Australia 2: Northern Territory - Red Centre

in viaggio con leander in Australia

torna alla mappa
Australia 2: Northern Territory - Red Centre

Si tratta del proseguimento del viaggio in Australia di cui è presente su questo stesso sito la prima parte "Northern Territory - Top End". Il diario di viaggio si ricollega direttamente al termine di quella parte.

Itinerario

Mercoledì 7 Ottobre 1998
ARRIVO AD ALICE SPRINGS (Km. 2707 da Darwin)
Provenienti dall'estremo nord del continente (vedi Parte Prima) ecco dunque il sottoscritto Leandro e gli amici Lino e Walter entrare in Alice Springs: dopo giorni di deserto questo centro di 25.000 abitanti ci dà la sensazione di una metropoli. Il tempo si è intanto fatto incerto e la temperatura è finalmente gradevole.
Situata praticamente nel cuore del continente australiano, Alice Springs risale, come nucleo originario, al 1870 in conseguenza all'arrivo della linea telegrafica, mentre la denominazione ufficiale è del 1929, quando giunse qui la linea ferroviaria da Adelaide. Al primo impatto smentisce piacevolmente l'idea che ce ne eravamo fatti, cioè di un luogo anonimo e artificioso, punto di riferimento inevitabile per organizzare la visita del Centro Rosso: è infatti una piacevole cittadina, luminosa, vivace, pulita e ricca di verde che ha il suo cuore nel Todd Mall, zona pedonale lungo la quale si susseguono caffetterie, ristorantini, gallerie commerciali, negozi di opali e di souvenirs.
Abbiamo voglia di mangiare un boccone, cosicché ci orientiamo su un fast-food della catena "Pizza Hut", che più di una volta nel prosieguo del viaggio diventerà una sicurezza, con i suoi piatti un po' standardizzati ma alla larga da sgradite sorprese; qui, oltre che un menu di pizze alla carta, funziona la formula "all you can eat" a prezzo fisso: per la cifra di A$ 8,95 la sera e addirittura 6,95 a mezzogiorno (bevanda esclusa) si può accedere liberamente all'assortimento di tranci di pizze sfornate in continuazione e a un buffet che annovera zuppe, insalate e legumi misti, salsine, pane tostato, oltre a gelato, mousse al cioccolato, tè, caffè a volontà. Veramente una soluzione raccomandabile, soprattutto per l'assenza dei micidiali fritti presenti nella maggior parte dei fast-foods.
A pancia piena guadagniamo l'alloggio che abbiamo prenotato: l'Elkira è un motel di buon livello con stanze spaziose, ampio parcheggio interno e piscina che, compresa una sostanziosa colazione continentale, non ci costerà che 38 dollari a testa per notte: fissiamo quindi fin d'ora anche per le sere dell'11 e del 12, quando saremo ritornati dal circuito Ayers Rock - Olgas - Kings Canyon.
Usciti sul cortile dopo avere preso possesso della camera, ci aspetta la sorpresa della nostra prima pioggia australiana, che non dura però più di una trentina di secondi. La prima mèta è il locale Ufficio Turistico, la cui dimensione ed efficienza è proporzionata all'importanza di quello che è il principale appoggio per ogni tipo di esigenza di viaggio nel raggio di cinquecento chilometri. Nieta, la graziosa e solerte impiegata che interpelliamo, ci organizza in pratica tutte le attività dei prossimi cinque giorni: con versamento di un acconto del 10% dei vari importi ci prenota il pernottamento di domani all'Ayers Rock Resort, del 9 a Curtin Springs (85 km. dal Resort, che per quella notte è tutto esaurito), del 10 al Kings Canyon Resort, nonché il volo in mongolfiera sui MacDonnells Ranges del 12.
Bighelloniamo poi per qualche tempo lungo la gradevole passeggiata del Todd Mall mescolandoci a turisti e viaggiatori delle provenienze più svariate. Giunta l'ora del tramonto, ci uniamo alla processione di quelli che salgono sulla Anzac Hill (Anzac sta per "Australia and New Zealand Army Corps") per godere di una bella veduta dall'alto del sito di Alice Springs e dello spettacolo del sole che cala dietro la catena delle Heavitree Ranges.
Concludiamo la giornata al "Bojangles", un ristorante consigliatoci da una coppia napoletana incontrata oggi e in procinto di lasciare la città dopo avere visitato il "Red Centre"; il locale è ricco di atmosfera da saloon di frontiera e mentre ceniamo a base di filetto, barramundi (il caratteristico grosso pesce australiano) e canguro, su un palco si esibiscono, tra una gazzarra indescrivibile, lanci di noccioline e un frenetico andirivieni di boccali di birra, due musicisti con chitarra e organetto che sembrano i cloni di Willie Nelson: non deve quindi stupire che anche il repertorio sia un omaggio al grande folksinger americano.

