Quadri di vita dal Benin

in viaggio con ouidah in Benin

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Quadri di vita dal Benin

Premessa dello Staff
Ancora l'Africa. E ancora una volta, non l'Africa del "recinto" asettico e artefatto dei villaggi turistici. L'Africa vera, quella quotidiana, quella dura. Ma anche quella della gioia semplice, del grande cuore, delle piccole persone che con mezzi limitati ma tanto amore fanno grandi cose.
L'esperienza che vi facciamo conoscere qui è quella di Flavio, già presentatosi nel Forum. Da leggere, ponderare e, perché no, farsi coinvolgere.

Da non perdere

Puoi alzarti molto presto all'alba, ma il tuo destino si è alzato prima di te (proverbio africano)

UN VIAGGIO PER CONOSCERE IL BENIN
Il paese delle amazzoni, della tratta negriera, dei bambini nuovi schiavi, del voodoo; un viaggio di conoscenza, condivisione e un pizzico di avventura.
Un detto africano recita: “il mondo conosce perfettamente come si muore in Africa, ma non sa niente di come si vive”, con questo viaggio vogliamo porre rimedio ad un’ingiustizia oltre che economica anche storico-culturale.
Tam-tam che rimbombano con ritmi incessanti, danzatrici vodonsi e giovani adepti con occhi sbarrati dalla stanchezza che attendono solo il momento di cadere in trance; re tribali con le loro scorte di mogli e notabili, ricevono onori dalla popolazione: non è un film sull’Africa, ma è la celebrazione della festa Voodoo, che si tiene ogni anno a gennaio sulla spiaggia di Ouidah. Non è una festa folkloristica per turisti, ma una reale e propria celebrazione religiosa; così come il viaggio che faremo, sarà una immersione nell’Africa vera, a contatto con le persone e con la storia, la cultura e i problemi di questo paese, non battuto ancora dalle rotte di un turismo di massa.
Il voodoo è una religione con molti punti ancora oscuri, ma che in Benin ha deciso di essere al servizio della pace. Là le religioni si incontrano. Il voodoo è ancora la religione dominante, ma non si può trascurare l'opera della Chiesa cattolica locale, sia per quanto riguarda la formazioni dei quadri dirigenziali dello stato, prima reale democrazia in Africa, sia ancora per l'assistenza alle popolazioni più povere del Paese, con dispensari e scuole in mezzo alla savana più sperduta.
Storia e cultura tra le più importanti di tutta l’Africa occidentale e non solo, pensiamo solo ai milioni di schiavi deportati e imbarcati verso Cuba, Brasile, Haiti dalla spiaggia di Ouidah (oggi considerata città storica e patrimonio mondiale dall’Unesco): noi di questo drammatico periodo ne visiteremo i luoghi, passo dopo passo fino all’imbarco sulle navi ormeggiate al largo, perché solo così è possibile immaginare l’immane tragedia di un continente durata secoli con ferite non ancora rimarginate.
