BOTSWANA MOMBO: The Place of plenty

in viaggio con danibi in Botswana

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BOTSWANA MOMBO: The Place of plenty

Mombo, the place of plenty – il luogo dell’abbondanza -, teatro di uno spettacolare documentario del National Geographic, un miraggio per chi, come noi, ama la natura africana più estrema e selvaggia. Un sogno impossibile da realizzare in quanto il costo di un soggiorno a Mombo è proporzionale alle sue peculiarità e fama.
Tuttavia la notizia della chiusura di Mombo Camp per ristrutturazione e, contestualmente, dell’allestimento di un campo provvisorio, accende i miei “sensori” e mette in moto un meccanismo ormai consueto.
Wilderness Safaris conferma che le prenotazioni per il nuovo campo sono al completo ma che è ancora possibile ottenere una sistemazione presso Little Mombo ad un prezzo quasi dimezzato.
Nonostante la promozione e le tariffe praticate, va detto che il totale è comunque una cifra esorbitante, ma il restyling di Mombo e poi di Little Mombo comporterà inevitabilmente una revisione dei prezzi e quell’area della Moremi Game Reserve continuerà ad essere per noi “comuni mortali” una faccenda impossibile, quindi… ora o mai più!
Ci diciamo, non senza imbarazzo, evvai, Botswana sia!
Fino ad ora, la nostra teoria che le occasioni vanno prese al volo e che la vita va vissuta in ogni istante senza rinviare nulla, si è rivelata vincente. Ci accingiamo così a tornare in Botswana, paese ricchissimo dal punto di vista faunistico e naturalistico, per la quarta volta.
A Mombo abbiniamo Savuti e Vumbura, 4 notti per campo, così da avere un buon margine di tempo per apprezzare ciascuna area.
Per i voli scegliamo Emirates che offre la miglior tariffa e gli operativi più comodi, con scali forse un po’ troppo dilatati ma che ci risparmiamo sicuramente il patema di perdere le diverse coincidenze.
Culliamo l’attesa di tornare in Africa mentre l’inverno è stranamente mite. Trascorrono le feste natalizie, termina gennaio, febbraio vola e prima della sua fine è già tempo di partire.
21 e 22 febbraio 2016
Domenica, la sveglia suona alle 4, è tutto pronto, ci vestiamo in fretta, chiudiamo casa e raggiungiamo Malpensa.
Con Emirates è d’obbligo uno scalo a Dubai. Dovendoci sostare 4 ore, la compagnia aerea ci omaggia di 2 buoni pasto che consumiamo in uno dei tanti ristoranti all’interno del terminal.
Si vola poi a Johannesburg, scalo lungo oltre 5 ore. Altro aereo, in un decrescendo in ordine di grandezza, diretto a Maun e infine l’aereino Wilderness Air Botswana solo per noi due.
Alle 16 del giorno seguente, lunedì, dopo 36 ore di viaggio arriviamo a Savuti camp.
Compresi noi, in totale gli ospiti sono solo quattro. Avremo una guida privata, lo stesso l’altra coppia.
Siamo stanchissimi, ma – memori di una mancata uscita in Zimbabwe e di un leopardo perso – prendiamo accordi per un game drive più breve.
Una doccia veloce e un’ora più tardi, anche se non nutro grandi aspettative, siamo a bordo della ormai familiare jeep aperta.
La prima brutta sorpresa è scoprire che il Savuti Channel si è totalmente prosciugato un mese fa. Nel suo alveo ora cresce una “foresta” di papiri. La vegetazione è ovunque, il verde è interrotto da pozze di acqua piovana più o meno grandi.
Il bush e i boschetti di alberi di mopane forniscono abbondante cibo per elefanti e giraffe.
L’ambiente è bellissimo, le verdi praterie sono punteggiate di “spighe” bianche.
Un ippopotamo solitario colonizza una pozza, mentre un’intera famiglia si è insediata in una laguna più grande. Piccoli coccodrilli e uccelli fanno da contorno.
Gli ippopotami sbadigliano e, spesso, si azzuffano scuotendo l’acqua. Tra grandi e piccoli ne contiamo circa una ventina. È sempre piacevole osservarli e coglierli con la bocca spalancata.
In questa area sono presenti due gruppi di licaoni, ne seguiamo le tracce, ma anziché i cani selvatici troviamo due leopardi.
Per noi questa è una prima assoluta. Sino ad ora abbiamo ormai visto e seguito molti leopardi, ma sempre un unico esemplare per volta.
Siamo raggianti nell’osservare una femmina con il figlio maschio di taglia leggermente più piccola.
L’erba alta li nasconde parzialmente, non è facile fotografarli, soprattutto insieme, tanto che decido di rinunciare alle foto e di godermeli.
I due felini si separano, ma mamma leopardo emette un suono che ripete - un richiamo – per segnalare la propria presenza.
La coppia poi si riunisce, simula agguati cui seguono diversi attacchi. È stupendo vedere i due animali balzare da una certa distanza uno sull’altra, in una sorta di aggressione.
È evidente che mamma leopardo sta insegnando al piccolo le tecniche di caccia e di cattura di una preda.
Li perdiamo di vista, ma li ritroviamo poco dopo, nei pressi del loro bottino. Si tratta di un piccolo waterbuck(antilope) che trascinano e nascondono in un folto cespuglio e che a turno divorano. Sentiamo il rumore della carne strappata e della masticazione.
Attorno non c’è anima viva, nessuna jeep, né altri spettatori, solo – per pochi minuti – la seconda coppia di ospiti del campo.
Una corpulenta iena si mantiene a distanza, in attesa dei resti della piccola antilope e del proprio turno per la partecipazione al banchetto.
Ottimo inizio! Mi compiaccio per non aver ceduto alla stanchezza rinunciando a questa prima uscita.
Il lunedì, nei campi Wilderness, è “tradizione” che si ceni nel boma e che si assista a uno spettacolo impersonato da chi lavora al campo. Molto suggestivo, il coro di voci ha una musicalità da far venire la pelle d’oca, ma il mio fisico reclama la posizione orizzontale, spero che, dopo le danze, la cena termini presto.
Un comodo lettone e i suoni della notte africana mi accompagnano in un sonno rigenerante.
 
23 febbraio 2016
Come sempre la sveglia è ancor prima dell’alba. Per noi non è un problema spostare le lancette dell’orologio biologico. Si va a letto presto, così nulla viene sottratto alle ore di sonno.
Nonostante sia ancora buio, siamo vispi ed eccitati, prontissimi ad entrare nel documentario che il Botswana trasmette a ciclo continuo.
Albeggia e, dove ieri banchettavano i due leopardi, oggi mamma waterbuck cerca inutilmente il suo piccolo.
Il rovescio della medaglia è sempre uno strazio. Un predatore caccia, uccide, al solo scopo di nutrirsi. È una fase inevitabile della vita di un carnivoro, un processo naturale, ma assistere allo smarrimento di una madre che non trova e non troverà la propria creatura è un tormento.
Lasciamo l’antilope con un peso nel cuore.
Più tardi, gli ippopotami, dopo aver trascorso la notte a cibarsi d’erba, tornano nelle pozze d’acqua per sottrarre la pelle delicata ai caldi raggi solari. Guardando attorno nasce spontanea la considerazione che il cibo è ovunque. In questa stagione “green” gli hippo non sono costretti a coprire grandi distanze.
Piove, fortunatamente non troppo intensamente, ma quanto basta perché gli animali trovino riparo nel bush.
Una mamma facocero allatta tre cuccioli. È buffa perché per via dei piccoli è molto diffidente, pronta a scappare al benché minimo sospetto di un pericolo.
Seguendo un particolare istinto che acutizza tutti i sensi, con uno scatto, si sposta di qualche passo, ma i poppanti restano saldamente attaccati alle mammelle gonfie di latte.
