Botswana: l’arca di Noè!

in viaggio con danibi in Botswana , Zimbabwe

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Botswana: l’arca di Noè!

“Il segreto meglio conservato dell’Africa”
“Il regno indiscusso della grande fauna africana”
“In nessun altro luogo al mondo i safari sono così spettacolari e a contatto diretto con la natura selvaggia come in questa arca di Noè”
“Qui la Natura è grandiosa, esagerata. L’ambiente è intatto, superlativo”

Sono solo alcuni slogan che, per chi non è mai stato in Africa, possono far pensare ad esagerazioni oppure possono esercitare una forte attrazione così come succede per qualsiasi prodotto ben pubblicizzato.
La domanda che nasce spontanea è: “sarà tutto vero?”
Per Sandro e me, dopo diversi viaggi in Africa, non è difficile rispondere a questo interrogativo.
Dopo esserci affacciati sul Botswana dal Caprivi namibiano, dopo avergli girato attorno, è forte il desiderio di esplorare un altro pezzo d’Africa con la certezza che il nostro Continente preferito ha in serbo per noi ancora tante sorprese.
Decidere di visitare il Botswana è stato, quindi, facile. Più difficile, invece, concretizzare il viaggio poiché ci siamo dovuti scontrare con la politica del turismo a basso impatto ambientale = prezzi elevatissimi.
Questo grosso ostacolo ha reso necessario ridimensionare il nostro ambizioso progetto di trascorrere 3 settimane nel Paese per visitarne, oltre al nord, anche la parte centrale (Kalahari).
Escluso il soggiorno nei lodges (dai prezzi esorbitanti) non resta molta alternativa al campeggio. Scegliamo però un modo di campeggiare comodo, con chi provvede all’allestimento e smontaggio del campo, alla preparazione dei pasti, senza rinunciare alla comodità di dormire in un letto o di fare una doccia.
Esaminati vari preventivi di operatori locali ed italiani, la proposta che risulta qualitativamente migliore è quella di Harmattan che sul Botswana ha prezzi competitivi e che confeziona programmi personalizzati.
Lasciamo pertanto perdere qualsiasi altra trattativa e ci affidiamo a quest’ultimo operatore italiano plasmando insieme a Rocco (referente per Africa orientale e australe) il nostro itinerario che partendo dalla cittadina di Maun – in direzione nord-est – termina a Victoria Falls, nello Zimbabwe, con soste intermedie nel Delta dell’Okavango, nella Moremi Game Reserve, nel Savuti e nel Chobe National Park.
A Delia e Peppo, amici e - in passato - già nostri compagni di viaggio, nel corso di una cena durante la quale, tra gli altri argomenti, si è parlato di viaggi e di progetti, è bastato ancor meno di una manciata di slogan – forse solo l’esoticità del nome Botswana – per decidere di aggregarsi.
Tutto ciò accade molti mesi prima della partenza, ma il tempo vola e, nonostante un conto alla rovescia lunghissimo ed un’estate caldissima, arriva finalmente l’autunno ed anche il momento di partire.
Itinerario
Martedì, 22 settembre 2009
Giornata spesa in viaggio che la compagnia aerea Lufthansa ci obbliga ad allungare con la tratta Malpensa/Francoforte e le ore di sosta prima del volo notturno per Johannesburg.

Mercoledì, 23 settembre 2009
Anche questo secondo giorno se ne va parzialmente in viaggio.
Da Johannesburg, con la compagnia aerea Air Botswana, voliamo a Maun. Da qui, con un piccolo aereo (Moremi Air), sorvoliamo il Delta dell’Okavango che dall’alto sembra un quadro astratto, un insieme di macchie di colore, dove si fatica a stabilire quali siano gli esatti confini delle isole, delle lagune, delle paludi, dei numerosi canali che solcano questo particolare territorio, unico nel suo genere.
L’Okavango River, che con i suoi 1.430 km è il terzo fiume dell’Africa per lunghezza, nasce in Angola centrale, scorre verso sud-est attraverso la Caprivi Strip, in Namibia, ed entra in Botswana nord-occidentale formando le Popa Falls, sempre in Namibia.
Nei pressi del villaggio Shakawe le acque del fiume cominciano a ramificarsi e a evaporare, assorbite dall’aria secca e dalle sabbie roventi del Kalahari. Spesso descritto come “il fiume che non riesce a trovare il mare”, l’Okavango si dissolve in un labirinto di lagune, canali e isole che occupano una superficie di quasi 16.000 kmq.
Le acque perenni di questa zona paludosa, meglio nota come Delta dell’Okavango, attirano una miriade di uccelli ed altri animali ed esercitano un grande richiamo turistico.

Dopo una ventina di minuti di volo panoramico atterriamo su una corta pista di terra chiara, finalmente il lungo viaggio è terminato ed è con rinnovata emozione che assaporiamo il profumo di “casa”.
Questa sensazione non è nuova, ma ogni volta che calpestiamo il suolo africano la nostra felicità è incontenibile.
Attendiamo solo qualche minuto, giusto il tempo che occorre all’aereino per ripartire sollevando un nuvolone di polvere, ed eccoci, dopo aver attraversato la pista e fatti pochi passi, davanti ad uno specchio d’acqua con i mekoro (plurale di mokoro) allineati.
Mokoro: stretta canoa, che ospita due passeggeri, spinta da un barcaiolo che sta in piedi a poppa manovrando una lunga pertica.
Ci accomodiamo su questo insolito mezzo di trasporto e, scivolando sull’acqua poco profonda, tra la vegetazione fitta, ammiriamo incantati la bellezza dell’intrico di canali a volte così stretti da dare l’impressione di avanzare sull’erba.
Attraversando minuscole lagune, dall’acqua trasparente, ricoperte di ninfee raggiungiamo un’isola ed il lodge dove trascorreremo le prossime due notti.
Prima ancora di vedere la spiaggetta, punto di sbarco, sentiamo in lontananza un coro di voci femminili.
Avvicinandoci ci rendiamo conto che si tratta dell’accoglienza da parte dello Staff riservata ai visitatori.
Una forzatura turistica senza dubbio, anche un po’ imbarazzante, ma la musicalità delle voci del gruppo di donne africane è suggestiva, arriva direttamente al cuore e, tra il disagio, mi commuove.
Una energumena dalla pelle bianca e dai capelli biondi, probabilmente la Manager, ci riceve e ci intrattiene descrivendo i vari ambienti, le attività praticabili ed altre formalità.
Veniamo poi accompagnati alle nostre abitazioni e, ancora una volta, mi compiaccio nel costatare quanto può essere bello e accogliente un campo tendato allestito in un luogo naturalistico isolato, dalla bellezza esagerata, tra gli animali, innumerevoli specie di uccelli e l’ormai consueta “band” di insetti e creature invisibili.
Gunn’s Main camp è costituito da poche ampie tende erette su palafitte di legno, ben distanziate l’una dall’altra, circondate su tre lati dalla vegetazione ed affacciate sull’acqua.
Ogni tenda ha una bella e ampia veranda. L’interno è molto spazioso. Nella parte centrale due lettoni gemelli, uno scrittoio ed una poltroncina costituiscono la zona notte separata dallo spogliatoio/guardaroba e dal bagno da una mezza parete di legno, ai lati tante “finestre” ovvero una serie di zanzariere che permettono all’aria di circolare oltre che di guardare fuori.
Al di là del divisorio, in un angolo, racchiuso tra due pareti, c’è il water. Sul lato opposto un bel lavabo tondo, con dipinti gli elefanti, è poggiato su un lungo piano di legno. Nel mezzo un armadio in vimini, una panca e, sulla parete di fondo, una porta si apre su una ampia piattaforma circoscritta da un “muro” di tela che ne garantisce la privacy, dove è collocata la doccia.
Eccellente sistemazione, meglio di quanto ci si può aspettare dalla dicitura generica “campo di tende fisse” riportata sul programma di viaggio.
Dopo tante ore di volo e di sosta nei vari aeroporti è un piacere infilarsi sotto la doccia, indossare abiti puliti ed, infine, sedersi a tavola per gustare un’ottima cena. Un’enorme ed elaborata struttura in legno e paglia ombreggia l’unica zona comune del campo ed ospita, oltre al lungo tavolo da pranzo, diversi “salotti” affacciati su quella che in apparenza sembra una vasta prateria. Nella realtà si tratta di una laguna dove la vegetazione è tanto fitta da nascondere l’acqua così da far sembrare un prodigio, un’illusione ottica, un fotomontaggio, un mokoro che naviga sull’erba o un elefante che beve attingendo con la proboscide dal prato verde.
Scortati da un guardiano torniamo alle nostre abitazioni. La raccomandazione solita in ambienti così selvaggi è quella di non uscire dalla tenda, nelle ore notturne, per nessuna ragione, in quanto ippopotami, elefanti ed altri animali circolano liberamente e possono costituire un serio pericolo.

