Ritorno in Botswana

in viaggio con danibi in Botswana

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Ritorno in Botswana

 

A, B, C, D, E, F, G…
A come Africa: il Continente causa del nostro inguaribile male.
B come Botswana: ignorato per anni, per “antipatia” nei confronti dei suoi prezzi elevati, ma anche tenuto in serbo per ultimo, come uno squisito dolce, da servire a fine pasto.
Nel 2009, sciolta ogni riserva, visitiamo il Nord: Maun, Delta dell’Okavango, Moremi Game Reserve, Savuti, Chobe N.P. Emozionante esperienza, avventurosa, con pernottamenti in campeggio in luoghi “drammaticamente” spettacolari, ma alcune aree, in fatto di animali, ci lasciano a bocca asciutta. Sentiamo di aver maturato un credito.
C come Caldo: il caldo dell’estate australe.
D come Documentario: noi (Sandro e io) nel documentario, con e tra la fauna africana.
Dunque un inguaribile “mal d’Africa”, un credito da riscuotere, la voglia di caldo, un luogo - Duba Plains - con leoni e bufali protagonisti assoluti di un documentario senza fine, sono stimoli sufficientemente forti per mettere in cantiere un secondo viaggio in Botswana.

Limitiamo l’itinerario a due sole zone:
** Delta dell’Okavango, dedicando 3 giorni alla parte sud orientale (Chitabe Lediba) + 3 giorni da spendere nel campo più remoto e settentrionale (Duba Plains);
** Linyanti/Savuti, 4 giorni da trascorrere a Duma Tau.
Le tariffe, pur non essendo esattamente “low cost”, praticate da Wilderness Safaris durante la “Green Season” rendono fattibile il viaggio con soggiorno in esclusivi campi tendati e spostamenti, tra l’uno e l’altro, con piccoli aerei.
La foto di una leonessa che nuota nell’acqua è l’immagine simbolo che attribuiamo al viaggio, rappresenta il nostro obiettivo e quanto desideriamo dal Botswana, atto secondo.
Per il resto lasciamo fare all’Africa, certi che non sarà avara.

Itinerario

17 febbraio 2013
Con discreto compiacimento, mentre viaggiamo verso l’aeroporto di Linate, osserviamo i cumuli di neve depositata lungo le strade, pregustando il caldo che ci attende nell’altro emisfero.
Il volo Lufthansa per Francoforte è in orario, lo stesso dicasi per l’Airbus A380, il “mostro” volante che parte in serata e che ci scarica, dopo 11 ore, insieme a altri 500 e più passeggeri, in quel di Johannesburg.

18 febbraio 2013
Il tempo di sosta troppo breve prima del volo per Maun (Botswana) ci obbliga a pernottare in Sudafrica. Conosciamo già Airport Grand Hotel che raggiungiamo con la comoda navetta gratuita.
Fa caldo, lo sbalzo termico è notevole, non desideriamo altro che trascorrere un ozioso pomeriggio in piscina, ma il cielo di Johannesburg si tinge improvvisamente di grigio e scarica pioggia a secchiate, senza tregua, salvo per il tempo di fugaci schiarite tra un acquazzone e l’altro.
Ci rassegniamo alla “reclusione” senza accadimenti particolari, tranne - mentre sonnecchiamo - l’inaspettata visita di uno sconosciuto che apre regolarmente la porta della camera con la chiave e che dichiara di esserne il legittimo assegnatario. In effetti, controllando chiavi e numeri, ci rendiamo conto di esserci infilati in una stanza già aperta confondendo la numerazione. Chiarito l’equivoco, ci scambiamo le chiavi e una stretta di mano con un sorriso ebete e imbarazzato.
Ceniamo presso il ristorante interno e alle 21 siamo già nel mondo dei sogni.

19 febbraio 2013
Colazione, navetta, aeroporto internazionale, volo, Maun, sole, caldo, cielo azzurro.
Alle 14,30, allacciate le cinture di sicurezza, l’aereino Wilderness Botswana Air si stacca dalla pista. Scatto la prima foto alle ordinate casine di Maun che si specchiano nella parte sottostante dell’ala.
Tempo una manciata di minuti, il pilota inverte la rotta, rivedo le casette appena fotografate, la pista e, da non credere, stiamo atterrando. Un uccello con poca voglia di vivere si è schiantato contro il muso dell’aereo, occorrono minuziosi controlli prima di ripartire. Ci sistemiamo all’ombra, sotto un’ala, osservando i tecnici all’opera e il “panorama” aeroportuale, mentre qualcuno distribuisce bottiglie d’acqua.
Un’ora più tardi si decolla per la seconda volta, dopo le ormai note casette scorre sotto di noi un immenso acquarello indefinito, con chiazze di colori stemperati che vanno dal verde delle paludi al blu di corsi d’acqua e canali che serpeggiano o si diramano come arabeschi: è il Delta dell’Okavango!
Il volo dura poco meno di 30 minuti. Breve, ma appagante.
Nei pressi dell’airstrip, mentre il velivolo si abbassa per atterrare, vedo un gruppo di giraffe. Considerato che, tra tutti gli animali della savana, sono le mie preferite, l’accoglienza è benaugurale.
Altri 25 minuti di jeep ci separano da Chitabe Lediba camp.
Il ritardo cumulato accorcia la “siesta”, c’è giusto il tempo di prendere possesso della “tenda” (spaziosa abitazione collocata su piattaforma di legno, con pareti di tela e zanzariere) e di fare merenda.
Il game drive pomeridiano però è salvo, alle 16,30, rispettando una precisa tabella oraria, ha inizio la nostra attività preferita. Compagni di avventura una coppia di cileni (Paola e Cristiano), con i quali scatta da subito, facilitati dalla somiglianza delle lingue spagnolo e italiano, una perfetta intesa.
Phinley, guida esperta nonché appassionato fotografo, è quanto di meglio si possa desiderare. Ci troviamo infatti a osservare qualsiasi scena dall’angolazione migliore, con la luce più favorevole e per il tempo necessario a ciascuno per scattare fotografie o semplicemente per gustare soggetti, panorami e molto altro.
La Green Season, una novità per noi, fa sfoggio di erba alta, lagune che superiamo grazie a robuste passerelle di tronchi, canali dall’acqua bassa che guadiamo con la jeep, un’infinita gamma di verdi e, naturalmente, tanti animali.
Ci aspettiamo, tra le prime apparizioni, le specie più comuni tipo antilopi e facoceri, invece Chitabe ci serve, quale “entrée”, 3 rari licaoni e, quale “main course”, all’ora del tramonto, una famiglia di leoni. Questi ultimi ingombrano la pista, nonostante ripetuti sbadigli sono attivi e probabilmente affamati. Setacciano con lo sguardo il terreno e si muovono fiutando un’eventuale preda. Li seguiamo e, indovinando la loro intenzione di bere, li anticipiamo attendendoli nei pressi di una pozza d’acqua.
I felini non si fanno attendere a lungo, raggiunta la pozza, si dispongono in fila sulla riva sabbiosa. In silenzio osserviamo le loro figure riflesse nello specchio d’acqua. Il rumore del risucchio mentre bevono echeggia nell’aria, i colori del tramonto impreziosiscono la scena.
Il buio sopraggiunge presto, ripongo la macchina fotografica, memorizzando un ultimo fotogramma: 7 leoni allineati, in posizione da sfinge, che si specchiano nell’acqua ormai scura.
Alle 20 passate torniamo al campo.
Che dire di questo primo giorno a Chitabe? Semplicemente… Grazie, Africa!

