In Patagonia e Terra del Fuoco con una Volkswagen Golf!

in viaggio con Adriano Socchi in Argentina , Cile

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In Patagonia e Terra del Fuoco con una Volkswagen Golf!

Lasciamo l’autunno piemontese quando ormai gli alberi si spogliano delle foglie e ci ritroviamo, dopo ventun ore di volo e tre cambi d’aereo, a Trelew, nel bel pieno della primavera patagonica.
L’impressione, però, non è quella di essere arrivati in Patagonia. Il sole splende alto in cielo, fa caldo e non c’è un fil di vento. Siamo, infatti, ad appena 1.500 chilometri a sud di Buenos Aires, come si suol dire, alle porte della Patagonia. Siamo qui, dove incomincia la Patagonia, per vedere la fauna marina di due importanti riserve naturali, la Reserva Natural de Punta Tombo e dell’Area Protegida Provincial della Península de Valdés. Vivremo gli ambienti dei grandi paesaggi montani e dei maestosi ghiacciai, le atmosfere del clima inospitale, per cui la Patagonia è famosa, in seguito, nel corso del nostro viaggio.
Itinerario
1° giorno 26/10/2002: aeroporto di Trelew - Punta Tombo - Trelew 240km (notte pressoHtl Argentino 37$ a pax / cena Casa di Juan 17$)
Ritirata l’auto presa a noleggio, dall’aeroporto partiamo immediatamente alla volta della riserva di Punta Tombo. Nonostante la stanchezza accumulata dalle tante ore di volo non tralasciamo la visita alla colonia di pinguini più numerosa della terra! Decisione, questa, che avevamo preso fin dalla programmazione del viaggio, consci che avremo passato una giornata lunga e faticosa, ma non potevamo proprio perderci la celebre pinguineria.
I tempi sono strettissimi! Infatti, sono le quattro e mezza del pomeriggio e la riserva chiude al tramonto, intorno alle otto. Inoltre, dobbiamo percorrere 120 chilometri di strada sterrata per raggiungerla. Come se tutto questo non bastasse, pochi chilometri dopo aver imboccato la ruta provincial 1, buchiamo. Restiamo per qualche minuto incerti sul da farsi. Ritorniamo o proseguiamo? Se continuiamo contravveniamo ad una regola cui non si deve mai disobbedire viaggiando sulle strade della Patagonia, ossia mai azzardarsi senza una ruota di scorta. Questo per almeno tre ragioni: l’alta percentuale di forature procurate dalle brutte strade, le lunghe distanze che separano un centro abitato dall’altro e la scarsa densità demografica.
Beh, se non avevamo ancora ritrovato gli ambienti patagonici senza dubbio stavamo già vivendo lo spirito di un viaggio in queste terre: gli imprevisti e l’avventura. Dopo l’indecisione iniziale, sostituiamo la ruota e violiamo la regola: proseguiamo diritti verso Punta Tombo!
Sono le diciannove in punto quando entriamo nella riserva. Inizialmente rimaniamo delusi perché mentalmente associavamo l’immagine dei pinguini all’acqua, al freddo e al ghiaccio, ebbene nulla di tutto questo è Punta Tombo. Sì, c’è, naturalmente, il mare, ma vediamo un solo pinguino in acqua, diversamente il paesaggio è arido, fatto di rocce e cespugli spinosi, ma proprio in mezzo a quest’inaspettato ambiente si trovano migliaia di pinguini di Magellano. L’immagine che li accompagna, almeno questa, di uccelli buffi e curiosi, è fedele.
Essendo la stagione degli amori i maschi stanno davanti alle tane da loro stessi scavate sotto i cespugli, nella terra, mettendo in bella mostra il loro petto bianco. All’interno ci sono le femmine che covano le uova deposte qualche settimana fa. L’area della riserva è grande e i pinguini sono tantissimi e sparsi ovunque. Indimenticabile sarà il ricordo dei loro echeggi, qualcosa a metà strada tra il raglio dell’asino e il grugnito del maiale.
Prima di ritornare a Trelew chiediamo all’addetto della biglietteria se è possibile riparare la ruota, ci risponde che il gommista lo troveremo in città. Non ci resta che incrociare le dita. Nel frattempo si è fatto buio. Dopo due ore e mezza di strada sterrata ed isolata, avvolti dal buio della notte, senza nessuna luce all’orizzonte se non quella dei fari della nostra auto, arriviamo, finalmente, a Trelew. Ci sistemiamo nel primo albergo che troviamo e andiamo a mangiare. Sono le undici di sera di questo primo interminabile giorno.