Giovedì, 24 settembre 2009
In Africa, per sfruttare le ore di luce, ci si sveglia presto e noi siamo ben contenti di riassoggettarci a questa consuetudine.
Alle 6,30 facciamo colazione, subito dopo siamo pronti per la prima escursione che consiste in un lungo walking safari.
Con il mokoro, navigando lungo gli stretti canali che solcano canneti e papiri, osservando le antilopi d’acqua dal manto rossiccio (Red Lechwe), le aquile pescatrici ed altri volatili, raggiungiamo Chief’s Island.
Camminiamo per circa 3 ore in un ambiente che alterna bush a savana secca dal colore dorato e alcune pozze d’acqua.
Durante un safari a piedi, soprattutto dopo aver riconosciuto le impronte di un leone, ci si sente piccoli e vulnerabili tanto quanto una minuta antilope, senza tuttavia provare alcun timore.
Con un po’ di fortuna si possono avvistare diversi animali oltre che imparare a riconoscerne le impronte ed a distinguere i diversi escrementi.
Seguendo le une e gli altri si ha l’impressione di partecipare ad una caccia al tesoro e spesso si “vince”, cioè si avvista proprio l’animale di cui si stanno seguendo le orme. Durante quello che sembra un piacevole gioco riusciamo a scovare alcuni impala, zebre, 4 altissime giraffe ed un facocero solitario.
Tra gli escrementi più curiosi il primo premio va alla “bush chocolate”, così è soprannominata la cacca delle giraffe che si presenta sotto forma di minuscole palline tonde e lucide esattamente come le squisite praline ricoperte di cioccolato.
La seconda aggiudicazione va senza dubbio alle feci bianche, calcaree, delle iene che si nutrono in prevalenza di ossa.
La lezione didattica prosegue piacevolmente, il nostro interesse è alto, il passo, invece, rallenta a causa del caldo che si intensifica con il trascorrere delle ore malgrado il sole velato da uno strato di nubi.
Rientriamo, infine, al lodge per il brunch, scivolando ancora una volta – con il mokoro – lungo gli stretti canali, assaporando la quiete ed il silenzio totale di questo incantevole luogo rotto soltanto dal tonfo della pertica che si tuffa nell’acqua.
Con la pancia piena e soddisfatti, ci posizioniamo in un angolo dell’enorme terrazza e osserviamo ciò che accade tutto attorno. Non attendiamo molto per mettere a fuoco un elefante, alcune giraffe e diversi bellissimi uccelli mentre sopra di noi, aggrappati alle traverse dell’alta struttura che funge da tetto, grappoli di pipistrelli fanno siesta con la testa rivolta all’ingiù.
Quale seconda attività della giornata scegliamo di percorrere un tratto del fiume a bordo di una barca a motore. Escursione, questa, che ci consente di esplorare una zona più estesa, di avvistare un maggior numero di animali e di avvicinarci ad essi.
Protagonisti del safari acquatico sono diversi elefanti, Red Lechwe (antilopi d’acqua), aquile pescatrici, aironi, egrette e molti altri volatili che, visti da questa prospettiva, ci regalano un diverso nonché molto appagante documentario.
Per salutare il sole che sta tramontando sbarchiamo su una lingua di sabbia, ci arrampichiamo poi su una collinetta affacciandoci su una spianata verde solcata da un reticolo formato da tanti rigagnoli d’acqua che per effetto degli ultimi raggi di sole si accendono di bagliori rosati.
Sullo sfondo, una femmina d’elefante con tre piccoli impreziosisce la scena compensando quanto manca ad un tramonto poco sensazionale per via delle nuvole che continuano ad oscurare il cielo.
Durante la notte si scatena un temporale; tuoni, lampi ed il vento che fa svolazzare, come fantasmi, le leggere tende bianche che ornano le tante finestre mi fanno apprezzare maggiormente l’accogliente sistemazione.
Da domani ha inizio la nostra esperienza nomade: ci sposteremo a bordo di una jeep scoperta, percorrendo piste impegnative, dormendo in tenda, consumando i pasti all’aperto. Mi riaddormento raggomitolandomi ancor più sotto le coperte.