20 febbraio 2013
Il programma giornaliero in un safari camp è così articolato:
ore 5,00 sveglia,
ore 5,30 colazione leggera,
dalle 6,00 alle 10,30 game drive che si può protrarre anche oltre l’orario canonico nel caso si stia seguendo una particolare azione,
ore 11,00 brunch,
siesta,
ore 16,00 merenda,
dalle 16,30 fino a dopo il tramonto (orario elastico anche in questo caso) secondo game drive,
ore 20,00 cena e al massimo un paio d’ore più tardi già si dorme.
Come da programma, dopo sveglia e colazione, ci allontaniamo dal campo poco prima dell’alba mentre, a oriente, il cielo schiarisce. Tinte aranciate, dai toni caldi, e assenza di nubi per questa nuova giornata che si preannuncia climaticamente perfetta.
Una figura lontana richiama la nostra attenzione, dai colori del manto riconosciamo un leopardo che cammina sulla sabbia chiara, seguendo il solco scavato dai pneumatici e lasciando nette impronte. Un colpo di fortuna per tutti, ma soprattutto per Paola e Cristiano al primo viaggi o in Africa e al secondo giorno di safari. Seguiamo il felino e, compreso dove è indirizzato, lo anticipiamo andando ad attenderlo al di là di una pozza d’acqua dalla forma allungata.
Unica presenza, tra l’erba alta, un impala, maschio, solitario. Per non interferire in alcun modo tra l’uno e l’altro animale, ci fermiamo a debita distanza. Phinley propone una sosta per osservare i comportamenti di entrambe le specie e l’attesa dell’eventuale evoluzione di una scena che, per ora, non lascia presagire nulla.
Scelta che, da appassionati osservatori della fauna africana, approviamo, con il consenso spontaneo anche dei compagni cileni, già euforici per quanto sta riservando loro questa spettacolare porzione d’Africa. Sopra il leopardo si palesa e si anima un chiassoso stormo di uccelli. A decine volano ripetutamente in cerchio, emettendo striduli richiami. L’impala, allarmato, smette di brucare, orienta lo sguardo oltre la pozza, in direzione degli uccelli, senza tuttavia scorgere, né fiutare, la minaccia costituita dal predatore. Per un’ora o forse più, osserviamo le mosse di entrambi:
- il felino scivola furtivo, solo un’ombra tra la vegetazione, arrestandosi in prossimità dell’acqua, senza superare la fascia di terreno priva d’erba che lo renderebbe visibile;
- l’erbivoro è molto circospetto, si allontana quasi impercettibilmente, spostando il nostro campo visivo e quello del suo inseguitore, indugia a lungo indeciso sul da farsi. Resta comunque un bersaglio, solo un poco più lontano.
Predatore e preda si muovono con lentezza, a separarli un canale d’acqua che si assottiglia sempre più sino ad esaurirsi e a cedere il posto a un banco sabbioso. Non accade nulla per molto tempo. Seguiamo il tutto in silenzio, maturando e azzerando, a fasi alterne, la speranza di assistere a una predazione. Nello stesso tempo ammiriamo la pazienza e l’astuzia del leopardo prima immobile e, in seguito, certo di non essere visto, mentre oltrepassa la zona totalmente scoperta.
Ora si trova esattamente tra noi e l’antilope. Avanza cauto, ma rapido, l’erba fitta poi lo inghiotte celandolo anche al nostro sguardo. E’ ormai evidente che l’erbivoro non ha scampo, fissiamo allora l’attenzione sulla sfortunata bestia. Un sentimento forte, febbrile, indefinibile, un misto di emozione, adrenalina, concentrazione, respiro trattenuto, si agita dentro di noi mentre assistiamo allo scatto del leopardo che, con un ultimo balzo, copre la distanza che lo separa dalla preda.
Phinley, avviato il motore con un “ruggito”, si dirige a tutta velocità verso il luogo dell’azione. Il leopardo (una femmina di piccola taglia) stringe tra le fauci il muso della vittima, per impedirne la respirazione, trattenendo con le zampe la parte superiore del corpo massiccio. Una sorta di lungo, appassionato bacio e un abbraccio mortale. Meraviglioso, pur nella sua crudezza estrema e senza spargimento di sangue.
La povera bestia agonizzante scalcia sempre più debolmente, poi è la fine, giace immobile. Il felino scioglie la presa. Non si avventa subito sulle carni, ma con un gesto delicato, quasi gentile, lecca un graffio prodotto sulla pelle dell’animale prima di afferrarlo per la collottola e trascinarne, a fatica, il corpo inerte ai piedi di un albero, al riparo di un cespuglio.
Scena cruenta, ma nello stesso tempo affascinante poiché evidenzia come in natura un animale affamato sviluppi pazienza, astuzia, mimetismo, forza, tenacia e molte altre doti indispensabili affinché un lungo agguato culmini nell’atto conclusivo dell’uccisione. Anche se il tutto avviene per soddisfare esclusivamente un bisogno primario, è inevitabile provare tristezza per l’animale aggraziato, delicatamente bello, ignaro fino a pochi minuti fa, che ora giace senza vita. Considerando che, nel regno animale, non è contemplata alcuna forma di violenza gratuita e che il ciclo vitale non permette forme alternative alla caccia per la nutrizione/continuazione della specie, ci reputiamo privilegiati nell’esserne stati spettatori.
Ritenendo che il pasto vero e proprio sia una faccenda privata, lasciamo la femmina di leopardo con il suo bottino. Ci allontaniamo lentamente, pensierosi, sopraffatti dall’emozione, con gli occhi inumiditi dalle lacrime.
Proseguendo il game drive, troviamo tre leoni svogliati e sonnecchianti che, investiti dai raggi solari, si rianimano solo per cercare un nuovo riparo ombreggiato.
Sostiamo nelle vicinanze di un’ampia pozza che, richiamando all’abbeverata molte specie, pullula di vita. Una processione di giraffe, zebre, uccelli, impala sfila al nostro fianco. Chi più disinvoltamente e chi più cautamente, tutti gli animali raggiungono lo specchio d’acqua, bevono e poi si disperdono.
Ci concentriamo per un’ora abbondante sul via vai degli impala che si spostano in branco, compiendo lunghi balzi e correndo velocissimi. Ci divertiamo, non senza difficoltà, a “catturarli” con gli obiettivi mentre sembrano sospesi per aria.
Non trascuriamo neppure le zebre immortalandole nell’atto di bere.
La mattinata ci dispensa ancora elefanti, red lechwe, kudu, manguste e di nuovo, numerosi, gli impala ammassati in cerchio a beneficiare dell’ombra di grandi alberi.
All’ora di pranzo ci attende una sorpresa. Raggiunta una radura ombreggiata, troviamo una tavolata apparecchiata, gli altri ospiti del campo e una sfilata di cibi sfiziosi.
Siesta, merenda e secondo game drive.
Ripassiamo dal leopardo che, ben nascosto nell’intrico di un cespuglio, è ancora dedito al pasto. Una volta sazio esce allo scoperto e si sottopone a minuziosa pulizia, si lecca i baffi, il muso, le zampe e tutte le parti del corpo, coda compresa. E’ buffo quando, di colpo, crolla addormentato, con il respiro affannoso, in una posizione non esattamente onorevole.
Il tramonto ci offre ancora 7 leoni e una diversa pozza d’acqua. Ammiriamo la bella colorazione rossiccia che assumono per effetto del sole ormai all’orizzonte, i corpi riflessi nell’acqua e i vivaci giochi di due giovani che si mordicchiano le orecchie, si prendono a zampate finendo con l’abbracciarsi, si contendono un ramo spezzato, si cavalcano saltandosi reciprocamente sul dorso.
Scattiamo foto all’intera famiglia: c’è chi dorme, chi si strofina gli occhi con le zampe, chi sembra rimirarsi allo specchio e anche chi, con molta nonchalance, si accovaccia per espellere ogni tipo di bisogno. Notiamo così, che a differenza di un gatto, i leoni non usano sotterrare i propri escrementi.
Il buio notturno segna la fine di un’altra memorabile giornata.
Il pasto serale prevede una sola tavolata da condividere con le guide, alcuni collaboratori che lavorano presso il campo e gli altri ospiti che iniziamo a inquadrare. Gli individui che sicuramente non passano inosservati sono un chirurgo plastico e signora, di New York, con al seguito due ragazzine (la maggiore, a occhio, non supera i 12-13 anni). Non riusciamo a stabilire se siano figlie o nipoti della coppia. Lui è senza dubbio il personaggio centrale, la colonna portante, distinto, brizzolato, età compresa tra i 60 e 65 anni, perfetto nella sua tenuta da safari color kaki, cappello a larga tesa, calzettoni, scarponi e accessori vari. La signora, di età indefinita, è il prodotto di una serie di interventi chirurgici: labbra e seni gonfiati a dismisura, pelle del viso tirata tanto da sembrare una grottesca maschera su collo e decolletè avvizziti. Spaventosa!
Malignamente pensiamo: “se questo è il biglietto da visita del chirurgo plastico… si salvi chi può!”. Ci chiediamo se si tratti di un “lavori in corso” e se a fine trattamento ne uscirà se non una principessa almeno una figura più piacevole da guardare. La signora, in tenuta serale (alla mercè di fameliche zanzare) è decisamente fuori luogo con gli shorts sgambati, canotta da Barbie e stivaletti con tacco alto. Non è solo un’impressione, è seriamente tesa, sembra temere strappi e drastiche conseguenze, tant’è che difficilmente la si vede far colazione all’alba o sulla jeep seduta accanto al marito.
Un Professore di Cambridge e un “fotografo” (non si separa mai da due ingombranti reflex e relativi obiettivi) del Massachusetts, impegnati in una interminabile gara a chi ha visto di più e a chi ha viaggiato di più, completano la bizzarra tavolata.
Nel cuore della notte scoppia un violento temporale che scarica lampi e pioggia torrenziale, lo riporto così come mi è stato raccontato, in realtà non me ne sono accorta.