Giovedì 8 Ottobre 1998
ALICE SPRINGS - AYERS ROCK RESORT: PRIME EMOZIONI ROSSE (Km. 490/3197)
Chi ha già letto la Parte Prima avrà notato che, anche in occasione di tappe intorno ai cinque-seicento chilometri e pur non perdendo occasione per fare soste, siamo sempre riusciti a raggiungere senza affanni i luoghi dei previsti pernottamenti ben in anticipo sul tramonto, considerato il limite-rischio oltre il quale è ritenuto prudente smettere di guidare.
Il fatto è che, pur trovandoci nel cuore di un continente in prevalenza desertico, la Stuart Highway è sempre in accettabili condizioni di asfaltatura, praticamente rettilinea, con rari bivi per le deviazioni che ho descritto nella prima parte; si aggiunga il fatto che non esistono limiti di velocità per i veicoli, ed ecco che, potendo tenere per tratti anche lunghi un'andatura sostenuta, si ha tutto il tempo di godersi il viaggio rispettando al contempo le scadenze prefissate.
Esposto quanto sopra ad incremento delle "Istruzioni per l'uso dell'Australia" che tra le righe sto seminando per il viaggiatore curioso, eccoci al grande giorno: all'età di cinquantadue anni e quindici giorni sto per arrivare al cospetto dell'"immane sassolino", come prenderò l'abitudine di chiamare familiarmente Ayers Rock.
Quella consumata all'Elkira Motel è, dopo quella di Cooinda, la nostra seconda vera colazione in terra d'Australia, il che consolida la nostra già positiva predisposizione, anche se la giornata promette la ripresa del caldo che ieri ci aveva dato un po' di tregua.
A una decina di chilometri a sud di Alice Springs sorge la Ghan Preservation Society, un museo dedicato al Ghan, il leggendario treno che congiunge la città con Adelaide. Dal momento che fra qualche giorno ce ne serviremo per il viaggio di venti ore che ci porterà nella South Australia, ci sembra giusto documentarci su quel pezzo di storia con il quale stiamo per entrare in contatto.
La vecchia linea ferroviaria ricalcava le piste percorse un tempo dalle carovane di cammellieri afgani (da cui afghan > Ghan) ed era nota per la sua scarsa affidabilità, mentre sul nuovo tracciato inaugurato nel 1980 i treni riescono a trasportare in metà tempo il doppio dei passeggeri. Un gruppo di appassionati ha trasformato una vecchia stazione in un museo della storia ferroviaria di Alice Springs dove sono esposti cimeli di ogni tipo, mentre all'esterno dell'edificio si possono ammirare locomotive e materiali rotabili d'epoca.
Ritornati sulla Stuart Highway, attraversiamo un nulla quasi assoluto per una novantina di chilometri, cioè fino a Stuart Well, ennesima roadhouse i cui muri sono tappezzati delle solite curiosità (qui c'è in più un pianoforte che deve avere vissuto in qualche saloon tutta l'epopea del Far West). Su uno slargo adiacente spiccano, accanto al solito container/alloggio, due vecchi pulmann che periodicamente vengono adibiti a mercato: non soddisferò mai la curiosità di conoscere la tipologia della clientela.
Lasciato sulla destra dopo 39 km. il bivio per la Ernest Giles Road, una sterrata che consente il collegamento con Kings Canyon risparmiando circa 160 chilometri, puntiamo ancora verso sud fino a raggiungere uno dei punti chiave del circuito del "Red Centre". Si tratta di Erldunda, ormai a 201 chilometri da Alice Springs, posto tappa un po' più esteso degli altri, un insieme dei soliti servizi tra i quali spicca la Desert Oaks Roadhouse, che consta di due ampi e piacevoli saloni con pareti in mattoni sulle quali è esposto un buon assortimento di pregevoli dipinti aborigeni.
L'importanza di Erldunda è dovuta al fatto di essere sul bivio per la Lasseter Highway, la n. 4 che in 247 chilometri porta all'Ayers Rock Resort; il cartello stradale verde con l'indicazione "Uluru - Ayers Rock" è un soggetto fotografico tra i più graditi.
Il primo segno di vita lungo la Lasseter è la Mount Ebenezer Roadhouse, uno dei posti più apprezzati in cui fare una sosta durante la tappa di oggi. C'è anche da dire che la posizione è tale che la maggior parte dei viaggiatori giungono qui verso l'ora di pranzo, cosa della quale i gestori hanno saggiamente saputo fare tesoro rendendo il sito il più attraente possibile: un locale interno è infatti adibito a galleria d'arte aborigena, mentre all'esterno un'area per picnic è stata resa confortevole grazie a tavoli e a una tettoia; il ristorante ha un semplice ma gustoso assortimento e conserverò un ottimo ricordo dei tortini di carne di canguro.