Siamo testimoni di un fenomeno che, come sempre, è inspiegabile: nello specifico si tratta di una zebra, tanto lontana che a occhio nudo non la vediamo, occorre infatti il binocolo. Quel che ci meraviglia non è tanto l’erbivoro in sè, ma la vista prodigiosa di Willy, nostra guida, che non solo vede l’animale, ma che – senza dubbio alcuno – ne riconosce esattamente la specie.
Finalmente una giraffa e poi incontri più o meno ravvicinati con gli elefanti, che sono una quantità impressionante, così come gli impala.
Un gruppo di gnu si unisce agli impala quando, in lontananza, i francolini lanciano segnali di allarme.
Gli uni scrutano gli altri e insieme vigilano, il chiasso degli uccelli segnala la probabile presenza di un predatore o di altro pericolo.
La guida ci fa notare che, molto stranamente, due aquile si posano a terra. Troviamo poi i resti di un pitone che certamente è stato ucciso dalla coppia di rapaci.
In una mattinata dove non è successo “nulla”, questo è quanto.
In realtà nella savana e nel bush, anche se non si incontrano i predatori, accade sempre qualche cosa.
Due magnifici esemplari di aquila pescatrice, posati su un basso ramo che si protende sopra una pozza d’acqua, attirano la nostra attenzione.
Nel letto del canale, ora secco, vi sono alcune pozze residue, con l’acqua alta solo pochi centimetri, dove giacciono senza vita enormi pesci. Uno spettacolo triste, ma anche questa è opera della natura.
La giornata è scandita da ritmi precisi: ritorno al campo per il pranzo cui segue la siesta.  Tempo dedicato a riordinare i miei appunti, a una pennichella, a una tonificante doccia, magari all’aperto. Prima di un secondo game drive non facciamo complimenti quando ci viene offerta la merenda.
Ripuliti e ristorati siamo pronti per il “secondo round” che ci regala elefanti e giraffe, nonché i volatili che preferisco. Si tratta di coloratissimi Carmine bee eater che, volando molto basso, seguono la jeep per nutrirsi degli insetti che si sollevano dalle zolle di terra smossa dai pneumatici.  Gli uccelli sfrecciano velocissimi, di loro si vedono più che altro scie rosse e verdi ed è un’impresa quasi impossibile fotografarne uno con un risultato decente.
Al tramonto ci fermiamo di fronte a uno specchio d’acqua con alcuni “rissosi” ippopotami, uno dei quali è incredibilmente gigantesco.
Siamo a terra quando una famiglia di elefanti passa tra noi e la laguna, a pochi metri di distanza. La guida ci fa cenno di non far rumore e di non compiere movimenti bruschi mentre risaliamo in macchina. È più sicuro essere un tutt’uno con il veicolo e attendere che tutti gli elefanti si siano allontanati. Brindiamo poi alla bellezza della natura e all’emozionante brivido provato.
24 febbraio 2016 
Gli ippopotami tornano in acqua mentre per noi ha inizio una nuova sequenza di meraviglie.
Ci spostiamo in zona Linyanti Duma Tau in cerca di licaoni.
Siamo fortunati, ne troviamo sei che hanno cacciato da pochi minuti e hanno anche quasi terminato il pasto. Lo spettacolo è cruento, le sei bestie hanno ancora i musi sporchi di sangue e tra le fauci brandelli di un piccolo impala che sbranano con feroce voracità.
Sono inquieti, questo non è il loro territorio abituale, probabilmente fiutano una minaccia – la presenza di felini oppure del gruppo stanziale di 14 licaoni – lasciano pertanto la zona dopo averla marcata. Sul suolo insanguinato resta solo qualche frammento di pelle della povera bestiolina uccisa. Tra non molto le iene faranno piazza pulita e non rimarrà alcunché.
Il territorio di Linyanti è verdissimo, attraversato da canali e ramificazioni del fiume, stentiamo a riconoscere i luoghi nonostante ben due soggiorni precedenti.
Questo è l’habitat delle bellissime antilopi acquatiche – red lechwe – dal manto rossiccio. Assistiamo a scene idilliache di elefanti sparsi ovunque, lungo il fiume o nei pressi delle lagune, di giraffe con i piccoli e delle antilopi rosse che saltano nell’acqua. Non mancano zebre, kudu e gli onnipresenti impala che non si scostano dalla pista quando passiamo lentamente.
La mattina termina con un terzetto di elefanti. Due adulti e un piccolo che dorme sdraiato a terra, bloccando il passaggio e costringendoci a una deviazione.
Nel pomeriggio ci coglie un temporale violento. I lampi rigano il cielo con saette verticali e il rombo dei tuoni è spaventoso.
Cade una fitta cortina d’acqua, non si vede nulla ed è impossibile procedere. Troviamo riparo sotto la chioma di un grande albero.
Non accenna a smettere, torniamo al campo alle 18, in anticipo rispetto all’orario canonico.
Una giraffa compare all’improvviso, ci precede correndo sotto la pioggia. Altre due si materializzano regalandoci un bel finale, malgrado l’acquazzone e l’assenza di animali.
25 febbraio 2016
Full Day Safari!
Alle 6, dopo una tazza di tè e un muffin, si parte.
Viaggiamo con lentezza, compiendo mille soste per osservare gli animali. Nostra destinazione finale è ancora l’area di Duma Tau / Linyanti.
Strada facendo vediamo di tutto un po’: facoceri, impala, gnu, zebre, elefanti, red lechwe, ippopotami.
Abbondano soprattutto gli elefanti che ci fanno provare un brivido d’eccitazione misto a timore.
Ci fermiamo nei pressi di un branco. Tutti attraversano la pista, ad eccezione di uno che passa dietro la jeep mentre un secondo esemplare, nello stesso tempo, attraversa davanti, a un solo metro di distanza.
Willy ci ha insegnato che, a motore spento, in silenzio e immobili, l’elefante considera la mole veicolo + occupanti non quale nemico o pericolo, bensì una massa da aggirare e ignorare.
Ammetto di aver trattenuto il fiato e di essermi appiattita incollandomi al sedile, ma è andata esattamente come previsto dalla guida. Gli elefanti, dopo uno stop di secondi che mi sono sembrati eterni, si sono incamminati, passandoci vicini senza curarsi di noi.
Incontriamo molte giraffe, le mie preferite. Una in particolare si rende inconsapevole protagonista di un reportage mentre, piegata sulle zampe anteriori, è china a bere.
Qui il traffico di veicoli è assente, gli animali - impala compresi - sono rilassati. Ha dell’incredibile che si riesca a sfilare al loro fianco senza vederli fuggire.
A metà mattina ha luogo un incontro molto emozionante, non si tratta di fauna, ma di un essere umano: Thank, nostra guida due anni fa a Duma Tau.
Grazie all’attuale compagno di avventure, che ha fissato un insolito appuntamento nella savana, possiamo riabbracciare colui che ci ha fatto vivere esperienze memorabili, scambiare vecchie battute, ridere come un tempo. Poi ciascuno va per la propria strada.
Proviamo nostalgia nel vedere l’amico salire sulla jeep e allontanarsi con gli attuali ospiti.
Ormai riconosciamo il verso dei francolini che lanciano segnali d’allarme. I suoni provengono da un boschetto, ci avviciniamo trovando infatti 5 licaoni che però si rivelano decisamente svogliati e sonnecchianti. Quasi certamente non sono affamati, quindi non succederà nulla per molte ore.
È innegabile la voglia di vedere i grandi felini, Sua Maestà il leone non si è ancora palesato. Cerchiamo per la bellezza di 10 ore segnali della loro presenza. Seguiamo le impronte di iene e leopardi, ma non troviamo altro che alcuni sciacalli.
Gli elefanti bevono rumorosamente, giocano, si tuffano sommergendo tutto il corpo, saltano uno sopra il dorso dell’altro, rotolano nel fango, si spruzzano a vicenda, escono dall’acqua bagnati e puliti, subito dopo, con la proboscide, si cospargono di sabbia. Si avviano verso una nuova pozza e ricominciano da capo. Osservarli è molto divertente.
