L’Australia di Matteo: il Nord e il Centro

in viaggio con Matteo Corsato in Australia

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L’Australia di Matteo: il Nord e il Centro

Raggiungere l’Australia non è difficile. Nonostante sia in capo al mondo è ben collegata con i principali aeroporti italiani ed europei. L’unico neo sta nella distanza materiale. Due giorni di volo (compresi scali e coincidenze), non sono facili da digerire. In economy poi…
Il mio volo prevede di partire da Venezia, fare uno scalo a Francoforte, poi raggiungere Darwin via Bangkok e Bali.
Parto con il mio amico Luca alle quattro del mattino con tanta di quella nebbia che per miracolo giungiamo all’aeroporto.
Sono cinque anni che non faccio un giorno di ferie per cui immaginatevi la mia eccitazione.
“Mi dispiace signori, ma il vostro volo non esiste” ci dice l’addetta al check-in tutta bella vestita in completino blu.
Guardo Luca. Luca guarda me. Assieme guardiamo lei. Ci mettiamo a ridere, lei per la scena e le nostre facce, noi per la disperazione. Colta anche dal fatto che le nostre risa si stanno trasformando in lacrime, ci dice di restare nei paraggi ed attendere. E dove vuole che andiamo?
Alla fine ci chiama e ci dice che si sono liberati due posti per cui decolliamo. Urrà. Sembriamo clandestini che aspettano che l’aereo si sia sollevato da terra per tirare un sospiro di sollievo.
Non sto a raccontare il volo (scomodissimo) che di per sè non ha riservato alcunché di eccezionale, se non l’incontro con altre sette persone che avevano deciso di fare lo stesso nostro viaggio. Alla fine eravamo in nove, tutti simpatici.
Itinerario
Atterriamo all’aeroporto di Darwin alle tre del mattino ora locale ed una umidità da farci soffocare.
Fatti, strafatti, puzzolenti e cotti dai fusi orari cerchiamo di andarcene a letto in un backpacker cittadino, non senza aver fatto prima un involontario casino tanto da fare uscire dalle loro stanze tutti gli inquilini. Premetto che tutte le notti le abbiamo passate in backpackers od ostelli. Sono economici e, almeno quelli da noi frequentati, in buone condizioni.
Cerco di prendere sonno, ma la stanza è senza condizionatore e l’umidità è pazzesca. C’è solo un ventilatore a soffitto che le cui pale fanno anche rumore. Mi sembra di essere il protagonista di “Apocalypse Now” durante le prime scene mentre, sdraiato e con gli occhi fuori dalla testa, guarda le pale del ventilatore girare.

Senza renderci conto di che ora effettivamente sia (le 7,30 qui in Australia, per il nostro orologio biologico non so), ci dirigiamo verso il centro della città di Darwin per andare a noleggiare i due fuoristrada che ci accompagneranno per una settimana abbondante fino al Red Centre.
Per quanto posso dire, Darwin è una classica città tropicale costruita senza eccedere troppo con le altezze e lasciando parecchio spazio al verde. Non ci siamo rimasti molto, per cui non la posso più di tanto pubblicizzare. Tutte le attrattive turistiche più famose sono però fuori dalla città e forse il caldo e l’umidità scoraggiano una visita approfondita.
Si fa infatti fatica a respirare dall’afa presente, così entriamo in un supermarket per acquistare qualcosa da mettere sotto i denti ed approfittare dell’aria condizionata che qui è presente ovunque. Siamo nel periodo che precede l’inizio della stagione delle piogge e quindi la percentuale di umidità è tra le più elevate dell’anno.

Dopo una breve pausa seduti su di un’aiuola pubblica per sgranocchiare qualcosa e per osservare un po’ la gente del posto, ci dirigiamo presso l’agenzia a prendere le auto (Toyota Land Cruiser nuove di zecca).
Dov’è il volante? Ah già hanno la guida destra come gli inglesi. Non c’è problema. Entriamo in auto. La strada è libera. Metto fuori la freccia. Si aziona il tergicristallo. È tutto invertito. Per mettere la prima marcia per errore inserisco la quinta per cui il motore dapprima chiede pietà, poi si spegne.
La confusione per fortuna è solo iniziale. Dopo un primo periodo dove dalla prima si passa in quarta (va beh, la macchina soffre un po’) e viceversa, una volta messi in carreggiata ed avere ricevuto la comunicazione da un camion con abbaglianti accesi, clacson stereofonico e “strani” gesti con le braccia fuori dal finestrino, che la corsia da tenere è quella di sinistra, ci dirigiamo fuori città.
Tutto procede bene, fino a quando non giungiamo di fronte ad una rotatoria. Ci assale un dubbio. Dobbiamo prenderla in senso orario od antiorario? E se nell’uno qual è la corsia giusta? E la precedenza la dobbiamo dare a quelli che prevengono da destra o da sinistra? Provate voi.
Alla fine l’angelo custode ha ben pensato di chiamare rinforzi e di istituire una sorveglianza più forte.
Finalmente “on the road”.

Dopo un’abbondante oretta di strada, varchiamo l’entrata del Kakadu National Park, il più grande parco nazionale australiano ed eletto dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità. Solo che l’umanità per poterlo visitare deve sborsare 15$ australiani (1999).
Il parco è meraviglioso e merita la visita anche prolungata a diversi giorni. Noi ci siamo rimasti due giorni, visitandone i punti più spettacolari e riuscendo a vedere per la prima volta i canguri presso una stazione di rifornimento per nulla impauriti della nostra presenza.
La terra ai lati della strada è di colore rosso acceso, che la fa sembrare un interminabile campo da tennis, mentre il cielo è totalmente blu con la totale assenza delle nuvole. Ogni tanto infatti incrociamo alcune futuristiche auto sperimentali ad energia solare.
La strada stessa poi (Stuart Highway) è una lunghissima, interminabile, vuota e monotona striscia d’asfalto con rarissimi incroci, per lo più in prossimità di punti di interesse turistico.
Ed è proprio lungo questa strada che improvvisamente Mauro accenna una frenata tale alla jeep che per poco i nostri amici che ci seguono ci tamponano e io stesso rischio di rompermi il setto nasale sul parabrezza. Sarebbe un po’ il colmo che non essendoci auto nel raggio di chilometri, ci tamponassimo tra noi.
Il motivo della frenata è di andare a vedere una serie di termitai giganti posti a qualche decina di metri dalla strada. Si tratta di strane costruzioni a forma di imbuto dove il più alto di essi (5-6 metri) ha un cartello alla base, con su scritto che sono tra i più grandi del mondo. Sono enormi e a quanto dicono resistenti a qualsiasi calamità naturale, tranne che all’uomo.

