L'Armenia, culla del Cristianesimo - Parte prima

in viaggio con leander in Armenia

torna alla mappa
L'Armenia, culla del Cristianesimo - Parte prima

PREMESSA
Questo resoconto, per quanto a mia firma, è stato redatto grazie al preponderante apporto di Alberto Elli. Formule di ringraziamento di questo tono compaiono spesso e sanno di stucchevole, ma non in questo caso: sono veramente debitore ad Alberto del suo contributo decisivo in termini di competenza e profonda conoscenza di tutti gli aspetti dell'Armenia.
Grazie!

GENESI DEL VIAGGIO
Non si può dire, in tutta franchezza, che l'Armenia rientri fra le mete di viaggio più visitate né fra quelle su cui fantasticare. Anzi, sono certo che anche parecchi viaggiatori di buona esperienza sarebbero in imbarazzo nel localizzarla sulla carta geografica.
Nondimeno, è un Paese ricco di bellezze naturali, eminenze storico-architettoniche di grande rilievo, tradizioni fortemente radicate, valori umani e culturali di prim'ordine.
Per quanto mi riguarda, ne sono sempre stato incuriosito, anche rendendomi conto nel leggere tanti libri (sia di narrativa che di saggistica) di quanto il popolo armeno sia presente un po' in tutto il mondo e quanto le comunità nei vari Paesi abbiano mantenuto una identità nazionale, religiosa e una compattezza che ha pochi uguali.
Era destino, evidentemente, che un giorno il "sogno armeno" sarebbe diventato realtà; un destino concretizzatosi - per quelle vie tortuose che spesso ci sorprendono - con la conoscenza di due persone. Una è Alberto Elli, egittologo di profonda preparazione nonché appassionato studioso di Cristianesimo orientale (vedi miei precedenti resoconti dei viaggi in Medio Egitto ed Etiopia fatti al suo sèguito), l'altra è Mkrtitch “Battista” Papazian, detto Migo, un armeno residente al Cairo dove gestisce la piccola ma dinamica agenzia di viaggi alla quale Alberto si appoggia da oltre quindici anni. Proprio Migo da anni esortava Alberto a non limitare la sua "giurisdizione" all’Egitto (ormai sono 25 viaggi), ma a considerare anche l'opportunità di visitare la sua amata terra, dalla quale lui stesso mancava da quasi trent'anni.
Finalmente la cosa ha preso corpo in un gruppetto di amici e amiche, "capeggiati" proprio da Migo, che il 24 aprile 2007 è partito per l’Armenia.
Referente in loco, nella persona del sig. Apres (apres_z@yahoo.com), sarà l'agenzia "Nature and Temples", tel. (+374)297027 - cell. (+374)318335.

UN PO' DI NOTIZIE SULL'ARMENIA
SITUAZIONE GEOGRAFICA: l'Armenia ha una superficie di 29.800 kmq e una popolazione, secondo il censimento del 2006, di 3.216.000 abitanti. Si tenga conto che altri 8 milioni di Armeni vivono all'estero in numerose comunità, di cui le più consistenti sono in Francia, Stati Uniti, Russia, Iran, Libano.
L'Armenia è situata praticamente a metà strada tra il Mar Nero e il Mar Caspio, confinando con la Georgia a nord, l'Iran e il territorio del Nakhchivan a sud, l'Azerbaidjan a est e la Turchia a ovest. Il territorio è ricco di catene montuose e altopiani intervallati da valli e pianure. Il punto più alto è la vetta del Monte Aragats (4090 metri), mentre il più basso è il fiume Debed (400 metri).
RELIGIONE: il 93% della popolazione è fedele alla Chiesa Apostolica Armena, con minoranze di Armeni Cattolici (Romani e Mekhitaristi) nonché ortodossi russi, greci e assiri.
LINGUA: ufficiale è l'armeno, il cui alfabeto è formato da 39 lettere, che hanno anche funzione numerica. Il 76% parla anche russo, mentre l'inglese è in progressiva crescita.
ISTRUZIONE: il 99% degli adulti ha un'istruzione secondaria.
VALUTA: è il Dram, con l'equivalenza 1 euro = 465 Dram (oppure 1 Dram = circa 4 vecchie lire).
VISTO DI INGRESSO: lo si ottiene con formalità minime all'arrivo in aeroporto e costa (aprile 2007) 20 USD per 1-3 giorni di permanenza o 30 USD per 3-21 giorni.

UN PO' DI STORIA
Un minimo di inquadramento storico è indispensabile ai fini di preparare un viaggio in Armenia ed effettuarlo consapevolmente.
Gli antichi distinguevano tra la Grande Armenia (Armenia Major) e l’Armenia Minore (Armenia Minor o Inferior; da non confondersi col successivo regno medievale noto come Piccola Armenia): la prima, l’Armenia propriamente detta, era delimitata a nord dalle catene pontiche e a sud dal Tauro armeno, a Ovest dall’Eufrate e ad Est dall’Azerbadijan e dal litorale sud-occidentale del Caspio; la seconda era invece ad Ovest dell’Eufrate e comprendeva il territorio delle città di Nicopoli, Sebastia (Savas) e Melitene (Malatiya).