Pranziamo presso una struttura “spleeping out” di Duma Tau, con una bella vista sul fiume. Dai cestini da pic-nic estraiamo tante prelibatezze per il pranzo che condividiamo con la guida.
La posizione del capanno, con i quattro lati aperti e lontana dal campo principale, è molto pittoresca, ma immaginando di dormire all’aperto mi viene l’ansia. Sono soprattutto i serpenti a preoccuparmi.
Anche oggi non ci facciamo mancare un temporale che però dura solo una mezz’ora.
Dopo tanta strada e tanti avvistamenti alle 16 giungiamo a “casa”, giusto in tempo per la merenda.
Da “insaziabili”, non rifiutiamo un altro game drive della durata di un paio d’ore.
Il tramonto è sempre un bello spettacolo, ma vederne i colori infuocati davanti alla pozza degli ippopotami è ancora più magico. Quando i bestioni escono dall’acqua per andare a brucare l’erba per noi è finita la giornata ed è tempo di far ritorno al campo.
Durante la notte, gli elefanti mangiano davanti alla nostra tenda. Nel silenzio sentiamo il rumore delle foglie strappate e dei rami spezzati.
Il buio è totale, ma al pallido chiarore di uno spicchio di luna distinguiamo le grandi sagome scure, contiamo almeno una decina di elefanti. A separarci dai pachidermi solo pochi metri e una zanzariera.
Più tardi, nel corso della notte, piove. Fulmini e saette illuminano a giorno il cielo. È meraviglioso avvolgersi in una coperta e sentire il temporale tanto vicino.
26 febbraio 2016
La pioggia cade ancora incessante. Al risveglio, oggi più tardi, ci diciamo che l’avere rinunciato all’ultimo game drive, tra l’altro di due sole ore, è stata una saggia decisione e che le perdite ammontano a zero.
Fatta colazione con calma, raccogliamo le nostre cose e chiudiamo i bagagli, mentre gli elefanti ripassano davanti alla nostra tenda e, più tardi, ci fanno visita anche due iene.
Alle 11,20 lasciamo l’area di Savuti, siamo diretti a Mombo, nella Moremi Game Reserve.
Sorvoliamo il Delta dell’Okavango, paesaggio non nuovo per noi, ma ogni volta è come fosse la prima, siamo affascinati dalle chiazze di colore, dalle ramificazioni arabescate del fiume, dalla miriade di isole nonché dalle minuscole porzioni di terra emergenti. Per non parlare poi della bellezza degli animali che lo attraversano. Oggi il Delta è ancora più verde e ricco di acqua. Non ne siamo sorpresi considerata l’abbondante piovosità degli ultimi tempi.
Una volta atterrati, ci accoglie una guida sorridente che in pochi minuti ci trasferisce al campo.
Strada facendo, in una manciata di chilometri, è già evidente la straordinaria abbondanza di animali e di uccelli.
The place of plenty” è quanto si ripete la mia mente.
Non abbiamo scelto Mombo per la sistemazione, ma è  talmente esagerata, sia per dimensioni che per l’accuratezza dei dettagli, da meritare una menzione.
La tenda ha una lunghezza approssimativa di 17-18 metri, poggia su una struttura in legno a palafitta. Contiene, oltre a 2 letti di dimensioni fuori dal comune, un salotto con divani, tavolini, vecchi bauli, uno scrittoio, doccia doppia, una coppia di lavabi. Il wc è separato da tutto il resto da una parete. L’esterno è una terrazza che corre per l’intera lunghezza della tenda, a un’estremità una piattaforma per la doccia all’aperto e all’altro capo una sorta di gazebo, con il tetto di paglia, ospita un alto materassone matrimoniale, un incrocio tra un divano e un letto.
L’insieme - tenda, gazebo, terrazza - si affaccia su una immensa prateria affollata di animali.
La parte anteriore della tenda è costituita  solo  da una zanzariera. Vale a dire che, dentro o fuori l’alloggio, la vista sulla savana è garantita.
Mi sorge però spontanea una curiosità: presto il campo, nonostante la struttura sia ancora bellissima e ben tenuta, verrà smantellato. Chissà quali originali idee, per il suo totale rifacimento, hanno in testa architetti e arredatori.
Dopo le espressioni di meraviglia per la sistemazione, torniamo terreni e – come di routine – ci spettano pranzo, siesta, merenda.
Dalle 16 in poi, per tre ore abbondanti, ci immergiamo in un intensivo documentario.
Si conferma la presenza di tantissimi animali e di molte specie. Ci troviamo – senza soluzione di continuità – circondati da impala, elefanti, zebre, wildebeest (gnu), facoceri, giraffe, uccelli. Il paradiso terrestre!
Le giraffe bevono a turno, piegandosi sulle lunghe zampe anteriori per poter raggiungere l’acqua. Adoro questa insolita posizione – la testa china tra le gambe allargate - che posso fotografare frontalmente.
In questo eden troviamo finalmente i leoni, un maschio e cinque femmine, poco attivi, quasi tutti dormono.
Seguiamo quindi tre rinoceronti bianchi, ma da animali timidi quali sono ci lasciano ben presto con un palmo di naso.
Poco male, torniamo dalla famiglia di leoni cui, nel frattempo, si sono aggiunti due splendidi maschi adulti e, usciti uno a uno dal nascondiglio all’interno di un cespuglio, sei vivaci e meravigliosi cuccioli.
I leoncini giocano tra loro in un groviglio di corpicini, si attaccano poi ai capezzoli di mamma leonessa succhiando voracemente il latte. Per ora unico nutrimento.
È uno spasso quando la leonessa cambia posizione, spostandosi sull’altro fianco, e i piccoli non si staccano formando ciascuno una “prolunga” ciondolante.
I cuccioli, una volta saziati, vanno e vengono dalla tana, incuranti dei versi degli adulti che li invitano a restare nascosti.
I bei musetti con le orecchie pelose fanno capolino dalla collinetta che li separa da noi. Il sole calante li illumina e il pelo dei piccoli felini assume una calda colorazione aranciata.
Non smetterei mai di osservare le loro buffe performance.
Dalla tenerezza dei cuccioli di leone alla crudeltà, e anche bruttezza, dei licaoni non c’è molta strada da percorrere.
Ne troviamo uno in fuga e un secondo con un buon quarto inferiore di un impala tra le fauci. Non ci vorrà molto al vorace predatore per finire di sbranare una così generosa porzione di cibo.
Il tramonto infuocato chiude in bellezza questo primo succulento assaggio di Mombo.
27 febbraio 2016 
Il buongiorno si vede dal mattino…
Un elefante sta sfogliando alberi e cespugli vicino alla passerella che utilizziamo per raggiungere l’area dove viene servita la colazione. Il camminamento in legno è alto rispetto al suolo, il corpo dell’animale risulta quindi nascosto dalla vegetazione, mentre il faccione sporge dal corrimano.
Ci blocchiamo in attesa che si allontani dal campo. Nel mentre scatto una foto per ricordare il momento, ma siamo molto vicini, vorrei evitare di muovermi troppo, non lo inquadro neppure attraverso il mirino, diciamo che scatto a caso. Il risultato è una brutta sfocatura, ma mi si conceda l’attenuante della eccessiva vicinanza e nessuna barriera tra lui e me.
L’alba, il sole appena sorto, il tepore, danno origine a un singolare fenomeno. L’umidità notturna si condensa alzandosi dal suolo sotto forma di nebbia.
Gli alberi assumono un aspetto spettrale e, sullo sfondo, i vapori si tingono di diverse sfumature di rosa, così il cielo e le nuvole, creando un surreale effetto tridimensionale.
Salutiamo gli hippo che ancora si attardano sul terreno erboso.
Inizia poi la sfilata dei “soliti” animali: facoceri, babbuini, vervet monkey, un’esagerazione di zebre, elefanti, impala, una distesa di red lechwe, bufali, giraffe, gnu, kudu. I “dimenticati” mi perdonino. Non è uno slogan pubblicitario che a Mombo la fauna sia abbondante, quindi è facile che qualcuno sfugga alla memoria.