Visiteremo palazzi reali, vestigia di una potenza e organizzazione militare capace di tenere testa alle potenze coloniali per secoli, pensiamo al Regno di Abomey con le sue amazzoni (donne guerriero più abili e affidabili dei maschi); capiremo come ancora questo passato si rifletta ancora sulla società beninese moderna, tramite i suoi riti e le sue religioni (l’islam e il cristianesimo sono religioni più recenti e il sincretismo religioso di entrambe con il voodoo fa parte del quotidiano). Visiteremo etnie e popolazioni destinate a scomparire nei prossimi decenni, ma che per ora resistono orgogliosamente sulle montagne alle mode occidentali e dove lì veramente il tempo si è fermato. Scopriremo come la schiavitù del passato, riemerga ora con il fenomeno dei “vidomingos”, i bambini “ dati in prestito” a famiglie più agiate, e poi rivenduti e trattati come veri e propri schiavi, con alcuni di questi bambini (da noi riscattati) rideremo e giocheremo a casa nostra. Incontreremo organizzazioni umanitarie che lottano sul posto contro ogni tipo di sfruttamento e per la promozione umana.
Sarà quindi un viaggio completo, sempre a contatto con la gente, vivremo sempre presso famiglie, con i loro problemi reali, ma anche con la loro voglia di lottare , sognare e coltivare speranze.
E la malinconia (il mal d’Africa) che ci prenderà al nostro ritorno, sarà inevitabilmente il segno di un’esperienza indelebile, che ci farà capire come in realtà il nostro viaggio sia appena iniziato.
E’ il secondo anno di quest’esperienza e i commenti di chi è passato sono stati entusiasmanti.
A Ouidah, nel sud, saremo ospitati presso la nostra a casa-famiglia, una famiglia che conta tra grandi e piccini una trentina di persone, tra bambini “liberati” e mamme in difficoltà, e per il clima che si respira la casa è stata chiamata “Maison de la Joie”, e ben presto diventerà un’associazione no profit vera e propria.
A Djougou, nel nord, saremo ospiti presso una giovane coppia che si è resa disponibile per questa esperienza.
In Dicembre (previsione 25/12 - 12/1) il viaggio avrà la mediazione culturale del responsabile del viaggio e della sua moglie e figlia italo-beninesi, dove cercherà di trasmettere il suo amore per questo paese.
La Maison di Ouidah è disposta a ricevere gente nel corso di tutto l’anno anche per soggiorni sia brevi che lunghi, e ricorda che la casa dista rispettivamente 40 km dall’aereoporto, 400 metri dall’internet-point, 2 km dall’ospedale, 1 km dalla farmacia, 7 km dalla spiaggia con le palme; la cittadina è molto tranquilla e si gira tranquillamente a piedi o in bicicletta; vi sono tre musei, quattro siti storico culturali, due siti sulla religione voodoo, c’è la prima cattedrale cristiana in Africa ecc.
Infine per chi volesse fare una breve esperienza di volontariato e turismo solidale, è possibile prendere accordi con ONG locali o missioni cattoliche, oppure aiutarci con lezioni di francese, inglese, spagnolo, informatica di base, lavori di agricoltura (ortaggi), lavori di muratura.