Venerdì, 25 settembre 2009
Al nostro risveglio siamo sorpresi nel constatare che, nonostante la pioggia notturna, il terreno è perfettamente asciutto: il drenaggio naturale impedisce all’acqua di depositarsi in superficie e di trasformare la terra arida in un pantano.
Il cielo si mantiene sui toni del grigio cupo, riprende a piovere e, anziché trasferirci all’airstrip in mokoro, siamo costretti ad utilizzare la barca a motore.
Il volo sul Delta è tanto appagante per la bellezza del paesaggio sottostante da sembrare troppo breve.
In meno di mezz’ora raggiungiamo Maun, qui ci accoglie un referente locale che ci presenta e ci affida a Frans, bel ragazzo, bianco, apparentemente troppo europeo… BIANCO? non nascondo che – in un primo momento – ci delude perché mai prima d’ora, in Africa, abbiamo viaggiato con una guida che non fosse di colore.
Radunati velocemente i bagagli, usciamo dall’aeroporto e, nel conoscere Matt e Prince, i due aiutanti, belli, sorridenti, tanto africani con la loro meravigliosa carnagione scura, ci sentiamo più sollevati.
La grossa jeep con tre file di sedili, verde, scoperta, carica di attrezzatura, con un carrello al seguito, aumenta la nostra eccitazione: sta per iniziare una grande avventura.
Mentre Frans, Matt e Prince srotolano i teli impermeabili, che dovrebbero fare le veci dei “finestrini” riparandoci dalla pioggia, realizziamo – per la prima volta – che, seppur in modo non continuativo, sta piovendo da tre giorni… non ci siamo curati fino ad ora di questo aspetto perché certi d’aver scelto il periodo in assoluto migliore e più secco per visitare il Botswana, ma le grosse gocce che battono sulla copertura trasparente, i dialoghi e la poca dimestichezza dei nostri accompagnatori nel “chiudere” la jeep, ci aprono improvvisamente gli occhi su una realtà che non era contemplata: la stagione delle piogge pare essere iniziata 2 mesi prima del previsto!
Durante il periodo piovoso – di norma – non si effettuano safari, è quindi evidente che questo inaspettato anticipo di maltempo coglie di sorpresa lo Staff e nel vedere i tre ragazzi in difficoltà (la jeep oltre ad essere totalmente aperta non ha, sul parabrezza, i tergicristalli) siamo molto indulgenti. Del resto non possiamo imputare all’organizzazione alcuna colpa, il clima – in tutto il pianeta – è ormai assolutamente imprevedibile e spesso fa le bizze.
Piuttosto ci riteniamo sfortunati ed anche beffati dalla sorte perché, per timore di una coda delle piogge, abbiamo rinunciato ad una promozione in bassa stagione preferendo il periodo climaticamente perfetto secondo le tabelle e, per questa ragione, più caro.
Purtroppo non possiamo rimediare. Rassegnati, pensiamo che l’Africa ha tanti volti diversi, che questa è una differente sfaccettatura e un’esperienza mai provata prima.
Smette di piovere e se srotolare i teli è stato complicato, ripiegarli e fissarli è ancora più oneroso.
Lasciata la cittadina di Maun procediamo su strada asfaltata per circa un’ora. Qui, in Bostwana, le distanze si misurano in tempo di percorrenza.
Alla domanda “quanti km ci sono da qui a là?” ci sentiremo spesso rispondere “circa tot ore di viaggio!” e quando, abbandonato l’asfalto, svoltiamo per imboccare una pista sabbiosa ci è immediatamente chiaro perché i trasferimenti si misurano in tempo e non in chilometri.
Ci insabbiamo quasi subito, ma con una spinta, grazie anche al nostro contributo, e dopo aver abbassato la pressione dei pneumatici, riusciamo a liberare la jeep dalla morsa della sabbia riprendendo il viaggio tra risatine ed evviva.
Attraversiamo ambienti che variano da bush a savana, alternati a boschi devastati dal passaggio di elefanti, boschi di mopane e acacie e pozze d’acqua che attirano una moltitudine di animali intenti a soddisfare una imprescindibile necessità: bere!
E’ esattamente nelle vicinanze di una pozza che incontriamo la prima grande famiglia di elefanti: non meno di 30 individui, con tanti piccoli, perfette miniature che le protettive femmine adulte non perdono mai di vista.
Le varie zone che superiamo sono popolate da kudu, Red Lechwe e tantissimi impala che si spostano agili al nostro passaggio e che, con le loro figure aggraziate, contribuiscono a farci già sentire parte integrante del documentario.
Il viaggio termina, dopo diverse ore, nella zona denominata Bridge Area, all’interno della Moremi Game Reserve, estremità orientale del Delta dell’Okavango.
Ci fermiamo in una bella radura ombreggiata che si affaccia su una vasta laguna abitata da ippopotami e frequentata, in questo momento, da gnu, zebre, waterbuck.
Una targa appesa al tronco di un albero indica il luogo a noi riservato per erigere il campo.
Sapevamo, in teoria, di dover campeggiare in aree naturali senza alcun tipo di servizio, recinzione e, soprattutto, senza altre presenze umane. Ebbene, eccoci esattamente nella situazione tante volte immaginata ed anche un po’ temuta. Sosteremo qui, nel nulla, a ridosso della laguna e di tutti i suoi frequentatori. Dalla quantità di escrementi disseminati ovunque si direbbe che la zona è assai visitata, anche dagli elefanti.
Sebbene si tratti della nostra prima esperienza di campeggio sul suolo africano, siamo molto rilassati e, mentre Frans, Matt e Prince si danno da fare per allestire il campo, osserviamo – da un piccolo rilievo – quanto avviene tutto attorno.
Fa uno strano effetto, in un ambiente che fino ad ora abbiamo sempre e solo frequentato e ammirato dall’alto di una jeep, con il divieto di scendere, trovarci con i piedi per terra potendoci muovere, avendo l’accortezza di non allontanarci troppo, a nostro piacimento.
Apro una parentesi per descrivere le caratteristiche del soggiorno in campo mobile.
Il campo viene allestito in uno spazio per il quale si è chiesto, e pagato, con molto anticipo per via dei posti limitati, il permesso di campeggiare ed è contrassegnato da una targhetta affissa ad un albero. Non vi sono recinzioni né alcun tipo di servizio.
Considerato che le piazzole sono parecchio ampie e ben distanziate, nelle immediate vicinanze non ci sono altri campeggiatori.
Nonostante l'isolamento, il servizio "alberghiero" è eccellente: dai pasti ottimi agli squisiti vini e formaggi sudafricani, dalle lenzuola pulite all'acqua calda per una doccia e altre comodità, non manca proprio nulla.
Lo Staff provvede a tutto: montaggio delle tende, ciascuna con due brandine, materassi, cuscini, coperte e lenzuola, preparazione dei pasti (sempre vari), montaggio della "bush toilet" e della tenda doccia.
A fianco delle tende si collocano due "lavandini" di tela che ogni mattina e prima dei pasti vengono riempiti d'acqua calda.
Il risveglio (attorno alle 5,30 - 6) è sempre preceduto da un GOOD MORNING e dal rumore dell'acqua versata nei lavandini.
Colazione, pranzo e cena si consumano al campo, comodamente seduti a tavola.
L'orario del pranzo è molto variabile perchè dipende dall’andamento del safari, se si sta osservando qualche bella scena si rimanda il rientro, di sicuro non si molla tutto per andare a pranzo.
Il rientro serale invece è tassativo perchè il regolamento dei parchi è molto rigido: se si viene sorpresi a circolare in macchina dopo l'orario di "chiusura" (per chi è dentro il parco non esiste un cancello o un limite da varcare) i Ranger sono severissimi, si rischiano multe salate e l'espulsione.
Durante i game drive sono previste un paio di soste tè o caffè sempre accompagnati da biscotti o fette di torta.
Prima di cena c'è il "rito" del Gin Tonic, da consumarsi attorno al fuoco.
Chi teme di soffrire per questo tipo di sistemazione o di essere maltrattato non troverà soddisfazione e tanto meno motivo di lamentarsi.
Chiusa parentesi.
Nell’arco di poco tempo ci sediamo a tavola e, circondati dalla natura più selvaggia, gustiamo il primo pranzo all’aperto. Cogliamo l’occasione per familiarizzare con Frans che, sì, è bianco, ma è nato in Africa, come suo padre e, prima di lui, il nonno ed il bisnonno. Ci confida che i suoi avi, olandesi, si sono trasferiti in Africa australe oltre due secoli fa.
Con cotanto “curriculum” come possiamo non considerarlo africano?
Frans si rivela, inoltre, un patito del caffè, di vero caffè fatto con la moka… a noi italiani, rassegnati a rinunciare, all’estero, ad un caffè ristretto, non pare vero ed aggiungiamo un altro punto a favore della guida che, in un primo momento, a pelle, ci ha fatto un po’ storcere il naso.
E’ proprio vero che non si dovrebbe mai dare ascolto ai nostri pregiudizi.
Il breve game drive pomeridiano ci permette di approfondire la conoscenza del territorio circostante che presenta paesaggi di varia natura senza però riservarci grandi emozioni per quanto riguarda l’avvistamento degli animali. Tranne grossi coccodrilli che scivolano furtivi in una pozza d’acqua o che sonnecchiano tra l’erba bassa e alcuni branchi d’antilopi, non vediamo altro.
Rientriamo al campo, Matt e Prince hanno già acceso il fuoco, preparato la cena, apparecchiato la tavola collocata sotto un gazebo di tela e illuminata da una lampada a gas.
L’ottima cena sotto il cielo africano e le chiacchiere attorno al fuoco sono momenti magici, è bello essere qui, è tutto perfetto, ci sentiamo in pace con noi stessi e con il mondo intero.
Una sagoma scura, solo poco più nera del nero della notte, si muove silenziosa: è una iena che si aggira furtiva a pochi passi da noi.
Frans ci avverte che le iene, attratte dal nostro odore, potrebbero avvicinarsi e strusciarsi contro le tende, dice che sono solo curiose e che possiamo metterle in fuga con un semplice battito di mani.
La notizia non ci spaventa più di tanto, il fuoco e la presenza di Frans e dei due ragazzi ci fanno sentire al sicuro ed a nostro agio. In fin dei conti siamo abituati a vedere gli animali, anche da molto vicino, da una jeep aperta, senza alcuna protezione, non li temiamo, anzi, più sono vicini più ci sentiamo euforici. Abbiamo anche diverse esperienze di safari notturni, abbiamo dormito più volte in bush camp, in “capanne” senza vetri alle finestre, protetti solamente dal velo di una zanzariera che ricopre il letto, ma…
una volta chiusi in tenda, quando maturo la consapevolezza che tra noi ed il regno animale c’è solo un telo, mi assale una paura che non immaginavo di poter provare.
La brandina è addossata ad un lato della tenda, mi sposto in una posizione scomoda nel tentativo di non aver nessun contatto fisico con la stoffa. Ad ogni soffio di vento che fa sobbalzare e gonfiare la tela sussulto terrorizzata.
Non riesco a dormire domandandomi a lungo perché mai ippopotami, elefanti e qualsiasi altra belva feroce dovrebbero girare alla larga dalle nostre fragili igloo.
Vinta dalla stanchezza riesco ad assopirmi, svegliandomi subito dopo di soprassalto mentre, atterrita, attendo di essere schiacciata dalla zampata di un grosso elefante o dalla mole possente di qualsiasi altro animale.
Anche il rumore della pioggia contribuisce ad accrescere l’inquietudine. Non fa particolarmente freddo, ma mi avvolgo nelle coperte e rinforzo la protezione frapponendo due strati di tessuto tra me e la tenda, confortata al pensiero che, se non altro, i denti delle iene non potranno raggiungere la mia carne.
E’ inimmaginabile quanti pensieri negativi sfilano in una notte insonne e di terrore, faccio persino il conto alla rovescia desiderando che le sette restanti notti di campo mobile siano già passate. Da non credere, considerato che, sempre, semmai è l’avvicinarsi del rientro a casa che mi disturba e mi deprime.
Nel corso di questa interminabile veglia ripenso anche ai racconti di un’amica che anni fa mi descrisse la sua prima notte africana, in tenda e all’insegna della paura. Solo ora mi pento e provo vergogna per aver pensato che stesse esagerando.