Rivediamo parte della famiglia di leoni. Sono 5, mancano alcuni individui e, soprattutto, i cuccioli. Nulla è variato, sono ancora sonnacchiosi e piuttosto immobili. Salvo quando si rizzano sulle zampe, scrutano attorno svogliatamente per poi ricadere addormentati.
Non spendiamo molto tempo con i leoni, ci allontaniamo alla ricerca di altra fauna.
Un elefantino, di poche settimane, totalmente infangato, è l’oggetto dei nostri scatti. Raramente si riesce a vederne uno così piccolo e bene.
È staccato dal resto del branco, la madre cammina davanti, il piccoletto la segue tenendole la coda con la minuta proboscide. Scena tenerissima.
Tempo un paio di foto e sparisce dalla nostra vista, perché raggiunto, circondato e nascosto dal resto del branco. Gli elefanti sono sempre molto protettivi nei confronti dei piccoli.
La fortuna continua ad assisterci, o forse è più corretto dire che la fauna è abbondante, di sicuro quello che vediamo è un bellissimo leopardo, maschio, che annusa la presenza di una femmina.
Lo seguiamo per un tempo discretamente lungo, così da osservarlo per bene e da molto vicino.
Dopo aver interpretato alcuni segnali, trascuriamo il maschio per dedicarci alla ricerca della femmina che troviamo, seppure ben nascosta, prima ancora che la raggiunga il compagno.
Si è fatta ora di pranzo e di tornare al campo, non prima di aver salutato la coppia di leopardi e di aver fissato un nuovo appuntamento.
Durante la siesta approfittiamo dell’ombra del gazebo e della comodità del cuscinone a due piazze sospeso sulla savana.
La quiete è assoluta, a fasi alterne mi addormento e durante i momenti di veglia non so se le zebre che attraversano la prateria sono vere oppure se sto sognando.
Le foto mi confermeranno che le zebre c’erano davvero e che quello era un pezzo di paradisiaca realtà.
Dopo il pieno di animali, nel pomeriggio, finalmente riusciamo a focalizzarci anche sul paesaggio. Incantevole, con immense praterie, boschetti di palme, acacie a ombrello, inconfondibili baobab disseminati qua e là. Le sfumature di verde non si contano.
Impala e zebre sono ovunque. In questa stagione ci sono anche molti tsessebe con i nuovi nati.
Riconosciamo un leone maschio della numerosa famiglia, ma il resto dei felini non si trova.
I bufali complessivamente sono centinaia e centinaia. Si incontrano spesso e in zone diverse. Non ci è chiaro in base a quale meccanismo, improvvisamente si muovono tutti convergendo verso un unico luogo per poi compattarsi. Le sentinelle di dispongono ai margini del branco per vigilare su ciò che accade tutto attorno. Subito dopo stormi di egrette raggiungono i bufali: un “esercito” di bianchi uccelli pronti a ripulirli da insetti e parassiti.
Dopo i bufali è la volta di un rinoceronte bianco che seguiamo con cautela e che, stranamente, non corre subito a nascondersi. Si lascia avvicinare, relativamente, ma quanto basta per fotografarlo e ottenere un buon risultato.
La giornata termina con un nuovo incontro con il leopardo maschio.
Il felino, dallo splendido manto maculato, si muove furtivo e sinuoso nel sottobosco intricato di radici e cespugli. Emette una serie di richiami, probabilmente indirizzati alla femmina.
Si avvicina al tronco di un grosso albero, prende le misure, allunga il corpo in modo impressionante e in pochi balzi è sui rami, dove ha nascosto una preda recentemente uccisa.
Sentiamo lo strappo dei brandelli di carne e il frantumarsi delle ossa.
Un tramonto rosso fuoco è il degno finale di questa sorprendente giornata.
Non esistendo barriere e recinzioni che delimitino il campo, capita spesso di vedere animali aggirasi tra le tende o le altre strutture. Ora sono due elefanti a farci visita.
Questo prova e rende l’idea che siamo noi in mezzo agli animali, ospiti nel loro regno, e non il contrario.
Non siamo patiti della “moda” sudafricana dei Big Five, ma se proprio vogliamo fare due conti…
in un solo pomeriggio, in poco più di tre ore, possiamo vantare l’avvistamento di bufalo, elefante, rinoceronte, leone, leopardo. I Big Five appunto!
 
28 febbraio 2016
Stamane il cielo è tinto di rosa e di molte altre sfumature, dalla linea dell’orizzonte sale la palla del sole e anche questa nuova alba è caratterizzata da più strati di nebbia bassa.
Uno spettacolo che non ci lascia indifferenti, l’Africa si risveglia in questa atmosfera irreale.
Due iene appaiono come per incanto. Sono i personaggi “cattivi” – gli spettri – di una fiaba.
Così inizia il giorno a Mombo e, mentre il calore del sole dissolve la nebbia, i bufali corrono come un nero fiume impetuoso.
Facciamo visita ai leoni, un maschio e quattro femmine che ancora dormono.
Da un cespuglio, poco distante, sbucano, uno alla volta, sette cuccioletti che – reclamando la pappa – con determinazione si attaccano alle mammelle delle rispettive madri. Purtroppo queste ultime non ne vogliono sapere di allattarli. Senza troppi complimenti scoraggiano la poppata rizzandosi sulle zampe e, da non credere, scacciano la prole.
Non c’è latte, le leonesse a loro volta sono affamate. A breve dovranno uccidere una preda e nutrirsi.
I leoncini “miagolano” per rendere più evidente la loro necessità. Stanno appiccicati alle madri in un intrico di corpi.
Spetta al leone maschio mettere un po’ d’ordine, interviene soffiando rabbioso per un paio di volte. Uno dei piccoli, colto di sorpresa, per lo spavento, compie due buffi salti all’indietro.
Sempre il maschio annusa una femmina, tenta un accoppiamento, ma saranno ben tre leonesse a respingerne le avance scacciandolo in malo modo e a “ringhiargli” contro. Quando si dice la solidarietà femminile…
Dedichiamo alla famiglia di felini molto tempo. Speriamo di coglierli in eventuali azioni significative, ma è evidente che le leonesse non sono ancora pronte a cacciare.
Sono ridicoli i leoncini che istintivamente, in fila per uno, scappano per nascondersi nella tana quando sentono il rumore di avvio del motore della jeep.
Tra le scaramucce anche tante effusioni. Mi resterà infatti un bellissimo ricordo di una leonessa che, con la bocca, solleva un cucciolo tenendolo ben stretto per il collo.
Si cambia luogo e scena: tre iene – nefasta presenza – presidiano l’area dove il leopardo ha nascosto la scorta di cibo. Il felino non è presente, ma le sue impronte ci conducono presso uno stagno.
Qui, oltre allo splendido maschio, troviamo una femmina e – dal folto del sottobosco – compare un leopardino di circa tre mesi. Stupenda, perfetta miniatura, con i baffetti già evidenti, la piccola coda con il ciuffo bianco e la morbida pelliccia maculata esattamente come quella degli adulti.
Mamma e figlio, nascondendosi, ma anche no, arrivano all’acqua. Mentre mamma beve, il cucciolo zampetta attorno. Il grosso maschio è invece nascosto nelle vicinanze.
I due si vedono per un po’ poi il bush li nasconde parzialmente.
Vediamo e non vediamo, ma udiamo distintamente i gemiti delle loro effusioni.
Il piccolo leopardo, da provetto felino, spicca un salto lanciandosi sul corpo della madre.
Segue una serie di coccole, poi si incamminano uno dietro l’altra cercando di nascondersi.
Li seguiamo, ma non per molto, lasciando poi che trovino un rifugio sicuro.
Valutati tutti gli elementi nasce un terribile sospetto: è probabile che il trio di iene, oltre ai resti della bestia cacciata, sia in attesa di un’occasione per avventarsi sul piccolo leopardo.