Nel periodo pre-cristiano si succedettero sul territorio dell’Armenia storica varie occupazioni, con una parentesi di indipendenza sotto il Re Tigrane il Grande (95-55 a.C.), fondatore dell’Impero Armeno, ricordato da Cicerone come “colui che fece tremare la Repubblica Romana”.
Nel 66 a.C. l’Armenia divenne un protettorato romano e, tra alti e bassi, rimase sotto Roma per alcuni secoli. Nel 301 d.C., secondo la tradizione (anche se ora gli storici tendono a spostare tale data al 314) avvenne il fatto più importante della storia armena: la conversione al cristianesimo. Da allora, la storia dell’Armenia è principalmente la storia della sua Chiesa. Nel 301, infatti, il re Tiridate III (261-317) e la sua corte si convertirono al cristianesimo ad opera di San Krikor Lussavoritch, “Gregorio l’Illuminatore”. Da allora il cristianesimo fu proclamato religione ufficiale del regno; l’armeno fu il primo popolo ufficialmente cristiano, prima ancora che il cristianesimo fosse riconosciuto come propria religione dall’impero romano.
Il destino dell’Armenia sarà intrinsecamente connesso a questa opzione storica. La fede cristiana segnerà fin nei sostrati più profondi l’anima e la cultura armene. Questa scelta e la posizione geografica di frontiera dell’Armenia furono causa di molte persecuzioni e guerre, che hanno segnato tutta la cultura e la stessa spiritualità degli Armeni.
Nel 385 gli Armeni persero la loro libertà: in quell’anno, infatti, Roma e la Persia, dopo decenni di contese, decisero di spartirsi l’Armenia. Il 451 è l’anno che segna più profondamente la cristianità armena. È l’anno del suo “battesimo di sangue” narrato dallo storico Eghishé nella sua ‘Storia di Vardan e della guerra armena’.
Verso la metà del V secolo la Persia, per la sicurezza e la compattezza politica dell’impero, cercò di assimilare gli Armeni tentando di imporre il mazdeismo. Vardan Mamikonean, comandante dell’esercito armeno, si ribellò alla decisione del re persiano Yazdegert II di convertire l’Armenia al mazdeismo. Al motto "Vasn Groni yev Haireniatz" (Per la fede e la patria), Vardan e i suoi soldati (chiamati col collettivo Vardanankh nella lingua armena), in netta inferiorità numerica, furono sconfitti, nella battaglia di Avarayr (26 maggio 451, vigilia di Pentecoste), dopo un’eroica resistenza, riconosciuta come martirio. Di fronte all’eroismo degli Armeni, nonostante la vittoria Yazdegert II rinunciò al suo intento e gli Armeni cominciarono una lunga e tenace resistenza armata, fino a che nel 485 il re di Persia Valarsh concluse con essi il trattato di Nvarsak, col quale gli Armeni ottennero la libertà religiosa.
Nel VII secolo anche l’Armenia cadde preda degli Arabi.
Tra occupazioni e guerre, il popolo armeno ha conosciuto varie fioriture culturali. Dopo il ristagno causato dalla dominazione araba che aveva raggiunto l’apice nell’VIII secolo, i secoli IX e X segnarono nella storia armena una delle svolte più feconde e felici da ogni punto di vista.
L’alto Medioevo della cultura cristiana armena si chiude con un periodo di straordinario splendore, sia nell’architettura che nella letteratura: i simboli plastici più eloquenti di tale rinascita sono la leggendaria capitale Ani, la città “dalle mille e una chiesa”, centro economico e culturale di tutta la regione all’epoca del regno dei Bagratidi (Bagratuni), nell’Armenia del Nord, che riposa oggi nel mesto e maestoso silenzio delle sue rovine, e l’irrepetibile gioiello della chiesa di Aghthamar, sul lago di Van, nel regno degli Artzruni a sud.
Degno loro contraltare quale monumento letterario è la creazione poetica del veggente di Narek, il genio assoluto che fu il santo Krikor Narekatsi, Gregorio di Narek nella forma italiana, il più grande poeta mistico armeno, vissuto tra il 945-1003. La sua opera, nota come il Narek, è una delle opere più lette dagli Armeni.
Tale splendore verrà troncato di colpo dall’occupazione bizantina, nel 1021, dell’Armenia meridionale e, nel 1045, di Ani. In quell’anno infatti l’imperatore bizantino Costantino IX Monomaco (1042-1055) pose definitivamente fine all’indipendenza dell’Armenia, conquistando la capitale Ani e deponendo re Gagik II (1042-1045), ultimo sovrano della dinastia regnante dei Bagratidi. Fu un’occupazione dalle dolorose conseguenze per Costantinopoli stessa, perché priverà l’impero di un baluardo forte sulle frontiere orientali, ruolo fino allora svolto dall’Armenia.