FORTUNE’, UN NUOVO ANGELO
A volte capita che nei nostri viaggi di turismo responsabile, solidale, ecocompatibile, chiamateli come vi pare possa succedere di imbattersi in drammi umani che lacerano il cuore e scolpiscano immagini che si nascondo nella nostra mente per chissà quanto tempo…
I fatti e le persone sono reali e non immaginari
Ormai la vacanza in Benin è finita, i due simpatici giovani francesi, Pierre ed Elodie, che abbiamo lasciato nel nord del paese dovrebbero tornare all’indomani a Ouidah (magari c’è il tempo per portarli fino a Ganviè, la città lacustre su palafitte).
Therese, mia moglie beninese che con Azara, mia figlia meticcia, prototipo delle generazioni a venire, compongono la mia famiglia assieme ad altre 30 persone (di cui 19 tra bambini e ragazzi africani), ha un tarlo e me lo comunica: “Sai quella ragazzina di nemmeno 14 anni, che abbiamo visto al villaggio su al nord?, è incinta e sicuramente molto avanti con la gravidanza; è inesperta e cacciata dalla sua famiglia tra gente sconosciuta, ho paura sia per lei che per il bambino, cosa dici se diciamo ai francesi se la prendono su con loro e la portano qua da noi, che la facciamo vedere qui in ospedale?”
Detto e fatto: i due ragazzi la prendono con loro e stasera li incontreremo a Cotonou, una delle nuove capitali dell’Africa dell’Ovest: una distesa infinita di auto, camion e motorini scassati super inquinanti condotta da gente frenetica e stressata; chi si immagina i poveri almeno pacifici e tranquilli, qui si può ricredere, i poveri sono poveri in tutto, (le parole ambiente, sanità, istruzioni, vacanze, lavori appaganti ecc. sono per loro parole senza senso). Del resto io qui ci vengo solo per prendere amici dall’aereoporto o per delle formalità e appena posso me ne scappo nella mia “ville historique” di Ouidah, dove con la mia famiglia ci siamo fatti una casetta, per ospitare le trenta persone di cui parlavo prima, più “i turisti per caso” che trovo in giro per mostrare loro qualcosa di questo amato e sfortunato paese.
Ecco i due giovani francesi, ecco la ragazza: è veramente messa male, probabilmente stanca o contrazioni?, la carichiamo sulla nostra macchina, pensiamo di portarla a casa per un bagno e poi via all’ospedale, ma non c’è tempo, la ragazza vomita, decidiamo di portarla subito al centro maternità di Ouidah.
Le infermiere (dottori non se ne vedono è già sera ormai) si degnano di guardarla solo dopo che ho pagato la visita e comprato un termometro per misurare la febbre (per l’igiene è personale) ma va bene ugualmente, l’importante è che sia in buone mani; ormai questo ospedale, con tanta gente come ho a casa, lo conosco bene e conosco bene anche la cassiera…
Sono contrazioni, partorirà stanotte, rimarrà la sorella di Therese a guardarla, conosce la lingua del nord e del sud del paese. Arriviamo a casa stanchi, ci stendiamo un attimo nel letto, ma sappiamo già che stanotte si dormirà poco… infatti alle 23 ci telefonano che la ragazza ha dei problemi, il bambino non esce, Therese prende l’auto e nel buio (con ancora le feste voodoo in corso) corre in ospedale.
Ore 4 del mattino: il bambino è nato morto, il cordone ombelicale era avvolto al collo, non c’erano speranze di salvarlo, si è salvata almeno la madre, la piccola Julie, che non ha mai conosciuto bambole nella sua vita, ma solo lavoro e umiliazioni.
Quando vado fuori in penombra vedo il corpicino del bimbo, è veramente bello, un piccolo angelo già volato in cielo, lo avremmo chiamato Fortune’, perché pensavamo che tutte le coincidenze fortunate avrebbero potuto salvarlo, e nella sua situazione famigliare futura, un nome così avrebbe fatto da baluardo a tutto l’odio che avrebbe incontrato… ma forse Fortune’ o chi per lui ha deciso diversamente. Il tempo di battezzarlo, metterlo pietosamente in una scatola di cartone, e due membri della nostra famiglia, alle cinque del mattino prendono il primo Taxi brousse per il Nord, dove sarà sepolto nel villaggio nativo di Therese.
Ai ragazzi che sono qui per “turismo” non nascondiamo niente, almeno abbiamo salvato la ragazzina, dove al villaggio sarebbe morta sicuramente; a sera la piccola Julie è già a casa nostra (non mi sorprenderò mai abbastanza di quanta resistenza abbiano le donne africane), in un angolo seduta, piange in silenzio, cerco qualche parola in francese per consolarla, ma so che solo il tempo servirà per farle ritrovare il sorriso, le dico che potrà rimanere a casa nostra, che anzi è casa sua…
Domani abbiamo l’aereo, si ritorna in Italia, alla vita “normale”… chi ha più voglia di partire?
E’ passata una settimana, un faentino saputa la storia, ha promesso di fare studiare Julie: perchè Africa continui a farci piangere di dolore e ridere di gioia…