Si pranza nel bush, dove troviamo, a sorpresa, tavoli apparecchiati e vivande a sufficienza per un esercito.
Dopo il lauto pasto, la siesta è – come sempre – al campo.
Gazebo, divanone, elefanti che sfilano silenziosi nella prateria, uno dei quali arrotola la proboscide su una zanna e sembra dire “guardatemi!... fotografatemi!”
Nel pomeriggio ci dirigiamo verso una nuova zona, attraversiamo sterminate praterie e raggiungiamo una laguna permanente con molti ippopotami. Nell’erba alta è evidente il lunghissimo solco lasciato dai mastodontici erbivori. Non a caso la “via” è chiamata “hippo highway”.
Il paesaggio è spettacolare con le differenti tipologie di ambienti: da aree verdissime, aperte, piatte, a bush, boschetti con ombrosi alberi, baobab che spiccano tra tutti, file di palme svettanti.
È riduttivo fare una lista di animali, ma sono presenti elefanti, molte giraffe, impala, red lechwe, zebre, kudu, babbuini. Due struzzi che correndo sollevano polvere e mi ricordano Bip Bip inseguito da Willy il coyote.
Vediamo facoceri di tutte le taglie, impala che punteggiano il territorio con il pelame rossiccio che spicca sul verde. Questa specie di antilope rappresenta il simbolo della bellezza, eleganza e leggiadria.
Una iena “sgranocchia” un lungo osso, si tratta di parte della zampa di una giraffa.
Attorno, posati a terra, gli avvoltoi in attesa dei resti. È proprio vero che c’è cibo per tutti.
Il “solito” rosso del tramonto, la brezza e l’assenza di pioggia lasciano il posto al nero cupo della notte africana.
29 febbraio 2016
Mombo sembra aver perso tutti i suoi colori. Sin dalle prime ore del giorno, il cielo è grigio, nuvoloso, alquanto minaccioso. Un gufo altrettanto grigio, con gli occhioni spalancati, è nascosto tra i rami scuri.
La mattina scivola via in un alternarsi di piogge e schiarite, senza tuttavia privarci del piacere di osservare gli animali.
Volendo stilare un “bollettino”, questa potrebbe essere la lista:
grandi concentrazioni di zebre, impala e red lechwe;
giraffe, un rinoceronte lontano;
un leone solitario e per giunta addormentato.
Durante la siesta, il clima ci impedisce di rilassarci sul cuscinone matrimoniale, inzuppato d’acqua, ma non per questo rinunciamo a stare all’aperto, sulla terrazza, per osservare due elefanti che, provenienti da direzioni opposte, cautamente si avvicinano fino a toccarsi con le proboscidi che poi intrecciano.
Interpretiamo il delicato gesto come un segno di saluto, di amicizia, al pari di una stretta di mano tra umani. Bello da vedere, trasmette tenerezza, serenità.
Un altro grosso maschio si stacca dal branco per avvicinarsi al campo, poi silenzioso riprende il proprio cammino.
Durante il game drive pomeridiano si ha l’impressione di attraversare settori diversi.
Mi spiego meglio. In una vasta area vi sono solo impala. Finiti gli impala, in un’altra porzione di territorio, si vedono unicamente zebre e, infine, troviamo un assembramento di kudu.
Molti i nuovi nati, per ciascuna specie. A fronte di tante perdite, la vita che si rinnova.
Il cielo ha luci e ombre, anche molto cupe, spettacolari. È la condizione che fotograficamente mi regala più soddisfazioni. Mi diletto, infatti, a fotografare le palme illuminate dal sole che si stagliano sullo sfondo del cielo nero, “drammatico”.
In lontananza, e tutto attorno a noi, si vedono nettamente “muri” di pioggia. Ne stiamo alla larga il più possibile, ma inevitabilmente i nuvoloni temporaleschi ci rincorrono e ci investono, scaricandoci addosso secchiate d’acqua.
Nonostante la jeep aperta, le mantelle ci riparano, il safari è dunque salvo. Possiamo continuare a cercare gli animali.
La pioggia copiosa ha reso irriconoscibili le piste, ora vi sono pozzanghere, alcune profonde, e molto fango.
Le pozze d’acqua si sono rabboccate e la loro superficie si è notevolmente espansa.
Ciò che fino a ieri era secco e verde si è trasformato in un ambiente acquatico. Capita spesso di dover affrontare guadi più o meno impegnativi.
Troviamo un vecchio leone, con i segni di parecchie cicatrici, la coda mozzata e una ferita recente, ancora sanguinante, a lato della bocca.
L’animale si sveglia, si ripulisce leccandosi ripetutamente le zampe. Si tratta solo di una momentanea pausa tra un sonno e l’altro.
Si desta nuovamente al passaggio di alcuni impala, disponendosi nella classica posizione di punta. Osserva, scatta… ma gli impala sono lontani, fuggono veloci, trasformando l’azione in un nulla di fatto. Il predatore si mantiene comunque sveglio e vigile.
Cambio di scena. Dal leone solitario a undici licaoni che, in fila, corrono in direzione di una spianata gremita di impala. Questi, avvertito il pericolo, si disperdono.
Seguiamo i licaoni fino a che ci è possibile. Purtroppo la nostra corsa termina nel bush, con il suolo accidentato, cosparso di grossi rami e tronchi spezzati, radici e ostacoli che ci costringono a cambiare spesso direzione. Perdiamo di vista i licaoni nel momento in cui si dividono. Tattica, questa, che ormai conosciamo bene e che sta a indicare che è loro intenzione isolare un impala, accerchiarlo per poi avventarglisi contro, senza che questo abbia più una via di scampo. Quello che pare un totale disordine è invece un perfetto lavoro di squadra. Difficilmente un branco di licaoni si lascia scappare una preda.
Trascorrono meno di 10 minuti prima di ritrovare i feroci cani selvatici intenti a sbranare gli ultimi resti della sfortunata antilope.
La scena offre una variante al “solito” rituale. Tra i licaoni c’è una iena che ha osato sottrarre una porzione di carne e tiene testa al branco inferocito.
Impressionanti, nel vero senso della parola, i versi striduli, spaventosa la brutalità della iena che fronteggia gli undici carnivori insieme. Ma giocando in svantaggio numerico, non ha la meglio e presto è costretta ad abbandonare il maltolto, nonché a fuggire con una brutta lacerazione sanguinante sul fianco destro infertale da uno dei nemici.
Le bestie feroci riprendono il pasto, pochi resti ormai, ma dal bush, con un tempismo incredibile, compaiono altre tre iene che, a loro volta, si avventano contemporaneamente sul cibo e sui licaoni.
Immaginiamo la disfatta e ritirata di questi ultimi, accade invece che siano le iene ad essere costrette alla fuga. Una di queste rimedia una serie di brutali morsi sul posteriore.
Latrati, odore di sangue e intestini, una cupa luce rossastra che ha dell’innaturale, sono la coreografia di una scena agghiacciante che ci lascia sbigottiti e senza parole a lungo.
Il tramonto è alle porte, ma le nuvole nere cariche di pioggia e gli squarci di sereno danno origine a una strana luce, inquietante, che si impressionerà anche nelle foto.
Sembra la scelta di un tecnico delle luci per drammatizzare ancor più la scena di un atroce delitto.
A poche decine di metri di distanza, per contrasto, spicca la leggiadria degli impala che brucano l’erba. Verde la savana, rossiccio il bel manto setoso della moltitudine di erbivori.
Pensieri che si intrecciano nella mia mente: la visione bucolica di un branco di antilopi si sovrappone al muso sporco di sangue dei licaoni.
Ci siamo spinti molto lontano dal campo. Per il ritorno ci aspetta un percorso difficile, accidentato, pieno di buche, fango, guadi.
Non c’è più tempo per nulla, il buio incombe, finite le soste, ma dieci giraffe insieme inondate dalla particolare luce di questo insolito tramonto sono una tentazione irresistibile.