2° giorno 27/10/02: Trelew - Puerto Piramide - Penisola di Valdes - Puerto Piramide 368km (notte presso Estancial del Sol 23$ a pax, cena The Paradise 19$)
Il mattino seguente è domenica, giorno festivo, quindi abbiamo difficoltà a trovare un gommista aperto che ci ripari la ruota, ma a forza di cercare lo troviamo. Con una nuova ruota di scorta partiamo più sereni per la Penisola di Valdés, sperando di essere un po’ più fortunati e lo saremo perché non bucheremo più per tutto il viaggio.
A Puerto Madryn, perdiamo tempo poiché non riusciamo a trovare la deviazione per la ruta 42. Su questa strada, che si snoda lungo la costa, dopo 15 km, s’affaccia la spiaggia del Doraddillo, da dove si possono vedere le balene a soli 30 metri dalla riva. Rimaniamo delusi. Pur tenendo gli occhi ben sgranati verso il mare non avvistiamo alcun cetaceo. Stufi di aspettare proseguiamo verso la nostra meta, fiduciosi di poter ammirare le balene a Puerto Piramide.
Quando riprendiamo l’asfalto siamo al raccordo con la ruta provincial 2, ancora 40 km ed entreremo nella riserva marina di Valdés. Sull’istmo Ameghino la strada corre in mezzo all’oceano. Alla fine dell’asfalto ecco profilarsi Puerto Piramide. Da qui hanno inizio le immense emozioni che proveremo al contatto con la vita oceanica di questi straordinari posti. Il rifugio offerto da spiagge ed insenature attira una gran quantità di mammiferi marini senza pari nel mondo, il tutto concentrato in questa zona limitata, denominata, appunto, Penisola di Valdés, non a caso riconosciuta dall’UNESCO patrimonio dell’umanità.
Puerto Piramide è incantevole protetta com’è dalla bella baia e nascosta da alte falesie. Arrivati sulla spiaggia c’informiamo sulle escursioni di whale watching, le gite in barca per osservare le balene. Non badiamo al prezzo, tra l’altro uguale per tutte le agenzie, ma all’orario di partenza. Così dieci minuti dopo salpiamo verso il mare aperto. Per via del fondale basso un trattore trascina l’imbarcazione fin dove l’acqua diventa sufficientemente profonda affinché galleggi.
Giunti al largo, lucide schiene nere emergono rompendo la superficie del mare. Si tratta di tre balene, che sembrano giocare, proprio intorno alla nostra barca. Le balene compiono le loro evoluzioni a pochissima distanza da noi. E’ un incontro incredibile. Le stesse scene si ripetono quando si materializzano davanti all’imbarcazione altre due balene che sembrano ancora più estroverse delle prime. Queste ultime mostrano per intero la loro suadente coda e passano ripetutamente sotto lo scafo, a volte emergono dall’acqua con la testa, rivelando la caratteristica che contraddistingue le balene franche australi, in altre parole le callosità biancastre che hanno sul capo. Ad un certo punto, in lontananza, vediamo il classico sbuffo della balena, subito il timoniere si dirige in quella direzione. E’ una balena con il suo piccolo. Inseguendoli con la barca, ad un certo punto, assistiamo ad una scena commovente: la mamma emerge quasi completamente in superficie con sopra il cucciolo. Dall’imbarcazione si leva un’esclamazione di meraviglia, persino Mavi, dai giudizi sempre parsimoniosi, è elettrizzata dallo spettacolare avvenimento e si lascia sfuggire un commento smodato: beh, è valsa la pena venir fin qua quaggiù.
L’unico aspetto negativo, almeno per me ed Ilaria, è il mare mosso, accentuato dalle onde anomale procurate dalle balene, che fanno dondolare la piccola imbarcazione. Lo stesso trattore che ci aveva trascinato in mare ci aspetta in mezzo all’acqua per riportarci a riva.
Per ovviare al senso di malessere e nausea procuratoci durante l’escursione consumiamo un frugale pranzo in un bar. Un empanada e una coca cola, saranno sufficienti a ristabilirci. Partiamo per il tour della penisola.
Sulla sterrata per il faro di Punta Delgada appaiono in successione la Salina Grande e la Salina Chica. In entrambi questi bacini salati, che colpiscono per la curiosa colorazione rossa che contrasta con il verde circostante, vediamo grossi uccelli volare radenti all’acqua.
Al parcheggio di Punta Delgada incontriamo una coppia di turisti con i quali ci scambiamo reciproche informazioni sui rispettivi viaggi. Dato che costoro stanno eseguendo il giro della Penisola di Valdés esattamente al contrario di quanto stiamo facendo noi ci consigliano di non scendere fino alla spiaggia di Punta Delgada. Così fidandoci dei loro suggerimenti, puntiamo su Punta Cantor e Caleta Valdés.