Verso il tramonto raggiungiamo la località di Ubirr posta all’estremità orientale del parco, da dove con una camminata di un’oretta circa saliamo sopra un costone roccioso che domina una immensa vallata. Qui vengo folgorato da un panorama dalla moltitudine di colori che mi fa rimanere seduto in silenzio per un bel po’. Il posto avrebbe meritato più di una pausa riflessiva. Un panorama del genere non capita tutti i giorni di vedere.
Nella vallata sotto, scorre un fiume che sembra aspettare la stagione delle piogge per rendere il luogo ancora più bello e ai lati del quale cresce una fascia botanica multicolore. In questo luogo alcuni anni fa avevano ambientato gli esterni del film Mr. Crocodile Dundee prima e seconda versione.
Distrutti fisicamente per via del fuso orario, ce ne andiamo a Jabiru, per cenare nel ristorante del camping, complimentandoci per il gusto del locale e per le portate ottime ed abbondanti. Ceniamo ai bordi della splendida piscina provando la loro specialità gastronomica: canguro alla brace. Eccezionale.
Stanchi delle poche ore di sonno e dalla levataccia, ce ne andiamo a dormire.

Appena alzato (sono un tipo molto mattiniero), me ne esco silenziosamente dalla stanza e, seduto su di una panchina, assaporo con piacere l’atmosfera naturale del posto. Dormono ancora tutti, per cui c’è quiete. Si sentono solamente gli uccelli, alcuni dei quali si sono riuniti attorno ad un pezzo di pane lanciato da un turista la sera precedente. Un piccolo paradiso, veramente.
Circondato da alberi in piena fioritura e dalle forme strane, tra me e me a bassa voce dico: “sono in Australia”. È come per una persona che per anni insegue un sogno che tuttavia per una ragione o per un’altra non riesce a realizzare. Poi finalmente si sveglia una mattina tutto riposato e vede quel sogno trasformato in realtà. Una bella sensazione veramente.
Quando poi tutti si sono alzati, ci facciamo una nuotata nella piscina che la sera precedente ha fatto da cornice alla cena.
Immersa in una piccola oasi di piante d’alto fusto, è alimentata da una cascata artificiale che ti ci puoi mettere sotto e farti massaggiare. Di fianco alla piscina, una vasca idromassaggio è lì lì che sembra aspettare solo noi. Gli ugelli già soffiano bollicine. Sembrano terme. La guardiamo con lo stesso sguardo di un bambino che guarda un pezzo di cioccolata. Ci spaparanziamo tutti nell’acqua ribollente (è molto capiente) e… si spegne. Come??? Ora che ci siamo seduti non funziona più!!! Ci guardiamo in giro per vedere se c’è qualcuno che ci sta filmando di nascosto a mo’ di candid camera. Niente… Guardiamo tutto attorno alla piscina se c’è un interruttore per attivarla. Niente… A questo punto dopo un po’ di tempo passato inutilmente, desistiamo. Si sarà rotta proprio ora. È meglio andarcene prima che incolpino noi e ci facciano pagare un’eventuale conto.
Niente idromassaggio. Peccato, era così invitante.
Sul più bello che ci rivestiamo, un bambino di cinque anni, ripeto cinque anni, si avvicina ad una colonnina posta ad una quindicina di metri dalla vasca, gira un interruttore e l’acqua inizia a ribollire. Immaginatevi le nostre facce nel vedere questo. Ovviamente, essendo già rivestiti, ce ne andiamo via. Si però… anche loro… mettere un interruttore così lontano…
Dopo una buona dose di commenti, ci mettiamo in marcia per scoprire cosa il Kakadu N.P. offre.
Iniziamo per prima dal Bowali Visitor Center, il quartier generale del parco. Si tratta di un museo sulla vita e la formazione del parco stesso. Accanto al museo, l’immancabile negozio di souvenir, da noi utilizzato oltre che per curiosare, anche per l’aria climatizzata.
Fuori, su di un porticato, quattro aborigeni se ne stanno distesi per terra a disegnare piccoli quadri per poi vendere ai turisti. Un ricordo originale e di certa provenienza australiana. Non fate come un mio amico che ne ha acquistato uno in un negozio per scoprire poi che era “Made in Poland”. Alternano una pennellata al disegno con uno schiaffo per far scacciare le mosche.
Qui infatti le mosche sono opprimenti, si attaccano dappertutto. Viso, braccia, gambe. Qualsiasi parte del corpo lasciata scoperta, viene immediatamente “coperta” da un nugolo di mosche. Comodissimi sono quei cappelli a tesa larga con retina proteggi insetti, che, se non altro, riparano il viso.

Ripresa la marcia, un’altra sosta meritevole la facciamo a Nourlangie Rock, imponenti rocce alla cui base ci sono antichissimi disegni aborigeni che illustrano con immagini sacre la creazione della terra a loro appartenuta. Il luogo è tra i più importanti siti d’arte aborigena del continente e per raggiungere un lookout (punto panoramico) c’è da fare una scampagnata a tratti impegnativa. Inutile dire che, una volta sopra, la fatica viene premiata da un panorama eccezionale. A creare problemi ci sono solo le onnipresenti mosche e la temperatura, a cui però ormai mi sto abituando.

Dedichiamo il pomeriggio interamente alle Yellow Waters, una porzione del South Alligator River, dove si raggruppa una buona parte di fauna locale in attesa che la stagione delle piogge porti acqua in tutto il restante territorio. Una specie di concentrato floro-faunistico.
Ne approfittiamo per farci una crociera con un battello a fondo piatto, dove partecipano parecchie altre persone, che guarda caso hanno già occupato tutti i posti migliori. Me ne tocca uno centrale. Poco male, tanto sono alto e riesco a vedere lo stesso. Ci sta di tutto. Tedeschi con videocamere giapponesi, francesi con videocamere giapponesi, giapponesi con videocamere… giapponesi, ovvio.
La crociera dura un paio d’ore, durante la quale navighiamo all’interno di un orto botanico, vedendo piante ed animali introvabili da noi e dalle dimensioni ciclopiche. Si, perché qui tutto è esagerato. Lo scarafaggio, per esempio, è un po’ più piccolo di un topo, e il pipistrello è come il nostro tacchino, un po’ più magro…
La crociera ci fa vedere anche numerosi coccodrilli allo stato libero, alcuni dei quali si avvicinano alla barca speranzosi che qualche turista indisciplinato scivoli in acqua e, per un giorno, avere un menù, una volta tanto, diverso.
Se programmate di fare una crociera alle Yellow Waters fate come noi. Organizzatela durante il tramonto. Un cielo così variopinto lo si vede in poche altre parti.
Molto più spettacolare, a mio avviso, la parte finale della crociera dove l’imbarcazione ha dovuto zigzagare tra un boschetto di mangrovie e dove si sono visti più animali.
La sera ce ne rimaniamo al residence di Cooinda a cenare e ad ascoltare un cantante solista particolarmente bravo, il quale ha proposto, tra le altre, un “Hotel California” eccezionale modificandolo con Hotel Cooinda per accontentare i datori di lavoro. Non ci sono qui altre opportunità di passare la serata che non sia al residence, perché nell’arco di qualche centinaio di km. c’è solo questo.
Comunque dopo qualche birra e una serie di belle canzoni iniziano i primi crolli di sonno.