Pochi anni dopo, nel 1064, Ani fu assediata e conquistata dal selgiuchide Alp Arslan; la reazione bizantina fu vana e il 19 agosto 1071, presso la città armena di Mantzikert, non lontano dal lago di Van, l’esercito di Romano IV Diogene fu battuto e distrutto da quello di Alp Arslan; lo stesso imperatore venne fatto prigioniero (e in prigionia morì nel 1072). Non solo l’intera Armenia dovrà essere ceduta ai Turchi, ma anche le porte dell’Anatolia, fino al Bosforo, si aprirono davanti ai nuovi invasori.
Di fronte all’inarrestabile avanzata selgiuchide, molti Armeni, guidati dal principe Roupen, abbandonarono le loro dimore caucasiche e si spinsero ad Ovest, attraversando le montagne del Tauro e giungendo in Cilicia, regione sud-orientale dell’Asia Minore, sul golfo di Iskenderun; qui, nel 1080, fondarono una baronia, che nel 1198 divenne il regno armeno di Cilicia, noto come Piccola Armenia e durato fino al 1375. In quell’anno il mamelucco al-Ashraf Shaban riuscì a dare il colpo di grazia al regno armeno: Leone VI di Lusignano (1374-1375), ultimo re d’Armenia, venne catturato dall’emiro di Aleppo con tutta la sua corte, portato in Egitto e tenuto prigioniero nella Cittadella.
Nel XV e XVI secolo tutta l’Armenia fu invasa dagli ottomani. Nel Caucaso, intanto, durante i secoli XVI e XVII, gli Armeni che vi erano rimasti furono vittime di costanti lotte tra persiani e ottomani, fino a che comparve la Russia con i suoi interessi sul Caucaso. Nel 1722 lo zar Pietro il Grande (1672-1725, zar dal 1689) organizzò alcune operazioni militari contro gli ottomani.
Gli Armeni del Caucaso rimasero alleati dei Russi anche durante le campagne di Caterina II (imperatrice dal 1762; moglie di Pietro II) e della guerra russo-turca (1877-78) provocata dagli eccidi di cristiani compiuti in Bulgaria dai Turchi. La Russia, tuttavia, annesse al proprio territorio il Karabagh e le altre regioni dell’Armenia orientale. Sfumarono così i sogni di libertà nutriti dagli Armeni dando appoggio ai Russi.
Alla fine del XIX secolo, quando l’Impero Ottomano comincia la sua agonia e i Giovani Turchi arrivano al potere, esplode l’ideologia nazionalistica ed il panturanismo; le minoranze cristiane armene pagheranno il prezzo più alto di questa pazzia politica: dal 1890 al 1920 perirono circa due milioni di armeni. È il primo genocidio del XX secolo perpetrato dall’allora governo turco a danno di un popolo fortemente legato al perdono evangelico.
Dopo la rivoluzione russa dell’ottobre 1917, l’Armenia riuscì ad ottenere la sua indipendenza: il 28 maggio 1918 fu dichiarata la prima Repubblica d’Armenia, ma dopo poco più di due anni fu invasa dalle truppe bolsceviche e incorporata, unitamente all’Azerbaijan, nella Repubblica Socialista Sovietica Federata Transcaucasica. Nel 1936 la Federazione Transcaucasica fu abolita e l’Armenia divenne una Repubblica sovietica. Col collasso dell’Unione Sovietica nell’agosto 1991, un referendum armeno votò in favore dell’indipendenza: il 21 settembre 1991 nasceva così la terza (e attuale) Repubblica d’Armenia.Alla scoperta di una terra per secoli martoriata e di un popolo fiero che è doveroso conoscere e ammirareE' quello tipico continentale. Estati calde e secche con temperature medie fra i 22 e i 36 gradi; la sera i venti provenienti dalle montagne mitigano la calura.
L'inverno è freddo e nevoso, con temperature medie fra -5 e -15 gradi.
La primavera (breve) e l'autunno (più lungo) sono gradevoli e ottimi per il viaggio.DIARIO DI VIAGGIO

24 aprile 2007
Ritrovo dei componenti di varie provenienze all’aeroporto di Malpensa e imbarco per Vienna. Dalla capitale austriaca, raggiunti da un ultimo amico proveniente da Roma, ci imbarchiamo intorno alla mezzanotte sul volo per Yerevan, la capitale della Repubblica Armena.

25 aprile: YEREVAN
Atterriamo nelle primissime ore del mattino, accolti all’aeroporto di Zvartnots con cordialità da Migo che già è giunto nella capitale da qualche giorno: sembra il più emozionato di tutti, visto che dalla sua patria mancava dal 1974!
Un'altra accoglienza, del tutto inaspettata, ce la dà… una fitta nevicata! Da noi l’inverno più caldo degli ultimi anni, in Armenia quello più freddo!
Dopo aver raggiunto il nostro Hotel, il centralissimo Ani Plaza, sistemati i bagagli in camera ed esserci concesso un breve riposo, diamo il via a un'intensa sequenza di visite che in quattordici giorni ci porterà in tutti i più riposti meandri del Paese, alla ricerca di quelle meraviglie architettoniche del periodo medievale che sono i monasteri e le chiese di Hayastan, come i locali chiamano la loro terra, da Hayk, discendente di Noè e mitico progenitore del popolo armeno.
