La mitica Patagonia argentina!

in viaggio con geige in Argentina

torna alla mappa
La mitica Patagonia argentina!

Periodo: gennaio 2004
Partecipanti: Giorgio, Eliana, Giustina e Paolo (che scrive)
Organizzazione: semi-organizzato con prenotazioni dall’Italia
Trasporti: auto a noleggio, voli interni di linea: Aerolineas Argentinas o Austral
Durata: 10 giorni in Patagonia, 15 compreso il viaggio dall’Italia e le soste a Buenos Aires

Itinerario

Il nostro viaggio nella Patagonia argentina inizia da Comodoro Rivadavia, due ore di volo a Sud di Buenos Aires, latitudine 46° Sud.
Comodoro – come viene amichevolmente chiamata – è una città moderna di oltre 120000 abitanti cresciuta, dopo il ritrovamento di petrolio nella zona, sulla costa, lungo la Ruta 3 che va da Buenos Aires a Ushuaia e rappresenta l’ultimo tratto della strada Panamericana. Non c’è un centro storico, e l’impianto urbanistico è regolare con isolati squadrati e strade larghe e ben asfaltate. Il traffico è un po’ meno intenso che da noi, ma comunque notevole e caratterizzato prevalentemente da veicoli adatti a percorsi fuori strada. Qui non si vedono tracce visibili di disagio sociale dovuto alla recessione economica, che invece si vedono purtroppo ancora (gennaio 2004) molto bene a Buenos Aires, due anni dopo la svalutazione del peso.
Noleggiamo un pick-up, ma non riusciamo a trovarne uno con la copertura del cassone, per cui dobbiamo “imballare” i nostri bagagli in un telone per difenderli da acqua e polvere. In cabina c’è lo spazio comodo per noi quattro, ma non altro e ci teniamo a portata di mano solo delle giacche e il materiale fotografico.
Chi ci noleggia il veicolo mi sfotte un po’ quando chiedo cosa si deve fare in caso di incidente sulle strade dell’interno, semideserte: “Quello che fate è un viaggio avventura, se fosse tutto previsto, che avventura sarebbe? Piuttosto cercate di non capottare, questo è l’incidente più comune.” In Patagonia fuori delle città non c’è copertura dei telefoni cellulari, e anche a Comodoro il nostro “non prende”: ci spiegano che la compagnia che li gestisce non è collegata al resto dell’Argentina per cui coi cellulari si può telefonare solo in città. Prima di partire, comunque, telefoniamo a casa da un locutorio (telefono pubblico) per avvertire che non avranno nostre notizie per un po’ di tempo, e la cosa risulta facilissima e molto economica.
Prima di partire facciamo provviste di generi alimentari e di quanto pensiamo possa servirci in viaggio perché in tutta la Patagonia non troveremo un’altra città delle dimensioni di Comodoro. Partiamo a metà mattina per la Ruta 26, asfaltata, diretti verso l’interno. La vegetazione è scarsa, e diminuisce progressivamente. Si vedono numerose pompe per l’estrazione del petrolio e il paesaggio è abbastanza tetro, anche perché mentre a Comodoro c’era un bel sole, nell’interno il cielo è coperto.
Il primo paese è Sarmiento (7000 abitanti) dove ci fermiamo a pranzare in una stazione di servizio prima di andare a visitare il bosco pietrificato, a 30 km per una strada di ripio, cioè sterrata. Si tratta di un’area in cui emerge un gran numero di tronchi sepolti da un’alluvione circa 60 milioni di anni fa (il clima è evidentemente cambiato da allora, perché adesso in zona non c’è più neppure un albero) e quindi fossilizzati. Lo spettacolo è affascinante e possiamo girare a piedi lungo sentieri segnalati per vedere le strutture più interessanti. E’ notevole che il clima rigido tende a sbriciolare lentamente questi tronchi di pietra, per cui in certi posti il terreno è