Sabato, 26 settembre 2009
Le prime luci dell’alba mettono fine alla lunga notte agitata e mi aspetto da un momento all’altro la “sveglia”. Quando, verso le 6, sento la voce di Prince che augura il buongiorno provo sollievo e finalmente esco da quella che mi è parsa una cella angusta pur non essendo né troppo bassa, né troppo stretta (la tenda ha una base di 2 m x 2 m ed un’altezza di circa 180 cm).
Piove ancora, la stanchezza influisce sull’umore che non è dei migliori, ma le premure dello Staff, la bellezza del paesaggio e, soprattutto, l’assenza di impronte inquietanti nelle vicinanze delle tende riportano il sereno.
Il terreno si mantiene asciutto e compatto ed anche questo elemento non è per nulla trascurabile.
Dopo l’abbondante colazione e dopo aver indugiato in chiacchiere con Frans che, sempre molto rassicurante, annienta le mie paure notturne, siamo pronti per il primo game drive della giornata.
Ci fermiamo nei pressi di una laguna ad osservare alcuni ippopotami che si dimostrano, contrariamente al solito, piuttosto interessati a noi. Questi bestioni, anziché immergersi rendendosi invisibili, spalancano le fauci in quello che sembra uno sbadiglio, emettono suoni minacciosi e, in un paio di occasioni, sembrano volerci correre incontro.
Ci troviamo a distanza di sicurezza, ma Frans preferisce allontanarsi dalla scena che ci vede molto soddisfatti per aver potuto cogliere un altro differente comportamento di questa specie animale.
Proseguendo il safari, una famiglia di elefanti attraversa la pista. Ci fermiamo, a motore spento, per fotografarli.
I pachidermi si dividono disponendosi ai 2 lati della strada. Frans calcola di riuscire a passare nel mezzo e riavvia il motore, ma un elefante del gruppo che sta alla nostra sinistra, non essendo evidentemente dell’idea di cedere il passo, inscena una carica costringendoci ad una seconda sosta.
Dopo alcuni minuti di immobilità non cambia nulla, gli elefanti non hanno intenzione di spostarsi e noi non chiediamo di meglio che poterli osservare da molto vicino. Ci mettiamo, pertanto, comodi godendoci lo spettacolo ad occhi sbarrati.
Quando il branco si disperde, ripartiamo di gran corsa inseguiti da un’ultima recidiva femmina.
Gran bella scena, inoltre Frans dimostra di conoscere molto bene i comportamenti degli animali poiché, pur essendosi avvicinato molto, non ci ha mai esposto, neppure per un attimo, a pericolo.
Poco tempo dopo riconosciamo – tra l’erba gialla – il manto ambrato di una coppia di leoni.
Maschio e femmina giacciono addormentati a pancia all’aria. Questa, per noi, è un’immagine abbastanza consueta in quanto ci è capitato più frequentemente di vedere i felini che dormono piuttosto che in azione.
Frans capisce subito che si tratta di una coppia di leoni in amore.
Aspettiamo qualche minuto e, come volevasi dimostrare, la diagnosi è esatta: i due leoni si accoppiano davanti a noi. Pochi secondi ed è tutto finito, ma siamo raggianti per la rappresentazione cui, unici spettatori, abbiamo appena assistito.
E’ la femmina che si sveglia e che, prima di ogni copula, da il segnale di via spostandosi solo di qualche passo. Il maschio, immediatamente desto, la segue, la possiede mordicchiandole il collo e la testa, passati una manciata di secondi tutto finisce con una serie di poderosi ruggiti da parte di entrambi che – subito dopo – ricadono addormentati. Pochi minuti di sonno profondo e la sequenza si ripete, senza grandi variazioni, per tre giorni consecutivi durante i quali neppure il cibarsi rientra tra le priorità della coppia.
Lasciamo i leoni nel momento in cui si predispongono ad un nuovo accoppiamento, lontano dai nostri sguardi. Questa iniziativa è del tutto casuale, tra il nostro campo visivo e loro si frappongono dei cespugli, ma ci fa piacere pensare che si siano nascosti per preservare la loro intimità.
Nel corso dei nostri spostamenti il paesaggio è così vario e la vegetazione cambia al punto tale che si ha l’impressione di veder scorrere con rapidità tutte e quattro le stagioni:
autunno, con gli alberi spogli ed un tappeto di foglie secche dagli splendidi colori rossi e gialli,
inverno, dove predomina il grigio e i rami degli alberi senza foglie disegnano splendidi arabeschi,
primavera, con gli alberi fioriti, mille sfumature di tinte delicate e profumi inebrianti,
ed, infine, estate, con la savana che ingiallisce sotto i caldi raggi del sole.
Muovendoci in una zona umida siamo costretti a superare diversi guadi provando solo un pizzico di trepidazione per quelli più impegnativi che Frans affronta con estrema cautela e abilità, conquistando via via la nostra incondizionata fiducia.
In un boschetto di alberi fioriti ammiriamo affascinati un gruppo composto da ben otto giraffe, una delle quali si nutre tra le alte fronde cariche di fiori di colore lilla. Che immagine poetica!
Tre di esse sono sedute a terra, avvenimento raro da osservare, le rimanenti, disposte a semicerchio, sembrano vegliare sulla loro incolumità.
Ripassando dalla pozza con gli ippopotami, la scena è animata da un paio di grossi maschi che lottano spintonandosi senza tante cerimonie fino ad uscire dall’acqua. Altri tre esemplari, al nostro accenno di andarcene, minacciano una carica spalancando la bocca ed emettendo suoni davvero spaventosi. Il più ardito dei tre si lancia persino in un inseguimento. Tipetti vivaci questi hippo!
Ritroviamo la splendida coppia di leoni in amore che si predispone ad un altro amplesso avendo, ancora una volta, il pudore di nascondersi parzialmente nel bush. Trascorsi pochi secondi, dopo aver udito il ruggito soddisfatto di entrambi, ci allontaniamo.
L’ultimo incontro della mattinata ha quali protagonisti un gruppo di zebre mescolate ad alcuni topi (una delle tante specie di antilopi) che non vedevamo da tempo e che riconosciamo subito per il particolare manto dal colore cangiante che pare scuoiato.
Molti, come nei giorni precedenti, gli impala ed i Lichwee rossi.
Gli uccelli sono ovunque, di tutti i colori e le dimensioni compresi quelli che volgarmente chiamiamo “faraone”.
Appagati torniamo al campo per il pranzo.
Durante la pausa, senza troppa convinzione, decido di sperimentare la doccia. Piove e fa freddo, sono questi gli unici due elementi che richiedono una certa dose di coraggio poiché, a parte una sorta di “cabina” di tela che garantisce un minimo di privacy, l’operazione si svolge all’aperto, con l’acqua calda, ma centellinata tanto da non sentirne il tepore. Nonostante tutto la faccenda mi diverte e mi pavoneggio un poco considerandomi un’eroina per essere, oggi, l’unica ad aver osato.
In attesa del safari pomeridiano e mentre scrivo qualche appunto sentiamo, poco distante, il ruggito di due leoni. Chissà se più tardi riusciremo a vederli…
Nel corso del secondo game drive, setacciando una diversa zona, incontriamo svariati struzzi, una femmina d’elefante con un tenero piccoletto ed un giovanotto di media taglia. Assistiamo inoltre alla messa in fuga di uno sciacallo da parte di un marabu storck (uccello spazzino di grandi dimensioni).
In attesa del tramonto, sostiamo nei pressi di una laguna dove le zebre, guardinghe, tentano di avvicinarsi all’acqua, ma l’alta concentrazione di coccodrilli le dissuade dal proposito di bere.
Seguiamo poi le movenze furtive di un coccodrillo che, nell’acqua, tende un agguato ad un trampoliere e che inspiegabilmente – una volta vicinissimo alla preda – scivola via dimostrando un improvviso disinteresse.
Attorno allo specchio d’acqua, mentre – con il binocolo – sto osservando una colonia di manguste, dove sembrava non ci fosse altro, metto a fuoco un inimmaginabile brulicare di vita animale: gnu che provenienti da diverse direzioni si compattano in un unico branco, uccelli dagli splendidi colori e zebre che, attraversato il pianoro erboso, abbandonano la scena tanto velocemente da farmi dubitare d’averle viste realmente.
Carichi di tante splendide immagini torniamo al campo. La cena è ottima, come sempre.
La serata è piuttosto fredda. Il fuoco ed i racconti di Frans che da il via alla conversazione con “I tell you a story!” sono un piacere indescrivibile ed è esattamente in questa atmosfera, intima ed accogliente, che crollano i miei timori residui. Sono certa che, d’ora in poi, mi addormenterò serena, ripassando le emozioni della giornata, fissando nella memoria le storie di Frans e della sua infanzia trascorsa nel bush a giocare con i boscimani, seguendo le tracce degli animali, cacciando conigli selvatici e piccole antilopi…
La tenda, già da questa seconda notte, mi pare un rifugio sicuro, la mia “tana”, mi sento protetta dal tessuto spesso e impermeabile ed è quasi con impazienza che mi auguro di sentire un verso lontano prima di cedere al sonno.