Si tenga conto che i pochi Tour Operators che "trattano" l'Armenia dedicano al Paese non più di 7-8 giorni, per lo più facendo base a Yerevan e recandosi solo nei luoghi che consentano un'andata e ritorno in giornata. E' pur vero che l'Armenia ha una superficie di appena 29.800 kmq (quanto Piemonte e Valle d'Aosta messe insieme), ma è una formula davvero penalizzante, tenendo anche conto della natura montagnosa del territorio e della tortuosità delle strade che impongono tempi di visita risicati.
Accompagnati da Migo e dalla splendida Shushan, la nostra efficientissima guida, ci rechiamo al primo luogo significativo di visita, il Matenadaran, la biblioteca per antonomasia, che custodisce i più preziosi tesori della produzione scrittoria dell’Armenia: migliaia e migliaia (di cui però solo una piccola parte accessibile al pubblico) di manoscritti illuminati, alcuni enormi, altri piccolissimi, tutti però preziosi testimoni di una cultura antichissima, tenendo presente che Yerevan, fondata nel 782 a.C., è più antica della nostra Roma.
Ai piedi dello scalone della biblioteca sorge la statua di Mesrob Mashtots, il santo monaco al quale la tradizione attribuisce l’invenzione nel 405 dell’alfabeto armeno, evento di capitale importanza per la storia successiva del Paese: la creazione di un alfabeto per la lingua locale permise infatti di sostituire il greco e il siriaco, non compresi dalla popolazione, nella pratica liturgica, di tradurre la Bibbia e le altre opere religiose; ciò ha permesso inoltre di preservare un gran numero di scritti teologici antichi i cui originali sono scomparsi, ma soprattutto di produrre una letteratura e una storiografia proprie, garanti dell’identità e della memoria della nazione.
Quindi visita al Museo di Storia, nella quale spiccano alcune vetrine con reperti egizi, e alla Galleria di Arte Nazionale, la più grande dell’ex-impero sovietico dopo quelle di Mosca e San Pietroburgo.
Passiamo ora alla nuova Cattedrale di Yerevan. Nel 2001 è stato celebrato con solennità il 1700° anniversario dell’adozione del Cristianesimo e per l’occasione anche il papa Giovanni Paolo II ha presenziato all’inaugurazione del tempio, dedicato a San Grigor Lusavoritch, Gregorio l’Illuminatore, l’evangelizzatore dell’Armenia; in dono, il pontefice romano portò una reliquia del Santo proveniente dalla chiesa di San Gregorio Armeno di Napoli.
Occupiamo le rimanenti ore del pomeriggio passeggiando, quasi senza meta, per Yerevan, che si rivela città piacevole, ariosa, ordinata e vivace che mescola tradizione e spinta verso la modernità: lo si nota soprattutto nei giovani, che dopo la caduta dell'ex U.R.S.S. non hanno tardato a far propri - se pur per gradi - abbigliamento, mode, atteggiamenti, passatempi, stili di vita occidentali.
Cominciano anche i tentativi di contatti con gli abitanti: per lo più si passa per una iniziale esitazione, dovuta alla difficoltà di comunicare (non dimentichiamo che solo i giovani o gli occupati nel turismo hanno qualche rudimento di inglese, mentre la più parte della popolazione, oltre la lingua madre, conosce solo un po' di russo), ma appena trovato un punto di contatto, che può essere un gesto, un sorriso, un apprezzamento a un bimbo, quello armeno si paleserà come popolo assai ospitale. Sotto tale aspetto, non c'è di meglio che il Pag Shuka, grande mercato coperto dove, facilitati anche dalla mediazione di Shushan e dalla curiosità per questa o quella merce esposta, non tardiamo a prendere confidenza: a un certo momento ci troviamo in un retrobottega a bere vodka artigianale (micidiale!) offerta da un commerciante finendo a cantare in coro (per la serie "senza vergogna") "L'italiano" di Toto Cutugno. E' davvero una costante per gli italiani in qualunque parte del mondo trovare il tramite di comunicazione nelle canzoni o nel calcio!

26 aprile: YEREVAN
Continua la visita di Yerevan, in un'alternanza di eminenze storico-architettoniche e immersione nella quotidianità della capitale.
Cominciamo con il colle su cui sorgeva la fortezza di Erebuni (è evidente il passaggio etimologico da Erebuni a Yerevan), che costituisce, come già riportato nelle note storiche, il nucleo originario della città risalente al 782 a.C.: si tratta oggi di rovine, tratti di mura, camminamenti lastricati e qualche fregio, ma è comunque profonda la suggestione trasmessa dal luogo, ancora più impreziosito dal profilo dell'Ararat innevato sullo sfondo dell'abitato. Quella della montagna simbolo dell'Armenia (benché oggi compreso, in seguito a una suddivisione iniqua, nei confini della Turchia) è una presenza che caratterizzerà quasi ininterrottamente queste giornate nella parte occidentale del Paese.
Nelle vicinanze merita una visita il relativo museo, che espone reperti rinvenuti nella cittadella, quali vasi, statuine, armi, frammenti di muri decorati, suppellettili.
