... e decidere se comprarli o meno l’ultimo giorno, sulla base del budget rimasto. È un po’ fuori dal centro, di fianco al SIAO, che è il grande salone dell’artigianato africano che si tiene ogni anno a novembre. Ci sono moltissimi artigiani, divisi per settori: batik, bogolan (splendidi tessuti di cotone grezzo dipinti con colori naturali), legno, bronzo (statue meravigliose di ogni misura... ma in ogni caso difficili da portare in valigia), argenti e cuoio di foggia tuareg, giocattoli fatti con le zucche. Ovviamente la tentazione è forte, ma siamo fedeli agli impegni presi e ci limitiamo a guardare e ricordare quel che ci piace... salutando tutti dicendo “A mardi!!”.
Torniamo a casa passando vicino ad un grande parco urbano di cui non ricordo il nome, vero polmone verde, ed al barrage che è un po’ la “Ouaga beach”, infatti c’è una sorta di passeggiata da lungomare, con chioschi e locali con veranda. Carino, oggi poi è domenica e si vede che c’è gente ben vestita che passeggia. Ouaga è davvero “capitale”, c’è un po’ di tutto, anche belle case, palazzi del “potere”, grandi viali... e come al solito molta, moltissima gente in movimento, bici e motorini a non finire, colpiscono soprattutto le mamme in motorino col bimbo legato sulla schiena, o le coppie con uno o due figli seduti in mezzo tra mamma e papà... incredibile se si pensa alle centomila precauzioni della nostra parte di mondo.
Con puntualità molto poco africana Theo viene a prenderci poco prima delle 19 per la seconda iniezione di Claudia. Poi spaghetti col tonno, chiacchiere e sbadigli. Fuori si sentono echi di musiche... uffa, in venti giorni non siamo riusciti ad andare una sola sera a sentire musica in qualche locale! Se lo racconto a Rimini nessuno ci crederà! Ma la stanchezza (e la difficoltà di spostamento) ogni sera ha il sopravvento.

Lunedì 5 gennaio 2009
Finalmente stamattina ci schiodiamo un po’ da casa! In programma c’è il giro dei progetti di Mani Tese nei villaggi vicini a Ouaga.
Siamo ad una ventina di km da Ouaga, ma già in mezzo alla savana. Il villaggio che visitiamo si chiama Tangzougou e qui Mani Tese già da un paio d’anni ha finanziato un mulino per cereali, uno dei tantissimi progetti in favore delle donne che abbiamo realizzato in tanti anni. Un vecchio del villaggio ci dice che Mani Tese collabora da più di vent’anni con loro! Ci mostrano ovviamente come funziona il mulino, e come le donne annotano diligentemente su un quaderno quanto macinano e la relativa spesa, che varia a seconda del tipo di cereale più o meno duro. I proventi sono poi depositati in un piccolo conto bancario che serve per la manutenzione. Ci mostrano anche come facevano PRIMA a macinare i cereali, sfregando una pietra sull’altra... una fatica tremenda, da cui ora le donne sono libere, con più tempo per i bambini, per la casa e naturalmente con benefici per la loro salute.
Un altro progetto molto importante è quello dell’orticoltura. Ci sta particolarmente a cuore perchè è quello che finanziamo come gruppo. Sembra davvero una cosa miracolosa vedere distese di cetrioli, cipolle, fagiolini e pomodori in mezzo all’erba secca! Il progetto consiste nella canalizzazione dell’acqua del barrage di Loumbila e nella realizzazione di pompe a pedali con cui si riesce ad estrarre l’acqua sufficiente per qualche giorno; l’acqua riempie delle buche da cui poi gli agricoltori attingono per irrigare con taniche, ecc.. E’ un progetto che, come tanti di Mani Tese, si diffonde e si allarga: si è iniziato con un villaggio ed ora sono sette quelli già coinvolti. Oltre alle pompe c’è la fornitura di sementi, zappe, ecc., insomma tutto quel che serve per mettere in moto l’orticoltura, attività fondamentale sia per l’alimentazione delle famiglie che per la commercializzazione della verdura... entrambi basilari in un paese così afflitto dalla siccità. Non manca poi la solita pompa/forage, anche questa costruita da Mani Tese. Alla fine del giro incontriamo le famiglie di Tangzougou: tutti seduti all’ombra di un albero (poca perchè è mezzogiorno...) insieme alle donne, gli anziani e i giovani del villaggio. Un momento bellissimo. Per ogni categoria c’è solo qualche rappresentante ma ci tengono a dire che ieri ci sarebbero stati tutti, ma oggi sono al lavoro. E poi hanno saputo che una di noi stava male, così dicono che hanno pregato per lei e per la sua salute! Prendono la parola a turno per darci il benvenuto e per ringraziarci: dicono che col mulino, la pompa, la canalizzazione dell’acqua dal barrage e i “fuochi migliorati” la loro vita è cambiata. Ecco, non è vanità... è che in questi momenti, in cui stringi le mani dei contadini e vedi i sorrisi tra le loro rughe, che capisci che tutti gli anni di fatiche, di gente cretina che chiede lo sconto al mercatino o che chiede “se è proprio vero che i soldi vanno a buon fine”, di levatacce e di freddo ai banchetti invernali in piazza, di sbattimento e di serate in cui hai rinunciato a qualche altra cosa per andare alla riunione Mani Tese... sono davvero valsi a qualcosa. Solo questo, non è per sentirsi dire grazie, ma per vedere che il tuo non è stato tempo perso o sogno da Don Chisciotte.
Pranzo piuttosto frugale a casa. Al pomeriggio gli ultimi o meglio i penultimi adempimenti da turisti: qualcuno va in banca a cambiare gli ultimi euro, poi un giro in libreria a cercare libri sulla fauna burkinabè, poi ancora alla ricerca di artigianato... insomma, una fatica! Per cena però siamo ospiti di Theophile: la sua assistente Juliette ha cucinato per tutti e passiamo la serata a parlare con Theo dei vari progetti. Menu: poulet grillè, fagiolini con carote, patate fritte, papaya, banane, clementine, nonchè come bevande succo di zenzero e di tamarindo.
Theo è davvero un grande, nel bene e nel male. “Male” nel senso che parla, anzi URLA ininterrottamente per TRE ORE e parla a macchinetta, senza dare il tempo a Claudia (che ormai è moribonda...nonostante le iniezioni di Plasil) di tradurre. Davvero impegnativo ascoltarlo. Però facciamo una bellissima e interessantissima carrellata sul lavoro di Mani Tese qui in Burkina. Theo è la persona più indicata perchè qui lui è Mani Tese da oltre vent’anni. Theo è un agronomo, assolutamente coi piedi per terra, che conosce bene il suo paese e la sua vera piaga: la siccità. Non ha molta simpatia per progetti troppo “culturali” come il centro Sirabà di Bobo-Dioulasso. Crede invece nei progetti agricoli come quelli visitati oggi, ed in quelli che riconoscono e valorizzano il ruolo della donna: i forages, i fuochi migliorati, i mulini. Tutto ciò che garantisce l’acqua e che valorizza il tempo della donna porta vero sviluppo e lo porta in maniera duratura. Ci dice con orgoglio che in certi villaggi ci sono forages che Mani Tese ha fatto 12-15 anni fa e che sono ancora perfettamente funzionanti, che la comunità locale sa gestire e riparare, e che hanno ridato alle donne tempo e dignità. Non solo la donna non deve più andare al fiume con la brocca sulla testa, ma pretende che l’uomo vada a prendere l’acqua alla pompa con la tanica sulla bici. E l’uomo va! Ci dice di non scoraggiarci e di non pensare allo sviluppo come lo intendiamo in Europa. Qui lo sviluppo è il cambiamento, e grazie a Mani Tese ce n’è stato davvero tanto.
Che dire? Che possiamo affrontare un pochino più sereni il “dramma” della nostra ultima notte africana...