Ancora 53 chilometri in direzione ovest portano al bivio con la Luritja Road per Kings Canyon che percorreremo dopodomani, mentre altri 30 portano a una piazzola di sosta dalla quale i viaggiatori distratti possono credere di essere già arrivati in vista di Ayers Rock: si tratta invece di Mount Conner, che da qui dista in linea d'aria una ventina di chilometri, che è in effetti una elevazione assai simile per la quota (m. 859 contro 863) e per la forma (con la differenza della sommità del tutto piatta) al famoso monolito; su quest'area di sosta, accanto a una tettoia con tavolo e panche, campeggia un serbatoio d'acqua cilindrico alto non meno di tre metri che un cartello raccomanda di usare solo in caso di necessità.
Curtin Springs, presso la quale ci è stato fissato il pernottamento di domani sera, è davvero l'ultimo punto di riferimento prima di Uluru. Si tratta di una roadhouse con le consuete dotazioni e in più alcune raffinatezze: all'intorno c'è per esempio un inconsueto rigoglio di verde, con piante e aiuole ben curate, mentre davanti all'ingresso dell'emporio due enormi pneumatici di roadtrain sono stati colorati di bianco e trasformati in vasi di fiori; il casotto delle docce è stato poi decorato con una fantasiosa mappa del "Red Centre" completata da spiritose scene di viaggio in stile naif.
Non rimane ora che divorare gli 85 chilometri che ci separano dalla mèta principale del nostro viaggio in Australia, aguzzando in continuazione lo sguardo per non perdersi la vista di un pandolce piatto alla genovese di nove chilometri di circonferenza. Si ha la sensazione di una regia sapiente: un cartello "Ayers Rock Lookout" preannuncia una piazzola che è la copia esatta della precedente (serbatoio per l'acqua compreso); da qui il primo e unico tratto di dune nel quale ci siamo imbattuti sembra voler differire il più possibile il primo avvistamento, finché, giunti sulla sommità delle sabbie in un turbinio di vento torrido che per chi legge è impossibile immaginare, possiamo posare gli occhi sull'"immane sassolino" che troneggia a trenta chilometri di distanza. Sono le 15,35 e ora so che esiste davvero.
In un amen raggiungiamo l'Ayers Rock Resort (località Yulara). Il vasto complesso, che sorge a una ventina di chilometri dal monolito, offre un ventaglio di sistemazioni di livelli che vanno dalla piazzola per tenda all'Hotel Sails in the Desert, dove tocca sborsare mezzo milione a notte, e non è quell'insulto all'ambiente che si potrebbe temere: ampio uso di materiali locali, costruzioni basse, vialetti in mezzo al verde che congiungono i vari nuclei abitativi, ottima manutenzione dell'insieme.
All'unica reception che gestisce tutte le strutture ricettive ci viene fornito un grosso carrello per il trasporto dei bagagli fino alla camera assegnataci. Come già si intuisce dalla denominazione di "Emu Walk Apartments", più che di una stanza si tratta di un appartamento per otto persone, nel quale possiamo così muoverci in spazi persino esagerati: da un enorme ingresso-soggiorno che contiene due divani-letto si sale a due soppalchi successivi, la zona cucina-pranzo attrezzata di tutti gli elettromestici e la zona notte, con due camere da letto e un enorme bagno dotato anche di lavatrice e asciugatrice. La cosa ci costa poco meno di centomila lire a testa, prezzo tutto sommato adeguato e che diventerebbe irrisorio nel caso anziché tre fossimo otto.
Scaricati i bagagli e dataci una sommaria ripulita, ci preme ora arrivare in tempo all'appuntamento giornaliero con il tramonto su Ayers Rock. Sul sito del "Sunset Lookout" si stanno riversando gli adoratori del monolito, gente di tutto il mondo sugli automezzi più svariati: già questo è uno spettacolo da non perdere.
Come avviene per le mète maggiormente decantate del pianeta (mi vengono per esempio in mente Capo Nord, le Cascate del Niagara, il Grand Canyon o le piramidi d'Egitto), ci si prepara alla visita chiedendosi se la smania che ci spinge sarà giustificata o se le aspettative andranno deluse per la commercializzazione che ormai non risparmia nessun angolo della terra. In questo caso la risposta può essere solo una: "Vale il prezzo del viaggio".
Del resto il sito è talmente fuori mano anche per gli stessi australiani (Sydney è a oltre tremila chilometri, figurarsi per noi europei) che buona parte di quelli che si trovano qui, a meno che non abbiano usato l'aereo o aderito a un viaggio organizzato, qualche scomodità devono pure averla affrontata. Ne consegue che il livello di turisticizzazione, anche se la carrozzabile porta in prossimità del Rock e non mancano inadeguati personaggi della categoria "io alloggio solo a cinque stelle e non rinuncio agli spaghetti", non è tale da sminuire l'incanto del luogo.