Domenica, 27 settembre 2009
Il nuovo giorno, che inizia alle 5,30 con il “good morning!” di Prince, prevede il trasferimento in una diversa zona della Moremi Game Reserve.
In meno di un paio d’ore i ragazzi si occupano di servirci la colazione, oggi arricchita anche da bacon e uova, e dello smontaggio del campo, operazione cui vorremmo dare il nostro contributo per l’imbarazzo che proviamo nell’essere serviti e riveriti, ma non c’è verso di riuscire a dare una mano ai nostri angeli custodi. Ci rassegniamo, pertanto, al ruolo di turisti perdendoci in chiacchiere attorno alla tavola imbandita e sorridiamo pensando a chi ci immagina stremati da mille privazioni e patimenti.
Caricati la jeep ed il carrello, si parte. Percorsi pochi chilometri, a ridosso della pista, riconosciamo la coppia di leoni ancora impegnata nelle attività riproduttive che nell’arco di mezz’ora si esibisce, in esclusiva per noi, in altri quattro accoppiamenti, spostandosi di volta in volta solo di qualche metro ma restando sempre ben visibile. Riusciamo, così, a osservare i due appassionati felini da ogni differente angolazione.
Ci riteniamo enormemente fortunati, questa sequenza da sola vale il viaggio. Inoltre, possiamo ormai affermare di conoscere tutti i particolari dell’accoppiamento riuscendo a prevedere con precisione quando ha inizio la nuova performance che, anche se di breve durata, è condita da tenerezze che lo splendido maschio con la criniera che pare di lana morbida di due differenti colori, ambrato il primo e bruno il secondo, riserva alla femmina mordicchiandole il dorso e strofinando la testa sopra quella di lei. Incredibili delicatezze per bestie tanto feroci.
Il documentario continuerà probabilmente per un altro giorno, ma ci congediamo dalla coppia restituendo ad essa l’esclusività del territorio.
Ci allontaniamo immaginando i teneri leoncini che nasceranno tra qualche mese, ben presto però la pista sabbiosa e la pioggia richiamano la nostra attenzione, si procede a fatica e alcuni guadi decisamente impegnativi ci fanno stare con il fiato sospeso. Frans, in ogni situazione, si destreggia comunque molto bene.
Dopo circa 6 ore il viaggio termina nei pressi di un ampio spiazzo ombreggiato da acacie, il fiume Khwai scorre poco lontano.
Trascorriamo il pomeriggio al campo, approfittando di un miglioramento del clima per fare, a turno, una doccia e per riposare un po’ concedendo a Frans, provato dalle molte ore di guida, l’opportunità di recuperare.
Qui, nella khwai Area, è possibile effettuare safari notturni, attività non sempre “redditizia” in quanto ad avvistamenti, ma molto coinvolgente ed emozionante se si partecipa attivamente alla ricerca degli animali.
Partiamo prima del tramonto, sono circa le 17,30, fermandoci per un aperitivo sulla riva del fiume dove 3 elefanti si stanno abbeverando, proseguiamo poi il nostro giro costeggiando il corso d’acqua che guadiamo più volte ispezionando scrupolosamente tutto attorno per eludere gli ippopotami in cerca di cibo, facendo altresì attenzione ad evitare incontri troppo ravvicinati con gli elefanti, sempre molto silenziosi, che possono pararsi davanti all’improvviso con le loro imponenti sagome scure.
La nostra “caccia” notturna, muniti solo di una spot light, si conclude dopo tre ore con l’avvistamento di numerosi impala i cui occhietti fluorescenti che forano il buio totale ci ricordano le fioche lucine di un presepe.
Vediamo, inoltre, un paio di gatti selvatici africani, qualche ippopotamo ed un branco composto da almeno una cinquantina di elefanti.
Soddisfatti ed eccitati torniamo al campo per la cena. Matt è un cuoco eccezionale, ci vizia con piatti da gourmet che applaudiamo.
Ci tratteniamo poi attorno al fuoco, il tema della serata è: “viaggiatori da tutto il mondo”.
Frans, simpaticissimo, si sbizzarrisce nell’imitare americani, russi, spagnoli, tedeschi ed infine anche noi italiani.
Ridiamo dei nostri “difetti”, in effetti Frans ha ragione: metti un certo numero di italiani a tavola, anche se non si conoscono fanno un gran casino e sembrano amiconi da sempre.
Gli americani, dallo slang a volte incomprensibile, fanno a gara a chi possiede di più: un mega ranch nel Texas… un fuoristrada da migliaia di cavalli… una villona in Florida con centinaia di stanze… e così via in crescendo. Si direbbe, dalle loro ostentazioni, che non ci sia americano che abiti in un monolocale o che guidi un’utilitaria!
I russi? spavaldi, forti bevitori, con le loro mazzette di banconote comprano tutto, anche le donne!
I tedeschi? poco simpatici.
Gli spagnoli? dell’alfabeto usano solo la “esse”.
Ridiamo di gusto ad ogni caricatura mentre il fuoco ci scalda in una serata fredda che preannuncia l’arrivo di un temporale.

Lunedì, 28 settembre 2009
Good morning, colazione e siamo pronti per la “caccia”, si spera “grossa”. Chissà se questa diversa area naturalistica ci vedrà soddisfatti.
Ci allontaniamo dal fiume, la pista taglia il fitto bush, dapprima, pur non incontrando animali, la nostra concentrazione è elevata, ma con il passare delle ore e nessuna variazione subentra lo sconforto, per di più il paesaggio monotono non contribuisce a migliorare il nostro stato d’animo.
Sarà il clima capriccioso responsabile di questo anomalo spopolamento?
oppure abbiamo sbagliato a spingerci sin qui, tanto distante dal fiume?
Mentre il martellante dilemma occupa i nostri pensieri, Frans aumenta l’andatura, persa la speranza di avvistare animali decide di spostarsi altrove.
In Africa, durante un game drive, mai niente è scontato, può anche succedere che non si vedano animali per lungo tempo. A quanto pare, durante questa infruttuosa mattinata, è andata esattamente così, nel corso delle 5 ore di perlustrazione di una zona vastissima, salvo alcune giraffe e zebre incontrate quasi subito, non s’è visto nulla.
In compenso, un guado particolarmente impegnativo ci ha reso protagonisti di una emozionante avventura.
Il fiume sembra uno sbarramento insuperabile. Frans misura la profondità dell’acqua e saggia la compattezza del fondale sabbioso piantando alcuni paletti per segnalare il percorso.
Poi, come se si trattasse della cosa più naturale del mondo, ci invita ad attraversare a piedi e ad attendere sulla riva opposta per fotografare il passaggio della jeep.
La proposta è allettante, ma il timore dei coccodrilli inibisce la nostra audacia.
Frans, nel leggere sui nostri volti la forte titubanza, mi prende per mano e riattraversa il fiume con noi. L’acqua limpida e fredda supera il ginocchio e poi sale, sale ancora fino alla coscia, lo sguardo setaccia tutto attorno in cerca di ombre o movimenti furtivi, a metà percorso trattengo il respiro, gesto istintivo, inutile, però ho l’impressione che - così facendo - i coccodrilli non possano fiutare la nostra presenza. Il livello dell’acqua si abbassa ed, infine, arriviamo indenni sulla riva sabbiosa dove pochi minuti più tardi ci godiamo la scena della jeep che guada il fiume, con l’acqua che arriva a coprire totalmente le ruote.
Ottimo, ci voleva un po’ di brivido in questo inizio di giornata piatta e insignificante.
Nel pomeriggio usciamo per un secondo game drive perlustrando le immediate vicinanze del fiume, scelta azzeccata che, oltre ad un paesaggio ricco di vegetazione e di verde, ci permette di osservare un consistente branco di waterbuck, giraffe, zebre ed elefanti.
Il safari notturno, effettuato dopo cena, si protrae per un paio d’ore abbondanti e si traduce nell’avvistamento di grandi branchi di impala, zebre, ippopotami e diversi esemplari di un simpatico animaletto, mai visto prima d’ora. Si tratta del Kangaroo Rabbit, con le orecchie da coniglio, le zampe posteriori lunghe, quelle anteriori corte e l’andatura a salti tipica del canguro. Carinissimo!
Anche se non si osservano scene movimentate come la caccia dei felini ai danni di una preda, i game drive notturni sono sempre molto coinvolgenti e carichi di aspettativa, infatti ad ogni coppia di occhietti che la torcia scova nel buio seguono attimi di totale eccitazione che si spegne o si alimenta non appena l’animale viene messo in luce ed identificato: un impala intenerisce per la sua fragilità e vulnerabilità, mentre un felino provoca sempre un tumulto interiore.
Quarto pernottamento in tenda e tutto va bene.
Dopo aver constatato che gli animali, fiutando il nostro odore, si tengono alla larga, sorrido per il terrore irrazionale provato la prima notte.

Martedì, 29 settembre 2009
E’ giunto il momento di smontare il campo, di lasciare la Moremi Game Reserve e di spostarsi altrove, sempre in direzione Est.
Prima di raggiungere il Chobe N.P. sosteremo per due giorni nelle piane di Savuti: estesa depressione, ovvero quel che resta di un antico lago la cui esistenza risale a circa 2 milioni di anni fa.
La pista è molto accidentata ed una buca profonda mette a dura prova gli ammortizzatori della jeep tanto che si spezza la molla di uno. Si riesce a viaggiare ugualmente, ma ora si sobbalza molto di più.
L’organizzazione è tanto seria che chiamato (con un telefono satellitare) l’ufficio di Maun per segnalare il guasto ci promettono di inviare il pezzo di ricambio, in aereo, al più presto.
Attraversiamo paesaggi caratterizzati da tratti di bush, dove le recenti fioriture danno sfoggio di delicate tonalità di bianco, rosa, verde e altre tinte tenui, e da una zona erbosa e verdissima con la sabbia bianca, residuo dell’antico lago, che spicca in un contrasto abbagliante.
Percorriamo, in seguito, una cinquantina di chilometri immersi in un contesto costituito da cespugli e alberi del tutto spogli alternato a estese aree che, dopo il passaggio di grossi branchi di elefanti, fanno pensare alla desolazione del “day after”.
Superiamo una serie di pozze più o meno colme d’acqua ed, infine, giungiamo in una immensa spianata erbosa.
Tra l’erba dorata punteggiata di alberi, nelle vicinanze di una grande pozza d’acqua, con la vista che spazia a 360°, viene allestito il nuovo campo, indubbiamente il più bello.
Questa è l’Africa dell’immaginario collettivo, dei film e dei documentari, a completare il quadro proprio mentre pranziamo possiamo osservare una famiglia di elefanti che passa in lontananza.
Il vento fa sì che gli animali si ritirino e si riparino dove la boscaglia è più fitta, non possiamo raggiungerli perché nei parchi del Botswana è severamente vietato uscire dalle piste. Spendiamo l’intero pomeriggio cercando ovunque, soprattutto nelle vicinanze delle pozze d’acqua, ma senza risultato. Esploriamo un ambiente bellissimo e perfetto poiché c’è vegetazione in abbondanza per gli erbivori e acqua per tutti, ma l’associazione vento e cambio di stagione evidentemente ha creato il vuoto.
L’assenza di animali si percepisce come un dolore fisico. Per usare una metafora è come se in un prezioso scrigno mancassero i gioielli.
La sola scena che ci riscuote dallo stato di malessere è il “meeting” di una dozzina di giraffe che, al nostro sopraggiungere, si rifugia dietro la vegetazione, possiamo così vederne solo i lunghi ed esili colli che fanno capolino.
Prima di rientrare al campo, ci soffermiamo a lungo davanti ad una laguna in attesa del tramonto e con la speranza che qualche animale venga ad abbeverarsi, ma invano.
Ci troviamo in un luogo davvero affascinante, ma gli animali sembrano svaniti nel nulla. La costernazione di Frans è commovente, si scusa come se si trattasse di una sua pecca, naturalmente condividiamo il dispiacere per l’anomala situazione sgravandolo però dai sensi di colpa.
Nottata fredda e umida, piove a dirotto e un po’ d’acqua filtra, attraverso le cuciture, all’interno della tenda senza comunque causare danni.