Prima di arrivare a Punta Cantor, lungo la strada che corre alta sulle falesie, e solo di tanto in tanto fa intravedere il mare, ci assale il desiderio di fermarci e sporgerci dall’alto per ammirare il panorama. Quello che vediamo è sensazionale: centinaia di leoni ed elefanti marini stesi al sole sulla spiaggia. Lo spettacolo è struggente.
A Punta Cantor riusciamo a scendere, lungo un sentiero, quasi sulla spiaggia, per osservare da vicino quanto veduto precedentemente dall’alto. La mole degli elefanti marini maschi è paurosa. Sono dei bestioni di tutto rispetto! Sono tre, quattro volte più grandi delle femmine e dei leoni marini. Qua e là se ne vedono alcuni trascinarsi faticosamente, altri emettere dei muggiti selvaggi.
Infine, a Caletta Valdés, troviamo ancora spiagge affollate da colonie di mammiferi marini. Qui i nostri sguardi sono attirati da due orche marine che nuotano nell’acqua, non lontano da riva. Le accompagniamo con i nostri sguardi finchè non si dileguano nello sconfinato oceano.
Il periplo della penisola prevederebbe ora Punta Norte, ma, ormai, siamo ampiamente appagati dalle tante specie viste, oltretutto tra poco il sole tramonterà, decidiamo così di ritornare. Prendiamo l’unica strada che divide in due la penisola, passando per l’interno. Tagliamo, perciò, il circuito ad anello per rientrare a Puerto Piramide, dove trascorreremo la notte.

3° giorno 28/10/02: Puerto Piramide - Trelew aeroporto 187km / volo aereo Trelew - Ushuaia (notte presso Hostal del Monte 33$ a pax)
Il giorno dopo ci aspetta una levataccia. Nel primo pomeriggio con un volo aereo raggiungeremo la mitica Ushuaia, prima, però, vogliamo ancora visitare il museo paleontologico E. Feruglio, di Trelew, che conserva una splendida raccolta di reperti fossili, compresi interi scheletri di dinosauri, scoperti nella regione. Lasciamo Puerto Piramide e la Peninsula de Valdés non senza malinconia, dall’alto delle falesie vediamo per l’ultima volta le balene compiere le loro acrobatiche evoluzioni. Ammirare questi animali, nel loro habitat, è stata un’esperienza meravigliosa, unica... credo irripetibile.
Lasciamo l’auto e prendiamo l’aereo.

Ecco, finalmente, Ushuaia! La Ciudad mas austral del mundo (54° e 46’ di latitudine sud.). Si corre il rischio di far della facile retorica, ma essere in procinto di atterrare su quel puntino in fondo al continente Sud Americano, trasmette sensazioni inspiegabili. Il fascino e il mistero di un viaggio attraverso la Terra del Fuoco si avvertono fin da quando, guardando la cartina geografica, ti accorgi che si tratta della terra più vicina al Polo Sud, alla fine del mondo.
Ushuaia è sotto di noi. La vediamo dal finestrino dell’aereo e prima ancora di atterrare ne tastiamo il mito, a cominciare dall’inospitalità del suo clima. L’aereo deve atterrare in mezzo ad una tormenta di nevischio e furiose raffiche di vento. A terra, restiamo colpiti dall’odore del fumo di legna. Il sistema di riscaldamento aeroportuale è, infatti, del tipo a stufa. L’impatto con la città è traumatico. Per tutta la giornata la pioggia scende a catenelle. A parte il centro appositamente abbellito per non deludere le frotte di turisti che qui fanno obbligatoriamente tappa nel loro viaggio in capo al mondo, la città non è altro che un triste e, quando piove, fangoso agglomerato urbano.
La visita al Museo Territorial Fin del Mundo e al Presidio Militar ci risollevano il morale: nel primo ci applicano sul passaporto il timbro della "fin del mundo", ambito da tutti i viaggiatori; nel secondo apprezziamo la fedeltà con cui è stato conservato quello che era il carcere più temuto dell’epoca delle esplorazioni. Nel penitenziario erano imprigionati i delinquenti più pericolosi. La sera trascorre languida al Moustacchio restaurant tra succulenti piatti d’asado (carne) e di centolla (pesce).

4° giorno 29/10/02: Ushuaia - Rio Grande (Terra del Fuoco) 272km (notte presso Htl Ibarra 42$ a pax, cena Aruacas 28$)
Il giorno seguente, il vento, sempre forte, c’impedisce di compiere l’escursione sul canale Beagle, ma almeno ha spazzato via le cupe e gravide nubi.