La giornata non è delle migliori e capiamo subito che oggi non ammireremo il monolito al meglio dei suoi colori: solo qualche raggio di sole tra le nuvole chiazza qui e là la roccia. In lontananza, in direzione delle Olgas, c'è un temporale e qualche rara goccia arriva anche qui; ma alle 17,30, subito prima del tramonto, pur sullo sfondo di un cielo plumbeo, ecco un premio inatteso: un doppio arcobaleno si staglia su Uluru! Per la terza volta, dopo la veduta da Ubirr sulle piane alluvionali e il tramonto sulle Yellow Waters, non riesco a trattenere le lacrime. E non ci provo neppure.
Il cielo va poi rasserenandosi e ci godiamo lo spettacolo fino all'ultimo barlume di luce; tra l'altro il sole tramonta dietro le Olgas e il colore granata-violaceo del cielo sopra le cupole allineate unito a un silenzio irreale (ci siamo lasciati precedere da quasi tutte le altre auto dirette al Resort) ci riempiono di sensazioni indescrivibili.
Ma dobbiamo ora riportare i piedi sulla terra per affrontare un problema di una certa rilevanza: come ho già accennato, l'impiegata dell'Ufficio Turistico di Alice Springs ci aveva trovato alloggio per domani sera solo a Curtin Springs, il che ci imporrà un supplemento di 85+85 km per tornare a Ayers Rock che prevediamo di visitare dopodomani. Tentiamo così un colpo di mano alla reception nella speranza di una sistemazione nel Resort anche per domani sera: la fortuna ci assiste e viene trovato libero un bungalow, appena disdetto, dell'Outback Pioneer Lodge al prezzo di A$ 108, circa 120.000 lire.
Soddisfatti per la felice soluzione, possiamo ora pensare alle esigenze alimentari: le risolviamo nel locale take-away acquistando torta di zucca, kebab, pane e birra (analcolica, la sola consentita nel parco che è sotto gestione delle cooperative aborigene) che consumiamo del nostro appartamento. A conclusione della giornata approfittiamo delle dotazioni del bagno per fare un buon bucato.

Venerdì 9 Ottobre 1998
AYERS ROCK RESORT - MT. OLGAS: LE "MOLTE TESTE" DAL BASSO E DALL'ALTO (Km. 145/3342)
Le Olgas, chiamate in lingua aborigena Kata Tjuta (=molte teste), sono localizzate a circa cinquanta chilometri da Yulara e sono l'insieme di 36 cupole, probabile risultato dell'erosione di un originario monolito dieci volte più grande di Uluru; rispetto a quello (arenaria a grana fine) è qui differente la composizione geologica, che è un conglomerato di cemento di arenaria. La quota più elevata è Mount Olga (m.1069, circa 200 più di Ayers Rock), ma nessuna delle cime è raggiungibile con facilità, e del resto la cosa è proibita in quanto la zona è sacra per gli aborigeni Anangu.
Quattro chilometri dopo avere lasciato il Resort incontriamo la stazione di ingresso al parco, dove paghiamo una tassa di 15 A$ a testa che consente di muoversi al suo interno per cinque giorni nel rispetto della sacralità dei luoghi; il bellissimo biglietto deve avere l'evidenza che merita nella bacheca dei ricordi di ogni viaggiatore.
Il tempo non si è ancora del tutto assestato, tanto che quando sostiamo al belvedere su Kata Tjuta un maglioncino non è di troppo; la vista mozzafiato da una decina di chilometri sul gruppo montuoso, che in queste condizioni di luce alterna assume una dominante indaco-violacea, è l'ennesima occasione per compenetrarsi nel chatwiniano "Che ci faccio qui?"
L'escursione a piedi in programma, che insieme con la breve passeggiata dell'Olga Gorge Walk è anche l'unica consentita, è l'anello noto come Valley of the Winds Walk, che con qualche saliscendi offre, su uno sviluppo di sei chilometri percorribili in circa tre ore, affascinanti prospettive sulle varie cupole.
Nell'arco dell'intero itinerario incontriamo solo due gruppi, di cui uno italiano, e una simpatica coppia di tedeschi di mezza età (sì, perché noi...), Eva e Reinhold: si tratta di due pensionati evidentemente di una certa agiatezza che trascorrono buona parte dell'anno in Messico e ora stanno realizzando un viaggio di tre mesi in caravan attraverso tutta l'Australia.
Le condizioni meteorologiche si volgono ben presto al bello e ci riportano il caldo e le mosche (cominciavamo a stare in pensiero), ma per fortuna la denominazione di "Valle dei Venti" non è casuale e la calura è piacevolmente mitigata da una ventilazione che va dalla brezza alle folate che obbligano a stringere bene il sottogola del cappello.