21 febbraio 2013
Nelle vicinanze dell’airstrip ci imbattiamo in due stupendi leoni maschi, adulti, con la criniera bicolore, folta, che arriva a coprire il dorso, come un mantello. I due esemplari, seduti, sembrano presidiare la pista di terra battuta. Al nostro arrivo, un leone si sposta per andare a stendersi all’ombra, l’altro è pressoché immobile, incollato alla pista, come una statua. Nulla di strano, capita di frequente di avvistare animali nelle vicinanze o direttamente sulle piste di atterraggio scavate nella savana.
La situazione prende una piega diversa quando udiamo il rombo di un motore e un puntino scuro si avvicina, un piccolo velivolo prende forma, si allinea alla striscia di terra battuta e si abbassa sempre più. Il leone, con il muso rivolto dalla parte opposta, ostenta indifferenza anche quando l’aereino tocca terra e sopraggiunge veloce alle sue spalle. Preoccupati guardiamo da una parte e dall’altra, i due soggetti sono sempre più vicini. Il felino si alza con lentezza, fronteggiando immobile sulle 4 zampe, in atto di sfida, il piccolo aereo. Si sposta, senza fretta, giusto un attimo prima di essere travolto dal velivolo ancora in corsa.
Tiriamo un sospiro di sollievo, riconoscendo al leone un tributo per la dimostrazione di forza e sicurezza anche nei confronti di una “bestia” alata e motorizzata.
Il siparietto non è concluso: l’aereo è ora fermo, pilota e passeggeri dovrebbero scendere dando il cambio agli occupanti di una jeep che sono in attesa di volare. Tutti sono però bloccati dai due leoni che stanno rispettivamente a destra e a sinistra del velivolo. La scena è comica, per una buona mezz’ora i due leoni tengono in “ostaggio” un certo numero di persone e modificano, senza esserne consapevoli, programmi e orari di volo. Vigendo il massimo rispetto per la fauna, a nessuno viene in mente di rincorrere le due bestie nel tentativo di disperderle.
La situazione si sblocca spontaneamente quando i leoni smettono di presidiare l’aereo e si allontanano consentendo lo scambio di passeggeri e al pilota di decollare.
Welcome to Chitabe! Non importa che siano giraffe, zebre o leoni, il comitato d’accoglienza, in Africa, è sempre molto singolare.
Ci spostiamo continuando il game drive in un territorio verdeggiante con differenti caratteristiche. Attraversiamo savane dall’erba molto alta costellate da numerose pozze d’acqua, tratti di bush, boschetti con alberi totalmente spogli, ma anche concentrazioni di alberi dalla folta chioma verde. Per la prima volta vediamo un baobab ricoperto di foglie. Tra tanto verde spiccano altissime le giraffe.
Elefanti e zebre si radunano attorno alle pozze, kudu e impala sono ovunque. In minoranza sono presenti anche gli gnu e, sugli alberi, si ricorrono e si spulciano i babbuini.
In uno stagno dall’acqua limpida emergono candide ninfee e sulle foglie galleggianti si muovono con incredibile leggerezza, sorretti dalle lunghe zampe, bellissimi african jacana. Qualche esemplare spicca il volo, ma solo per posarsi su una diversa foglia senza che questa affondi nell’acqua. Delicatezza e bellezza insieme, una poesia per sole immagini.
Pranziamo per l’ultima volta con Paola e Cristiano che tra non molto lasciano il campo per una diversa destinazione. Ci salutiamo malinconici, certi che sentiremo la loro mancanza.
Il caldo ci invita a un lungo ammollo in piscina.
Ritemprati e dopo la consueta merenda, siamo pronti per il secondo game drive. Prima sosta per osservare una colonia di vivaci e graziose velvet monkeys. Seconda fermata per ammirare 6 giraffe che attraversano, investite da una luce particolarmente calda, un ampio spiazzo verdeggiate e che si nutrono del fogliame di un’acacia.
Torniamo dal leopardo. Stesso luogo, stessa situazione, con una sola differenza: l’odore di decomposizione è sempre più forte. Il predatore, con la pancia piena e il respiro affannoso, alterna brevi spostamenti a profonde dormite. Scattate alcune foto, non spendiamo molto tempo in sua compagnia.
In pochi minuti ben due serpenti guizzano davanti a noi, attraversando la pista sabbiosa. Del primo, un cobra sputatore, riesco a visualizzare solo la parte finale. Non sembra un esemplare di grandi dimensioni, ma mi viene la pelle d’oca nel vederne le squame color marrone giallastro e il corpo sinuoso, strisciante. Del secondo, un grosso Egyptian cobra, non vedo nulla. Non amando i serpenti, soprattutto quelli velenosi, di proposito ho tardato a guardare nella direzione indicata da Phinley.
Mi distolgono dal ribrezzo generato dai rettili, un babbuino seduto sulla sommità di un termitaio e la febbrile attività dell’intera famiglia di scimmie che si svolge tutto attorno e sui rami degli alberi. Un piccolissimo, nato da poche settimane, tenta passaggi sospesi e arrampicate sui rami vicini, ma si dimostra ancora molto incerto e traballante, spesso la madre - che non lo perde di vista un solo istante - interviene afferrandolo saldamente prima di una rovinosa caduta.
All’ora del tramonto ci fermiamo a fissare un vaporoso nuvolone bianco la cui forma ricorda un enorme fungo atomico e due fasce azzurro/blu che tagliano in diagonale il cielo rosato. I colori sono sempre più intensi, poi sopraggiunge il buio a segnare la fine di un’altra emozionante giornata.

22 febbraio 2013
I tenui colori rosati dell’alba, il sole basso sopra l’orizzonte che gioca con luci e ombre, una coppia di kudu maschi con le lunghe corna ritorte... inizia così un altro giorno, le nostre ultime ore a Chitabe.
Un incontro speciale rende ancora più drammatico il distacco da questo magnifico contesto. In controluce si profila l’inconfondibile sagoma di un ghepardo che, accovacciato sulle zampe posteriori, osserva con bramoso interesse un branco di impala. Non crediamo a tanta fortuna, ma il ghepardo non è una visione, dobbiamo arrenderci all’evidenza. Il predatore tenta un avvicinamento alle antilopi, ma un’allarmata, stridula moltitudine di uccelli e il vento a sfavore, rivelano la sua presenza. In pochi attimi gli erbivori si disperdono e attorno al felino, a parte noi, non c’è anima viva.
Nonostante il terreno accidentato e ostacolato da arbusti, lo seguiamo, dedicandogli tutta la mattina, godendocelo in habitat e atteggiamenti differenti: seduto, in classica posa statuaria, accanto a un termitaio, come un originale in carne e ossa e la sua copia modellata con la creta, mentre si stiracchia e poi si lecca la pelliccia del dorso con una abile rotazione del capo di 180°, nell’atto di attraversare i due solchi sabbiosi della pista sfiorando il fianco della jeep, intento a rotolare sul terreno per grattarsi la schiena, in movimento tra il verde erboso con il sole che esalta il colore giallo a macchie nere del suo manto, immobilizzato all’ombra di massicci termitai.
Trascorriamo altro tempo a osservarlo dopo che, raggiunta una laguna, vi si apposta in attesa che gli impala vengano a dissetarsi. Regna una totale immobilità, la zona è molto aperta, la vista spazia lontano, ma non c’è animale nel raggio di chilometri. Si ode solo il soffiare di una leggera brezza e il verso di una miriade di uccelli. Infatti, chiudendo gli occhi, si distinguono nettamente tanti differenti suoni e richiami.
Siamo totalmente presi dal ghepardo da non notare 3 elefanti che sopraggiungono silenziosi alle nostre spalle. L’improvviso schiocco di un ramo spezzato richiama la nostra attenzione, ci voltiamo di scatto e vicinissimo c’è il faccione di un elefante. Sventola un po’ le orecchie, ci annusa, ciondola su una zampa e, infine, rivolgendoci il posteriore, raggiunge la pozza d’acqua e i suoi simili. I tre elefanti si immergono, bevono rumorosamente, lanciano con le proboscidi alti getti e frustano la superficie dell’acqua, sotto lo sguardo del ghepardo che non si sposta di un centimetro dal suo punto di osservazione.
I pachidermi si allontanano senza produrre rumore e anche per noi è giunta l’ora di salutare il felino.
Fissiamo nella memoria le ultime immagini di questo paradiso vegetato con l’acqua portata dalla piena dei grandi fiumi che aumenta, espandendosi, di giorno in giorno, a vista d’occhio, l’erba dalle svariate tonalità di verde, alta, sottile, culminante in ciuffi scuri che ondeggiano anche solo con uno sbuffo d’aria, il sole splendente e infine il cielo terso.
Dopo pranzo, salutato l’amichevole Team di Chitabe e Phinley, ci dirigiamo verso l’airstrip. Siamo muti, pensierosi e preoccupati... Duba Plains, nostra prossima meta, è un luogo famoso grazie al documentario “Relentless Enemies” prodotto da National Geographic. Leoni e bufali, in continua interazione, sono i protagonisti in quella remota area, inoltre Duba Plains è forse l’unico sito dove i leoni attraversano a nuoto i numerosi corsi d’acqua che solcano la parte più settentrionale del Delta dell’Okavango.
Inevitabile quindi che le nostre aspettative siano elevate, ritenendo Duba il pezzo forte del viaggio. Ma - onestamente - dopo aver visto la caccia di un leopardo, i leoni al tramonto intenti a bere e aver seguito per ore un ghepardo, possiamo davvero aspettarci di superare l’eccezionalità e la ricchezza di Chitabe? Abbiamo viaggiato parecchio in Africa, visitato molti Parchi e speso centinaia di ore tra gli animali. La risposta è: “Mah… forse… sarebbe pretendere troppo!”.
Con questo patema, alle 14,30, ci leviamo in volo sul Delta. La bellezza del “quadro astratto” che si srotola sotto di noi ci distoglie dalle preoccupazioni. Un fiume blu serpeggia sinuoso con le sue ampie curve e contrasta con il verde delle paludi erbose, degli stagni ricoperti di foglie e delle isole dalle forme irregolari.
Tante volte abbiamo provato ad immaginare come si concilia un game drive su terreno, ma anche in acqua, senza tuttavia mai avvicinarci alla realtà. Il sorvolo ci fa comprendere la conformazione del luogo, veramente un insieme di terra, acqua e paludi.
Una volta atterrati, al cospetto di una jeep “snorkel safari” di dimensioni e altezza mai viste prima d’ora, ci è ancora più chiaro come ci si possa muovere indifferentemente tra terra e acqua, superando lagune, canali e profondi guadi.
Il campo ha un aspetto vissuto, le sei tende in particolare necessiterebbero di qualche miglioria. La cosa ci procura sollievo, è evidente che il “lusso” di Duba Plains sta altrove. La sua collocazione è superba; la struttura si affaccia su un vasto canneto, parzialmente inondato, ed è separata dall’immensa piana da un profondo canale.
Qui merenda e game drive pomeridiano vengono anticipati di mezz’ora, quindi alle 16,00 attraversiamo il canneto con una barchetta a motore, navigando sull’acqua limpida disseminata di ninfee ancorate al fondale da lunghe radici.
Cambiato mezzo di trasporto, con la jeep superiamo numerosi guadi, spingendoci lontano dal campo. Un ambiente come quello che ci circonda, che alterna acqua, terra e acquitrini già di per sé è uno spettacolo, il poter raggiungere qualsiasi punto, grazie alle nuove jeep snorkel e senza limitazioni, è sorprendente, oltre che un valore aggiunto. Va da sé che ci godiamo la novità.
In questo habitat semiacquatico sono assenti gli impala, in compenso - tra le antilopi - abbondano red lechwe, common reedbuck, waterbuck e tsetsebee. Impressionante, inoltre, la quantità e varietà di volatili.
Condividiamo tanta bellezza e abbondanza con KB, abile guida che in poche ore conquista la nostra fiducia, con James, il “navigatore”, e con due mature amiche londinesi: Margareth & Margareth. “Stacanoviste” quanto noi, quindi soste prolungate per osservare gli animali senza brontolii spazientiti, anzi condivise con genuino entusiasmo, così come gli sguardi raggianti e le espressioni di piacere quando il “documentario” raggiunge un certo spessore, vale a dire continuamente.
Nel tardo pomeriggio incontriamo 6 leoni, molto rilassati, probabilmente sazi; dormono quasi tutti, tranne un giovane che, a imitazione degli adulti, si atteggia a predatore, muovendosi con circospezione e puntando il branco di antilopi visibili in una spianata poco sotto. Il giovane felino, stancatosi abbastanza presto di recitare la parte di “maturo”, mette fine al gioco con un plateale sbadiglio.
Al tramonto, le nuvole si “accendono” di luce bianca, il cielo si colora di rosa e di blu scuro. In lontananza, in direzione opposta e sullo sfondo di un cielo plumbeo, è in corso un temporale che scarica una raffica di fulmini. Fenomeno che ammiriamo sorseggiando l’aperitivo.
La quiete è interrotta dall’improvviso soffiare del vento che solleva turbini di polvere e sospinge il temporale verso di noi. Corriamo inseguiti dal fronte nuvoloso nero e minaccioso, sobbalzando per le asperità del terreno e provocando ondate d’acqua quando affrontiamo i guadi.
La frettolosa fuga non ci risparmia tuttavia la cascata d’acqua che ci investe quando, con la piccola imbarcazione, compiamo a ritroso la traversata del canale.
Arriviamo al campo fradici, inzuppati fino al midollo e infreddoliti. Non ci resta che ridere, insieme alle due Margareth, del nostro “look acquatico”.
Urge un cambio d’abiti, ma anche all’interno della tenda, attraverso le zanzariere che fungono da pareti, entra acqua a volontà e il vento fa svolazzare di tutto. Purtroppo il diluvio è di proporzioni colossali, impossibile prevenirne i disagi. In ogni caso, dopo cena, troviamo la tenda sigillata dai teli impermeabili srotolati esternamente e il pavimento asciugato alla bell’e meglio.
Dal canto nostro tendiamo una corda per tutta la lunghezza della stanza stendendovi sopra tutto quel che è fradicio. Sembriamo accampati, c’è roba ovunque, ma una volta sotto le coperte, non abbiamo il tempo di pensare alle scarpe infangate o al disordine che ci circonda, ci addormentiamo nel giro di pochi minuti.