La mattina dopo usciamo dal Kakadu N.P. soddisfattissimi per le cose viste, ma meno per non essere riusciti a vederle tutte. Il parco merita ben più di un paio di giorni ed attrattive meritevoli ne ha da vendere.
Ci fermiamo a Pine Creek per fare il pieno alle jeep. Si tratta di un minuscolo paese di poche anime che ha come caratteristica principale il fatto di essere una porta di entrata/uscita del parco.
Qui vive, fra l’altro, un simpatico e baffuto signore custode di un vecchio treno a vapore non più in funzione, pare per problemi di tangenti (tutto il mondo è paese). Questo signore si guadagna da vivere vendendo fischietti da capostazione che lui stesso fabbrica ricavandoli dai bulloni delle rotaie. Un tipo strano veramente. Stai per fotografare un particolare e lui ti capita dietro silenzioso e ti “spara” una fischiata che ti fa sobbalzare e come minimo ti fa venire la foto mossa. Poi, mentre se ne sta lontano da tutti, si mette a parlare a voce alta senza riferirsi a nessuno. Bel personaggio.
Attirati poi da uno splendido albero di mango con tutta la frutta appesa, facciamo la conoscenza con una strana signora hippy (è proprio il paese delle persone strane). Una parola ed un complimento per l’albero oggetto di nostre foto, questa signora, non ho ancora capito perché, ci vuol far vedere l’interno della sua abitazione. Va beh!!! Accontentiamola. Entriamo e rimaniamo stupiti per la totale mancanza di mobilia. La casa di per se stessa è totalmente di lamiera, per cui figuratevi la temperatura. Oltre a ciò, in giardino, proprio alla base del mango, tiene un coccodrillo imbalsamato colorato di giallo che puzza alquanto (probabilmente l’imbalsamatore non era ispirato).

Riprendiamo i fuoristrada, e dopo qualche ora di monotona Stuart Hwy, entriamo al Nitmiluk National Park (entrata gratuita; non è patrimonio dell’umanità) e, parcheggiate le auto, iniziamo una camminata verso le Edith Falls, una serie di cascate che gettano le loro nerissime acque in un piccolo laghetto, all’interno del quale si può fare il bagno al riparo dai coccodrilli.
Nell’arrivarci siamo saliti in un costone difficile non per la ripidezza, ma per la temperatura esterna e l’umidità. Dopo una mezz’oretta, raggiunto il crinale del costone, ci si è aperto un panorama eccezionale. Immaginatevi un ambiente lunare con una serie di laghetti e relative cascate circondate da roccia rossa, e di tanto in tanto aggiungetevi qualche alberello che a stento riesce a farsi strada al rigore dell’outback. A questo metteteci un cielo blu che più blu non si può. Fate voi!
In verità noi non lo sapevamo se si poteva nuotare o no per via dei coccodrilli, ma vedendo una coppia di tedeschi più a valle totalmente immersi, appena giunti sulle scivolosissime rocce della riva, siamo entrati in acqua per cercare un po’ di refrigerio. A dire la verità mi avrebbe tranquillizzato di più la presenza in acqua di un australiano della zona piuttosto che una coppia di tedeschi, però vedendoli pacifici e beati come se niente fosse…
Dopo essercene stati in ammollo per una buona ora (fuori dall’acqua non ci sono posti all’ombra e il sole non dà pietà), ce ne torniamo verso i fuoristrada per dirigerci a Katherine in cerca dell’ostello per passare la notte.
Qui mi hanno impressionato le fotografie del passaggio dell’ultimo ciclone abbattutosi nella zona l’anno scorso. Della città si intravedono solamente i tetti delle case. Pure l’ostello che abbiamo scelto per la notte risulta totalmente sommerso. Fanno davvero impressione e se me lo avessero raccontato non ci avrei creduto.

Alla fine, ci dirigiamo alle Katherine Gorge, una specie di canyon dove si può noleggiare una barca a remi biposto e risalirlo, navigando all’interno di gole stile Grand Canyon americano, ma di dimensioni inferiori. Non partecipiamo alla regata, in quanto troppo romantica e oltretutto manca il 50% di partecipazione (non posso certo farla con Fulvio, o con Mauro, o con Mike).
Dirottiamo il tutto ad un’altra attività, cioè quella di risalire a piedi il costone di roccia che delimita la gola perché gli addetti del Visitor Center ce l’hanno venduta come una bella passeggiata e dal panorama eccezionale.
Sul fatto della passeggiata devo dire che non è molto impegnativa se non in alcuni tratti che fanno ansimare più per gli strapiombi che per la ripidezza; a contornare il tutto poi, una scenografia faunistica con iguana e rettili vari che sbucano da tutte le parti (uno era lungo un metro abbondante). Per quanto riguarda la veduta dall’alto una volta raggiunta la sommità, devo dare ragione ai banconieri del Visitor Center. Proprio un bel panorama. Il tutto però è rovinato da un ripetitore radiotelevisivo.
Ridiscesi, torniamo verso il Visitor Center dove dopo qualche acquisto, ce ne andiamo a cenare alla Springvale Homestead, storica fattoria che dicono essere la più antica dello Stato. Tutto un programma.
L’intenzione nostra è quella di prendere un battello, risalire il fiume (Gorge) e raggiungere uno spiazzo dove cenare come solo gli australiani dell’outback fanno. Come idea è eccezionale per chi come noi ama l’avventura.
Tutto è andato per il verso giusto fino all’arrivo nello spiazzo destinato per la cena. Ci sediamo in cerchio a mo' di indiani; i due organizzatori nel frattempo avevano acceso un falò al centro del cerchio e avevano appoggiato il pentolone con dentro il minestrone per riscaldarlo.
All'improvviso inizia a piovere. Dapprima lentamente, da non farci nemmeno scomporre, ma poi sempre più forte. Cerchiamo di sdrammatizzare la situazione andandocene verso la riva del fiume per vedere un coccodrillino ammaestrato di nome "Shadow".
L'organizzatore fischia. Shadow risponde emergendo appena. Si guarda in giro, e, visto il tempo e soprattutto viste le nostre facce, se ne ritorna a nanna.
Nel frattempo la pioggia inizia a scendere così abbondantemente che a tutti come miraggio è parso di vedere Noè in lontananza con l'arca a raccogliere la coppia selezionata da salvare. Niente, gli organizzatori non vogliono portarci indietro. Dicono che fra un po' finirà di piovere.
Dopo un altro bel po' di tempo senza migliorie del cielo, anche gli organizzatori si convincono al rientro. Saliamo sul battello e cosa vediamo? Tutto il pavimento dell’imbarcazione completamente allagato. Ci saranno una quindicina di centimetri d’acqua. Come se tutto ciò non bastasse, sulla via del ritorno, uno dei due motori si rompe, costringendo l’altro motore a lavorare ad un regime elevatissimo e sotto estremo sforzo. Sotto il diluvio tropicale con il battello senza alcuna copertura e oramai allagato, riusciamo a raggiungere la reception degli organizzatori inzuppati come delle spugne. Qui ceniamo bagnati fradici ma felicissimi, con la compagnia di una simpatica coppia di austriaci anche loro attratti dalla cena tipica del “bushman”.
Arrivati all’ostello, combiniamo un altro casino, in quanto usiamo l’asciugatrice per i vestiti che si trova in prossimità della cucina, inserendoci anche la scarpe, le quali alla fine sono uscite pulite, colorando però di marrone tutti i vestiti.
A questo punto Mauro decide di farsi uno spuntino, senonché la proprietaria, incuriosita dai rumori, esce dalla sua stanza e ci riprende tutti, chiudendo a catena la porta della cucina.
Morale della serata: siamo andati tutti a letto traendo le conclusioni che, se anche la serata è stata un po’ strana e dura, ci siamo divertiti tantissimo e se avessimo potuto lo avremmo rifatto.