Avendo a disposizione tutto il tempo che vogliamo, possiamo procedere con andatura turistica e frequenti soste per gustarci veramente l'escursione, che si sviluppa lungo gli avvallamenti, ora stretti ora più ampi, tra le varie cupole, in un contrasto di colori che va dal blu del cielo al rosso della roccia e al verde della vegetazione che in certi punti è insospettatamente ricca; ci capita anche il simpatico incontro con tre wallabies (marsupiali delle rocce simili a canguri in miniatura) che al nostro passaggio si limitano a scostarsi di qualche metro.
Completata con soddisfazione l'escursione, rientriamo all'Ayers Rock Resort, dove una volta tanto ci permettiamo di smettere gli abiti del viaggiatore e indossare quelli del turista; intendo dire che, ben a portata di mano contanti e carta di credito, ci possiamo sbizzarrire tra i vari settori dell'area commerciale per sottostare al solito ma piacevole pedaggio dell'acquisto dei ricordi di viaggio, che vanno dalla maglietta ai libri fotografici, alle spillette, alle cartoline fino all'ampollina di autentica terra del Red Centre.
Ci rendiamo conto di come il Resort sia un complesso in grado di ovviare a ogni esigenza: alloggi, possibilità di ristoro che vanno dal ristorante di lusso al take-away, supermercato, ambulatorio, banca, panetteria, gelateria, ufficio postale, stazione di servizio, agenzie di viaggio e affitto auto, il tutto, come ho già detto, edificato limitando lodevolmente l'impatto con il paesaggio. È anche luogo di sosta praticamente obbligato dove varrebbe la pena passare qualche ora a un bel tavolino all'ombra osservando un campionario pressoché completo di tipologie umane, che va dai saccopelisti ai turisti giapponesi in giacca e cravatta.
Walter riesce a compensare una conoscenza dell'inglese assai limitata con un'energia, un senso pratico, un intuito e un'esperienza che lo rendono un compagno di viaggio impareggiabile: si è defilato per pochi minuti ed eccolo arrivare sventolando tutte le informazioni sui voli panoramici in elicottero e dicendo "Andiamo?". Per quel che mi riguarda, ho una soglia di resistenza alle tentazioni molto bassa quando mi trovo in giro per il mondo; figurarsi in luoghi particolarmente significativi nei quali difficilmente tornerò. Eccoci così in un lampo al banco del Professional Helicopters Service, dove investiamo 130 A$ a testa per il volo di mezz'ora sulle Olgas e su Uluru.
Alle 16,30 viene a prenderci davanti al nostro lodge un furgone di servizio che ci porta fino all'aeroporto, ubicato a sei chilometri da Yulara. L'elicottero, vivacemente dipinto in giallo e blu, può trasportare quattro persone e il volo ripaga ampiamente il suo costo regalando scenari ed emozioni indimenticabili. Dall'alto abbiamo la conferma che il territorio che circonda Uluru e le Olgas è tutt'altro che desertico, cosparso com'è di bassa vegetazione in mezzo alla quale corrono piste dirette verso tanti nulla; le cupole delle Olgas, che da terra danno l'impressione di essere addossate le une alle altre, sono invece separate da vallate per lo più ampie, mentre Ayers Rock rivela dall'alto una quantità di ondulazioni, talvolta profonde, insospettate quando lo si osserva dalla piana.
Tornati a terra e riportati al Resort, ci rechiamo di nuovo al "Sunset Lookout" per ripetere il rituale del tramonto su Uluru; non mi dilungo ancora sull'insieme delle sensazioni che lo spettacolo riesce a trasmettere.
Per la cena ci orientiamo su quella che sembra la soluzione più "ruspante" e in sintonia con il luogo, vale a dire il barbecue (che gli australiani, per i quali è una vera passione, abbreviano in BBQ). Qui la cosa è improntata al "fai da te": ciascuno acquista a un bancone il tipo di carne che preferisce e, seguendo le istruzioni di una tabella che riporta gli opportuni tempi di cottura, se la prepara su una piastra arroventata lunga parecchi metri a ridosso della quale si accalcano gli ospiti del Resort. L'inconveniente è che la temperatura del piano di cottura è eccessiva, e se si vuole salvare la carne dalla totale carbonizzazione bisogna ritirarla in anticipo sui tempi consigliati: così, se l'interno dei filetti di manzo e di canguro un po' al sangue non guasta, lo stesso non si può dire per il coccodrillo, bruciacchiato in superficie, quasi crudo dentro e quindi deludente: penso che questa carne si avvantaggerebbe da una cottura tipo spezzatino, lunga e a fuoco basso, magari con qualche spezia o erba aromatica.
In linea generale, credo di non averlo ancora detto, la carne australiana, sia bovina che di canguro, è letteralmente squisita e questo mese all'altro capo del mondo mi sta facendo riscoprire, da uomo di riviera fanatico del pesce, il piacere di un gusto dimenticato per bistecche e filetti. Riguardo ai prezzi, dirò solo di avere filmato incredulo al mercato di Melbourne (ne riparlerò nella Parte Terza) i banchi di macelleria con il filetto esposto a A$ 8,99: il cambio ve l'ho già detto, i conti fateveli da soli!