Esaurita la parte "ufficiale", anche oggi non ci facciamo mancare qualche ora da dedicare a Yerevan, che si conferma città decisamente simpatica. Per quanto l'agglomerato urbano sia in continua espansione verso le periferie, il nucleo storico ricalca a tutt'oggi il piano urbanistico attuato da Alexander Tamanyan nel 1920 (quando la città contava appena 200.000 abitanti contro gli attuali 1.200.000), con il centro racchiuso in un cerchio di ampi viali e ingentilito dai toni rosati del tufo impiegato per gli edifici più rappresentativi.
Il visitatore nota immediatamente il grande fervore dei cantieri di restauro presenti ovunque, quasi a voler lasciare rapidamente alle spalle i tempi in cui l'Armenia era una (la più piccola) delle repubbliche dell'U.R.S.S. e riappropriarsi dell'appellativo di "Parigi del Caucaso".
La parte monumentale ha il suo punto focale nella scenografica Piazza della Repubblica, una tipica realizzazione di forma ovale del cosiddetto "neoclassicismo socialista", mescolato però piacevolmente con i richiami all'architettura medioevale armena cui sono improntati gli eleganti edifici (musei, alberghi, palazzi ministeriali) che vi si affacciano.
Luogo di aggregazione altrettanto gradito da residenti e turisti è la Cascade, una monumentale scalinata in marmo intervallata da statue, aiuole e fontane che sale sul fianco di una collina collegando il centro cittadino con il Parco di Haghtanak, il principale polmone verde di Yerevan. Dalla sommità si gode una vista estesissima su tutta la città e sull'Ararat.
Ma anche il tessuto urbano popolare non manca di note di fascino, come ad esempio i caratteristici caffè lungo i viali, le bottegucce d'altri tempi che vendono il lavash (lo squisito pane armeno tondo e sottile), i chioschetti di strada, i balconi a sbalzo, i portali in legno finemente intagliati, le stradine silenziose, i polverosi studi fotografici che espongono i ritratti degli armeni illustri, dal musicista Aram Khaciaturian al cantante Charles Aznavour al regista Sergej Parajanov.

27 aprile: YEREVAN E DINTORNI
La giornata odierna, molto intensa (ma le prossime non saranno da meno, come si vedrà!), prevede il primo incontro con l’aspetto prettamente architettonico del nostro viaggio, con la visita ai siti più sacri della storia dell’Armenia cristiana. Avendo, secondo la tradizione, adottato ufficialmente il Cristianesimo quale religione di stato nel 301, l’Armenia si gloria giustamente di essere stata la prima nazione cristiana al mondo.
I luoghi di visita sono situati una ventina di chilometri ad ovest di Yerevan nella regione (marz, in armeno) di Armavir. Il primo impatto è con la cattedrale di Zvartnots. Fra il 643 e il 652 il Katholikos Nerses III fece costruire il maestoso edificio dedicato a San Giorgio, nel luogo del presunto incontro fra il re Tiridate III e San Gregorio l'Illuminatore. Nel 930 la chiesa fu distrutta da un terremoto e rimase sepolta fino a quando scavi fra il 1900 e il 1907 portarono alla luce le fondamenta della Cattedrale, i resti del palazzo del Katholikos e una cantina.
Dalla ricostruzione risulta che l'interno della chiesa, decorato da affreschi, aveva una pianta a croce greca a tre navate, mentre l'esterno era un poligono a 32 facce che, visto in lontananza, doveva apparire circolare, sormontato da una cupola conica.
Benché in rovina, i resti di Zvartnots sono sempre impressionanti e se ne intuisce il valore artistico ammirando le colonne, i raffinati capitelli, i fregi, le decorazioni, sia le parti ancora in piedi sia i numerosi pezzi sparsi sul prato circostante.
L'itinerario prosegue con le vicine chiese di Santa Hripsimé (curiosamente, questa santa è venerata anche in Etiopia, vedasi viaggio dello scorso ottobre 2006, sempre guidato da Alberto) e di Santa Gayané e con la cattedrale di Etchmiadzin. Le vergini Hripsimé e Gayané, insieme con 37 compagne, furono martirizzate dal re armeno Tiridate III nel 301: con loro il cristianesimo armeno si tinge del rosso del sangue dei martiri e il martirio resterà sempre una sua caratteristica. Sottoposti nel corso della Storia a regimi pagani (i persiani mazdeisti), poi musulmani (arabi, persiani, selgiuchidi, mongoli, ottomani) e infine atei (quello sovietico), gli Armeni pagarono sempre caro il loro tenace attaccamento alla fede cristiana, fino a passare per la tragedia del genocidio. È stato scritto che un armeno può essere anche ateo o agnostico, cosa comunissima dopo lo sfacelo religioso causato dall’oppressione bolscevica (per settant’anni tutte le chiese d’Armenia sono state chiuse e trasformate in musei o magazzini, con l’eccezione della cattedrale di Etchmiadzin), ma un armeno non-cristiano è impensabile; l’essere cristiano fa parte del DNA di questo fiero popolo e tutti, anche i non praticanti, sono orgogliosissimi delle loro radici cristiane.