Io sono un tipo abbastanza tranquillo durante la notte, nel senso che russo poco, mi agito meno e parlo ancora meno. Questo quando la giornata trascorsa è stata tranquilla, vale a dire quando non rischio di annegare in un fiume pieno di coccodrilli. Se ciò avviene allora faccio dei sogni strani e mi metto a parlare nel sonno mimando il tutto con gesta (così mi hanno detto).
Ora, vuoi per la serata dura, vuoi per il caldo eccessivo sofferto durante la giornata, vuoi per altri motivi, la notte ho sognato che nella stanza dove abbiamo dormito tutti e nove, è entrato un iguana di due metri. Un bel bestione. Ma non un iguana qualunque, un iguana bianco. E sempre parlando nel sonno, ho avvisato tutti della presenza del rettile, venendo dapprima deriso, ma poi, descrivendo l’animale così bene, anche della posizione dove si trovava (sotto il mio letto), che sono stato creduto a tal punto che durante la notte nessuno è andato alla toilette per paura di venire azzannato.
La mattina avevo fatto notizia. Penso che mi avessero sentito anche gli ospiti delle stanze attigue. Se solo avessi parlato nel sonno in inglese, qualcuno avrebbe chiamato “l’accalappia iguana” da quanto vero l’avevo immaginato.
Risolto il problema “iguana bianco”, e fatto colazione scompisciandoci ancora dalle risate, ci dirigiamo verso l’Elsey National Park.
Questo parco è famoso perché al suo interno scorre un fiumiciattolo di acqua termale la cui temperatura è costantemente sui 30° circa. Il fiume poi si trova immerso in una oasi di “palme da pipistrello”. Sì, avete capito bene perché attaccate alla sommità delle palme non ci sono né banane, né noci di cocco e né datteri, ma… pipistrelli. E che pipistrelli poi. Sembrano tacchini. Sono infatti fra i più grandi pipistrelli del mondo, chiamati “flying foxes” volpi volanti, e durante il giorno se ne stanno appesi a testa in giù sulle palme sonnecchiando e agitando di tanto in tanto le ali per farsi aria, mentre la notte prendono il largo e se ne vanno a caccia.
All’interno dell’oasi, nel tratto più largo del fiume e grazie anche a qualche modifica da parte dell’uomo, è stato ricavato un laghetto (Pools of Mataranka) dove si può nuotare o restare semplicemente in ammollo a beneficiare dell’azione delle terme. L’unico inconveniente è dato dallo stridio continuo dei pipistrelli e dal pesante odore di guano. Anche i pipistrelli parlano nel sonno.
Attirati poi da un cartello che indica un sentiero per un lookout, iniziamo una camminata subito stroncata dalla vegetazione che si fa sempre più intricata.

Ripresa successivamente la strada, facciamo una sosta ad una istituzione locale: il Daly Waters Pub, una roadhouse aperta nell’ottocento, che conserva tutte le caratteristiche e lo stile del territorio circostante. Reggiseno e mutande appese alle pareti a parte. Sì, perché qui le pareti, oltre ad essere abbellite da una miriade di banconote che i turisti di qualsiasi nazionalità appendono (ci sono anche le nostre mille lire), e dalle insegne pubblicitarie della birra, ci sono una serie di mutande femminili e reggiseno che penzolano da sopra il bancone. Di sicuro non appartengono alla banconiera.
Pranziamo su di un tavolo all’aperto messoci a disposizione dal Pub, e dopo un paio d’ore ripartiamo in direzione Tennant Creek affrontando la solita e monotona striscia d’asfalto che farebbe venire sonno a chiunque.

A Tennant Creek non c’è nulla da vedere, in quanto la città è sorta come punto di ristoro tra Darwin e Alice Springs. Non offre granché. L’unica cosa degna di nota è Virginia, la cameriera di origine greca del ristorante presso il quale ceniamo. Scambiamo due parole con lei e veniamo a sapere che è emigrata in Australia da giovane con tutta la sua famiglia. Ha vagato per il continente per un po’ di tempo e poi si è stabilita a Tennant Creek. Non è molto felice per via del posto isolato, però speranzosa di spostarsi prima o poi lungo la costa. Sprecata per un posto così.
Dopo cena, dove abbiamo mangiato egregiamente, ce ne andiamo verso un parco, attirati dalla musica. C’è un concerto di musica aborigena, solo che di non aborigeni ci siamo solo noi, e siccome ci guardano malignamente (un paio di ragazzi ubriachi ci hanno minacciato) e poi più di tanto non è interessante, facciamo dietro front e ce ne andiamo a dormire, anche perché domani c’è una levataccia.