Il canale prende nome dal brigantino da guerra della marina inglese che, al comando di Fitz Roy, e con Darwin a bordo, salpò da Devonport nel 1831, per raggiungere queste terre estreme.
La giornata è soleggiata. Dall’hostal del Monte, dove abbiamo pernottato, possiamo godere di una bella veduta del canale Beagle. Passeggiamo lungo il paseo del centenario. Dall’alto rimango abbagliato dai riflessi del sole, effetto specchio causato dalle centinaia di tetti di lamiera di Ushuaia che riflettono i raggi di sole. Fa da sfondo l’inconfondibile ed incombente sagoma del Monte Oliva, alto 1.328 metri. La montagna fu scalata per la prima volta nel 1913 da Alberto Maria De Agostini.
Compiamo una sorta di foto-safari, immortalando non animali, ma eloquenti cartelli. In avenida San Martin si trova un palo costituito da tante piccole frecce su cui sono riportati i nomi delle principali capitali del mondo, con la relativa distanza. "Roma 13.651 km." "Polo Sur 3.926 km". Percepiamo, più che mai, d’essere, come dice il cartello all’ingresso della città, nella Ciudad mas austral del mundo, precisamente a 54° e 46’ di latitudine sud. Il nostro singolare safari si conclude al porto con la foto al cartello: Ushuaia fin del mundo. Nei pressi un cartello stradale indica: La Quiaca 5.171. Scopriamo così che l’Argentina è lunga più di 5.000 chilometri.
Preso possesso dell’auto, una comune VW Golf, puntiamo in direzione sud, verso Baia Lapataia, ossia il punto in cui termina la Ruta Nacional n°3, strada che attraversa idealmente tutto il continente americano. Qui fotografiamo l’ennesimo cartello: "Bahia Lapataia. Aquì finaliza la ruta nacional n°3. Buenos Aires 3.063 km. Alaska 17.848 km."
Baia Lapataia, il punto dove finisce il continente americano, la meta finale di molti viaggi, è il punto di partenza della nostra spedizione attraverso la Tierra del Fuego.
Percorreremo la Ruta Nacional 3, fino a San Sebastian, poi risaliremo l’Isla Grande, la maggiore dell’arcipelago sulla Ruta 257, fino ad arrivare allo Stretto di Magellano. La piccola impresa è già stata da noi battezzata "Trans Tierra del Fuego" - 500 km di strada, per la maggior parte sterrata, percorsi con una normale VW Golf.
Prima di partire, scruto l’orizzonte davanti a me e contemplo il mare. Non sono mai stato così vicino al continente antartico, chissà se un giorno… Il vento si è fatto forte, odo sempre più i suoi sibili, interrompo l’incanto antartico e pregusto il sogno attuale: la Tierra del Fuego. Penso al Passo Garibaldi e alla Ruta 257 i due principali ostacoli da superare. Confido nel bel tempo… ma è ora di partire.
Il Parque Nacional Tierra del Fuego è cosparso di fitte foreste di faggi. Il bosco, a prima vista, sembra un ambiente trascurato, indifeso, forse per via dei molti alberi morti e dei tanti tronchi spezzati, invece è pieno di misteri. Pare di addentrarsi nei meandri scoloriti e logori del tempo, ma in realtà è un bosco meravigliosamente ricco di sfumature, di verdi e di marrone. Il cielo quasi non si scorge e i raggi del sole creano strani giochi di luce. Le barbe fluenti degli alberi suggeriscono segreti. Qua e là, si vedono ovunque cauquén, le grosse oche australi: bianchi i maschi, marrone le femmine.
Una breve deviazione ci porta alla stazione ferroviaria più australe del mondo, in origine fu costruita per il taglio e il trasporto del legname. Oggi il treno viaggia soltanto più per fini turistici. Alla modica velocità di 20 km l’ora porta i visitatori all’interno del parco.
Continuo ad avere per la testa il passo Garibaldi, che non è Giuseppe, ma Louis, il meticcio artefice della sua costruzione viaria. Ripassando da Ushuaia, scorgiamo il Monte Oliva, la bussola meteorologica della città, coperto dalle nuvole. Brutto segno! Infatti, inizia a piovere. Avverto un presagio, la sensazione che sul passo possa nevicare.