Un’ultima giraffa, vicinissima, altissima, che non vediamo sino all’ultimo momento e che quasi ci spaventa è un dolce finale.
Adoro i felini, è innegabile, se non li vediamo manca qualche cosa, mi piacciono molto anche gli elefanti, ma l’eleganza delle giraffe ha un fascino particolare che le rende le mie preferite.
1° marzo 2016
L’alba mette in luce un rinoceronte lontano e un leone solitario, inutilmente desto poiché attorno c’è il vuoto, non un solo animale nel raggio di chilometri.
L’ambiente alterna immense zone verdeggianti e spopolate a aree pullulanti di erbivori: zebre e impala soprattutto.
In un’isola boscosa si nasconde un rinoceronte che abbandona il bush per correre nella prateria. Lo seguiamo e, a differenza di altri esemplari, non si allontana, anzi assume un comportamento da animale curioso. Non solo non scappa, ma addirittura cambia direzione venendoci incontro.
Con un lento e lungo trasferimento attraversiamo un paradiso verde dove si susseguono territori ricoperti di arbusti culminanti in bianche spighe, praterie naturalmente rasate che ricordano giardini all’inglese, macchie di bush, boschetti di acacie, palme che orlano i corsi d’acqua, alberi morti e stecchiti, sistemati qua e là, come scheletriche sculture, termitai simili a castelli di sabbia con un “ciuffo” verde sulla sommità, alberi maestosi e baobab imponenti.
Mombo ci saluta con una dozzina, forse anche più, di giraffe.
Mombo, il luogo dove c’è tutto e tutto abbonda: the place of plenty, appunto.
Un aereino solo per noi due, un voletto della durata di dieci minuti e si cambia scena.
Vumbura ci accoglie con il sole, la piana allagata e i numerosi canali alimentati dalle recenti piogge.
Giunti al campo, il benvenuto, anzi il bentornato, dopo due anni esatti è caloroso.
Ci si presenta, ci si saluta, i soliti convenevoli, ma quando Lazi sta per stringermi la mano, ci guardiamo con intensità, trascorsi pochi attimi ci riconosciamo… Duma Tau! esclamiamo… Felicità e abbracci. Dopo tre anni ci ritroviamo per caso e ora chiediamo espressamente di essere affidati a lui.
Provo imbarazzo con chi dovrebbe farci da guida, mi scuso, niente di personale, ma con Lazi già ci conosciamo e, all’epoca, si era stabilita una bella intesa. È inoltre reciproco il desiderio di stare nuovamente insieme.
La cosa non è scontata, non sembra di facile attuazione, ma dopo una serie di trattative con la direzione la nostra richiesta viene accolta e ne siamo davvero felici.
Gli altri “guest”, nell’ordine:

  • Elisabeth, tedesca ora naturalizzata canadese, ultraottantenne, con la passione del viaggio impressa nel DNA, alla sua sesta e ultima settimana di un lungo tour africano;
  • David, londinese di nome e di fatto, prima di rientrare in patria trascorrerà la bellezza di tre mesi a Cape Town con un solo scopo… giocare a golf, giocare a golf, giocare a golf;
esprimono entusiasmo e non mostrano segni di nervosismo per il ritardo della nostra prima uscita insieme. Insomma ci sintonizziamo da subito e ammiriamo, non senza mute esclamazioni, un elefantino con il protettivo branco tutto attorno oppure attendiamo vigili e silenziosi davanti a nove licaoni che, svegliatisi, compiono il “rito” di urinare, uno ad uno, nello stesso posto e che si bagnano in una pozza d’acqua. Con il passare del tempo scopriamo anche che le nove bestie non sono affamate e quindi non ancora pronte per la caccia.
Il bilancio delle prime ore a Vumbura è assolutamente positivo: ritrovato Lazi e conosciuto due compagni di viaggio molto interessanti e soprattutto interessati a quello che accade attorno.
Dopo i quattro americani chiassosi di Mombo, tiriamo un sospiro di sollievo con la certezza che i giorni a venire saranno all’insegna della condivisione e non della sopportazione.
2 marzo 2016
Vumbura Plains con l’erba sottile, dal colore chiaro, come un immenso e delicato velo o una bassa nuvola vaporosa. Questa la prima immagine della giornata scandita dai “soliti” ritmi.
Perlustriamo poi un territorio leggermente ondulato, sconfinato e verde come un campo da golf che cede spazio a spianate con steli sottili ondeggianti con la brezza.
Spighe bianche e ciuffi di papiri scuri, nel mezzo tutte le sfumature di verde.
In alcuni momenti si ha l’impressione di attraversare pascoli alpini.
La meraviglia è costante, tanta bellezza è difficile da tradurre in parole.
Gli animali che incontriamo e che popolano l’intera area sono elefanti, giraffe, kudu, impala, red lechwe. Le cui immagini scorrono lente, passano.
Ci fermiamo invece ad osservare due leoni maschi, fratelli. Uno ha una ferita recente e zoppica vistosamente, l’altro non abbandona mai il fratello e, contrariamente alle abitudini di un maschio, caccia per nutrirlo e nutrirsi. I due felini fanno tenerezza e ci fanno riflettere sui sentimenti che forse anche gli animali provano.
Sostiamo, in seguito, nei pressi di un branco di antilopi sable. I piccoli, sgraziati a dire la verità, hanno un bel colore chiaro, dorato, mentre i giovani sono bruni, solo poco più scuri.
Il pelo delle antilopi sable si scurisce con l’aumentare dell’età fino al nero lucido dello stupendo maschio dominante.
L’acqua ricopre le praterie e qui fa la sua comparsa una diversa specie di antilope – il reedbuck – presente in discreta quantità.
All’ora di pranzo viene allestita una tavolata per una grigliata nella savana e, prima di tornare al campo, un “esercito” di manguste, in fila come tanti soldatini, attraversa la pista.
I piccoli animali sono graziosi e simpaticissimi quando, eretti sulle zampe posteriori, scrutano lontano.
È tempo di siesta, il sole caldo e il bel tempo invitano a un tonificante bagno in piscina.
Nel pomeriggio scegliamo di andare alla scoperta di una laguna di acqua dolce permanente con il mokoro, tipica piroga locale.
Per arrivare al luogo di partenza dell’escursione affrontiamo guadi impegnativi, tanto che l’acqua arriva a lambire il cofano della jeep.
Devo riconoscere che gli ambienti acquatici mi piacciono e mi divertono.
Provo infatti autentico piacere durante le ore trascorse nel silenzio totale, con l’acqua trasparente punteggiata da splendidi water lily che spuntano da grandi foglie tonde e galleggianti.
Rane grandi quanto un’unghia si aggrappano agli steli e riusciamo a vederle solo grazie alle indicazioni dei nostri barcaioli che ci mostrano anche molte altre cose curiose e interessanti.
Con la prua delle canoe apriamo “corridoi” tra le distese di fitti papiri che si alternano agli specchi d’acqua.
Un ambiente quieto e rilassante che ci godiamo fino a poco prima del tramonto, quando i colori si fanno più caldi e i riflessi ancora più nitidi.
Il Delta dell’Okavango è magico in ogni sua variante.
È quasi buio quando con la jeep stiamo tornando al campo; grazie al raggio di luce di una spot light vediamo una piccola femmina di leopardo nascosta nel bush, rifugio che abbandona per infilarsi prima sotto l’unico altro veicolo fermo a osservare la scena, poi sotto di noi.
Mamma leopardo, convinta di aver ben nascosto la piccola, è andata a caccia per procurare cibo.
Attorno i babbuini sono minacciosi, siamo molto preoccupati, ma fortunatamente non sono dotati di buona vista e, soprattutto, non sono predatori notturni. Non dovrebbero rappresentare un serio pericolo.
Dopo esserci assicurati che il piccolo leopardo non si trova più sotto la nostra jeep ce ne andiamo.