La sveglia stamattina suona all’alba in quando dobbiamo raggiungere i Devil’s Marbles al sorgere del sole per osservarne i colori.
Mi spiego meglio. I Devil’s Marbles sono enormi rocce pressoché sferiche, che per l’erosione e per qualche altro scherzo naturale si ritrovano ad essere in precario equilibrio su se stesse. Oltre alla stranezza di per sè, al sorgere del sole assumono colorazioni via via differenti, che fanno di ogni scatto fotografico una foto diversa.
Il posto si trova poco a sud di Tennant Creek.
Alle 5 del mattino non mi rendo certo conto di essere al mondo. Pensate che nel salire in macchina, vado per girare la chiave per accenderla e… mi accorgo che non c’è il volante. Sono talmente pieno di sonno che sono salito dalla parte sbagliata. Figuratevi la strada come l’ho fatta.
Comunque alla fine arriviamo proprio giusti nel momento in cui sta per sorgere il sole.
Silenzio desertico. Siamo solo noi. A malapena senza la luce si intravedono le formazioni rocciose. Piano piano poi il sole inizia a spuntare all’orizzonte illuminando la zona e delineando le rocce. Un paesaggio lunare. Ovunque ci sono sfere giganti disseminate in una zona limitata.
Per la popolazione aborigena queste rocce rappresentano le uova del serpente arcobaleno, antichissimo animale creatore delle terre a loro appartenenti. Saranno alte ciascuna 4 o 5 metri. Figuriamoci le dimensioni del serpente.
Una decina sono ancora in equilibrio su se stesse, mentre la maggior parte è caduta a causa della precarietà della posizione, testimonianza che secoli addietro lo spettacolo doveva essere stato ancora più bello. Il sole illumina le rocce dipingendole di vari colori fino a farle diventare rosso acceso. Il tutto è poi contornato da qualche canguro intento a cercare qualcosa da mangiare.
A proposito, anche a noi ha iniziato a venire fame. Organizzati come al solito, utilizziamo come tavolo una roccia pressoché levigata posta all’ombra di una Devil’s in equilibrio che incute un po’ di paura.
Nel frattempo arrivano due pullman pieni di turisti che in due e due quattro costruiscono una sala da pranzo da campo ed iniziano a servire la colazione. Anche un paio di roadtrain si fermano.
Apro una piccola parentesi per spiegare i roadtrains. Sono camion dalle dimensioni ciclopiche. Composti da tre e a volte quattro rimorchi, attraversano in lungo e in largo il continente. Fanno impressione per le dimensioni e soprattutto quando si tratta di superarli. Una volta lanciati, necessitano di tanta strada per fermarsi specialmente se sono carichi.

Prima di arrivare ad Alice Springs, ci fermiamo a fotografare a titolo di curiosità, il monumento che segnala il passaggio del Tropico del Capricorno. Nulla di eccezionale, solo per dire “io c’ero”. Un basamento in cemento con su scritte le coordinate latitudinali e longitudinali ed i relativi ringraziamenti al benefattore che l’ha donato. Da qui partono tre lunghissime aste che sorreggono un mappamondo stilizzato con evidenziata la linea del tropico stesso. Di fianco una targa con inciso un caprone peloso che dovrebbe rappresentare il capricorno.
Qualche chilometro dopo entriamo ad Alice Springs, lasciando da parte la Stuart Highway ed incontrando finalmente un po’ di vita e di traffico.
Punto di collegamento tra il nord (Darwin) e il sud (Adelaide) del Paese, Alice Springs vive la sua situazione di isolamento come può. Ha tutti i servizi possibili. Gode di un traffico costante anche grazie ad Ayers Rock che si trova qualche centinaio di chilometri a sud ovest.
Qui veniamo a conoscenza dello stile di vita della zona. I negozi chiudono alle cinque del pomeriggio, centri commerciali compresi. Molti aborigeni seduti o sdraiati sui giardini e sui marciapiedi, guardano persi nel vuoto, nell’attesa che venga sera. Poi quando è sera attendono il giorno dopo e così via. Ogni tanto la polizia locale con un’auto molto simile a quelle usate dagli accalappiacani (un pick up con una gabbia al posto del cassone), ne raccoglie uno che non ha resistito all’ultimo sorso ed è crollato.
La gente trova rifugio presso i pub climatizzati. L’insegna di un locale italiano attira subito la nostra attenzione. Un buco nell’acqua. Di italiano c’è solo l’insegna. Non siamo certamente in Australia per mangiare italiano, anzi. Io sicuramente non pranzo o ceno italiano quando vado all’estero. Assaporo volentieri la cucina locale. Piuttosto provo un piatto straniero (cinese, indonesiano, giapponese, ecc.) ma mai italiano. È che il caffè italiano si beve solo in Italia e io che ne sono un grande consumatore, non ho resistito e sono entrato a provare. Non fatelo.
Abbiamo tutto il tempo per rinfrescarci ed uscire a visitare la città. Tutti negozi, bar, gelaterie, e qualsiasi altra attività legata al turismo.
Dopo cena andiamo in un pub molto carino con musica dal vivo. Non resistiamo tanto, perché la levataccia si fa sentire presto.