L'atmosfera del Resort, con l'andirivieni intorno ai grossi tavoli, al barbecue, al buffet delle insalate e al bancone del bar con il sottofondo musicale assicurato da chiunque sappia strimpellare una chitarra, è comunque di grande coinvolgimento e posso assicurare, sempre per la serie "istruzioni per un viaggio in Australia" che qui c'è un movimento non inferiore di quello di uno stabilimento balneare della riviera romagnola in estate.

Sabato 10 Ottobre 1998
AYERS ROCK RESORT - ULURU - KINGS CANYON RESORT: IL "SASSOLINO" DA SOTTO, DA SOPRA E ALL'INTORNO (Km. 370/3712)
Ci siamo: è la giornata della salita ad Ayers Rock!
Bisogna dire che gli Aborigeni non vedono di buon occhio il fatto che quelle che loro chiamano "formiche impazzite" raggiungano la sommità del monolito, ritenuto luogo sacro anche perché riferimento vitale per via della pozza d'acqua della quale fin da lontano era segnale. Anch'io ho avuto delle esitazioni, poi ha prevalso la mia natura di escursionista e, pur nel dovuto rispetto, non ho rinunciato: del resto non sarebbe cambiato molto se un turista in meno avesse effettuato la salita.
Ayers Rock deve il suo isolamento alla natura di unico blocco di roccia in arenaria a grana grossa, meno tenera del terreno circostante, che ha così subito in maggiore entità l'erosione. La sua altezza è di 863 metri, circa 350 sul livello della piana.
La salita alla sommità di Uluru avviene per un percorso prima agevolato da una catena metallica, poi contrassegnato da tacche bianche tracciate sulla roccia. I primi 15-20 minuti sono i più impegnativi: i numerosi passaggi sulla traccia non hanno lisciato l'arenaria come si potrebbe credere, anzi durante la discesa è bene fare attenzione a non impuntarsi con le scarpe sul fondo granuloso.
Dopo il tratto più ripido si procede lungo le ondulazioni della lunga cresta sommitale, con l'affascinante spettacolo dei curiosi anfratti, gobbe, crepe e scoscendimenti che caratterizzano la superficie, fino a raggiungere il cippo della quota più alta, sul quale è posta una tavola di orientamento.
Eccoci finalmente a contatto con il vero e proprio concentrato di Australia che più di ogni altra cosa ci ha indotto a intraprendere il viaggio: ora vale la pena non curarsi del forte vento e centellinare a lungo questo momento. Da qui si ha veramente la sensazione che Uluru sia una massa conficcata nel terreno da una forza immane e la suggestione fa davvero venire voglia di schierarsi dalla parte della fantasiosa cosmogonia aborigena piuttosto che delle rigorose spiegazioni dei geologi.
Le vedute verso le Olgas, la chiazza luccicante del lontano lago Amadeus e la sagoma del "quasi gemello" Mount Conner sono poi tra quelle che lasciano senza fiato gli estimatori dei grandi spazi.
Tornati sulla piana, si può intraprendere il giro di nove chilometri attorno al monolito. Rispettando gli avvisi che precludono ai turisti certe zone sacre agli Anangu, si può avere un quadro esauriente della straordinaria struttura di Uluru. Si pensi che nel mito aborigeno ad ogni pur minimo corrugamento, spaccatura, protuberanza o incavo che ci sfila davanti il Serpente Arcobaleno Wanambi attribuì nel Tempo del Sogno un canto, uno spirito tutelare e una precisa posizione nel misterioso reticolato di invisibili linee che erano la chiave di una comunicazione a distanza, inconcepibile per l'uomo ipertecnologico del nostro tempo, ma frutto di una spiritualità meritevole del più profondo rispetto.
Lasciata la zona di Ayers Rock, carichiamo sull'auto un bagaglio che diventa di giorno in giorno più pesante e ripercorriamo la Lasseter Highway in direzione est per 136 chilometri, fino all'imbocco della Luritja Road, che con altri 170 porta al Kings Canyon Resort, nel cuore del Watarrka National Park. La dominante rossa del paesaggio si fa via via, se possibile, ancora più marcata e arriviamo al Resort puntuali per gustare uno dei tramonti più infuocati ai quali ci sia capitato di assistere.
Il complesso che ci ospita offre sistemazioni di tre livelli, dal residence di lusso al campeggio. L'alloggio che abbiamo prenotato consiste in un confortevole bungalow circondato da eucalipti che ci costa un'ottantina di dollari, dopodiché ceniamo con soddisfazione al self-service, dove concludiamo la serata in compagnia di un simpatico gruppo di ragazzi toscani.