disseminato di scaglie di legno, regolarmente pietrificate. Qui impariamo a conoscere il vento patagonico, che ci accompagnerà nei giorni seguenti. Siccome a Comodoro era estate, abbiamo con noi solo delle giacchette leggere (quelle più pesanti sono nel bagaglio faticosamente imballato sul pick-up) e col vento che tira fa un freddo cane – a volte si fa fatica a camminare contro vento. Ciò però non ci impedisce di girare per un bel po’. All’uscita, il guardiano ci fa vedere le foto di com’è l’ambiente d’inverno e alla nostra ingenua domanda “Ma lei sta qui anche d’inverno?” la risposta è “Certo, il posto mi piace; se non mi piacesse farei un altro mestiere!”
Torniamo a Sarmiento e riprendiamo la strada asfaltata fino a Rio Mayo, dove incontriamo la mitica Ruta 40, che corre lungo le Ande e che seguiremo per diversi giorni. La Ruta 40 è di ripio, ma complessivamente in buono stato: temevamo peggio. Sia io che Giorgio abbiamo un po’ di esperienza di strade sterrate (lui ha anche attraversato il Sahara) e non ci spaventa. Naturalmente non si può correre, ma non siamo lì per questo. Puntiamo a Sud. Il paesaggio è piuttosto brullo, la vegetazione essendo costituita solo da bassi cespugli e ciuffi isolati di fiori dai bellissimi colori. Al villaggio di Perito Moreno incrociamo la strada che prosegue fino al vicino Cile, ma non possiamo “farci un salto” perché l’auto che abbiamo non è autorizzata a passare il confine.
Per la notte abbiamo prenotato in una estancia, una fattoria che offre ospitalità ai rari turisti di passaggio, che raggiungiamo verso le otto di sera. L’estancia Telken si trova in un avvallamento dove si ferma l’acqua, e quindi cresce un po’ d’erba, e quindi possono pascolare le pecore (decine di migliaia) e un po’ di mucche e cavalli. Coco, il proprietario, ci accoglie con gentilezza squisita. Prevedendo l’arrivo di quattro italiani, aveva già messo all’ingresso anche la nostra bandiera, oltre naturalmente a quella argentina. Ci dà un appartamentino di due stanze con bagno e salottino, una cosa comodissima in punto così isolato dal mondo. Non c’è energia elettrica, ma c’è un generatore Diesel che viene attivato al tramonto e spento a mezzanotte. Se ci si alza di notte, ci vuole una pila. L’acqua è di pozzo; il telefono non c’è ma ha una radio con cui comunica con il villaggio di Perito Moreno (a 40 km) dove sta suo figlio che può trasmettere le chiamate perché a Perito Moreno il telefono arriva. Ceniamo insieme a quattro altri ospiti e due guide alla tavola del padrone di casa, con stoviglie un po’ eterogenee proprio come si farebbe in famiglia; ma la cena è eccellente.
La mattina dopo salutiamo Coco e ripartiamo verso Sud. Salutiamo anche gli altri ospiti – due ragazze inglesi e due signore svizzere con una guida locale – ma scopriamo che fanno anche loro la nostra strada (non ci sono molte alternative), ed effettivamente li incontreremo ancora.
Dopo un centinaio di chilometri siamo a Bajo Caracoles, un villaggio piccolissimo la cui unica attrattiva è una pompa di benzina. I distributori sono molto rari e bisogna far ben attenzione a non finire il carburante prima di raggiungere il distributore successivo. Di lì, per una strada traversa di una cinquantina di chilometri, arriviamo sul cañon del Rio Pinturas, un posto bellissimo dal punto di vista paesaggistico. Oggi c’è sole, e nel cañon non c’è vento, per cui fa abbastanza caldo. Lungo le pareti ci sono diverse grotte di cui la più nota e più accessibile è la Cueva de las Manos, che andiamo a visitare con una guida, avendo così l’occasione di imparare qualcosa sugli indios Tehuelce che la abitarono a partire da 9000 anni fa e vi dipinsero sulle pareti. Il tipo di dipinto più semplice e più diffuso è semplicemente il negativo della mano, ottenuto appoggiando la mano alla parete e spruzzandovi sopra il colore messo in bocca. Ma vi sono anche molte altre immagini, di uomini, diavoli e soprattutto guanachi, che venivano cacciati e rappresentavano l’80% della fonte alimentare della tribù.