LA CASA DELLA GIOIA
Durante il nostro viaggio in Benin, non potevamo tralasciare di far visita a Justine. La sapevamo impegnata ad accogliere nella sua casa alcune donne scacciate dai mariti assieme ai loro figli. Spesso la cacciata deriva dal fatto che la donna non accetta che il marito prenda una seconda moglie, anche perché le risorse economiche non garantiscono nemmeno il mantenimento della prima moglie e dei figli avuti da lei. Hanno così inizio continue liti che sempre più spesso si concludono con la cacciata della donna. A volte lei ritorna dai genitori e lascia loro in custodia i figli, per andare a cercar fortuna in capitale o in Nigeria. Qui esiste un vasto ceto medio, le cui famiglie sono in grado di assumere manovalanza per svolgere i lavori domestici. Generalmente trovano facilmente lavoro le donne giovani e senza figli. E’ per questo che per riuscire ad ottenere un lavoro la donna è costretta a lasciare in consegna i figli ai genitori od a un famigliare.
Justine gestisce un maquis - ristorantino locale - alla periferia di Ouidah ed a bordo della strada che unisce Lome (Togo) a Cotonou (Benin). Alcune donne scacciate di casa dai mariti, originarie del Nord del Paese ed in particolare di Djougou, dovendo trovare una soluzione al loro grave problema, si sono rivolte a lei per un consiglio ed un aiuto. Lei ha risolto il problema offrendo loro un lavoro nel suo ristorante ed ospitandole nella sua casa assieme ai figli più piccoli. Poi il loro numero è cresciuto, tanto che ora le entrate del ristorante non permettono più l’erogazione di uno stipendio e quasi nemmeno riescono a far fronte al mantenimento delle mamme e dei loro figli.
Lo scorso anno un amico italiano, sposato ad una ragazza del Benin, amica di infanzia di Justine, ha fatto costruire una abitazione a Ouidah, in quanto intende dar vita ad una iniziativa di “Turismo responsabile”. Ha allora dato in gestione il piano terreno di questa casa a Justine, affinché possa abitarvi assieme alle mamme ed ai lori bambini, quindi li ha la sua sede la “Casa delle gioia”.
Durante il giorno le mamme preparano il cibo nel maquis e rientrano a casa verso le 16,30. Dopo cena un paio di donne vendono all’angolo della strada la boui, una bevanda locale, per incrementare le entrate economiche della casa.
Justine si preoccupa della gestione generale e di organizzare la scolarizzazione dei fanciulli in età scolare, perché esige il loro sviluppo intellettivo.
Alla sera, quando tutti sono tornati a casa dalle varie attività, i ragazzini si radunano in cortile e sotto al loggiato per fare i compiti e studiare. Quelli più avanti nella scuola insegnano a quelli che frequentano i primi anni. Un foglio di compensato posto su un cavalletto funge da lavagna ed un apprendista falegname si improvvisa insegnante per gli scolari delle elementari. Gli scolari seguono con attenzione i suoi insegnamenti e si cimentano negli esercizi che egli propone. Ci siamo resi conto dell’apprendimento di questi scolari, essendo rimasti ospiti in questa casa per alcuni giorni.
La nostra amica è sposata e dal matrimonio con un professore di scuola media che insegna in un istituto di Parakou sono nati cinque figli: quattro femmine ed un maschio. I minori che abitano in casa sono però 18, ma tutti sono fatti oggetto delle stesse attenzioni ed affetto.