Oggi la giornata è molto difficile ed impegnativa.
L’intenzione è quella di raggiungere Kings Canyon e a tale scopo abbiamo due possibilità: fare la solita strada che da una settimana ci stiamo sorbendo (Stuart Hwy) quindi con il solito panorama, oppure una strada diversa più panoramica e scenografica ma… da fare in fuoristrada. Il percorso come nome fa “Larapinta Drive” o qualcosa del genere, e facendo una piccola deviazione si potrebbe visitare Palm Valley, un posto magnifico ci ha detto un tipo. Se trovo quel tipo…
Appagati dalla striscia d’asfalto fatta finora, indiciamo un referendum.
Risultato:
votanti nove
astenuti zero
Stuart Highway voti: zero
Larapinta Drive voti: nove
Un successo. Non c’è nemmeno bisogno del ballottaggio.
Partiti ad un orario abbastanza decente, dopo una decina di chilometri da Alice Springs lasciamo l’asfalto per una strada rossa e polverosa, dapprima abbastanza levigata, ma poi con tante di quelle buche e sollecitazioni che rimpiangiamo il risultato del referendum.
Sicuramente abbiamo dovuto moderare la velocità anche perché molte buche a malapena si intravedono, e poi la “strada” è tutta un saliscendi simile alle montagne russe. Qui, durante la stagione delle piogge nei punti più bassi si vengono a creare laghi, con conseguente chiusura della strada.
Dopo qualche ora di viaggio arriviamo al Glen Helen Gorge, un laghetto di acqua non molto limpida, riparato da due alti costoni di roccia. Vicino al lago, un distributore di benzina ed annesso bar.
Ne approfittiamo per riempire prima i serbatoi e poi lo stomaco nel porticato del bar affacciato sullo strapiombo del Gorge.
Certi “paesi” isolati e con pochissimi (se non rari) abitanti, mi hanno fatto riflettere su come una famiglia, o gruppo di famiglie, possa passare gran parte dell’anno in questi posti. Bellissimi eh! Non c’è che dire. Solo che una volta sera quando praticamente non passa più nessuna auto che fanno? Sicuramente staranno assieme a farsi compagnia, però alla fine con il passare del tempo, forse si annoiano… o no?
Ripartiti, dopo qualche chilometro di scossoni e velocità ridotta, uno dei due fuoristrada si spegne, emettendo un sibilo snervante ogniqualvolta viene inserita la chiave nel quadro. Così senza alcun apparente motivo.
In pieno deserto… non una nuvola… un caldo bestiale… senza un’auto che passa, apriamo il cofano, giriamo la chiave e… boh, chi ci capisce qualcosa. L’acqua è a livello. L’olio pure. Il motore c’è. Cosa c’è che non va?
Dopo qualche minuto di consultazione a mo’ di chirurghi sulla decisione da prendere, Fulvio, l’elettricista del gruppo, si accorge che lo spinotto del termostato del radiatore è staccato, probabilmente per le forti sollecitazioni. Lo riattacca. Giriamo la chiave ed il rumore insopportabile finisce e soprattutto l’auto si mette in moto. Urrà. Siamo salvi.
Dopo aver fatto i complimenti a Fulvio per la buona azione quotidiana (ha salvato nove anime da una grigliata desertica), riprendiamo la “strada” sigillati in auto con il climatizzatore sparato al massimo.
Qualche ora di buche dopo, una deviazione ci indica che se andiamo diritti andiamo a Kings Canyon, mentre se giriamo a destra andiamo a Palm Valley.
Fatto 99, facciamo anche 100. Giriamo a destra per Palm Valley.
Non lo avessimo mai fatto. Se prima ci voleva il 4x4 adesso ci vuole il cingolato. Roba da Camel Trophy. Ed il bello è che la “strada” ha pure le indicazioni.
Alla fine comunque, giungiamo al parcheggio, punto d’inizio per la camminata a Palm Valley.
Descrizione del posto. Un canyon camminabile abbastanza semplicemente, all’interno del quale da 50.000 anni e più, crescono indisturbate delle palme. Non si tratta di palme speciali o diverse da quelle che avevamo visto a Darwin, o che successivamente vedremo visto nel Queensland. La rarità sta nel fatto che tali piante per vivere necessitano di un clima alquanto diverso da quello in cui si trovano e soprattutto hanno bisogno di acqua, cosa che qui non esiste, se non per uno o due giorni l’anno. Come fanno allora a vivere? Semplice. Le rocce dove affondano le radici, sono di un particolare materiale poroso che quando piove, immagazzinano l’acqua per poi rilasciarla gradualmente durante tutto l’anno. Una specie di irrigazione automatica naturale. L’avessi io in giardino!
Il posto non ha meritato tutta la fatica e la strada fatta. Se ancora ripenso al tipo che ce l’ha consigliata…
Ovviamente per raggiungere Kings Canyon abbiamo dovuto affrontare la stessa strada.
Per fare una manciata di chilometri ci abbiamo messo ore, tanto che siamo arrivati a destinazione alle dieci di sera affamati come lupi.
“Mi dispiace ma il ristorante ha appena chiuso” ha detto il responsabile dell’unico ristorante nell’arco di 300 chilometri.
Non avete idea la serie di sguardi che ha ricevuto il tipo che ci ha detto questo. Probabilmente sentendosi prossimo ad un atto di cannibalismo, tremante ci ha detto che comunque, se volevamo potevamo prendere quello che era rimasto al self-service ma consumarlo nella vicina sala biliardo. Il tipo ha iniziato a piacerci.
Detto fatto, abbiamo riempito i vassoi e ce ne siamo andati in un tavolo nella sala biliardo. Dapprima i giocatori ci hanno guardati tutti, poi probabilmente hanno ritenuto la partita in corso più interessante.
C’erano tre o quattro tavoli tutti occupati da giocatori australiani. Attorno ai tavoli, da spettatori assenti, aborigeni di entrambi i sessi con la lattina di birra in mano. Non sono razzista intendiamoci, però non sono riuscito finora a vedere nessun aborigeno integrato con la società.
Fatta una bella doccia rinfrescante, ce ne andiamo a dormire.
Ma cos’è quel coso che si muove sotto il frigorifero della stanza? Accendiamo la luce e che troviamo? Un serpente bianco rosso che ha tutto l’aspetto di essere uno che non scherza. Qui dicono di fare molta attenzione ai serpenti e ai ragni. Dei primi in particolare ce ne sono di alcune specie che una volta morso, hai a malapena il tempo di dire ahi.
Comunque, velenoso o no, chiamiamo la reception informandoli della presenza straniera. In un batter d’occhio intervengono per portarlo via, comunicandoci che il rettile di razza è una vipera e di nome fa: death adder (vipera della morte). Tranquillizzati, subito dopo ci chiediamo: era da sola? Se c’era lei ci potrebbero essere i suoi parenti! Dubbio questo che ci impone di svuotare interamente le stanze da letto per controllare ogni centimetro dell’eventuale presenza straniera. Risultato per fortuna negativo e quindi ci prepariamo per andare a letto.