La cattedrale di Etchmiadzin, il “luogo dove l’Unigenito è disceso”, è la chiesa più sacra di tutta l’Armenia (gli Armeni la chiamano con rispetto “la Sede Madre della Santa Etchmiadzin”): secondo la leggenda, Cristo stesso, disceso dal cielo lungo un raggio di luce, avrebbe mostrato a San Gregorio l’Illuminatore, colpendo il terreno con un martello d’oro, il luogo dove la chiesa sarebbe dovuta sorgere. Nella sua forma attuale non è però più quella originale del IV secolo, ma risale al VII con aggiunte posteriori.
Tutt’attorno alla cattedrale sorgono splendidi khatchkar, le “pietre (a forma di) croce”, alcuni elaboratissimi, uno dei prodotti più caratteristici dell’arte religiosa armena, che a migliaia (circa 40 mila sono quelli conservati) segnano con la loro presenza il carattere cristiano del Paese. Insieme con i monasteri, essi sono l’espressione del carattere eterno - la pietra, come lo era in Egitto, è anche qui simbolo di eternità - della loro opzione storica in favore del Cristianesimo.
Grazie alle conoscenze di “Migo il Mago”, come il nostro amico è stato subito soprannominato, riusciamo a vedere anche i tesori conservati nel Museo che è sito nella residenza stessa del Katholikós di tutti gli Armeni (una carica equiparabile per importanza al nostro Papa), di fronte alla cattedrale stessa. Solitamente, ci vogliono settimane per ottenere il permesso… ammesso che lo concedano!
Lasciato questo importantissimo luogo di culto, ci rechiamo in un luogo altrettanto importante per la storia armena, ubicato una quarantina di chilometri a ovest di Etchmiadzin. Si tratta di Sardarapat, località in cui nel maggio 1918 le forze armate armene combatterono vittoriosamente - per quanto inferiori nel numero - un'eroica battaglia contro l’esercito turco, che voleva esportare anche nell’ex-Armenia zarista la tragica esperienza del genocidio; il 28 maggio 1918 è la data ufficiale di nascita della prima Repubblica d’Armenia, soppressa però dopo solo un paio d’anni dall’invasione bolscevica.
Sul luogo sorge oggi un imponente sacrario: un lungo viale affiancato da aiuole unisce, in una bella fuga prospettica, un muraglione in mattoni con due fasce sovrapposte di rilievi raffiguranti l'esercito e il popolo, a uno slanciato monumento consistente in quattro pilastri affiancati sulla cui sommità sei campane occupano altrettante nicchie.
Di estremo interesse è l'annesso Museo Etnografico, un allestimento moderno e razionale del 1999 che valorizza al massimo i già pregevoli pezzi esposti: al piano terra, materiale commemorativo della battaglia, reperti archeologici del Neolitico e medioevali, oggetti di artigianato di grande pregio; al piano superiore, tappeti, tessuti, arazzi, mobili, ceramiche, gioielleria, utensili, strumenti musicali, ricostruzioni fedeli di interni di abitazioni e ambienti di lavoro.
E' in pratica l'ultimo luogo di visita fra quelli raggiungibili con comodità facendo base a Yerevan. Domani lasceremo la capitale (salvo tornarci per le ultime giornate del viaggio): ci attendono dieci giorni impegnativi in giro per l'Armenia, che però ci premierà con i suoi gioelli inestimabili.

28 aprile: YEREVAN - GORIS (circa 270 km.)
Partiamo di buon'ora da Yerevan in direzione sud-est sul pullmino riservato, che non tarderà a diventare una specie di nostra casa su ruote. Al volante è l'instancabile Mays, uomo di poche parole ma di molti fatti, sempre accondiscendente a deviazioni per luoghi non strettamente previsti nel programma (e saranno parecchi, vista l'ormai nota propensione di Alberto alle scoperte…), non di rado ubicati fuori mano e accessibili con strade spesso disagevoli.
Rimarranno proverbiali, nelle rievocazioni successive al viaggio, i conciliaboli mattutini "a otto occhi" - guide e mappe alla mano - con Migo e Shushan a fare da tramite fra Alberto e Mays, con l'immancabile risultato dell'assenso dell'autista all'inserimento nell'itinerario di quel piccolo monastero, di quello sperduto sito archeologico, di quella necropoli isolata o di quella chiesetta in capo al mondo con conseguente rientro in albergo ad orari… beh, lasciamo perdere, scenderò nel dettaglio nel corso del diario!
Mi sono però convinto che la disponibilità di Mays sia una componente della fierezza e dell'orgoglio di ogni armeno nel riscontrare l'interesse inesauribile di un gruppo di stranieri desiderosi di conoscere i luoghi e le vicende della loro terra misconosciuta e martoriata. E spesso proprio con i "fuori programma" sono coincisi i ricordi più belli del viaggio!