Domenica 11 Ottobre 1998
KINGS CANYON - ALICE SPRINGS: ALTRI PAESAGGI DA SOGNO, POI IL LUNGO RIENTRO (Km. 481/4193)
Per godere di una splendida alba dal belvedere del Resort non è il caso di caricare la sveglia, sostituita perfettamente dal frastuono di una quantità inverosimile di pappagalli cacatua che affollano i dintorni dei bungalow a caccia di semi.
Quasi tutto il dislivello dell'escursione si esaurisce nella ripida scarpata iniziale, dopo la quale la gita, abbondantemente segnalata, prosegue con qualche saliscendi. Da non perdere sono le brevi deviazioni che portano ai numerosi punti panoramici che offrono splendidi scorci sulla particolarissima struttura stratificata del canyon. Inutile dire che anche oggi i colori dominanti continuano a essere le varie sfumature di rosso della roccia.
Camminiamo sempre a pochi metri dall'orlo, dal quale pareti talmente verticali e levigate da far pensare ad opera dell'uomo precipitano nella conca dove enormi massi di frana si mescolano alla fitta vegetazione. Qui e là ci imbattiamo in eucalipti fantasma, in incredibili fiori bianchi che trovano in qualche modo un varco in mezzo alle rocce e a scheletri di arbusti che il vento ha nel tempo modellato in grovigli inestricabili.
Una zona di grande fascino è la Lost City, un gruppo di grosse cupole a forma di fungo, dalla sommità delle quali suscitano una certa emozione gli strettissimi crepacci che separano i torrioni dall'altopiano e dei quali non si vede il fondo.
A circa due terzi dell'escursione un sistema di scale in legno scende a un ponticello oltre il quale una deviazione di pochi minuti porta a un limpidissimo laghetto contornato da palme, affascinante angolo non a torto battezzato Valley of Eden. Tornati al ponte e risalito con altre rampe di scale l'opposto versante della fenditura, percorriamo un ultimo tratto in cornice caratterizzato da forte vento: proprio questa zona ci riserva l'incontro con un paio di "goanna", varani di un metro e mezzo del tutto innocui che sembrano in posa per i nostri obiettivi. Aggirata un'ultima spalla rocciosa si scende lungo il sentiero che riporta al parcheggio.
Approfittiamo della piscina del Resort per un bagno defatigante, facciamo uno spuntino e risaliamo in macchina per rientrare ad Alice Springs. Siamo tentati dalla Ernest Giles Road, che potrebbe farci risparmiare circa 160 dei 481 chilometri che ci aspettano, ma giunti al bivio ci troviamo davanti a una pista polverosa che ci convince a lasciar perdere e a ripetere il percorso di andata. Del resto nelle condizioni di noleggio delle auto (sempre che non si tratti di fuoristrada) non è prevista la copertura di danni subiti su strade non asfaltate.
Entriamo comunque in Alice Springs giusto in serata. Altra deliziosa cena da Bojangles, dopodiché a nanna presto in vista della levataccia di domani per il volo in mongolfiera.

Lunedì 12 Ottobre 1998
SIMPSONS GAP - STANDLEY CHASM: NIENTE MONGOLFIERA, MA COMUNQUE NON CI ANNOIAMO (Km.112/4305)
Sveglia alle tre del mattino (sì, avete letto bene!). Il cielo limpidissimo brulica di stelle, ottimo auspicio per la gita di oggi che prevede il trasferimento in fuoristrada su una radura ai piedi della catena dei MacDonnells Ranges, colazione, imbarco sulle mongolfiere in coincidenza dell'alba, volo di un'ora sulle montagne, rinfresco e ritorno in città a fine mattinata.
Alle 3,30 giunge puntualissima davanti all'hotel la jeep, dalla quale scende un'energica ranger che ci porta una delusione: il volo non potrà avere luogo per via di correnti sfavorevoli in quota e ci viene rimborsato con scuse l'acconto versato a suo tempo.
Pazienza: non sempre può andare tutto dritto e cerchiamo consolazione riprendendo il sonno interrotto.
Fatta colazione, ci orientiamo su due escursioni di limitato impegno ma tutt'altro che banali che hanno come mèta due angoli affascinanti dei West MacDonnell Ranges. Soluzione ideale, vista la temperatura che già dal mattino è molto elevata.
Da Alice Springs ci immettiamo sulla Larapinta Drive per giungere dopo 23 km. a Simpson Gap: una breve passeggiata lungo il letto asciutto del Roe River fiancheggiato da eucalipti porta a un piccolo lago dalle sponde sabbiose dove è piacevole indugiare sui riflessi nell'acqua delle pareti rosse circostanti. Aguzzando la vista verso l'alto, non è difficile avvistare esemplari di wallaby, anche se tendono a mimetizzarsi con il colore della roccia.