Abbiamo chiesto a Justine se i suoi figli naturali qualche volta le manifestano contrarietà in quanto sentendosi amati nella stessa misura degli altri, si sentono meno considerati come figli. Lei ci ha detto che assolutamente no, accettano con gioia la coabitazione. Non si ribellano al fatto che non riservando ad essi un trattamento preferenziale, anch’essi vanno vestiti molto modestamente, così come devono accontentarsi di vivere poveramente.
I vicini di casa, quando hanno notato crescere il numero degli ospiti della casa, hanno manifestato la loro preoccupazione e le hanno chiesto: “Tu hai un piccolo ristorante, perciò avrai un conto corrente bancario con un certo deposito, per garantirti una buona gestione.” Lei ha risposto: “Sì, ho un conto bancario, ma esso è costantemente vuoto perché il guadagno del ristorante è appena sufficiente al nostro mantenimento”. La sua risposta li ha ancora più preoccupati ed hanno aggiunto: “Ma un giorno i tuoi figli ti rimproveranno di non esserti preoccupata del loro avvenire e di avere sperperato tutto per mantenere tanti estranei. Caccia via tutta questa gente e pensa un poco di più a te ed ai tuoi.” Justine ha allora risposto: “Da ragazzina ho sofferto sulla mia pelle quello che ora soffrono i fanciulli che ospito, ho visto mia madre soffrire le stesse pene delle donne che ho accolto. Quando provavo e vedevo tutta quella sofferenza, mi sono ripromessa di spendere tutta me stessa per annullarla e portare la gioia nei cuori. Sono felice quando vedo un volto sorridere, un bimbo ben vestito, nutrito, curato. Sento che non devo troppo preoccuparmi dell’avvenire mio e dei miei figli, perché già ora Dio interviene quando e come meglio ritiene. Mio marito Cristian Yaya condivide quello che faccio, solo si raccomanda di non esagerare per non compromettere la mia salute.”
Tornata da scuola Clemence, la figlia maggiore, ho voluto interrogarla per avere una conferma di quanto affermato dalla madre. Le ho chiesto: “Sei contenta che in casa ci siano tanti altri ragazzini? Non ritieni che la loro presenza ti costringa a rinunciare a tante cose che ti piacerebbe avere: bei vestiti, le ultime novità per il divertimento ecc.?” Con grande serenità mi ha risposto: “No, è bello essere in tanti in casa, vivere assieme, condividere le stesse cose. Nella famiglie dei vicini i ragazzi vivono isolati. Noi invece ci divertiamo tutti assieme. E’ vero, i miei compagni di scuola vestono con abiti giunti dalla Francia, mentre io devo accontentarmi di vestiti realizzati in Benin. Io sono di questo Paese e devo essere orgogliosa di vestire alla moda del mio Paese.” Poi ha aggiunto: "Fare del bene rende felici ed io sono contenta che i miei genitori abbiano scelto per noi questo modo di vivere. L’altro giorno, mentre andavo a scuola, ho visto per strada due bambini, uno più grande e l’altro più piccolo. Il più piccolo piangeva. Ho fermato la bicicletta ed ho chiesto perché piangesse. Il più grande mi ha risposto che aveva fame. Ho preso dalla tasca i soldi che mamma mi aveva dato per la merenda e li ho dati a questi bimbi affinché comprassero qualcosa da mangiare. Io ho rinunciato alla merenda, ma quei bimbi per quella mattina non avrebbero più avuto fame. E’ stata una cosa piccola, ma potevo fare quello e l’ho fatto. Se ciascuno facesse per gli altri quello che potrebbe fare!”
Clemence è una ragazza beninese di 14 anni, quale insegnamento per tutti noi che riteniamo di poter impartire lezioni di civiltà e democrazia ai popoli che consideriamo sottosviluppati.
Raffaele Gaddoni