Dopo la visita alla grotta pranziamo, ritroviamo le ragazze inglesi della sera prima, e poi ritorniamo a Bajo Caracoles, per riprendere la Ruta 40 fino al bivio per il Parco Nazionale Perito Moreno, all’interno del quale si trova l’Estancia La Oriental, dove abbiamo prenotato per un paio di notti. Siamo a 48° di latitudine Sud. La strada diretta al parco è meno bella della Ruta 40, ma comunque praticabile con un po’ di attenzione. Le montagne si vedono ora più vicine, e si vedono anche parecchi animali: guanachi, nandù, piccoli armadilli, volpi, grossi rapaci che non identifichiamo con sicurezza.
Quando arriviamo all’ingresso del parco nazionale, una gentilissima guardaparco insiste perché entriamo tutti e quattro nel suo ufficio e ci spiega per filo e per segno tutto quel che c’è da vedere, dando spiegazioni che si sono poi rivelate molto utili. Veniamo a sapere che a questo parco, che si trova a oltre 200 km dal villaggio più vicino e a oltre 300 km dalla strada asfaltata più vicina, arrivano soltanto 600 visitatori all’anno. Non è come Yellowstone! Arrivati all’estancia, ritroviamo le signore svizzere che avevano cenato con noi all’estancia Telken, con la loro guida: grandi saluti e scambio di esperienze.
Il giorno dopo il tempo è bello, e si cammina: andiamo a vedere i condor che nidificano sulla falesia di fronte all’estancia, gironzoliamo sull’isola all’interno del lago Belgrano dai colori incredibili, ammiriamo le montagne cilene: non sono vicinissime ma l’aria è talmente limpida che pare di esserci sotto. Vediamo grandi quantità di animali, in particolare guanachi che si lasciano avvicinare senza mostrare paura. Sulle rive del lago Burmeister il vento è talmente forte che è difficile stare in piedi e ci si deve rifugiare in ripari fatti apposta. Vediamo i boschi di lenga, un parente del faggio dalle foglie molto piccole per resistere al vento. E’ una giornata meravigliosa, ci siamo riempiti di natura in un ambiente decisamente insolito e … poco affollato.
Il giorno dopo ripartiamo con un po’ di rammarico, ma fra due giorni dobbiamo restituire la macchina. Torniamo sulla Ruta 40 e continuiamo verso Sud, costeggiando laghi in un ambiente quasi desertico ma mai monotono. Costeggiando il lago Viedma vediamo in lontananza delle montagne che dalla forma potrebbero anche essere il Fitzroy e il Cerro Torre, ma non possiamo avvicinarci facendo la (lunga) deviazione fino al El Chaltén per mancanza di tempo.
Su queste strade vige uno stretto codice morale di collaborazione fra i pochi viaggiatori, per cui fermarsi quando qualcuno è in difficoltà è praticamente un obbligo, e per ribadire questa solidarietà è d’uso salutare, con uno sprazzo di fari o un cenno della mano, tutti coloro che si incrociano. Sulla Ruta 40 non si incrocia più di un veicolo ogni mezz’ora, ma sulle strade laterali come quella per il parco può tranquillamente succedere di non incontrare nessuno per tutto il percorso. In serata giungiamo a El Calafate (50° Sud), sul lago Argentino, un villaggio che ha avuto un grosso boom turistico a causa della sua vicinanza al famosissimo ghiacciaio Perito Moreno. Qui molte cose si chiamano “Perito Moreno”, dal nome di chi esplorò queste zone a metà dell’Ottocento.