Mercoledì, 30 settembre 2009
Affrontiamo un lungo trasferimento per raggiungere l'airstrip ed attendere l'aereo che da Maun trasporta il pezzo di ricambio per la jeep e alcune provviste.
Nei dintorni visitiamo un sito dove sono state ritrovate alcune pitture rupestri risalenti a circa 4000 anni fa.
Ci arrampichiamo sulle rocce ed in cima troviamo ciò che cerchiamo: una serie di graffiti che raffigurano vari animali.
Dall'alto il panorama è straordinario. Si distingue nettamente il letto asciutto dell’antico fiume nonché la smisurata depressione. Tutto attorno al bacino del lago prosciugato si innalzano cordoni di dune di sabbia bianca e la vegetazione cresce verdissima e rigogliosa anche in assenza di acqua.
Le rocce e gli anfratti costituiscono l'habitat ideale per il mamba nero; quando Frans (appassionato di rettili) si infila in una grotta naturale per stanarlo preferisco allontanarmi in gran fretta, non ho urgenza di conoscere uno dei serpenti più letali.
Facciamo poi una sosta nei pressi di un vecchio ed enorme baobab, una sorta di luogo magico (o stregato) al cui cospetto scatta l’ormai tradizionale “I tell you a story”… Frans narra che, in escursione con i boscimani, ama accamparsi sotto l’imponente albero. Gli uomini del bush, al contrario, ne sono terrorizzati e se ne tengono alla larga.
Tale timore ha radici nel passato: si dice che i defunti venissero calati dall’alto e tumulati all’interno del tronco cavo del baobab, che gli spiriti degli antenati aleggiano ancora nei pressi del grande albero e che se ne odono le voci.
Anche diversi personaggi illustri hanno scelto quale ultima eterna dimora l’ombra di un baobab.
Frans, poco superstizioso e molto terreno, attribuisce il fenomeno dei sussurri dei morti al soffiare del vento.
Comunque sia, è fuor di dubbio che un baobab, per la sua forma particolare e per le sue dimensioni, si presta ad una certa sacralità.
Percorriamo la stretta valle che ospitava il fiume, è spettacolare, gli alti argini sono ricchi di vegetazione, ma ahimé anche in questo luogo vediamo pochi animali.
Dopo le ore di relativa calma, sulla via del ritorno, finalmente un po' di movimento…
tre elefanti monopolizzano una pozza, aspirano l’acqua con le proboscidi, bevono, si spruzzano a vicenda e giocano indifferenti a noi ed ai click delle macchine fotografiche.
A poca distanza ne incontriamo altri tre, uno dei quali - fermo in mezzo alla pista - non vuol saperne di cedere il passo. Gli altri due sembrano volerci circondare. Siamo ben felici di aspettare i loro comodi e di goderci il lunghissimo ravvicinato incontro che ci offre l'opportunità di osservare finte cariche, sventolate di orecchie ed altre emozionanti "esibizioni".
Riusciamo a passare solo dopo parecchi minuti sotto la minaccia di una carica dell'elefante a noi più vicino che però si esaurisce in pochi passi. Sfiliamo veloci al suo fianco senza avere il tempo di fotografarlo, ma la sua massiccia figura si imprime indelebilmente nei nostri occhi che brillano di soddisfazione.
Un grosso hippo emerge da una pozza con l’acqua troppo bassa, tutto attorno si staglia una corona di alberi dai rami spogli, simili a preziosi arabeschi.
Il game drive pomeridiano ci vede rassegnati all'assenza di animali, ci concentriamo quindi sulla bellezza del paesaggio, sui profumi intensi della vegetazione, sui colori della terra e delle pozze con e senza acqua delle Savuti Marsh: paesaggisticamente il più bel luogo dell'intero itinerario.
Il “salotto” serale attorno al fuoco è vivacizzato dai racconti di Frans. Si parla della sua attività di pilota di piccoli aerei e dei risvolti della caccia regolamentata e legalizzata al fine di controllare la crescita della popolazione degli elefanti, altrimenti in sovrannumero. Argomentazione quest’ultima che non ci convince appieno, ciò non toglie che la conversazione sia comunque molto piacevole.
Il ruggito dei leoni che stanno marcando il territorio aggiunge a questa autentica serata africana quel brivido eccitante che certamente i grandi esploratori hanno provato prima di noi.

Giovedì, 1° ottobre 2009
Prince ci sveglia prestissimo, oggi giornata di trasferimento, quindi colazione più ricca (con pancetta e uova, oltre a tutto il resto), seguita dai preparativi per l’”impacchettamento” delle tende e di tutta l’attrezzatura da campeggio.
I leoni sono nelle vicinanze, ne sentiamo ripetutamente i ruggiti. Frans propone una “caccia” al felino fuori programma, iniziativa che accogliamo con molto entusiasmo correndo immediatamente a prender posto sulla fila di sedili più elevata della jeep.
Da brave vedette ispezioniamo ogni centimetro quadrato della savana e del bush, i segnali della presenza dei leoni sono inequivocabili: impronte, feci, avvoltoi che – appollaiati sui rami più alti degli alberi – attendono il proprio turno per cibarsi. Purtroppo non è consentito uscire dalla pista, la vegetazione è molto fitta, i leoni sono, di conseguenza, irraggiungibili. Peccato!
Grati a Frans per il breve safari supplementare, ma anche un po’ delusi, torniamo alla base dove nel frattempo Matt e Prince hanno smontato il campo.
Si carica tutto e si parte per l’ultima tappa di questo straordinario viaggio: il Chobe National Park.
Il fiume Chobe (estratto dalla guida Polaris):
Il Chobe National Park prende il nome dal fiume Chobe, che segna il confine settentrionale del parco, nonché parte del confine di stato.
Il Chobe nasce in Angola, con il nome di Cuando, e scende verso sud-est, marcando per un lungo tratto il confine tra Angola e Zambia. Dopo aver attraversato l’estremità orientale della Caprivi Strip, in Namibia, con il nome di Kwando, il fiume entra nel territorio del Botswana.
Qui, il fiume assume il nome di Linyanti e incontra una estesa faglia tettonica che ne ostruisce improvvisamente il corso. Il Linyanti è costretto a piegare bruscamente verso nord-est, creando un’ansa estesa, all’interno della quale le acque del fiume formano una vasta palude alluvionale, denominata Linyanti Swamp. In territorio namibiano, questo ecosistema è protetto dai Parchi Nazionali di Mudumu e Mamili, mentre in Botswana, soltanto 7 km di margine fluviale si trovano all’interno dei confini del Chobe N.P. Tuttavia, la distanza e la difficoltà d’accesso a questa zona sostituiscono efficacemente il Dipartimento dei Parchi nella salvaguardia dell’ambiente.
Dall’estremità meridionale dell’ansa, un canale naturale di drenaggio, denominato Magweggana (o Selinda), collega il fiume al Delta dell’Okavango. Un effetto ottico, ha alimentato la credenza (fasulla), che le acque del Magweeggana possano scorrere in entrambi i sensi.
50 km più a nord-est delle paludi di Linyanti, il fiume crea un’altra vasta area alluvionale, che per la sua somiglianza con il Delta dell’Okavango, viene comunemente chiamata Delta del Chobe. Al suo interno, in territorio namibiano, si trova il lago Liambesi. Da qui a Ngoma Bridge, il fiume assume il nome di Itenge e soltanto da Ngoma Bridge fino alla confluenza con lo Zambesi il fiume diviene Chobe.