Con ancora addosso i residuati degli scossoni del giorno prima, ci alziamo per metterci in marcia verso il Kings Canyon, situato poco lontano.
Arrivati al parcheggio da dove si inizia la salita a piedi, nell’uscire dalle auto ci rendiamo conto che anche per la giornata odierna il sole non darà tregua e la speranza di qualche nuvola ristoratrice è nulla.
Ho notato comunque che una volta lasciato la zona costiera di Darwin e dintorni, l’umidità eccessiva è andata via via diminuendo man mano che scendevamo verso sud e verso la regione desertica. Dall’irrespirabilità dell’estremo nord siamo passati ad una accettabilissima situazione. Il caldo è sempre eccessivo da obbligare l’uso di un copricapo e ripararsi ogni tanto all’ombra, ma almeno non c’è più quella sensazione di soffocamento che provoca l’umidità.
Partiamo subito con la salita che ci porterà sopra il canyon e da dove si dovrebbe godere un panorama mozzafiato.
La salita iniziale è molto dura, con una quasi verticale da fare a tappe per tirare fiato.
Dopo un’oretta di trekking, arriviamo sulla sommità del canyon, da dove ci si apre panorama veramente eccezionale. Sulla vallata sotto, alcune pozze d’acqua nerissima contornate da alcune palme che aspettano solo la stagione delle piogge per germogliare. Proprio un bel posto, come sempre circondati da rocce rosso fuoco.
Gli organizzatori e i responsabili del luogo hanno facilitato i punti più difficili costruendovi delle passerelle e gradini per consentire ai meno abili e anziani di godersi il posto.
Scesi a valle nel parcheggio, ci riposiamo per prendere fiato sotto alcuni gazebo, dove facciamo conoscenza con un gruppo di spagnoli molto simpatici, anche loro alla ricerca di un po’ d’ombra.
Dopo aver messo qualcosa sotto i denti e salutati gli spagnoli ci mettiamo in moto per Yulara, che raggiungiamo nel pomeriggio.
Strada facendo, in lontananza, all’orizzonte iniziamo ad intravedere la sagoma inconfondibile di uno dei monumenti mondialmente più famosi: Ayers Rock, il più grande monolito del mondo, immortalato in migliaia di foto e ripreso dalle telecamere di tutto il pianeta.
Man mano che ci avviciniamo la sua sagoma acquista la forma più conosciuta. Facciamo però prima tappa a Yulara per prendere posto nell’alloggio e depositare i bagagli.
Yulara è una cittadina commerciale in mezzo al deserto sorta anni fa per servire il flusso di turisti che si reca a visitare Ayers Rock, dapprima di proprietà dello Stato, recentemente è stata venduta ad una cordata di investitori privati, che hanno visto un business sicuro. Una specie di miniera d’oro.
Non ci sono case private (chi vivrebbe qui?); tutto è in funzione al turismo. Si va dall’albergo a cinque stelle con limousine ed autista a disposizione, all’ostello per i meno spendaccioni. E poi centri commerciali, piscine, ristoranti, ecc. Il tutto però costruito senza eccedere al di sopra del secondo piano per non rovinare la linearità della zona. A rompere l’orizzonte ci sono solo Ayers Rock e, più lontano, i monti Olgas.
Depositati i bagagli nelle stanze, ci dirigiamo all’entrata del parco situata qualche chilometro più avanti. L’entrata non è gratuita per cui ci “alleggeriamo” di 15 AU$. Dopo un quarto d’ora arriviamo nel lookout fotografico, vale a dire il posto da dove sono state fatte tutte le foto che hanno girato il mondo.
Devo ammettere che prima di partire per il viaggio ero un po’ scettico a proposito della variazione di colore del monolito man mano che il sole tramonta; pensavo fosse una esagerazione pubblicitaria per attirare i turisti. Così anch’io vittima di quella pubblicità, ho potuto notare che è tutto vero, e devo dire che i colori che assume man mano che il sole scende sono meravigliosi, creando di minuto in minuto una serie di sfumature cromatiche con le varie venature del rock stesso. Marrone, arancione, rosso, rosso acceso.
Non sono certamente venuto in Australia per vedere Ayers Rock, però devo ammetterlo che ci tenevo parecchio. Sarebbe come andare a Roma senza vedere la basilica di San Pietro, o a Venezia senza vedere piazza San Marco, o ancora New York senza vedere la statua della libertà o Parigi senza vedere la torre Eiffel.
Rimaniamo al lookout fino a quando il sole non è completamente tramontato, e poi ce ne andiamo a cenare. Niente altro si può fare qui. Scesa la sera e spenti i riflettori sul monolito, il ritrovo è, per forza di cose, in un bar di Yulara.
Una telefonata in Italia per fare schiattare d’invidia un po’ di persone, una passeggiatina per i meandri commerciali rischiando di perderci, e poi ce ne andiamo a letto.

Il programma di oggi prevede un volo scenico in elicottero sul monolito.
Con un pulmino andiamo all’aeroporto di Yulara poco lontano, e dato che gli elicotteri contengono solo cinque persone per volta (compreso il pilota), ne noleggiamo due.
Poco dopo il decollo e raggiunta l’altitudine ideale, il pilota innesca una battaglia aerea con l’altro elicottero dove ci sono i nostri amici (fortunatamente non ho mangiato pesante la sera prima), e di lì a dieci minuti giungiamo sul fianco del monolito dando sfogo alle macchine fotografiche.
Il volo però “vola” veramente, e poco dopo rientriamo alla base.
Una cosa che mi ha fatto riflettere durante questa escursione “volante”, è stata quando abbiamo chiesto al pilota come mai non sorvolasse sopra al monolito ma restasse sempre a fianco e per di più sullo stesso lato. A me avrebbe fatto piacere farci un giro completo.
Risposta: “il monolito è sacro per gli aborigeni per cui ci è fatto divieto sorvolarci sopra”.
Di cazzate ne ho sentite tante in vita mia ma questa le batte tutte. Non sapevo se ridergli in faccia ora o aspettare di essere sul pulmino. Dopotutto ho pensato che lui non ne ha colpa, esegue solo gli ordini.
A piedi si può salirci su e camminarci attorno, ma sorvolarci sopra in elicottero no! È vero che la popolazione aborigena non ha “tanto a caro” che gli si cammini sopra per motivi sacri, però dato che il governo australiano paga a loro qualche milionata in dollari all’anno per questo servigio, un occhio viene chiuso. Almeno essere solidali con se stessi.
Rientrati al residence e discusso un po’ sul punto precedente, partiamo subito in direzione dei monti Olgas, situati ad una quarantina di chilometri oltre il monolito, all’estremità occidentale del parco. A formare il parco sono solo i monti Olgas e Ayers Rock.
Si tratta di una formazione rocciosa che copre una superficie molto più grande di quella occupata da Ayers Rock, solo che a causa di una più forte erosione e ad una più elevata fragilità, si è suddiviso in trentasei piccoli monoliti, all’interno dei quali si può fare trekking e “salirci sopra”.
Una vera rarità che abbiamo avuto l’onore di osservare è stata la fioritura del deserto. In queste zone piove solamente per due o tre giorni l’anno e la notte ha piovuto consentendo alle radici del sottosuolo desertico di germogliare durante le prime ore del giorno, facendo fiorire una moltitudine di fiori dai mille colori e rendendo la zona un prato coloratissimo.
Parcheggiate le auto iniziamo la camminata nella valle interna chiamata “Valley of the Winds”, della durata di un paio d’ore come sempre sotto un sole cocente. Sembra di camminare attorno a dei giganteschi panettoni o a delle enormi teste pelate. Ogni tanto si trova un piccolo alberello che tenta di farsi strada nell’aridissimo suolo desertico. A fianco, un pallido tronco secco ne testimonia che qui non avrà scampo. La strana forma di uno di questi tronchi è stata oggetto di molte foto artistiche e cartoline viste al centro commerciale di Yulara.
Anche qui l’organizzazione, come nel Kings Canyon, ha ben pensato di installare ogni tanto dei gazebo con acqua potabile per consentire a chi intraprende l’impresa di abbeverarsi con acqua fresca.
In un sali scendi attraverso rocce imponenti, portiamo a termine la nostra camminata, e raggiunte le jeep, ci dirigiamo verso il Cultural Center del parco.
Il nome del parco in aborigeno, che poi è quello stampato nei biglietti e alle porte d’ingresso è “Uluru - Kata Tjuta National Park”, dove Uluru è il nome di Ayers Rock, mentre Kata Tjuta è il nome aborigeno dei monti Olgas e significa “molte teste”. Praticamente Uluru è scritto ovunque, anche se il nome Ayers Rock è il più usato.
Al Cultural Center ci “acculturiamo” sulla formazione del monolito, la vita attorno ad esso, la flora, la fauna, il popolo aborigeno tradizionale proprietario, e molto altro. A fare la parte del leone è comunque il negozio di souvenir dove acquisto alcune cartoline del monolito e poi mi siedo fuori su di un tavolino a scriverle.
Non era vero quando qualche pagina prima avevo scritto che durante il viaggio non ho mai visto un aborigeno che non fosse ubriaco o con l’aspetto assente. Nel bancone del Cultural Center ce n’è uno vestito con una divisa che se ne sta sempre a telefonare e che se non sbaglio è il responsabile di turno del centro. Ha un bell’aspetto e mi aiuta a risollevare l’immagine dei sui fratelli che mi ero fatto.
Terminata la visita, ce ne torniamo al lookout del monolito per qualche altre foto, poi ce ne andiamo a consumare la nostra ultima cena alle pendici del Rock.