El Calafate (3000 abitanti) è – al confronto del territorio circostante – una metropoli affollata. Ci sono strade alberate, molti negozi, ristoranti e alberghi, c’è un locutorio e la strada di accesso è asfaltata. Pare d’essere tornati “nella civiltà”. Naturalmente il grosso dei turisti non arrivano lì facendo la nostra strada ma in aereo o lungo una strada asfaltata dalla costa, da Rio Gallegos. Ceniamo a base di bistecche e asado, che non vedevamo più da Buenos Aires: la carne argentina è ottima, forse perché viene da animali allevati allo stato brado.
Il giorno dopo andiamo a vedere il ghiacciaio. La strada (un centinaio di chilometri, asfaltati nella prima metà) è piuttosto frequentata e all’arrivo c’è un parcheggio con decine di macchine e alcuni autobus. Rispetto ai luoghi in cui eravamo nei giorni scorsi, ci pare una folla. Ma se lo stesso spettacolo si vedesse in Europa o negli Stati Uniti, ci sarebbero migliaia di macchine! Il ghiacciaio sbarra un braccio del lago Argentino con un fronte largo 4 km e alto 60 metri; ogni tanto qualche pezzo di ghiaccio cade nel lago con fragore. Per la verità Giustina ed io non siamo molto impressionati perché abbiamo visto il ghiacciaio Hubbard che scende in mare dai monti Sant’Elia, in Alaska, liberando iceberg a getto continuo, il che è uno spettacolo ancora notevolmente più maestoso. Ma il bello del Perito Moreno è che lo si vede di fronte, ad una distanza minima: forse un centinaio di metri o poco più.
L’indomani, dopo un ulteriore giro per El Calafate, andiamo all’aeroporto dove troviamo Diego, che ci aveva affittato la macchina a Comodoro Rivadavia e che è venuto a riprendersela. Se la riporterà a Comodoro non rifacendo la nostra strada, ma per la strada asfaltata lungo la costa, comunque anche così è un bel viaggetto. Sono quasi 1100 km, ma lui dice che in otto ore di guida sarà a casa. E’ vero che c’è poco traffico, però… Noi invece ripartiamo in aereo per Ushuaia, nella Terra del Fuoco.
Ushuaia è la città più meridionale del mondo (quasi 55 ° S); si trova sul canale di Beagle che collega Atlantico e Pacifico, di fronte all’isola cilena di Navarino e non lontana dal mitico Capo Horn, ed è circondata da montagne con boschi di lenga fino a circa 400-500 metri di quota, e innevate più in alto. Ce l’aspettavamo molto più “di frontiera”; in realtà è una città moderna di quasi 50000 abitanti, con un consistente turismo, molti negozi, un museo e una ex-colonia penale che visitiamo pensando ai disgraziati (spesso prigionieri politici) che passarono di lì.
Anche a Ushuaia prendiamo una macchina all’aeroporto, per poterci muovere liberamente. Andiamo a visitare il Parco Nazionale della Terra del Fuoco, dove fra l’altro troviamo le bellissime dighe realizzate perfettamente a regola d’arte dai castori improvvidamente introdotti 60 anni fa dal Canada e che si sono moltiplicati benissimo in quell’ambiente, distruggendo ampie aree di bosco. Ritroviamo la Ruta 3 che avevamo lasciata a Comodoro e che finisce appunto nel Parco Nazionale. Ne facciamo un pezzo a ritroso; il fondo è buono ma al posto del ripio c’è terra vera e propria, e le auto sollevano un polverone che acceca. Arriviamo fino al lago Fagnano, che prende il nome da un salesiano italiano, e al lago Escondido, un luogo idilliaco dove sarebbe bello fermarci un po’, ma purtroppo i nostri tempi sono scanditi dalle prenotazioni fatte in Italia.