Ormai è buio pesto. Poco distante incrociamo una iena. Aspetto inquietante e predatore notturno. Speriamo non trovi il giovane leopardo, ci auguriamo inoltre che mamma torni presto.
Nel buio brillano tanti occhietti, corrispondono a centinaia di impala che in fila interminabile attraversano la pista.
Prima di dormire ripenso alla grandiosità, abbondanza, bellezza della natura africana e mi reputo privilegiata per vederla non attraverso lo schermo di un televisore, ma dal vero.
3 marzo 2016
A causa delle defezioni di David, partito per il Sudafrica, e di Elisabeth che ha preferito dormire, siamo soli. Oltre a noi e Lazi c’è una giovane guida in fase di addestramento.
Seguiamo le tracce di una famiglia di leoni. Non si può stabilire un numero preciso, ma sono tanti.
Gli spostamenti dei felini sono recenti, ottima notizia, ma le impronte, ben visibili e chiaramente marcate sulla terra, purtroppo si perdono nell’erba molto alta.
La guida e il suo “aiutante” sono abili nel ritrovare inequivocabili segni. La ricerca tuttavia comporta lunghe perlustrazioni, anche a piedi.
Prendiamo una determinata direzione, poi un’altra ancora, fino a quando le tracce si perdono definitivamente. Siamo costretti a gettare la spugna.
Strada facendo rivediamo i due leoni maschi. Oggi è evidente che si tratta di una coppia sfortunata: l’uno è ferito e zoppo, il fratello ha una malformazione a una zampa, più grossa rispetto all’altra. Penso con tristezza che mai avranno una famiglia e che sono destinati a condividere le loro solitudini.
Non ci soffermiamo molto, torniamo dove sono impresse le ultime impronte del grosso branco di leoni, ci avventuriamo in ogni direzione, ma nulla da fare, sembra si siano volatilizzati.
Mentre ci chiediamo dove possano essere i leoni, notiamo il volo in cerchio di alcuni avvoltoi.
Non occorre molto per trovare il punto esatto dove si posano e sono tanti, tantissimi, ammassati in un insieme di penne scure, colli spennati, becchi e artigli tremendi.
Gli avvoltoi sono intenti a spolpare la carcassa di uno tsessebe.
Fatte le debite valutazioni, l’animale è stato ucciso da almeno due ghepardi che, a differenza degli altri felini, hanno l’abitudine di uccidere una preda, di saziarsi con un solo pasto e di abbandonarne i resti.
I rapaci sono ovunque, a terra, posati sui rami degli alberi tutto attorno, si avventano sulla carne, volano in cerchio con un sinistro frullare di ali.
Osserviamo la scena senza emettere suono. È affascinante e disgustosa al tempo stesso.
Il fascino di animali che si cibano e dei diversi comportamenti, la voracità, ma anche l’immobile attesa del proprio turno.
Il disgusto per l’odore di putrefazione, di sangue e degli intestini.
In ogni caso riteniamo l’episodio un ennesimo colpo di fortuna, poiché mai prima d’ora avevamo assistito al pasto degli avvoltoi, di tanti avvoltoi, come ora.
A metà mattina, sono circa le 10,00, trovato un leopardo, una femmina, lo seguiamo, da molti segnali è evidente che si tratta di un animale molto affamato.
Ne osserviamo, per l’intera giornata, i molteplici tentativi di portare a compimento la caccia di una preda.
Purtroppo un predatore ha lo svantaggio di non essere mai circondato da animali che ne fiutano la presenza e si tengono a distanza. Succede quindi che prima di individuare una possibile vittima, sempre molto lontana, trascorre parecchio tempo.
La ricerca è estenuante. Il felino si porta in posizione elevata, salendo sui termitai, sui rami degli alberi o qualsiasi altro punto alto rispetto al suolo, scruta tutto attorno e, se è il caso, per avvicinarsi all’ipotetica fonte di cibo, si muove furtivo, strisciando la pancia, appiattendosi sul terreno.
Ogni agguato può durare a lungo, spesso le zone da attraversare non offrono un riparo, sono piatte, scoperte, senza vegetazione.
Le varianti sono numerose, lo abbiamo visto bene in questa lunghissima giornata, e gli insuccessi si ripetono.
Seguiamo l’animale, la sua fame crescente lo obbliga a ritentare. Altro termitaio sulla sommità di un’altura, altra attesa, poi, inaspettatamente, con un incredibile salto nel vuoto, il leopardo si lancia su un’antilope. Assistiamo a un nuovo fallimento, non si sa come l’erbivoro fugge mentre il felino con un rumoroso tonfo – un tuffo – finisce nell’acqua. Siamo in un ambiente acquatico, ma nulla, neppure questo elemento può fermare una bestia bisognosa di cibo.
Si ricomincia tutto da capo e ora la sua silhouette sul ramo di un albero è perfetta, nel profilo si notano la bocca aperta, la curva dei lunghi canini, l’armoniosa linea del corpo.
Nel corso della sua disperata ricerca, si muove con l’intenzione di cambiare territorio di caccia. Cammina rapido nelle praterie rasate. Mentre si addentra nel bush con molta cautela perché da predatore potrebbe trasformarsi a sua volta preda di altri felini o dei babbuini.
Riposa solo pochi minuti, si ripulisce le zampe con la lingua e, sempre più fiaccato dalla fame, prosegue il cammino in tutte le condizioni, anche sotto il sole cocente.
Per quel che riguarda noi, saltiamo il pranzo, la siesta, qualsiasi cosa, pur di seguirlo in un avvincente percorso a ostacoli.
Lo perdiamo più di una volta, ma anche se non con poche difficoltà lo ritroviamo con rinnovata emozione.
Non crediamo ai nostri occhi quando lo vediamo entrare in acqua e attraversare una laguna.
Non contiamo ormai più i tentativi di caccia falliti, le salite sugli alberi e termitai, le agili discese e i rituali che precedono ogni appostamento, i momenti di riposo di un animale sfinito.
Il nostro avvincente ed esclusivo documentario si protrae per quasi nove ore, di cui la maggior parte in totale solitudine – senza altri veicoli e persone - tanto da provare gelosia per il “nostro” leopardo.
Alle 17 circa, quando una seconda jeep ci raggiunge ed Elisabeth, insieme a un vassoio di panini, torna a farci compagnia, abbiamo l’impressione che si sia rotto l’incantesimo.
In fondo c’è una sola altra jeep oltre alla nostra. Giustamente gli occupanti e la stessa Elisabeth scattano foto a ripetizione. È più che legittimo, ma noi li sentiamo come chi ha invaso il nostro territorio.
Poi sorrido perché noi già “sazi” e ricchi di scatti preziosi abbiamo riposto le macchine fotografiche, invece gli altri sono ancora febbrilmente eccitati nel riprendere il leopardo sull’albero, sul rilievo, sul termitaio…
Dopo il tramonto, poco prima del buio totale, lasciamo l’amico felino augurandogli che la caccia notturna sia proficua.
Oggi sento di aver vestito i panni di un documentarista. Mestiere faticoso, senza cibo, con l’acqua centellinata, picchi di calore nelle ore centrali del giorno, ma assolutamente meraviglioso.
Se un giorno capiterà di nuovo di incontrare Lazi, sono certa che nei nostri occhi si accenderà una scintilla ed esclameremo all’unisono: “Leopard!... Vumbura Plains!”.
4 marzo 2016 
Partita anche Elisabeth, siamo nuovamente soli con Lazi e il giovane Gi.
Il sorgere del sole è un rito che si compie ogni giorno. Non per questo banale, lo spettacolo è sempre diverso. La nostra ultima alba africana è carica di tinte forti. La palla del sole rosso sembra infuocare l’intero paesaggio.
Dal rosso del cielo al rosso del sangue…
Tutto avviene rapidamente. I licaoni incontrati da poco stanno già correndo. È un segnale inequivocabile. Un solo urlo straziante, quello di un piccolo tsessebe, e nel giro di una manciata di minuti la “festa” è finita.