Un ulteriore tratto di 33 km in direzione ovest porta al parcheggio di Standley Chasm: raggiungibile in meno di mezz'ora lungo un sentiero tra massi e cicadee (palme tra le più antiche della terra), il luogo, quasi disertato per il resto della giornata, vede i visitatori concentrarvisi in gran numero a cavallo del mezzogiorno, quando il sole allo zenit, penetrando nell'angusta gola alta un'ottantina di metri alla base della quale si svolge l'itinerario, ne illumina le pareti rossicce dando la sensazione che emanino una luce propria.
Rientrati definitivamente a "The Alice", il pomeriggio trascorre dapprima nella piscina dell'Elkira Motel, poi nel fresco dell'interessantissimo Museo della Central Australia, infine lungo il Todd Mall, la zona pedonale, occasione per gli inevitabili acquisti e per ascoltare l'improvvisata esibizione di un suonatore di didjeridoo. Si tratta di uno strumento musicale a fiato che consiste in un ramo di eucalipto, lungo da una sessantina di centimetri a oltre due metri, in parte divorato internamente dalle termiti e finito di scavare dall'uomo, infine dipinto con decorazioni rituali nel tipico stile puntiforme. La varietà di suoni che gli Aborigeni riescono a ricavarne è incredibile, se si pensi che in fondo non si tratta che di un sempilce tubo vuoto.
Naturalmente non manco di acquistarne uno, destinato a fare bella mostra di sé in salotto. Suonarlo è un altro discorso.

Martedì 13 Ottobre 1998
ALICE SPRINGS, PARTENZA CON IL GHAN E UN PO' DI NODO ALLA GOLA
Pagato il conto del motel e restituita l'auto alla filiale di Alice Springs della "Thrifty - Territory Rent-a-car", non rimane che raggiungere verso mezzogiorno la stazione ferroviaria, vera e propria cattedrale nel deserto, già in pieno fermento di viaggiatori in partenza per il sud.
Appagati dalle sensazioni accumulate in due settimane, eccoci così salire sul tanto favoleggiato Ghan, soddisfatti per avere quasi integralmente trasformato in realtà un progetto fatto sulla carta a tre mesi e sedicimila chilometri di distanza ma con un po' di nodo alla gola nel lasciare posti che probabilmente non rivedremo più. So che rimpiangerò tutto: gli stupori del Red Centre, la primordialità del Top End, i grandi spazi della Stuart Highway, l'atmosfera delle roadhouses, ma anche il caldo, l'umidità, perfino le mosche.
Partiamo puntualissimi alle due del pomeriggio. Il tracciato della linea è rettilineo tendente all'infinito, c'è una vaga pista parallela alle rotaie, mi dicono che è la strada di servizio della ferrovia. Ogni tanto un paletto, un bidone dipinto, un paio di pneumatici sovrapposti o un cancello in legno tra un nulla e un altro nulla definiscono qualche proprietà. Sporadicamente il luccicare di un'autovettura o un polverone semovente con dentro un road-train fanno indovinare la posizione della Stuart Highway, che si snoda a qualche chilometro sulla nostra sinistra. Il tutto su una piattezza assoluta, rossastra, arroventata, offuscata, appiccicaticcia. Meno male che siamo dentro e non fuori. Rari rilievi alti una ventina di metri fanno l'effetto di montagne.
È quasi buio quando il treno fa un'impensabile fermata. Siamo davvero in mezzo al nulla, ma incredibilmente proprio qui è stato fissato un appuntamento: scendono due individui che sembrano usciti da un film di Crocodile Dundee mentre sopraggiunge un fuoristrada lungo una vaga pista. Carica i due e riparte verso chissà dove, mentre il Ghan si rimette in moto.
La hostess mi dice che si fanno portare a Coober Pedy, sessanta chilometri da qui, un altro mondo a parte. Miniere di opali, ce n'è più lì che nel resto del pianeta. Si può comprare senza formalità la concessione su un pezzo di terreno, anche mille, anche cento, anche dieci metri quadrati, e scavarci fino al centro della terra per tutta la vita. Un deserto costellato di cumuli di scorie e buche, da sconsigliare le passeggiate serali. Fa così caldo che per non soccombere l'ottanta per cento della città si sviluppa sottoterra, abitazioni, ristoranti, negozi, uffici, laboratori di taglio, alberghi, collegati da un reticolato ipogeo di strade e piazze. Un'idea per un altro viaggio in Australia.
Dopo uno spuntino al self-service del treno, mi assopisco. Domattina mi sveglierò in vista di Adelaide, sei volte più persone che nel milione e mezzo di chilometri quadrati dell'intero Northern Territory, giusto per dare l'idea. Davvero un'altra Australia, ve ne racconterò fra qualche tempo.

Il "cuore rosso" dell'Australia: ora si fa sul serio! (seconda parte)

Lascia un commento
Per inviare commenti è necessaria la registrazione
Vai alla pagina di registrazione
Seguici su Facebook