Facciamo un giro in catamarano sul canale di Beagle, e vediamo da vicinissimo colonie di leoni marini e di cormorani sugli isolotti del canale. A un certo punto il vento si rinforza e il catamarano balla sulle onde come una pallina di gomma che rimbalza. Sbarchiamo su un isolotto per vedere gli uccelli e far due passi, ma il vento è feroce e non facciamo più di duecento metri, poi cerchiamo rifugio; sul catamarano ci informano che il vento sta soffiando a 120 km/h.
E’ ora di ripartire anche da Ushuaia, e di lì torniamo a Nord con un aereo fino a Trelew, a Nord di Comodoro Rivadavia. A Trelew, nonostante la nostra prenotazione di un’auto, non c’è nessuno ad aspettarci: scopriremo poi che c’è stato un disguido fra la sede del noleggiatore e l’agenzia locale. Sono quasi le undici di sera, il nostro era l’ultimo volo e l’aeroporto chiude: il momento è critico ma, come sempre in Patagonia, non manca la buona volontà e la disponibilità: un giro di telefonate e deve arrivare qualcuno dell’autonoleggio da Rawson, una città vicina, mentre l’impiegata dell’aeroporto si dichiara pronta ad aspettare finché sia arrivato, senza metterci fuori. In Argentina è sempre così: la cordialità della gente è qualcosa su cui si può far conto.
Avuta finalmente la macchina, andiamo a dormire a Puerto Madryn, arrivando che è quasi l’una, ma anche lì ci stanno aspettando e si informano su che cosa è successo. Il giorno dopo visitiamo la penisola Valdés, uno dei più importanti santuari faunistici marini al mondo. La strada è tutta di ripio, con ghiaia molto fine che ci fa fare un paio di sbandate, ma ben controllate e senza danni. Il paesaggio è di una uniformità desolante, molto arido e piatto. Ma gli animali che si vedono valgono senza dubbio il viaggio. Ci sono colonie estesissime di elefanti marini, leoni marini, pinguini di Magellano, che possono essere visti da pochi metri di distanza. Per le balene, che pure si possono osservare qui, non è la stagione giusta. In compenso arriviamo quando sono appena nati i piccoli leoni marini, con insolite scenette famigliari. I grossi maschi litigano fra loro e par d’essere a una riunione di condominio.
Il giorno dopo ce la prendiamo comoda perché siamo un po’ stanchi e rinunciamo alla progettata visita ai pinguini di Punta Tombo: la mattina restiamo a Puerto Madryn, bella località balneare, poi visitiamo i dintorni di Trelew, città di colonizzazione gallese, e torniamo all’aeroporto a prendere il volo per Buenos Aires. Ancora un paio di giorni nella capitale e poi si torna in Italia!
Bella la Patagonia: insolita, varia, con poca gente ma molto cordiale, molti animali, ottima carne come in tutta l’Argentina. Ripartiamo con un po’ di rimpianto. Si dice che a mangiare le bacche del calafate, un arbusto spinoso locale, si costringe il destino a farci tornare. Noi le abbiamo mangiate, speriamo che sia vero.

Curiosità 

Costo: Tutto compreso (voli intercontinentali e interni, pernottamenti, pasti, noleggi auto, benzina, ingressi a parchi e simili, ricordini – compresi anche 3 giorni a Buenos Aires oltre a quanto descritto): 2500 € a testa.
Consigli: Il nostro viaggio è stato bellissimo ma un po’ di corsa, e quindi un po’ faticoso. Conviene prevedere qualche giorno in più e fare qualche altra deviazione o sosta. Se si dispone decisamente di 8-10 giorni in più, si può considerare di vedere anche San Carlos de Bariloche, El Chaltén e/o il parco di Torres del Paine, in Cile.

Lungo la ruta 40, alla scoperta di bellezze naturali incredibili...

Lascia un commento
Per inviare commenti è necessaria la registrazione
Vai alla pagina di registrazione
Seguici su Facebook