Non è la prima volta che assistiamo alla caccia dei licaoni, ma ne siamo sempre impressionati. A stupirci è la rapidità dell’azione nonché la ferocia.
Tutte le bestie sono disposte attorno alla piccola antilope che già squartata ancora si dibatte.
È sconcertante la frenesia dei licaoni che staccano brandelli di carne e non interrompono il “lavoro” fino a che non resta più nulla.
Siamo frastornati, meno di dieci minuti fa ci siamo fermati a osservare la dolcezza del piccolo tsessebe insieme ad altri esemplari adulti, ora è già tutto finito e di lui non resta traccia. Salvo il sangue schizzato sulla vegetazione e quello che imbratta il muso di ciascun animale.
La sequenza – isolamento della preda, uccisione e pasto – è rapidissima, non è facile arrivare nel luogo esatto in tempo per assistervi.
I licaoni, vivono abitualmente in branco, seguendo un segnale del maschio Alfa, si separano, iniziano a correre, isolano il soggetto accerchiandolo, riducono sempre più il cerchio fino a impedire ogni via di fuga, attaccano in contemporanea e, senza fermarsi, azzannano e sbranano la povera bestia.
Se non si è precisi o si hanno esitazioni, si arriva troppo tardi, quando tutto è finito.
Questo per riconoscere alla nostra guida una abilità eccezionale nel capire esattamente dove dirigersi e per correre come un razzo permettendoci di assistere alla scena nella sua interezza.
Questo tipo di uccisione, nonostante la crudezza e brutalità, è a tutti gli effetti un altro spaccato di affascinante realtà africana. Gli animali, come tutti gli esseri viventi, devono nutrirsi e uccidono un altro animale esclusivamente a tale scopo.
Lasciati i licaoni, osserviamo gli gnu che, dopo aver scavato un piccola fossa, rotolano strofinandosi nella terra.
Una famiglia di elefanti strappa erba e fogliame nutrendosi pacificamente a pochi passi da noi, non mostrando alcun segno di nervosismo malgrado del branco faccia parte un piccolissimo.
Zebre e impala sempre presenti e sempre numerosi. In lontananza molti anche i bufali.
Nelle vicinanze di una pozza ritroviamo i due leoni sfortunati. La loro silhouette si riflette nell’acqua. L’immagine è perfetta per scattare belle fotografie.
Non avendo motivi per non interrompere il safari, torniamo al campo per l’ora di pranzo cui seguono siesta e merenda.
Rieccoci, subito dopo le “attività” di cazzeggio, nella savana, alle calcagna di due leoni. Si tratta ancora di due fratelli, maschio e femmina. Quest’ultima con una ferita sanguinante alla testa.
I leoni sono affamati e attivi. Camminano alla ricerca di erbivori, ma – come sempre – attorno c’è il vuoto.
Si spostano, anche nell’acqua, coprendo lunghe distanze, quando finalmente in lontananza appare un red lechwe, bellissima antilope acquatica, dal pelo rossiccio.
I felini si avvicinano cautamente. Purtroppo su terreno piatto e rasato che non offre possibilità di nascondersi, la faccenda si fa complicata.
Mentre il maschio si ferma, la femmina avanza ancora con circospezione e lentamente. Giunta a una certa distanza si blocca e per l’antilope, che non possiede una vista perfetta, la leonessa nella sua immobilità non è altro che un masso o l’ennesimo ostacolo del terreno.
L’antilope è altrettanto immobile e guardinga. Ad insospettirla sono gli stridii degli scoiattoli che segnalano un pericolo.
La situazione è statica e così resta a lungo. Forse un’ora o poco meno.
La leonessa accovacciata non muove un muscolo, lo stesso il red lechwe, lo squittire degli scoiattoli è senza tregua. Nessuno cambia ruolo e posizione. Poi, improvvisamente, cala il silenzio.
Cessato il chiasso degli scoiattoli dovrebbe, potrebbe, succedere che il red lechwe si rilassi e abbandoni la posizione granitica e che la leonessa…
accade invece che il maschio, fermo a distanza di un centinaio di metri rispetto alla sorella, si incammina per raggiungerla, senza badare a tenersi nascosto. A questo punto l’antilope, notato il movimento, fugge correndo nell’acqua, suo elemento naturale, dove si muove con facilità.
Fine della caccia per colpa di uno stupido maschio, giovane e immaturo, incurante del fatto che la leonessa era appostata da quasi un’ora, tra l’altro, per procurare cibo anche per lui.
Ora i due fratelli dovranno ritentare da capo, a partire dalla difficile ricerca di altra selvaggina.
Noi ci avviamo mesti e delusi verso il campo. Altra opportunità persa. Niente caccia dei leoni con esito favorevole. Nel nostro “curriculum” continua a mancare il leone che uccide la preda.
In serata e anche durante la notte piove, ma per ora la cosa non ci disturba né ci preoccupa.
5 e 6 marzo 2016
Ormai siamo un quartetto molto affiatato. All’alba – come sempre – si va alla scoperta di ciò che Madre Natura ha da offrirci.
Desideriamo rivedere e avvicinare i bufali, detto fatto, ne incontriamo un grande branco, la cui formazione è impenetrabile. Al centro della massa compatta di animali, ben protetti, sono radunati i piccoli con le femmine. Attorno, rivolti verso l’esterno, i maschi più grossi formano un “cordone” vigile e protettivo.
A nulla serve il richiamo delle iene che si fanno sempre più numerose e vicine ai bufali.
Attendiamo, osserviamo, speriamo… ma, sebbene sopraggiungano otto iene, la differenza numerica è sproporzionata. Non c’è assolutamente modo di attaccare il branco e tanto meno di isolare un solo esemplare.
Non essendoci possibilità di sviluppi, ci spostiamo altrove.
Sono le nostre ultime ore in terra africana, salutiamo gli animali che via via incontriamo: branchi di zebre, le mie predilette giraffe che si sono radunate  per ricambiare i saluti, una mamma tsessebe che allatta un cucciolino al quale, memori della brutta fine del piccoletto di ieri, auguriamo lunga vita e gli immancabili impala.
Ha smesso di piovere già nella notte, ma il cielo grigio sembra rispecchiare il mio stato d’animo.
L’acqua piovana ha accresciuto livello e dimensioni delle pozze e dei canali che si diramano nella piana.
Gli animali, insieme ai piccoli, dopo la pioggia, abbandonano il bush e i ripari, per correre e giocare contenti. Sono scene bellissime da osservare. Il Botswana ci saluta con gaiezza, nel mio cuore però pesa un macigno e le lacrime scorrono ancor prima dei saluti e di aver lasciato il campo.
Mentre chiudo i bagagli esplodo in un pianto disperato, poi cerco di riassumere un contegno e mi avvio per l’ultima volta verso la terrazza dove ci stanno aspettando.
Un serpente, dicono innocuo, striscia sulle assi di legno, si lascia fotografare prima di andare a nascondersi tra la vegetazione. Ci mancava giusto un serpente, ma - contrariamente alle mie abitudini – non mi spavento più di tanto. La grande tristezza ha sopito ogni mia normale reazione.
Quando abbraccio Lazi per l’ultima volta non riesco a formulare parola, trattengo a stento le lacrime. Poi l’aereino ci strappa via dalla terra africana.
Mentre osservo l’affascinante paesaggio del Delta sono certa che il distacco non è definitivo e che torneremo.
Quel che segue - quattro velivoli in ordine crescente, dal minuscolo Cessna al mastodontico Airbus A380, 3 scali a Maun, Johannesburg, Dubai, oltre 24 ore di viaggio – sono solo un dettaglio.
È già tempo di ricordi: insieme al “nostro” leopardo, al pasto dei licaoni, ai colori di albe e tramonti, mi scappa un sorriso quando riprovo a contare, con le dita di una mano, fino a cinque. Come ci hanno insegnato gli amici africani, inizio dal mignolo con l’uno e, al due, l’anulare non ne vuole sapere di sollevarsi…
 

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