Ripercorriamo, fino ad una deviazione, l’unica pista che serve questa zona e che, dopo 4 passaggi, ci è ormai famigliare con i suoi molti punti di riferimento: le pozze d’acqua, l’ippopotamo solitario, i rami degli alberi spogli simili ad arabeschi, la devastazione causata dagli elefanti, il bush fitto, fitto ed, infine, la zona verde con la bianca sabbia abbagliante, le fioriture, le colline di granito, il vecchio baobab…
Anche gli elefanti che attraversano la pista costituiscono un “deja vu”, ma nel copione che sembra rappresentare la stessa sceneggiatura c’è una variante, e che bella variante: una coppia di leoni, 2 splendidi maschi adulti, fratelli, che seguiamo sino a quando si perdono tra la boscaglia. Indovinandone, però, la direzione riusciamo ad appostarci esattamente nel punto in cui, poco dopo, attraversano la strada sfilando davanti al muso della jeep ed alle nostre macchine fotografiche già pronte allo scatto.
Con un nuovo “bottino” di immagini riprendiamo il viaggio.
Avanziamo sobbalzando e con estrema lentezza sulla sabbia soffice.
Nei pressi del gate di ingresso al Parco, la sabbia chiara cede spazio alla terra rossa. La pista è larga e solcata dal passaggio degli automezzi, la vicinanza del fiume fa si che la vegetazione sia molto rigogliosa tanto da invadere anche la carreggiata creando quel bellissimo contrasto rosso/verde che contraddistingue molti paesi africani.
Superiamo alcuni poveri villaggi collocati in luoghi dalla bellezza esagerata, affacciati sul fiume Linyanti ed all’ombra di boschi di acacie ad ombrello.
Il paesaggio muta in continuazione. Il bush, prima arido, qui esplode verde e fiorito e massicci baobab impreziosiscono l’insieme.
Il corso del fiume è irregolare e si contorce in diverse anse, al di là la Namibia che rivediamo con emozione. Ripensando a quando, qualche anno fa, dalla riva opposta osservavamo incuriositi e sognanti il territorio del Botswana, proviamo grande soddisfazione per aver aggiunto un altro piccolo tassello all’enorme “puzzle” africano.
Raggiunto il River Front e la sede del Parco, mentre Frans ed i ragazzi fanno scorta d’acqua, ci affacciamo sul fiume, che qui – poco prima di confluire nello Zambesi – prende il nome Chobe, ed è difficile descrivere il documentario che ha luogo sotto di noi e che ha per protagonisti 70, 80 o forse più elefanti che si abbeverano.
Frans ci invita a risalire in macchina velocemente, scendiamo dall’argine verso il fiume percorrendo lo stesso passaggio utilizzato dagli elefanti. E’ un’emozione violenta trovarsi tanto vicini ad un branco così numeroso composto da individui di tutte le taglie, con i piccoli sempre nel mezzo e protetti dagli adulti.
Tranne che sul retro, eventuale via di fuga in caso di necessità, siamo circondati, gli elefanti - lasciato il fiume - stanno risalendo il sentiero e sono ovunque, alcuni sono vicinissimi, la nostra eccitazione è palpabile, lo sguardo si sposta veloce in tutte le direzioni nell’intento di non perdere nulla di questa scena che può essere definita da “brivido”.
Dopo un simile assaggio è difficile lasciare tutto per pensare a cose più concrete, ma è tempo di piazzare il campo. Ci allontaniamo dal corso d’acqua e raggiungiamo una piccola radura con il terreno di soffice sabbia rossa e verdi alberi ombrosi. Anche qui saremo i soli campeggiatori e, circa mezz’ora dopo il nostro arrivo, squadriamo, preoccupati, un fuoristrada ed i suoi occupanti fermi a pochi passi da noi. Hanno solo bisogno di una spinta perché insabbiati e quando ripartono allontanandosi proviamo sollievo per la ritrovata esclusività di questo frammento d’Africa.
Il safari pomeridiano è all’insegna dell’abbondanza: c’è tanto di tutto!
Osserviamo una colonia di babbuini, con i piccoli aggrappati alla pancia delle femmine, con chi si spulcia, chi snocciola con le manine semi e bacche, chi sale agilmente sui rami degli alberi e chi è impegnato in diverse altre attività sotto lo sguardo del maschio dominante che, seduto in disparte, e solo in apparenza, pare disinteressato alla vita comunitaria. Insieme ai babbuini un gruppo compatto di impala beneficia dell’ombra e di un momento di tregua.
Incontriamo poi una processione di manguste e ancora tanti, tantissimi elefanti.
Raggiunta nuovamente la vallata dove scorre il fiume, non si contano zebre, impala, giraffe, elefanti, bufali che punteggiano, a perdita d’occhio, il territorio.
Dai numerosi cumuli di ossa è evidente che questo è il terreno ideale di caccia dei predatori che possono facilmente celarsi tra gli arbusti cresciuti lungo l’argine per poi avventarsi sulle prede che il corso d’acqua richiama all’abbeverata. Non abbiamo la fortuna di assistere ad una caccia, né tanto meno di incontrare leoni, ma poco male perché tutto il resto della fauna è presente ed in misura davvero impressionante. Anche allontanandoci dal fiume, all’ombra dei boschetti, habitat prediletto dal leopardo, troviamo un’incredibile concentrazione di animali. Capita così di avvistare zebre, giraffe ed elefanti tutti insieme, in una miscellanea straordinaria che ci fa pensare all’arca di Noè ed è esattamente in questo luogo, dinanzi ad un simile documentario, che realizziamo dove e perché lo Staff di Harmattan abbia trovato ispirazione per dare un titolo al viaggio chiamandolo appunto: “Botswana, l’arca di Noè”.
Questo gran finale compensa l’assenza di fauna dei giorni passati e finalmente vediamo anche il sole, accogliendo con piacere il caldo dei suoi raggi, quel caldo che tutti associano alla parola Africa.
Questa sera si cena a base di ottimo pesce, in maniche corte e bermuda. Poi, come sempre, ci raduniamo attorno al fuoco, ma anziché raccoglierci vicino alle fiamme allarghiamo il cerchio perché infastiditi dal calore.
La luna piena illumina il nostro “salotto” ispirando racconti più o meno seri mentre la consapevolezza che tutto ciò sta per finire già si fa strada insieme ad una punta di malinconia cui però non vogliamo ancora cedere spazio, ci concentriamo quindi sul presente assaporando il tepore, la luminosità ed il clima rilassato della penultima serata al campo.

Venerdì, 2 ottobre 2009
La nuova giornata è scandita dagli ormai abituali “riti”: sveglia con il buongiorno di Prince e l’acqua calda versata nei catini, colazione all’aperto ed infine l’eccitazione che sempre precede un game drive.
I felini continuano ad essere imboscati chissà dove nonostante le loro evidenti tracce. Ci sono impronte ovunque ed anche la puzza di carogna con gli avvoltoi radunati in attesa di partecipare al “banchetto” confermano la loro presenza, ma malgrado le ricerche a tappeto non riusciamo a scovarli.
Grandi protagonisti della giornata, e di questo Parco, sono gli elefanti che in branchi molto numerosi vanno e vengono dal fiume, attraversando o sbarrandoci il passaggio.
Qui abbondano anche gli uccelli ed è un piacere osservare le grosse aquile pescatrici, alcune da molto vicino.
Abbiamo poi la fortuna di incontrare una coppia di rare antilopi (Sable antelope), di colore nero e bianco, la cui particolarità è quella di correre sempre.
Segue un altro incontro prezioso con una famiglia di Chobe bushbuck - il cui manto maculato di bianco ci ricorda Bambi - composta da maschio, femmina e un delizioso cuccioletto che i due adulti “abbandonano” nel bush mettendosi bene in evidenza per sviare la nostra attenzione. Proviamo tenerezza e ammirazione per l’evidente istinto protettivo della coppia nei confronti del loro piccolo.
Aggiungiamo così alla nostra già ricca “collezione” due nuove e rare specie di antilopi.
Il pranzo, in questo contesto tanto ricco di animali, ci sembra una perdita di tempo, ma è doveroso concedere a Frans l’opportunità di staccare e di riposare dopo le tante ore di guida e di concentrazione.
Trascorriamo il pomeriggio, caldissimo, in crociera sul fiume Chobe, a bordo di un piccolo battello dal fondo piatto.
Le nuvole si ammassano con incredibile velocità, nel giro di poco tempo tutto si tinge di grigio come ormai sempre da quando siamo giunti in Botswana. Le scene che ci regala la natura sono comunque molto emozionanti anche in assenza di colore. Tra le più belle, due attraversamenti a nuoto di elefanti che nell’acqua profonda avanzano sommersi con le sole proboscidi che emergono ritte come tanti periscopi.
Durante la navigazione vediamo molti coccodrilli, ippopotami, uccelli in abbondanza ed elefanti in ogni dove ad arricchire con le loro sagome scure il profilo degli argini terrosi, le spiaggette di sabbia bianca e le spianate erbose.
Infine, su una lunga lingua di terra, osserviamo una moltitudine di bufali (200, 300 o forse più), decisamente il più numeroso branco che ci sia mai capitato di vedere prima d’ora.
L’incantesimo di questa straordinaria escursione è rotto, nelle vicinanze di Kasane – unica cittadina in prossimità dell’ingresso più orientale del Parco – da una sfilata di battelli grandi e piccoli che solcano le acque del Chobe.
Disturbati da tanta umanità ci allontaniamo velocemente, facendo dietro front, per riguadagnare il nostro status di viaggiatori solitari.
Una corona di raggi solari filtra dalle nuvole, conferendo un magico effetto alla navigazione, proprio mentre vediamo emergere due giovani elefanti maschi che giocano intrecciando le proboscidi, spintonandosi e cavalcandosi, spostando incredibili masse d’acqua, fino a guadagnare la riva.
Dopo tre ore abbondanti di escursione fluviale ci avviamo verso il campo. E’ l’ora del tramonto, il sole è coperto dalle nubi, ma sfugge qualche bagliore che si riflette nell’acqua del fiume che scorre ormai in lontananza come un tortuoso nastro rosato, una famiglia composta da diverse decine di babbuini, indirizzata a bere, attraversa la pista: è questa l’ultima struggente immagine africana che archivio nella memoria e la nostalgia della terra che più amo già si fa strada.
La nostra esperienza “wild” finisce con una cena speciale. Matt ha superato sé stesso con la coda di bue in umido ed altre leccornie, il tutto innaffiato dalle ultime tre bottiglie di vino rosso sudafricano e “condito” da un’atmosfera intima e amichevole attorno al fuoco, trattando temi, tra il serio e il faceto, quali il credere in un Dio, l’origine dell’universo e dei pianeti, le sbronze collettive del venerdì sera a Maun, la descrizione delle scene di un film molto popolare in Botswana dal titolo “The Gods must be crazy!” e molti altri discorsi che i fumi alcolici hanno spazzato via insieme alla malinconia.
Frans promette, durante l’ultimo brindisi con la crema di Amarula, che in tenda vedrò i leoni ed è ridendo di questa battuta che, più tardi, mi addormento per l’ultima volta al campo.