Martedì 6 gennaio 2009
L’Epifania tutte le feste le porta via! E si porta via anche il nostro viaggio... che stasera finirà.
Il primo appuntamento di oggi è molto importante: andiamo a visitare la tomba di Thomas Sankara. Sono passati ventun’anni dalla sua morte ma è ancora “vivo” tra la gente. Si parla ancora tanto di questo presidente coraggioso e amatissimo, considerato da tanti come il “Che” africano per il suo sogno di giustizia e di uguaglianza. Le guide turistiche (poche) sul Burkina scrivono che è morto “in circostanze misteriose” nel 1987, quando invece tutti sanno che è stato trucidato e che dietro c’è stata la mano del suo “migliore amico” ed alleato politico, l’attuale presidente Blaise Compaorè. Il cimitero dove è sepolto, insieme ai dodici uomini che lo accompagnavano (oltre ad una tomba comune dove sono sepolte persone morte insieme a lui ma rimaste non identificate) si trova in una zona periferica e molto povera di Ouaga. Il degrado è grande, attorno al cimitero (qui non hanno mura) c’è una specie di discarica e nello stesso cimitero, tra le tombe, ci sono mille cartacce e gli onnipresenti sacchetti di plastica neri... che purtroppo potrebbero essere inseriti nella bandiera del Burkina. Faustin non sa bene dov’è la tomba ma la troviamo grazie ad alcune persone, una famiglia (molto benestante e colta) che viene da Bobo per un matrimonio e che ha colto l’occasione per rendere omaggio al loro “Che”. Ovviamente foto per tutti...
Dopo di che... shopping folle al VAO, il villaggio dell’artigianato locale! È una cosa molto organizzata, con un sacco di espositori e laboratori, e con cose splendide. Ma è faticosissimo comprare perchè bisogna sottoporsi al rito atavico della contrattazione. Loro stessi se lo aspettano perchè quando chiedi il prezzo loro dicono che “il primo prezzo è...”, allora tu spari la metà, loro dicono no... e lì comincia il gioco. Io a dire il vero mi diverto un mondo, anche perchè è bello farlo in una lingua non tua, improvvisando le parole, e soprattutto in una lingua così “rivisitata” come il francese che parlano qui, arricchito da mille esclamazioni, lamenti, voilà, e di tutto di più. Riesco anche ad ottenere qualcosa, tant’è vero che “contratto” anche su delega per conto dei miei compagni di viaggio.
Alle 13 siamo alla Maison dove dobbiamo liberare le stanze perchè tra poche ore arriva il secondo gruppo. Cucino pasta alle melanzane per tutti e poi faccio i bagagli in un angolo della sala da pranzo... con grande fatica e molto magone. Per fare posto alle spese folli lascio qua un sacco di cose, scarpe e indumenti che comunque avevo già deciso di “avviare” ad una nuova vita in questa parte del mondo. Adesso il difficile è passare il rovente pomeriggio senza stanze, coi bagagli pronti, con gli abiti invernali pronti per essere indossati...attendendo le 21 per andare in aeroporto! Passiamo le ore più calde a fare nulla nella sala da pranzo sotto i ventilatori, poi verso il tramonto passeggiatina polverosa lungo la nostra Avenue. Alle 20 ci mettiamo in moto verso l’aeroporto, un po’ preoccupati per la lunga notte in aereo, ma anche un po’ sollevati all’idea di lasciare questa polverosa e confusa città.
Ma arrivati all’aeroporto CI CADE IL MONDO ADDOSSO: il nostro aereo non è alle 23.40 come scritto sul programma, ma alle 21.10, cioè dopo VENTI minuti. Ci precipitiamo all’Air France e scopriamo che è proprio la verità. Il nostro programma era un “copia-incolla” errato di un anno fa, ora gli orari sono diversi e se avessimo letto prima di stasera il biglietto elettronico in possesso dell’Annalisa... lo avremmo scoperto anche noi! Claudia scoppia a piangere, è davvero stremata. Io sono incredula e spero sia un brutto sogno. Gli altri ancora non sanno...mentre supplichiamo l’impiegato dell’Air France di fermare il volo ed aspettarci. Nulla da fare. Racimoliamo tra noi il denaro necessario per modificare la partenza e partire domani sera... e non possiamo fare altro che tornare alla Maison de l’Amitiè per un’altra notte africana.