Prima tappa, una trentina di chilometri dopo avere lasciato Yerevan, è il suggestivo monastero di Khor Virap, che costituisce, con la piana coltivata a vigneti ai suoi piedi e la mole innevata dell'Ararat sullo sfondo, una delle più celebrate cartoline dell'Armenia. Peccato che la vista della montagna ci sia oggi preclusa dalla foschia. Traducibile come “pozzo profondo”, Khor Virap è un sito strettamente legato all’adozione del cristianesimo in Armenia: qui, infatti, secondo la tradizione, il re Tiridate III, prima della sua conversione, aveva confinato per tredici anni Gregorio l’Illuminatore per il suo rifiuto ad adorare gli dei pagani. Ancor oggi, nella chiesetta dedicata al santo, una scaletta in ferro permette di accedere al celebre pozzo.
Posto su una piccola collinetta rocciosa a poche decine di metri dal confine - chiuso - con la Turchia, il monastero è circondato da una cinta muraria con quattro tozze torri cilindriche agli angoli e dominato dalla possente mole dell’Ararat, il vulcano spento che coi suoi 5165 metri si erge maestoso dietro di esso. Monte sacro agli Armeni e luogo dove si sarebbe deposta l’Arca di Noè dopo il diluvio, anche l’Ararat si trova oggi incorporato nel territorio turco.
Dopo aver passato il passo di Tukh Manuk, scendiamo nella regione di Vayots Dzor, dove facciamo una lunga sosta al monastero di Noravank, costruito nella gola dell’Amaghu ed uno dei più scenografici e visitati tra i luoghi di culto armeni. Splendidi tutti i monumenti che compongono questo gioiello di architettura monastica, ma di impareggiabile suggestione è il mausoleo-campanile di Sourb Astvatsatsin, “Santa Madre di Dio”, a due piani, di cui quello superiore, la chiesa vera e propria (il piano inferiore e stato utilizzato quale mausoleo per i principi della famiglia Orbelian) è accessibile solo da due strette scale poste a sbalzo sulla facciata (sconsigliato a chi soffra di vertigini!). Terminata nel 1339, la chiesa è l’ultima opera del celebre architetto Momik.
Vale la pena di soffermarsi senza fretta sull'infinità di particolari architettonici che abbelliscono il complesso: i portali in legno lavorati con grande minuzia, la pietra che li contorna scolpita come un merletto, i bassorilievi con soggetti sacri che sovrastano le lunette, le agili colonnine del campanile, ma anche una grande quantità di particolari, geometrici, simbolici o zoomorfi presenti sulle mura esterne.
Nota che accomuna la maggior parte dei monasteri che visiteremo, gli interni sono quasi del tutto spogli, scuri e privi di decorazione pittorica.
Da non mancare, infine, una breve passeggiata fino ai piedi della parete rocciosa che si erge alle spalle del monastero, per averne una vista d'assieme: lo scenario degli edifici sacri sullo sfondo del versante opposto della vallata, con i pendii erbosi che fanno da piedistallo a un'erta falesia di rocce rosse dietro cui si staglia una cerchia di montagne innevate sembra rubata ad un film di fantasy!
Lasciato questo luogo d'incanto, proseguiamo in direzione est prendendo gradualmente quota fino a toccare il passo di Vorotan (2344 metri), dove facciamo una breve sosta: ci troviamo in un ambiente da tregenda, tipicamente invernale, circondati da alture innevate, folate di nebbia, freddo pungente, "sorvegliati" da due possenti piloni in granito agli opposti lati della strada, tipica espressione dell'architettura severa di regime.
Poco meno di 100 km. ci dividono ora da Goris, cittadina nella regione meridionale di Syunik in cui pernotteremo, ma c'è ancora tempo e spazio per un singolare luogo di visita. Mentre il tempo si è stabilizzato in un'alternanza di sole e nuvolaglia, prendiamo una deviazione che ci porta al sito archeologico di Karahundj (o Zorats Karer), denominato la Stonehenge d’Armenia e in buona parte ancora avvolto nel mistero: si tratta di una distesa di 204 pietre - buona parte all'impiedi come i menhir celtici, altre abbattute, talune con un foro circolare - che si ritiene costituissero una specie di osservatorio astronomico risalente almeno al V-III millennio a.C.
Rimangono da coprire una quarantina di chilometri da qui a Goris, che raggiungiamo poco prima dell'ora di cena: è una cittadina di 15.000 abitanti senza particolari attrattive, a parte la bella posizione lungo il fiume omonimo e i pendii montuosi circostanti sui quali si distinguono le cavità di antiche abitazioni rupestri (ne avremo un affascinante esempio domani a Khndzoresk). E' però luogo strategico per la presenza di alcune strutture ricettive (non è così scontato in questo Paese) e la posizione comoda per diverse visite significative.

29 aprile: GORIS - STEPANAKERT
Partiamo da Goris di buon mattino per una giornata (tanto per cambiare…) dal programma intenso. Dirigiamo verso sud su strada pianeggiante, sempre attorniati da montagne innevate, fino al villaggio di Helidzor, dal quale si perde via via quota in un'interminabile successione di tornanti lungo la spettacolare forra del fiume Vorotan, mentre sul versante opposto già si scorge in alto la nostra prima meta, per la quale non è esagerato usare la definizione di "nido d'aquila".