23 febbraio 2013
Quando lasciamo il campo il cielo è ancora nero e stellato, il fresco delle prime ore della giornata è piacevole.
L’alba si manifesta con un’esplosione di colori rosati, violacei, arancio che si specchiano nell’acqua placida degli stagni e colorano il sottile strato nuvoloso che ci sovrasta.
Tanti, tantissimi uccelli si alzano in volo, popolano le lagune e colonizzano rami e arbusti. 4 graziose volpi africane aprono la carrellata di animali materializzandosi in una spianata verdeggiante. Branchi di red lechwe affollano le paludi e corrono sollevando schizzi d’acqua. Superiamo, senza soste, tsetsebee, waterbuck, kudu, facoceri.
Ci fermiamo, invece, ad osservare una famigliola di elefanti che cammina nell’erba alta e attraversa una pozza profonda, tanto che i due piccoli procedono a nuoto tenendo la proboscide come uno snorkel.
Su una collinetta troneggia un leone maschio, esemplare adulto, in perfetta forma, fotogenico e vicino da permetterci di scattare bellissimi primi piani. Pensiamo sia solitario, ma da dietro il rilievo spuntano un paio d’orecchie pelose e il bel muso di una leonessa. Ridiamo per l’apparizione a sorpresa e per l’espressione buffa, curiosa, quasi intimidita di questo secondo leone. Ben presto la femmina rivela di non essere affatto timida o impaurita, esce allo scoperto, sovrastandoci. La sua figura eretta, accanto al maschio, è stupenda. Insieme, i due leoni, formano una gran bella coppia. KB riferisce di averli visti accoppiarsi non più tardi di due giorni fa.
La nostra memoria va a ritroso, ripensando che proprio in Botswana ci è capitato di assistere al “mating” tra leoni. Conosciamo, per averlo osservato per due giorni consecutivi, lo straordinario rituale che si ripete per almeno tre giorni. Ci auguriamo, quindi, che questo paio di leoni non abbia già concluso il periodo amoroso. Le due bestie si scambiano ancora qualche tenerezza, ma è presto evidente che non si concedono nulla di più.
In lontananza si scorge una seconda coppia, con un maschio più giovane dalla criniera meno folta. I leoni più vicini a noi si incamminano verso i loro simili. La femmina avanza decisa, il maschio, trovata una placenta (probabilmente di bufala), la divora con avidità, ma anche con difficoltà. Notiamo che il leone è costretto a trattenere la placenta, dura e fibrosa, con le zampe e nello stesso tempo ad affondarvi i denti aguzzi, strattonandola. L’operazione richiede tempo, forza e astuzia, comunque termina con successo.
Seguiamo le due coppie di felini per l’intera mattinata osservandone i molteplici comportamenti. I maschi si tengono a distanza, ciascuno marca compulsivamente il proprio territorio e quando, in almeno tre occasioni, entrano in contatto si rincorrono minacciosi, si affrontano ruggendo, prendendosi a zampate. Le schermaglie durano a lungo. Soccombe il leone più giovane costretto ad allontanarsi, mentre il vincitore marca il territorio appena conquistato.
Le due femmine si comportano in modo totalmente differente. I loro approcci sono decisamente più amichevoli. Si salutano affettuosamente, questa è la nostra impressione, annusandosi vicendevolmente e strofinandosi il capo. Durante uno scambio di convenevoli tra le leonesse, il maschio più “anziano” si avvicina con sfacciata padronanza, annusa la femmina del rivale che non oppone alcuna resistenza, anzi si direbbe proprio che gradisca le attenzioni e che sia disposta a far parte di una nuova famiglia.
Tra i due maschi scoppia una violenta lotta, il leone con meno esperienza riconquista la compagna perduta, ma – indotto a battere in ritirata – si allontana mesto dalla porzione di territorio già marcata dal più forte.
Tutti i leoni, seppur distanziati, si orientano verso la stessa direzione. Un corso d’acqua attraversa il loro cammino, ma non sembra costituire un ostacolo.
Li anticipiamo, posizionandoci di fronte. La prima coppia sopraggiunge di lì a poco, entrambi i felini bevono abbondantemente, attraversano il canale sollevando ad ogni passo alti schizzi d’acqua. Si accovacciano quindi nell’erba, davanti a noi, rivolti verso la pozza. E’ stupendo, i leoni e noi, in attesa della stessa cosa: la seconda coppia!
Pochi minuti e da un piccolo rilievo scendono gli altri due felini, i loro corpi si riflettono nell’acqua durante l’abbeverata, sono meno propensi a bagnarsi totalmente, cercano infatti passaggi asciutti, ma attraversano in ogni caso e vanno a stendersi a distanza di sicurezza.
Sono quasi le 11, il sole è ormai alto, la temperatura è salita parecchio, è chiaro che da qui in avanti non succederà alcunché, lasciamo pertanto la scena soddisfatti per aver fatto il pieno di immagini e momenti straordinari.
Una linea scura e la scia di bianche egrette svolazzanti sono inequivocabili segnali del passaggio di una mandria di bufali. Un branco di tsetsebee occupa una vasta prateria. Dal verde dell’erba “rasata” dagli erbivori si levano in volo stormi di uccelli. Un grazioso martin pescatore, dal piumaggio bianco e nero, posato su un sottile stelo, trattiene nel becco un pesce.
Un susseguirsi di scene deliziose è il ricco bottino di questa prima parte di giornata, limpida e soleggiata.
Inauguriamo il nuovo ponte di pali di legno che scavalca la zona umida con gli stagni fioriti e le paludi dove prosperano i papiri. D’ora in poi, abbandonata la barchetta, si può raggiungere il campo direttamente con le jeep.
Pranzo, siesta e merenda.
Dedichiamo il pomeriggio all’osservazione di alcuni ippopotami che nuotano e sbadigliano in una laguna contornata da steli d’erba culminanti in vaporosi fiocchi bianchi come le pianticelle di cotone. Ammiriamo il perfetto mix di colori di elefanti, common reedbuck e egrette che condividono una prateria.
Nel tardo pomeriggio, rintracciati i 4 leoni, notiamo che sono molto attivi, camminano instancabili alla ricerca di una preda da cacciare. Li talloniamo per molti chilometri e sino al calar del buio.
Per noi, che a breve torneremo al campo, il pasto è scontato, ai leoni, che non hanno certezze, auguriamo una notte fruttuosa.