Sabato, 3 ottobre 2009
Dopo la notte piovosa il clima è freddo e umido, il cielo – tanto per cambiare – è grigio come il nostro umore. Per la seconda volta non proviamo entusiasmo all’idea di raggiungere le Cascate Vittoria, non tanto per queste ultime, ma per il brusco ritorno alla cosiddetta civiltà, tra la folla di una cittadina decadente e decisamente molto turistica.
Il campo viene smontato per l’ultima volta e mentre facciamo colazione nel bush, il vuoto lasciato dalle tende, ora ripiegate e pronte per essere caricate sulla jeep, mi intristisce, la sensazione di distacco da questa terra, dalla natura più selvaggia, è violenta e dolorosa.
Una corsa in macchina su una strada ora non più di sabbia ma asfaltata, la cittadina di Kazungula, uno squallido posto di frontiera, un paio di foglietti compilati, altrettanti timbri sul passaporto, una manciata di dollari per l’ottenimento del visto, i saluti con gli occhi lucidi rivolti a Frans, Matt e Prince, un minibus, un diverso driver, un’ora di viaggio ed eccoci in Zimbabwe, a Victoria Falls, scaricati in un bell’albergo.
The Kingdom hotel è però “troppo” in tutti i sensi: troppo grande, troppo appariscente, troppo affollato, molto stile Las Vegas con il Casinò, i laghetti, le fontane, le cascate artificiali, le aiuole leziose.
Il contrasto con quanto abbiamo lasciato è stridente, ma considerato che questo passaggio è inevitabile (da qui parte il nostro volo per tornare a casa) cerchiamo di goderci almeno il piacere fisico di una doccia sotto uno scroscio d’acqua che paragonato al getto centellinato della doccia da campo ci sembra una cascata.
Lustrati a dovere, seguendo un sentiero che parte direttamente dall’albergo ed evitando gli “assalti” dei venditori di souvenir, raggiungiamo le Cascate.
La prima parte delle cataratte, rispetto alla nostra precedente visita, è più ricca d’acqua ed il vapore è più denso, anche il fiume che scorre nel sottostante canyon è meno secco. Invariato, invece, il fronte principale, il muro di basalto è asciutto esattamente come la prima volta. Avendo già visitato le cascate più o meno nello stesso periodo ce lo aspettavamo, quindi non possiamo che rallegrarci di aver ridotto da due ad un solo pernottamento la nostra permanenza qui.
Terminato il percorso lungo il fronte delle cascate, raggiungiamo un viewpoint dal quale si ammira il bellissimo ponte di ferro che unisce Zimbabwe e Zambia ed una curva a gomito del canyon davvero spettacolare. Da questo punto è possibile, imbragati ed agganciati ad una corda, attraversare il precipizio.
Siamo tentati, il fatto di non doversi lanciare nel vuoto e di essere assicurati ad una carrucola è un invito ed è tutt’altro che spaventoso, ma dopo aver visto come funziona esattamente, cioè si deve comunque saltare nel vuoto gettandosi a pancia in giù e restare così sospesi fino a che non si viene recuperati tramite robuste corde, perdiamo coraggio ed interesse nello stesso tempo.
Ci dedichiamo ad occupazioni decisamente meno avventurose cercando dapprima di organizzarci una serata con aperitivo o cena su un treno d’epoca, ma - in stazione - l’ufficio per le prenotazioni è chiuso e, neppure dopo aver aspettato a lungo, riusciamo nel nostro intento in quanto allo sportello non si presenta nessuno.
Ci dirottiamo quindi su una diversa “attività” mondana: la degustazione di un Traditional High tea presso il leggendario Victoria Falls hotel, edificio dell’epoca coloniale, con una vista superlativa sul ponte, nei cui ambienti si respirano l’atmosfera e le gesta dei grandi esploratori e cacciatori del passato.
Dopo esserci abbuffati di dolci, tartine salate e altri stuzzichini, ci dirigiamo verso il mercato permanente dell’artigianato e qui veniamo aggrediti da insistenti venditori, ne esco distrutta, dopo 8 giorni trascorsi nella savana senza vedere anima viva non reggo il contrasto, inoltre il mio livello di sopportazione è ai minimi termini. Riusciamo, in ogni caso, a fare qualche acquisto frettoloso.
Nei negozi della via centrale lo shopping funziona meglio, i venditori sono decisamente meno aggressivi.
Ceniamo presso il ristorante dell’hotel, il buffet non è nulla di eccezionale, anche qui il confronto con l’eccellente cucina di Matt non ha storia, ma gli artisti locali che si esibiscono mi toccano il cuore soprattutto quando eseguono la nota canzoncina che – prima di partire - ho eletto quale sigla di questo nostro viaggio: “The lion sleeps tonight”.
Innegabilmente i due lettoni gemelli sono comodi ed anche il bagno accessoriato al posto del “vasino da notte” nascosto sotto la branda non guasta, ma sono tutte cose scontate che appartengono alla quotidianità, cui siamo abituati. Ci manca molto quello che invece è stato straordinario: l’isolamento, i silenzi, i suoni, il contatto con la natura, la sua dolcezza diurna quando il solo ammirare il panorama ti fa venire gli occhi lucidi ed anche la sua crudezza, quella sensazione di piccolezza che avverti di notte quando realizzi che tra te ed il regno animale c’è solo uno strato di stoffa.
Ci manca il fuoco, ci manca il buio totale, ci mancano Frans, Matt e Prince e, perché no, anche il rumore della pioggia che batte sulla tenda, il freddo umido che ti fa rabbrividire, ma soprattutto ci mancano la presenza degli animali ed il ruggito dei leoni.

Domenica, 4 ottobre 2009
Lo Zimbabwe è un Paese piegato da una pesante recessione, dalla dittatura, da diverse altre piaghe e, pertanto, poverissimo. Trascorriamo le nostre ultime ore di vacanza tra le botteghe, spendendo volentieri ancora qualche dollaro con la speranza di apportare un piccolo beneficio a qualcuno.
Giusto per rispettare la tradizione contrattiamo i prezzi, cedendo alle prime richieste, concludendo ogni “affare” con strette di mano e l’evidente sollievo dei venditori, aggiungendo al nostro bagaglio alcuni manufatti e sculture molto ben eseguiti.
Sempre per effetto della povertà, i negozianti non sono nella condizione di fare scorta di francobolli, aderiamo così all’invito di lasciare le nostre cartoline e la somma necessaria per affrancarle con il dubbio che non arriveranno mai ai destinatari, ma pazienza, ci diciamo che la causa è nobile.
Verso mezzogiorno il trasferimento in aeroporto. Durante le ore di attesa dell’imbarco prendo diligentemente nota di tutti gli indirizzi pubblicizzati fiduciosa che lo Zimbabwe, un giorno non lontano, uscito dalla crisi, si possa nuovamente visitare.
Seguono poi il volo per Johannesburg, altre ore di sosta, il lungo volo notturno per Francoforte ed, infine, l’arrivo a Malpensa nella tarda mattinata di lunedì.
E’ proprio finita!Dove la grandiosità della natura africana si esprime al suo meglio

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