Sveglia all’alba per immortalare il monolito dal versante opposto.
Ma chi ce lo fa fare di alzarci a queste ore. Dato che siamo qui, e che mai più torneremo (mai dire mai) è meglio approfittarne.
Tutti in macchina mezzi addormentati. Arriviamo sull’altro versante e che ti troviamo una folla da centro commerciale durante il periodo delle svendite post natalizie. Alle 5 di mattina! Caspita, che mattinieri che sono. Tutti armati di treppiede con sopra di quei cannoni fotografici che fanno sembrare la mia macchina ultracompatta un omaggio di un fustino di detersivo per lavatrice. E che freddo che fa. Siamo partiti in pantaloncini corti e canottiera (il nostro abbigliamento tipico dal primo giorno che siamo in Australia) e fa un freddo cane. La pelle d’oca ci fa sembrare dei gatti siamesi. Saltelliamo di qua e di là per scaldarci fino a quando il sole non inizia a spuntare.
Click, click e ancora click. Marrone, rosso e arancione. Tre foto e tre colori differenti.
Finalmente il sole inizia a scaldare, e dato che le foto le abbiamo fatte iniziamo a mangiare, utilizzando il cofano delle jeep come tavolo, lasciando che gli altri turisti se ne vadano.
Mauro al posto del caffè e del the ha utilizzato un intruglio fatto da lui la sera precedente mettendolo nella sua borraccia termica, che solo nell’aprire il tappo fa venire i conati di vomito. Lo ha offerto a tutti noi, e ovviamente noi l’abbiamo apprezzato… rifiutando. Più che altro un giorno lui riempiva la borraccia di vino, il giorno dopo la riempiva di birra senza preoccuparsi di svuotare quel po’ di vino che è rimasto del giorno precedente. Il successivo giorno inseriva il caffè e quello dopo il the con sempre sul fondo qualche cl del giorno precedente e così via. Figuratevi che mix esplosivo c’è dentro quella borraccia. Nemmeno se la lavi con la benzina la pulisci!
Terminata la “colazione del deserto”, ci portiamo in prossimità del punto in cui si sale a piedi sul monolito. Non ci saliamo. Iniziamo invece a circumnavigarlo a piedi per scoprirlo da vicino.
Interessante. Specialmente nelle grotte utilizzate un tempo dagli aborigeni come rifugi e che oggi, grazie ai dipinti, sono dei piccoli musei.
Mi hanno colpito notevolmente le numerose targhe commemorative delle persone che nel salire sul monolito, per distrazione, per il fatto di non essersi attenuti alle regole richieste o per qualsiasi altro motivo sono letteralmente rotolate giù sfracellandosi per terra. Questo perché la salita, specialmente nella prima parte, è molto impegnativa e una volta persa la presa della catena guida, ci si ferma solamente a terra. Di queste targhe ce ne sono parecchie ed alcune delle quali sono anche recenti.
Il periplo lo portiamo a termine in poco più di un paio d’ore e giunti al punto di partenza decidiamo se salirci sopra o no. Alla fine solo Fulvio decide di salirci. Tutti gli altri hanno rispettato la sacralità del posto, o più semplicemente non volevamo faticare in una giornata già assai calda.
Ora me ne pento perché sul fatto della sacralità, di cazzate ne ho sentite tante e il monolito: o è sacro e quindi vi è divieto a salirci, oppure no! Una via di mezzo non ha senso.
Comunque Fulvio è tornato non troppo soddisfatto in quanto sfruttato troppo turisticamente. Anzi, conoscendo Fulvio, sicuramente è stato attratto più dalle turiste che dalle formazioni di granito.
Salutiamo definitivamente Uluru - Kata Tjuta National Park e con i fuoristrada ci dirigiamo verso Alice Springs per passare la nostra ultima notte nel Northern Territory.
Strada facendo ci fermiamo al Meteorite Crater, un luogo in cui qualche migliaio di anni fa si è schiantato un meteorite. Il posto è caratterizzato da una serie di buche (dodici) di medie dimensioni. Una schifezza. La cosa più bella è la presenza di un geco (una specie di lucertolone bianco/verde), per nulla impaurito di noi.
Ci fermiamo più avanti in una fattoria dove allevano e “noleggiano” cammelli per le escursioni nel deserto. Il proprietario è una istituzione nazionale, così dicono. Noi ci siamo fermati per andare alle toilette.
Arrivati ad Alice Springs, utilizziamo tutto il pomeriggio per gironzolare per la città e per fare gli ultimi acquisti nel Red Centre.
Alla sera ci rintaniamo in un bel pub con musica dal vivo che forse rappresenta il miglior pub della città e quello che attira più gente.

La mattina dopo consegniamo i fuoristrada e dedichiamo le due ore che abbiamo a disposizione prima di prendere l’aereo per Cairns a fare shopping nei negozi di Alice Springs.
Boomerang, didgeridoo, dipinti d’arte aborigena fanno la parte del leone. Qualsiasi negozio ne espone ampia scelta. E poi magliette, camicie, quadri, cappelli, ecc. Nelle gioiellerie il prodotto più pubblicizzato è l’opale, una pietra dalle venature coloratissime che fa dell’Australia la più grande produttrice mondiale.
Arrivati all’aeroporto, leggiamo sul tabellone che il volo subirà un’ora di ritardo. Poco male, ne approfitto per scrivere e imbucare alcune cartoline, e siccome ho ancora tempo faccio un giro al duty free ed acquisto una cravatta simil aborigena, nel senso che sembra dipinta dagli aborigeni, e invece non lo è.
Decolliamo con la compagnia Ansett Australia e, dopo quattro ore di volo, atterriamo a Cairns nel Queensland.
Sarà la seconda parte di questo viaggio, che racconterò in un successivo articolo.Lontana ma graditissima dai nostri viaggiatori: l’Australia!

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