24 febbraio 2013
Seguendo la direzione di provenienza del verso di un leopardo, nei pressi di un boschetto troviamo un gruppo di giraffe, le cui sagome si profilano scure sullo sfondo del cielo arrossato.
Finalmente scatto la foto che rincorro da anni, anche se – paradossalmente – questo avviene all’alba. In realtà ho sempre pensato fosse più facile riuscirci al tramonto.
In questo angolo del Delta il paesaggio sembra incantato, l’erba ha una consistenza lieve e l’aspetto di un impalpabile, immenso velo bianco posato sulle praterie.
Spendiamo parte della mattina con i bufali: una mandria di circa 350 esemplari, con molti piccoli, sovrastata da una “nuvola” bianca di uccelli (egrette).
KB propone una pausa. Scesi dalla jeep consumiamo l’aperitivo circondati dai mammiferi: grandioso spettacolo, ce ne sono ovunque si volga lo sguardo.
Gli animali si spostano compatti, come un lento esodo, procedono allineandosi in una fila scura e interminabile. Talvolta, improvvisamente e per ragioni che ci sono estranee, scattano in una corsa furiosa, sollevando nuvole di polvere, per poi – sempre senza un motivo apparente – bloccarsi di colpo o invertire la direzione.
I bufali in corsa sono come un fiume impetuoso, è meraviglioso poterli osservare in un territorio esteso come la piana in cui ci troviamo.
Appurato che sono presenti e che abbondano, li lasciamo momentaneamente, certi che non sarà difficile ritrovarli, magari saranno proprio i leoni a ricondurci sulle loro tracce.
Setacciando i dintorni, diamo avvio alla ricerca dei predatori. Viaggiamo lentamente, su terreno umido e fangoso, il nostro passaggio smuove una notevole quantità di insetti, cibo prediletto e facile per migliaia di carmine bee-eater che da terra spiccano il volo e ci seguono, mantenendosi però bassi, all’altezza delle fiancate della jeep. Scena da togliere il respiro, sono talmente affascinata dalle scie colorate, rosso e verde i colori predominanti, prodotte dai volatili, da non provare neppure a fotografare, preferisco farlo con gli occhi e con la mente.
Trovati i leoni, diversi adulti e un paio di giovani vivaci ma con poca esperienza, li seguiamo per lungo tempo, fermandoci in alcune occasioni per non intralciare in alcun modo le loro azioni. Capita tuttavia che incuranti di noi i felini ci attraversino la strada, sfiorando il muso della jeep.
Basse colline e cespugli forniscono un nascondiglio, ma anche un ottimo punto di osservazione. Capita quindi di vederli in gruppo, accovacciati, intenti a fissare, da lontano, concentrazioni di animali. Si spostano coprendo lunghe distanze, attraversando savane, superando con agili balzi i corsi d’acqua che solcano il territorio o immergendosi con l’acqua che arriva a sfiorare l’addome, celandosi al nostro sguardo nelle aree boscose e avanzando nei differenti habitat che caratterizzano questo luogo. Tanta attività simboleggia che l’intera famiglia necessita di cibo. Non operano in gruppo, tendono agguati singolarmente a diversi animali. Si avventano, nell’ordine e senza successo, su un bufalo, una coppia di facoceri e un red lechwe.
Siamo disorientati, i leoni sembrano apparentemente disorganizzati, incapaci di agire in squadra. I due giovani, inoltre, non sono neppure abili nel mimetizzarsi. In realtà, con il trascorrere del tempo, è sempre più evidente che il loro obiettivo è altrove e che, strada facendo, quando un animale si trova involontariamente sulla loro traiettoria e risulta appetibile non è altro che un ostacolo, infatti per istinto tentano un attacco, ma senza spendere troppe energie.
E’ sempre più chiaro, nel constatarne il totale disinteresse nei confronti di red lechwe e altre antilopi che popolano le estese pianure e le paludi, che i leoni mirano ai bufali. Trovato uno spezzone del branco principale, cambiano atteggiamento. Ora sono compatti, seguono gli erbivori badando a tenersi nascosti. Ha inizio una sequenza fatta di attese, agguati, un primo tentativo di isolare un bufalo e relativo attacco. I bufali però, invertendo improvvisamente il senso di marcia, formano un fronte serrato respingendo brutalmente gli attaccanti e costringendoli a una prima ritirata. Le egrette, non volendo rinunciare alla loro quota di protagonismo, volano sopra l’intera scena.
Comprendiamo ora cosa significhi esattamente “interazione tra leoni e bufali”. Siamo sopraffatti dall’emozione prodotta dal documentario che si svolge attorno a noi, con i rumori, i profumi di mille piante, i versi degli animali, il frusciare delle ali di migliaia di uccelli. Ci sentiamo parte del documentario, occupando la posizione centrale insieme ai bufali, con i leoni da una parte, a riprendere fiato ai piedi di una collina e le egrette dall’altra parte, posate tra l’erba. E’ difficile comprendere tutto in un solo sguardo, in ogni direzione succede qualche cosa.
Malgrado sia passata da un pezzo l’ora di pranzo, a nessuno viene in mente di tornare al campo. E’ superfluo dire che l’approvazione è generale. Leoni e bufali si fronteggiano più volte attaccandosi a fasi alterne: ora sono gli uni ad aggredire gli altri, poco dopo i ruoli si invertono.
Lasciamo leoni, bufali e egrette in un momento di tregua. Per noi la siesta si è accorciata di quasi tre ore, ma non ha alcuna importanza, siamo felici, nei nostri sguardi brilla una luce particolare.
Pranziamo alle 14, subito dopo ci avviamo verso la nostra tenda, la n. 6, ultima e più lontana dalla zona comune. Il sentiero sabbioso che percorriamo è lungo, quasi totalmente esposto al sole. Fa molto caldo, non vediamo l’ora di rinfrescarci sotto la doccia, all’aperto.
A una decina di metri dalla tenda, notiamo che la porta è spalancata. Giunti in prossimità della veranda, dalla stanza escono come razzi alcuni babbuini… All’interno dell’abitazione sembra si sia abbattuto un uragano: bagagli rovesciati e vuotati completamente, indumenti e accessori sparsi ovunque, contenitori in plastica di creme e prodotti da bagno addentati e bucati, una t-shirt sbrindellata, infradito di gomma rosicchiate, chewing gum masticati e sputati a terra, zanzariere strappate con le unghie, lampade rovesciate, carta igienica mangiucchiata, escrementi in ogni dove. In veranda ritroviamo alcuni oggetti, altri sono stati abbandonati sul tetto della tenda. Non riusciamo a fare l’inventario completo dei danni, il caos è inimmaginabile.
Scioccati da tanta devastazione, ci avviamo verso la reception per avvisare la Manager di quanto accaduto.
Ad un certo punto sentiamo alcune gocce che ci “piovono” addosso, ma non è pioggia… un babbuino, appollaiato sul ramo di un albero, ha pensato bene di fare pipì sulle nostre teste… brutta e stupida scimmia, oltre i danni, la beffa!
Non sappiamo se ridere o piangere. Di sicuro la “visita” dei babbuini ha smorzato lo stato di estasi che ci pervadeva fino a pochi minuti fa.
Sfumata la siesta, affrontiamo il secondo game drive un po’ adombrati, ma due coppie di orecchie pelose e il musino dolce di due cuccioli di leone allontanano il malumore. Non ci stanchiamo, per il resto del pomeriggio, di osservare e fotografare mamma leonessa che dispensa tenerezze ai piccoli insaziabili di coccole e attenzioni, ma anche curiosi per quanto sta loro attorno. Alternati alle effusioni assistiamo ai giochi dei leoncini che si rincorrono su un ramo spezzato, alle faccine buffe che fanno capolino tra l’erba e ci fissano, alle “zuffe” accompagnate da teneri “miagolii”.
La giornata termina con una grigliata, allietata da canti e danze tradizionali.