Dopo una sosta al cosiddetto Ponte del diavolo, che è in realtà uno stretto canyon sul cui ciglio si effettua una breve passeggiata fino ad ammirare alcune marmitte dei giganti, il pullmino prende ad arrancare in salita lungo una strada impossibile, con il granitico Mays che deve dare fondo a tutta la sua perizia, fino ad arrivare al monastero di Tatev, in assoluto uno dei più scenografici dell'intera Armenia.
Piuttosto piccolo, collocato su uno sperone roccioso e protetto da impressionanti scarpate rafforzate da mura, è difficile immaginare come questo centro monastico così isolato, divenuto un importantissimo centro di insegnamento, avesse ospitato, al culmine del suo splendore tra i secoli XIV e XV, ben mille persone. Dopo la chiusura nel 1338 di Gladzor, prima università armena, fu infatti Tatev a diventare il principale centro universitario d’Armenia, dove, con un curriculum che durava dai 6 agli 8 anni, si insegnavano teologia, filosofia, retorica, grammatica, poesia, pedagogia, letteratura, storia, calligrafia, miniatura, affresco, musica, in pratica tutto lo scibile umano dell'epoca.
Il complesso, di estrema suggestione, consta di più edifici che sorgono su un terrapieno erboso, di cui il primo ad essere eretto (848) fu la chiesa di San Gregorio l'Illuminatore; seguirono quella dei Santi Poghos e Petros (Paolo e Pietro) nel 906 e S. Astvatsatsin, cioè la Vergine, nel 1048.
Una curiosità unica consiste nel "Gavazan", una colonna a sezione ottagonale alta 8 metri eretta nel 904 e sormontata da un piccolo khatchkar: a seguito del terremoto del 1931, basta un leggero tocco per farla oscillare ma immediatamente torna nella posizione originale.
Ci intratteniamo oltre due ore a gustare le indescrivibili sensazioni che questo luogo trasmette ed è davvero a malincuore che ce ne separiamo, ma la strada da compiere oggi è ancora lunga. Dobbiamo giocoforza ripercorrere a ritroso i 25 km - tutt'altro che teneri - che ci dividono da Goris, dalla quale, dopo uno spuntino di metà giornata in albergo, puntiamo decisamente verso est.
La nostra meta è adesso il villaggio trogloditico di Khndzoresk (già citato da Senofonte nell’Anabasi), abitato fino al XIX secolo, zona alla quale dedichiamo un'istruttiva escursione a piedi di un paio d'ore: da una terrazza a sbalzo che offre un colpo d'occhio molto esplicativo sull'intero sito, scendiamo nella gola rocciosa sul cui fondo sorgono i ruderi della chiesa del villaggio, risalendo poi il pendio sul lato opposto della forra e visitando alcune delle case scavate nella roccia. Prima di tornare al belvedere, ci spingiamo fino a un’eremo nei cui pressi sono disseminate numerose pietre tombali, parecchie delle quali scolpite con grande raffinatezza: grazie alla "traduzione" di Migo e di Shushan (non dimentichiamo che l'alfabeto armeno è per noi indecifrabile), individuiamo quella di Mkhitar Sparapet, luogotenente e successore di David Bek, eroe della guerra contro i Turchi, qui ucciso a tradimento nel 1730.
Mancano non più di una trentina di chilometri dal confine con il Nagorno Kharabagh, il “giardino nero montagnoso”. Enclave armena in territorio azero - “dono” di Stalin ai musulmani per farseli amici - dopo il crollo dell’Unione Sovietica il Nagorno Kharabagh (che gli Armeni chiamano Artsakh) ha dovuto conquistare con la forza delle armi, aiutato in questo dalle forze armene, il suo diritto alla libertà.
Il posto di frontiera è molto "alla buona" e le operazioni veloci: scende dal pullmino il solo Migo con i nostri passaporti e ritorna dopo pochi minuti, giusto il tempo per i doganieri di appiccicare il visto; di sicuro è appannaggio di ben pochi viaggiatori, per cui lo condivido, almeno in immagine, con i lettori riportandone la foto.
Il primo impatto con questo minuscolo territorio è rabbrividente: nei piccoli centri che attraversiamo, in particolare Shushi, seconda città del Paese alla quale dedicheremo domani una breve visita, si scorgono ovunque i segni delle distruzioni, retaggio della guerra di indipendenza contro l’Azerbaidjan.
Dalla frontiera solo 35 chilometri ci dividono dalla capitale Stepanakert, che raggiungiamo poco prima del tramonto: qui sono previsti due pernottamenti nel nuovo e accogliente Hotel Heghnar.
L'intera giornata di domani ci farà scoprire le bellezze sconosciute di questa piccola enclave incastonata fra le montagne: sarà l'inizio della seconda e ultima parte del resoconto di viaggio, di prossima pubblicazione - naturalmente - sulle pagine virtuali di Ci Sono Stato!

Lascia un commento
Per inviare commenti è necessaria la registrazione
Vai alla pagina di registrazione
Seguici su Facebook