JOSHIANE
Ogni volta che torniamo in Africa ci sono sempre delle novità, alcune belle, altre purtroppo, e sono le più numerose, tristi se non drammatiche.
Stavolta sembra che la situazione sia più tranquilla se non stabile, i bambini nella nostra casa famiglia crescono, sia di età che di numero: dai dieci che erano , ora sono quasi raddoppiati e altri ancora sono previsti arrivare...
Mia moglie e mia figlia sono qui già da un mese, e il mio arrivo viene festeggiato con una colazione alle cinque del mattino con riso e pollo; qualche ora di sonno agitato e poi i rumori della casa e i sapori dell'Africa non mi fanno più dormire, comincio a conoscere i bambini nuovi, a memorizzare volti e nomi e storie da raccontare...
Tra queste c'è una bambina di dodici (?) anni, (qui non conoscendo l'anno di nascita, l'età è una variabile), che mi dicono è come una piccola mamma per mia figlia, non è mai andata a scuola e quindi posso comunicare con lei soltanto con poche parole di francese, ma lei incredibilmente intuisce tutte le mie domande e con Azara ha stabilito una specie di linguaggio, fatto di francoitalianofondendiyom, che farebbe la felicità di mio fratello poeta-linguista.
Qui nella nostra casa, i bambini vanno tutti a scuola, ed alle sei e trenta sono già tutti in piedi per fare, prima i lavori domestici, quindi prepararsi con la divisa di scuola e poi velocemente partire non prima di avermi salutato; del resto in assenza del capofamiglia, professore di matematica a quattrocento kilometri da casa, l'unica figura maschile adulta sono io; Therese, mia moglie, non manca mai di farmelo notare, sta a me consigliare, correggere e punire i bambini, cosa che dapprima mi lasciava perplesso, ma che adesso trovo più normale; qui i bambini ubbidiscono ancora ai grandi, e trovano giusto, quando sbagliano, essere puniti severamente. Devono essere pronti ad affrontare una vita dove nessuno ti regalerà niente e tutto quello che avrai lo dovrai ottenere a mezzo di enormi sacrifici, la competizione qui è a livelli indo-cinesi, chiaramente per quelli che vanno a scuola, gli altri saranno tagliati inesorabilmente fuori, con una esistenza alla mercè dei più forti ed ai margini di un mondo globalizzato. Mi diceva Justine che ora per trovare un minimo di lavoro occorre almeno il diploma di maturità e parliamo di un Paese dove almeno la metà dei ragazzi è analfabeta.
Quando cerco di spiegare l'Africa, racconto sempre di due strade parallele, destinate a mai incontrasi: la vita della città, dove è necessario sopravvivere con ogni mezzo, con commerci non sempre legali, ma tollerati, inventandosi lavori precari, e dove chi ha studiato riesce a sbrogliarsela meglio; e la vita della brousse (savana), dove il tuo destino è legato a spazi aperti, a campi e a raccolti al limite della sussistenza, a mandrie di animali di cui conoscono il tuo odore fin da quando sei in grado di badarle, allo stato brado come la tua infanzia. Nell'adolescenza sarai già padre o madre e la tua vita di stenti ben presto sarà la sola eredità che lasci. L'unica via d'uscita è l'istruzione: se la mente ti si apre, anche nella brousse puoi avere una vita molto dignitosa (a mio parere migliore di quella che ti può offrire la megalopoli con le sue baracche); puoi decidere fiutando l'aria e il mercato, cosa coltivare, puoi ragionare che oltre al cotone è meglio avere anche il mais o il miglio, perchè il prezzo del cotone, non dipende certo dalla piazza di Djougou ma da quella di Wall Sreet ("la strada del muro" e Dio sa quanto è alto quel muro per te).
Si chiama Joshiane, l'hanno data a Justine, qui in Benin i figli si "prestano" alle famiglie con possibilità, magari si dice avrà un futuro migliore, forse andrà a scuola, in realtà la maggior parte di essi diventano veri e propri schiavi a disposizione dei capricci e dei bisogni degli adulti.
Joshiane ha conosciuto già due famiglie e non è stato divertente... un giorno chiedo: "Ma che cos'è quella grossa protuberanza che ha sulla spalla?", mi rispondono che nella famiglia dov'era è stata picchiata selvaggiamente e colpita con un coltello, poi i "padroni", hanno cercato di curarla frettolosamente per evitare una denuncia da parte dei vicini, con erbe e impasti strani, e così, sulla spalla si è formato come un grosso fungo; da quella famiglia è stata portata via dai veri genitori e data ad un'altra famiglia, qui ha ricevuto in dono le cicatrici che porta sopra agli occhi e in fronte... infine è arrivata da noi. Troppo tardi per iscriverla a scuola, il tempo giusto per ritrovare finalmente un po' di serenità e ancora qualche scampolo di infanzia finora negata.
I figli di Justine e gli altri ragazzi sono trattati tutti allo stesso modo e in casa regna un'incredibile armonia, scandita solo dai ritmi dello studio, del gioco e dei lavori domestici. I più grandi accudiscono i più piccoli nei momenti del pasto e del bagno e poi come un rito magico tutti vanno a dormire, e te ne accorgi solo quando non ne vedi più nessuno in giro... Azara, ben presto si è aggregata a questa piccola comunità autonoma e manco cerca i suoi genitori e qui ha dimenticato i suoi capricci da bambina occidentale iperviziata.
Justine a volte è talmente stressata e con tanti pensieri nelle testa che facilmente dimentica gli appuntamenti e gli impegni presi per la sua frenetica giornata: i bambini da infilare a scuola e far curare quelli ammalati, le donne da consigliare con mano ferma al piccolo ristorantino, la casa ancora da finire... io e Therese lo sappiamo e quindi facciamo per lei come da agende viventi, ripetendole le cose da fare più volte; anche questa è una cosa bizzarra di questa "strana" Africa, la mia Africa...

Piccole storie quotidiane, da leggere e meditare, da un Paese africano degno di essere conosciuto

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