25 febbraio 2013
Siamo depressi perché ci aspettavamo, o meglio speravamo, che il trasferimento presso il prossimo campo avvenisse nel pomeriggio, in tal caso avremmo potuto spendere l’intera mattina qui a Duba Plains. Veniamo invece informati che il programma odierno prevede un game drive in formato ridotto, con rientro alle 9,30, e il volo per Duma Tau (area Linyanti – Savuti) alle ore 11,00.
Ritrovati i leoni, all’alba lo scenario è come segue: in una radura, i bufali dormono ammassati in cerchio, tutto attorno le “sentinelle” vigilano e controllano ogni movimento, pronte a dare l’allarme; le egrette, sopraggiunte in volo, si posano – come bianchi fiori - sui rami spogli di un albero e aspettano il risveglio dell’intera mandria; in una prateria limitrofa, delimitata da un tratto di boscaglia, si annidano i leoni, anch’essi in attesa che i bufali si rimettano in cammino.
Insieme ai felini, 7 in totale (2 piccoli + 5 adulti di cui 4 femmine e 1 giovane maschio), prendiamo posto anche noi. I predatori sono piuttosto attivi, i giovani in particolare giocano instancabili tra loro; una leonessa si rizza sulle zampe posteriori, affilando gli artigli e simulando un attacco servendosi, quale “vittima”, del tronco di un albero; a turno dormicchiano, senza però abbandonarsi completamente al sonno; si stiracchiano; sorvegliano quanto accade oltre il riparo.
Il tempo scorre più velocemente di quel che vorremmo. Nonostante il sole già alto, i bufali continuano a dormire alla grande. Si avvicina, purtroppo per noi, il “time limit”, la nostra ansia cresce di quarto d’ora in quarto d’ora. Per la legge di Murphy “la probabilità che qualcosa accada è inversamente proporzionale alla sua desiderabilità”… mancano solo 5 minuti all’ora X quando i bufali, ripresi i sensi, si rimettono in movimento incolonnandosi in una lunga fila. Dalla nostra postazione non li vediamo, ma se ne intuisce l’esodo dal frullare di ali delle egrette che, levatesi in volo, compongono un nastro bianco al seguito della mandria.
Dal campo, via radio, stanno già chiamando KB per concordare un luogo dove una seconda jeep verrà a prelevarci. Margh & Margh possono invece continuare il game drive fino all’orario “tabellare”.
Mi viene da piangere dalla frustrazione, i leoni sono già in formazione, seguiranno i bufali e tra non molto si assisterà a una sequenza da “brivido”. KB risponde che non possiamo allontanarci nel bel mezzo di un’azione tra gli uni e gli altri, ottiene pertanto il permesso di posticipare il trasferimento di un’ora. Ci pare d’aver respirato una boccata d’ossigeno giusto un attimo prima di affogare.
Seguiamo i leoni che pedinano i bufali, il loro incedere – tra l’erba alta - è furtivo e rapido. I predatori tentano un primo attacco ai danni di due bufali distaccati dal resto del branco, l’azione però non ha successo. L’intera massa degli erbivori cambia direzione, accorrendo in aiuto dei due malcapitati. I bufali compatti rispondono alle offensive, inseguono i felini con l’intento di scacciarli, ma questi ultimi non cedono alle pressioni, anzi rivolgono la loro minacciosa attenzione a un piccolo bufalo che però viene immediatamente circondato, protetto e allontanato. Seguono furiosi affronti e scattanti ritirate, a fasi alterne. I leoni attaccano i bufali che non si lasciano intimorire, poi ci riprovano, di nuovo i bufali rispondono e così via. Le ostilità si protraggono senza tregua.
La ferocia di entrambe le specie è espressa alla massima potenza. Ci si rende conto che è davvero questione di vita o di morte. Poi un fiume separa le due fazioni: i bufali attraversano tumultuosi in un ribollire d’acqua. Il grosso del branco corre lontano, mentre le “sentinelle” formano un muro compatto e si immobilizzano a osservare ostili i leoni bloccati sull’altra riva.
Al prospettarsi di una tregua, siamo ormai convinti di poter lasciare Duba Plains serenamente, senza rammarico, ma KB – intuendo le intenzioni dei felini – attraversa il corso d’acqua, posizionandosi esattamente di fronte a loro. Tempo pochi minuti, tutti i leoni entrano in acqua, avanzando rumorosamente e sollevando alti schizzi.
Assistiamo a una delle più belle scene mai viste sino ad ora: i due giovani, di dimensioni più minute rispetto agli adulti, nuotano, gli altri sono immersi fino all’altezza dei fianchi. Avanzano in fila indiana e poi a coppie. Sfilano indifferenti a noi accanto alla jeep e infine, scrollandosi l’acqua di dosso, attraversano la savana indirizzandosi all’ombra, decretando la momentanea sospensione delle ostilità.
Il nostro tempo è davvero scaduto. Lacrime di felicità solcano i nostri volti. Emozionati, lasciamo il campo di battaglia, con meravigliose immagini impresse nella mente, ma anche con una serie di buoni scatti fotografici, totalmente appagati e convinti che l’interazione tra bufali e leoni nonché tutte le schermaglie cui abbiamo assistito valgano quanto e forse anche più di una caccia compiuta.
Uno scenico voletto, seguito da un trasferimento di un paio d’ore su pista sabbiosa, ci porta a Duma Tau, ultima tappa di questo sorprendente viaggio. Consapevoli di aver visto di tutto e di più, non osiamo sperare in altri colpi di fortuna.
Il nuovo campo è bellissimo, tende e ambienti comuni, dallo stile raffinato ma senza eccessi, sono spettacolari, pensiamo che, per i prossimi 4 giorni, potremmo goderci il comfort della sistemazione. Come quando un ricco tour termina con una piacevole sosta balneare.
Chi ci riceve ci domanda da dove veniamo, cosa abbiamo già visto e quali sono le nostre aspettative… Imbarazzati nel rispondere, ci limitiamo a dire che la nostra frequentazione dell’Africa ha una lunga storia, che negli anni abbiamo maturato esperienze “strong”, ma che senza pretese particolari ci accontenteremo di quanto la natura avrà deciso di mostrarci.
A seguito del colloquio, c’è un cambio di guida e Bobby, che si era già presentato come tale, viene sostituito con Lazi.
Nel pomeriggio, abbinati a una coppia di belgi, lei informatore farmaceutico, lui ex calciatore e ora cronista sportivo, esploriamo quello che per noi è un nuovo territorio con i suoi differenti habitat: bush, savane, immense “swamp” (paludi erbose dall’acqua limpidissima) popolate da red lechwe, boschi con alberi altissimi e numerose pozze d’acqua. In pochi minuti si passa da un paesaggio lacustre contornato da canneti a boscaglia quasi impenetrabile.
Lazi è molto simpatico e, soprattutto, vivace. Già alla fine del primo game drive lo ribattezziamo (affettuosamente) Crazy Lazi. Di primo acchito può sembrare una persona inquieta, in realtà adora andare a “caccia” di animali nei luoghi meno accessibili. Ci si ritrova così su sentieri stretti, difficili, spesso inesistenti, ricoperti da una “galleria” di vegetazione, a schivare rami che altrimenti ti schiaffeggerebbero a destra e a manca oppure, scavalcando tronchi caduti e ostacoli naturali quali radici e arbusti, a sobbalzare ripetutamente.
Di contro, quando Lazi trova uno o più animali, ha la pazienza di fermarsi per ore o di seguirne cautamente gli spostamenti. La sua grande abilità consiste nel guidare in ogni situazione e condizione.
La prima giornata a Duma Tau termina senza particolari avvistamenti, in compenso i panorami e la compagnia si sono rivelati molto piacevoli.