Mercoledì 7 gennaio 2009
Mestissima giornata, questo “giorno in più” che ci tocca fare a Ouaga. Il Burkina ci è piaciuto molto ed il viaggio è stato bellissimo... ma quando inizi a pensare già a casa, al bucato, al riposo... è dura tornare indietro. Vabbè, cerchiamo i lati positivi! La notte passa abbastanza bene ed al mattino Faustin ci porta in giro nei dintorni. Andiamo a Yagma, e non è un caso visto che qui c’è una grande chiesa, meta di pellegrinaggi! Faustin deve avere pensato che abbiamo bisogno di aiuto divino! In cima ad una piccola altura c’è una grande tettoia e attorno una marea di panche per i fedeli: questa è la chiesa attuale che è provvisoria perchè la nuova chiesa anzi basilica è in via di costruzione lì vicino, a fianco di un’enorme statua della Madonna. Dietro la chiesa-tettoia si snoda una Via Crucis e c’è una bella cappella dedicata alla Madonna. Ci sono tantissimi fedeli, nonostante non sia un giorno festivo, e Faustin (che è molto devoto) dice che nel grande pellegrinaggio del 2 febbraio la collina intera non basta ad ospitare tutta la gente. Nella chiesa in costruzione c’è un crocifisso nonostante i lavori in corso e sul muro vicino un sacco di preghiere e richieste scritte col gesso o col pennarello. La maggior parte sono di bambini, visto che chiedono di essere promossi e di avere una bicicletta... qualcuno chiede anche una moto per il papà o il marito per la sorella!
Dopo di che facciamo un minimo di spesa per il pranzo e ci apprestiamo al pomeriggio di attesa. Per fortuna ci sono ancora in giro i materassi della notte così possiamo stravaccarci un po’ e mettere da parte qualche energia per la notte in aereo.
I nostri due valenti autisti Paul e Faustin sono più in ansia di noi... si sono veramente preoccupati dopo la nostra scena di scoramento di ieri! Così vengono a prenderci alle 18.15... quando il volo è alle 23.25!! Sono davvero gentili, due bravissime persone, serissimi nel loro lavoro e molto disponibili.
Ecco, ce l’abbiamo fatta. Decolliamo. Il volo notturno è sempre una gran rottura...per fortuna ci servono quasi subito la cena (mangiabile, soprattutto dopo tre settimane di Africa!) e riesco a vedere in italiano il film “Vicky Cristina Barcelona” (una delusione, per inciso). Ma poi rien, non riesco proprio a dormire neanche un po’, caldo, non so dove mettere le gambe, il ciccione accanto a me invade il mio spazio. Pazienza, arriverò a Rimini che sarò una zombi. Molto stanca, molto molto lercia, ma veramente contenta di questa nuova esperienza africana. Continente che mi affascina e mi fa arrabbiare al tempo stesso...ma che mi emoziona sempre tanto. Ed è quello che conta.
Barka*, Burkina!

(* grazie)

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