26 febbraio 2013
L’uscita del mattino, tanto per iniziare, ci fa apprezzare due piccoli e graziosissimi waterbuck. I due cuccioli rappresentano una tentazione facile e appetibile per i diversi predatori, li osserviamo con apprensione in quanto nelle vicinanze non ci sono i genitori e nessun altro esemplare adulto. Nello stesso tempo trasmettono gaiezza e tenerezza, corrono e si rincorrono con passo ancora incerto.
Non sappiamo che fare, indecisi se sostare nei paraggi per vegliare in qualche modo sulla loro incolumità oppure, dopo aver constatato che in nostra presenza si spostano allargando il loro territorio, se sia meglio allontanarci. Optiamo per la seconda soluzione, se i genitori torneranno sarà più facile ritrovare i piccoli dove li hanno lasciati. Costeggiando un’estesa palude, ammiriamo la grazia dei red lechwe. Le agili antilopi dal bel manto rossiccio si nutrono di piante acquatiche e, spesso allarmate, corrono e saltano nell’acqua con la stessa leggerezza degli impala quando compiono lunghi balzi sul terreno.
In seguito incontriamo un lucertolone (monitor lizard) lungo oltre un metro, che percorre la riva sabbiosa, scivola più volte in acqua e, infine, si perde mimetizzandosi nel canneto. Una tartaruga leopardo ci taglia la strada e, per assurdo, sgambetta quasi velocemente. Stormi di egrette spiccano il volo per andare a posarsi attorno a una pozza d’acqua.
Quanto descritto, insieme agli impala che si vedono qua e là e a una nitidezza particolare che esalta i colori è – da “viziati” quali ormai siamo – il sunto di un’uscita “ordinaria”, ma per rendere giustizia alla natura africana ho ritenuto corretto riservare, in questa cronaca, un piccolo spazio anche alla fauna più comune.
C’è comunque un episodio fuori dall’ordinario: Lazi, in uno dei suoi fuori pista molto hard, tenta di superare un grosso tronco caduto, la manovra riesce, ma un ramo incastratosi in un ingranaggio blocca le ruote e si rende necessario un prolungato intervento prima di ripartire. Con Crazi Lazi non c’è modo di annoiarsi. A suo favore va detto che, a parte qualche graffio e ammaccatura alla jeep, non ci espone mai a pericolo.
Pranzo, merenda e siesta nel nuovo campo di Duma Tau sono “attività” molto piacevoli che ben ci predispongono al secondo game drive giornaliero.
Le giraffe aprono la serie di avvistamenti, segue un incontro molto ravvicinato con una famigliola di elefanti. Il gruppo non è molto numeroso, ma c’è un piccolissimo e l’istinto protettivo rende gli altri esemplari, anche i più giovani, molto “aggressivi”. Compreso però che non costituiamo una minaccia, gli elefanti si limitano a sventolare le grandi orecchie allontanandosi poi senza fretta e senza produrre alcun rumore.
All’ombra di un cespuglio troviamo 7 leoni: 2 femmine, 1 giovane maschio, 2 cuccioli terribilmente magri e 2 leoncini solo un poco più grandicelli. Quando si incamminano, riconosciamo gli atteggiamenti da predatori affamati a caccia di cibo.
Al seguito dei leoni si concentrano, oltre a noi, altre due jeep. Ci rendiamo purtroppo conto che, pur non trattandosi di un reale affollamento, stiamo disturbando i felini e, soprattutto, impediamo loro di nascondere i due cuccioli prima di intraprendere una eventuale battuta di caccia.
Dopo aver osservato una straziante sequenza con i due leoncini che “miagolano” disperati per aver succhiato i capezzoli della madre senza ricavarne una sola goccia di latte e con l’intero gruppo di leoni stretto in un patetico “abbraccio” corredato di versi che sembrano un lamento, di ripetuti strofinamenti e reciproche, prolungate leccate, chiediamo a Lazi di lasciare la scena.
Adoriamo i leoni, siamo “avidi” di immagini e mai sazi di ammirarli e fotografarli, ma riconosciamo e rispettiamo quello che al momento è un bisogno primario urgente. Togliamo quindi il disturbo, nel vero della parola, così da consentire agli esemplari adulti la libertà di trovare un rifugio protetto per i cuccioli e subito dopo procurarsi del cibo.
La nostra buona azione viene premiata una mezz’ora più tardi quando un leone maschio, dalla folta criniera di due diverse tonalità di colore, dorme di traverso sulla stretta pista di sabbia. Lo aggiriamo e, spento il motore, ci fermiamo per fotografarlo. Improvvisamente il leone si sveglia e, erettosi sulle 4 zampe, fissa lo sguardo in una precisa direzione. Guardando con attenzione nello stesso punto, in prossimità del bush, notiamo una iena. Il felino scatta veloce all’inseguimento insinuandosi nella boscaglia.
Perdiamo di vista entrambi, non si sentono tuttavia ruggiti e neppure latrati, immaginiamo quindi che la iena abbia avuto la meglio, seminando il suo inseguitore.
Il tramonto è ormai alle ultime battute, la notte buia cala immediata e Lazi, infilatosi a sua volta nel bush per ritrovare le tracce del leone, è costretto a riportarsi sulla pista.
Il game drive prosegue ora con l’ausilio di una spotlight, ma non si verificano altri incontri meritevoli di essere annotati.

27 febbraio 2013
Lazi ha in programma di condurci verso ovest, per esplorare una diversa e nuova porzione di territorio, ma – trovate le tracce di un leopardo e valutato che sono molto recenti – cambia proposito e direzione.
Seguiamo le impronte che continuano a risultare ben evidenti, si direbbe che il felino ci preceda solo di poco, camminando sulla sabbia della pista. Trovare il leopardo è relativamente facile, eccolo infatti ancora sul sentiero polveroso.
Sono le ore 6,29 quando scattiamo la prima fotografia all’animale fermo davanti a un cespuglio. Poi si muove lento e indifferente a noi, ma da bestia elusiva abbandona la pista preferendo l’intricato bush. Attraversa quindi un’ampia zona aperta avanzando, come un’ombra, tra l’erba alta della savana, si ferma in prossimità di una ramificazione del fiume dove si dedica a differenti attività quali una minuziosa pulizia di ogni parte del corpo, compresa la coda, pigri stiracchiamenti, sbadigli e qualche minuto di pennichella. Terminata la pausa oziosa, cammina puntando verso di noi, si indirizza esattamente dove sto seduta io, lo vedo avanzare tanto che, pur non essendo preoccupata o provando timore, smetto di fotografarlo, è così vicino che mi pare più saggio evitare qualsiasi movimento.
Il leopardo arriva a sfiorare il fianco della jeep, poi la aggira passando alle nostre spalle. Attraversata la piana erbosa, si ferma ai margini di un boschetto, all’ombra, e in prossimità di un termitaio. Si sposta nuovamente, addentrandosi nel bush e marcando, via via, il territorio.
Inevitabilmente, nella boscaglia più o meno fitta, a noi capita di dover aggirare ostacoli naturali e di perderlo di frequente, ma Lazi lo rintraccia altrettanto facilmente e spesso ci troviamo ad attenderlo in prossimità di una radura, esattamente dove il felino ricompare entro poco tempo. Alle 8,25, circa due ore dopo averlo incontrato, scattiamo l’ultima foto e salutiamo Mister leopardo, increduli di aver potuto godere tanto a lungo della sua compagnia. Le numerose foto “rubate” confermano tuttavia che non abbiamo sognato.
Il game drive prosegue in territorio aperto e pianeggiante, con savane dall’erba verdissima e ondeggiante, acqua ovunque, quella delle swamp e delle diverse ramificazioni e anse del fiume Linyanti dove i volatili abbondano e i red lechwe si radunano numerosi. Un paradiso sovrastato da un cielo limpido e incredibilmente azzurro, solo appena “spruzzato” di soffici e candide nuvolette. La temperatura è piacevolmente calda.
Durante la siesta riceviamo visite… due elefanti si avvicinano alla nostra tenda, l’ultima, la più isolata. Quasi senza respirare, Sandro direttamente dalla veranda e io attraverso la zanzariera, ci godiamo la vicinanza dei pachidermi che allungano la proboscide per annusarci e poi per nutrirsi spezzando i rami dell’albero che ombreggia la nostra abitazione.
Nel pomeriggio, prima di un’escursione in barca, torniamo nel bush a cercare il leopardo, ma di lui non c’è più traccia. Prendiamo posto su una chiatta a motore, arredata con divani e poltroncine in vimini, un angolo bar e tende di tessuto bianco che riparano dal sole. Un’autentica sciccheria questo “salotto” galleggiante!
La lenta navigazione su una laguna dall’acqua fonda e trasparente è rilassante. Ingaggiamo una “lotta” con gli ippopotami che si immergono nascondendosi quando puntiamo su di loro gli obiettivi per poi palesarsi, dispettosi, dove non ci aspettiamo di vederli emergere ed esibirsi in smisurati sbadigli quando non siamo pronti allo scatto.
Il tramonto è un trionfo di colori, con le nuvole rosate, aranciate, rosso porpora che si riflettono sulla superficie dell’acqua senza increspature.
Due ore di totale benessere, diversi stuzzichini e un paio di Gin&Tonic per aperitivo, amichevoli chiacchiere con i belgi e Lazi e, per finire, gustose risate quando mostro sul display della digitale i “miei” orizzonti in diagonale, a dimostrazione di ciò che succede a chi non è abituato a bere alcolici.

28 febbraio 2013
Partiti i belgi, prendono il loro posto due tedeschi: lei espansiva, lui taciturno. Lazi pronuncia il discorso di benvenuto, chiede loro se nutrono interessi particolari e se, in fatto di fauna, abbiano preferenze. La risposta è quasi scontata: “predatori in generale, nello specifico leoni, leopardi, licaoni!”
Effettivamente non ci spiacerebbe vedere i licaoni, ma sperarci ci pare sfacciato. Lazi segue la pista che conduce al solo altro lontano campo (King’s pool) allestito nella immensa Linyanti area.
Da vero segugio scova impronte piuttosto recenti, ma non ben definite, di licaone. Si lancia in una ricerca più mirata e puntigliosa, anche fuori pista, e poco meno di mezz’ora più tardi, tra l’erba verde spiccano due orecchie scure: appartengono a un licaone che fugge veloce. Seguiamo l’animale a distanza, ma, causa terreno particolarmente insidioso, avanziamo con difficoltà, troppo lentamente, perdendolo di vista quasi subito. Setacciamo la zona, trovando circa la metà di un corposo branco di licaoni che all’ultimo “censimento” contava 21 esemplari.
I licaoni sono feroci predatori, dall’aspetto non esattamente bello e aggraziato, studiandone i comportamenti sembrano “nevrotici”, irrequieti; tranne quando sonnecchiano non stanno fermi un attimo, si azzuffano, corrono frenetici, rotolano nella sabbia, si rincorrono, pare soffrano di incontinenza tanto urinano seguendo un preciso “rituale”.
Osserviamo la loro convulsa attività per un’ora abbondante, cedendo poi il posto di spettatori privilegiati agli ospiti dell’altro campo, sopraggiunti da poco. Tra di essi riconosciamo e salutiamo il Professore di Cambridge, conosciuto a Chitabe.
Congedatici dai licaoni, attraversiamo nuovi ambienti, con ampie radure erbose e boschetti di alberi frondosi. In una estesa piana incontriamo una famiglia composta da non meno di trenta elefanti, oltre a zebre, kudu, giraffe, facoceri e impala a centinaia, radunati in cerchio sotto le ombrose chiome di giganteschi alberi. Un paesaggio tanto bello, con un cielo azzurro e terso da togliere il respiro.
Già si affaccia la consapevolezza del distacco, del ritorno a casa nel grigiore invernale, un’ondata di tristezza sta per assalirmi, ma mi impongo di non pensarci, concentrandomi nuovamente sulla grandiosità e bellezza della natura africana e, soprattutto, sulle intenzioni degli elefanti che ora circondano la jeep.
Tornati al campo, mentre pranziamo, Lazi pronostica che, verso sera, con l’attenuarsi della calura, i licaoni potrebbero cacciare. Previsione cui prestiamo ascolto a metà, non osiamo aspettarci altro da questo fin troppo ricco viaggio, non ci contiamo, non ci facciamo illusioni, però… vedremo…
L’uscita pomeridiana è quindi dedicata ai licaoni. Ritroviamo parte del branco, circa una dozzina di esemplari, in una zona molto ampia e aperta. Il terreno è leggermente ondulato, al centro vi è una pozza d’acqua, ai margini una fascia di vegetazione, disseminati qua e là alberi e cespugli.
La visibilità è ottima, lo sguardo spazia lontano, la temperatura è ancora elevata e i licaoni, sparsi disordinatamente all’ombra, sono inattivi, i più dormono, altri siedono oziosi o si stiracchiano. Troviamo posto in uno spicchio d’ombra, ben determinati a una sosta prolungata. Due kudu si avvicinano alla pozza con una lentezza esasperante, fiutata la presenza dei predatori si immobilizzano scrutando nella loro direzione per un tempo che pare interminabile, muovono ancora qualche passo verso lo specchio d’acqua, ma rinunciano a bere e, dopo minuti di titubanza, si allontanano di corsa.
L’aria è immobile, non c’è altro animale nel raggio di chilometri. Si direbbe che nulla possa accadere, ma teniamo duro. Spezzano la monotonia due avvoltoi che, abbandonato il ramo di un albero, volano posandosi a terra per banchettare con gli escrementi dei licaoni, condividendo il territorio senza conflittualità.
Improvvisamente, come uno squadrone punitivo, sopraggiunge il resto del branco. I nuovi arrivati, dall’aspetto minaccioso e con le orecchie basse, svegliano in malo modo, anche urinandogli addosso, i loro simili.
C’è un fermento inimmaginabile: i licaoni bevono risucchiando rumorosamente l’acqua stagnante di una piccola pozza, urinano e defecano ovunque, emettono suoni simili al verso degli uccelli, ingaggiano lotte a piccoli gruppi, corrono in tondo, sembrano bestie impazzite.
Non dubitiamo che tanto “disordine” abbia un senso e, nonostante non si riesca a decifrarlo, è probabile che stiamo assistendo a un preciso rituale. L’intera squadra si incolonna dando avvio alla ricerca di una preda. Il terreno impervio, cosparso di tronchi abbattuti, rami spezzati, gobbe, buche profonde, nonché il bush fitto, ci impediscono di seguire direttamente il branco, costringendoci a lunghe deviazioni.
Lazi, comunque, ritrova i licaoni ogni volta che li perdiamo, ma il gruppo è ora frammentato, talvolta incrociamo un solo esemplare o due, oppure una piccola concentrazione, tanto che da profani pensiamo si tratti di un branco totalmente disorganizzato.
Perdiamo di vista i licaoni per l’ennesima volta, Lazi guida come un folle, senza più dare spiegazioni. Concentrati in un boschetto, ritroviamo tutti i componenti il branco con il muso sporco di sangue.
Due esemplari si contendono un lungo tratto di intestino, altri sei - disposti in cerchio - addentano parte di una zampa, strattonando e frantumando l’osso con coordinazione e una forza bestiale, nel vero senso della parola. Pochi attimi e non resta più nulla.
Siamo sbalorditi, ammutoliti, impressionati dalla ferocia di questi animali che in meno di tre minuti, tanto è il tempo intercorso tra l’ultima intercettazione e il loro ritrovamento, hanno stanato un impala in un contesto dove apparentemente non c’era anima viva, l’hanno isolato, ucciso e sbranato senza lasciare traccia. Unico segno evidente dell’avvenuta cattura è il sangue che ora imbratta il muso, il pelo e le orecchie di ciascuno.
La nostra avventura africana è iniziata, sembra passata un’eternità dai giorni di Chitabe, con una caccia, quella del leopardo, ed è finita nello stesso modo, ma con protagonisti i licaoni.
Più tardi, contemplando il cielo nero punteggiato da milioni di stelle, notiamo una scia luminosa che si sposta verso il basso, tracciando una linea rossastra, si tratta di una stella cadente. Frastornati dall’intensità di questo viaggio che non finisce mai di stupirci, esprimiamo un desiderio.

1° marzo 2013
Il programma odierno, che prevede un trasferimento in auto di circa un paio d’ore, seguito da un voletto da Selinda camp a Maun, quindi i voli verso casa, subisce una variazione grazie ad un “upgrade”: il tragitto Duma Tau / Selinda verrà effettuato in elicottero, con conseguente risparmio di due ore. Siamo raggianti, è innegabile.
Stamane niente sveglia, colazione alla luce del sole, contiamo poi di oziare fino all’arrivo dell’elicottero, ma anche quest’ultima parte di programma viene stravolta da un’improvvisazione: condividere una boat cruise con i compagni tedeschi che, già imbarcati, si sbracciano, invitandoci a bordo.
Perché no? in men che non si dica scendiamo al molo e con un balzo prendiamo posto sulla elegante chiatta.
Sulla lontana riva opposta, vediamo una moltitudine di impala e due elefanti che, entrati in acqua, compiono una serie di “riti” (bere, spruzzare il dorso, schiaffeggiare l’acqua con la proboscide) e attraversano – a nuoto – la laguna, sfilando, con le proboscidi erette come uno snorkel, a pochi metri dalla barca. Emergono, infine, guadagnando terra nei pressi del campo.
L’Africa ci omaggia e ci saluta con quest’ultima straordinaria sequenza.
Proseguendo la navigazione, noto lo sguardo sognante di Sandro intento a fissare la nostra tenda, l’ultima e più isolata nonché visitata dagli animali, mi viene il magone, ora non è più “casa” nostra e tutto il vissuto di questo viaggio appartiene già al passato, decine di indimenticabili, emozionanti ricordi, ma è purtroppo giunta la fine.
Non riesco a trattenere le lacrime anche quando salutiamo il cordiale Team di Duma Tau e quel “matto” di Lazi.
L’elicottero ci preleva, siamo quattro passeggeri. Uno si accomoda davanti, accanto al pilota, tre siedono dietro, io capito nel mezzo, in posizione sfavorevole per fotografare, ma il volo è troppo breve per rimuginare, ripongo la reflex e decido di godermelo, senza sprecare alcun istante.
Voliamo a bassa quota, sotto di noi ondeggia l’erba alta e rigogliosa, un branco di elefanti è in movimento, il fiume serpeggia, la savana è un tappeto verde, l’airstrip taglia di netto la vegetazione e, infine, la terra chiara si solleva in una nuvola. E’ già finito, ma che meraviglia!
Un aerino ci sta aspettando, segue uno scenico volo e un ultimo passaggio sull’incredibile Delta dell’Okavango, poi la “civiltà” con le casette di Maun.
Lasciato il Botswana, per molte ore non vedremo più il sole: a Johannesburg, tanto per cambiare, piove, lo stesso a Francoforte.

2 marzo 2013
Atterrati a Linate, ci accoglie un pallido sole invernale, sulla via di casa già fantastichiamo di tornare in Botswana.
E come Esagerato Botswana
F come Fine
G come Grazie, Africa!

 

Quando il Mal d’Africa diventa ormai inguaribile: Daniela ce ne dà una dimostrazione con il racconto di un’esperienza memorabile!

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