Presto la strada asfaltata termina, ma la sterrata è ottima. Man mano che saliamo di quota la pioggia si trasforma in neve, proprio come avevo temuto. Proviamo sulla nostra pelle l’imprevedibilità del tempo, di queste terre australi quando, superato l’ennesimo tornante, come per incanto usciamo dalle nubi e dalla precipitazione nevosa che ci avvolgevano. Davanti a noi, il sole brilla radioso, in quella parte di cielo sgombera da nuvole, giungiamo così in cima al temuto passo che quota 430 metri s.l.m., senza neppure accorgercene. Dal passo si apre una meravigliosa vista sul lago Fagnano, di un blu intenso, quasi irreale. Ammirando il panorama scarico la tensione accumulata durante la salita per una preoccupazione, rivelatasi, con il senno di poi, eccessiva. Mi sento in armonia con il paesaggio circostante. Osservo le nuvole correre veloci in cielo. I cambiamenti di colore, azzurri e grigi, tra impalpabili cumuli di nebbia e squarci d’aria tersa, sono altrettanto rapidi. Il cielo cambia continuamente aspetto.
Nella zona meridionale dell’Isla Grande riconosco fedelmente la Tierra del Fuego raccontata da Darwin: "la terra del Fuoco si può descrivere come un paese montuoso sommerso in parte dal mare. Profondi seni e baie occupano il posto dove dovrebbero esserci le valli".
Strada facendo le caratteristiche cambiano. Via via che risaliamo verso nord le montagne e gli alberi lasciano il posto alla prateria. Siamo nella zona chiamata "vega" costituita da umidi pascoli attraversati da piccoli torrenti. Gli incontri con persone e auto, lungo la strada per Rio Grande, sono tanto eccezionali che la città, dopo così tanta solitudine, ci pare una metropoli, neanche a dirlo spazzata da un forte vento. Rio Grande è anonima e si può ben definire una città di passaggio, tuttavia colpiscono i colori vivi delle case, delle giostre e persino dei bidoni delle immondizie, un modo come un altro per rendere un po’ più calda e vivibile la città durante il grigiore dei tanti giorni di cattivo tempo.

5° giorno 30/10/2002: Rio Grande - Puerto Natales (Chile) 502km (notte presso Htl Drake 35Pesos cileni a pax, cena Andreas 15Pesos cileni)
Il giorno seguente sul tragitto per la frontiera visitiamo la missione salesiana della Candelaria. Il cielo è limpido, la giornata tersa, il vento soffia più forte e freddo che mai, tanto da impedirci, quasi, di chiudere le porte dell’auto. All’interno dell’abitacolo la polvere è dappertutto!
La missione fu fondata per ricevere gli indigeni Ona. A questo punto diventa inevitabile fare almeno un accenno storico. Intorno alla metà del diciannovesimo secolo si credeva che nella lontana Tierra del Fuego abitasse il popolo più diverso, sconosciuto, pericoloso e selvaggio della terra. La missione dei padri francescani, evangelici o salesiani che fossero era semplice: arrivare in questo luogo sperduto, dove gli indigeni non avevano mai avuto contatto con nessun popolo, per civilizzarli e attraverso la parola di Dio salvare le loro anime!
L’estinzione, o meglio cancellazione, degli abitanti autoctoni ha ormai snaturato i luoghi che si schiudono davanti a me. Nel breve tratto percorso, fino ad ora, mi si rivela l’enorme paradosso. Credevo di essere in un mondo ancora uguale a quello dei primi esploratori giunti quaggiù, ma non è così. I fuegini non esistono più! Le estancias sono soltanto più poche! Avverto fortemente la mancanza del contatto che avevo sentito con i campesinos delle Ande, in altre zone del Sud America.
Attraversato il posto di frontiera tra Argentina e Cile, a San Sebastian, imbocchiamo la ruta 257. La strada, come indicato dalla guida, è particolarmente brutta, tanto da non potersi definire neanche una sterrata, ma una pista di fango, resa tale dalla pioggia battente di qualche ora prima. La nostra auto è quasi interamente ricoperta dal fango tanto da sembrare una macchina da rally. L’andatura in alcuni tratti supera a stento i 15 km l’ora e rimpiangiamo di non aver affittato un fuoristrada. Lungo il tragitto incontriamo spesso mezzi impegnati a sistemare la rete stradale, strenuamente all’opera fin dalla fine dell’inverno.
Una ventina di chilometri prima del comune di Primera Angostura, la via ritorna improvvisamente asfaltata, poi s’arresta, letteralmente, contro la costa. Siamo sullo Stretto di Magellano!
L’attraversata dell’Isola Grande, della Terra del Fuoco, è compiuta. Un traghetto che fa spola tra le due rive ci porterà a Punta Delgada, in Patagonia.
Il fascino della Terra del Fuoco è quello di essere una zona selvaggia, impervia, completamente naturale, senza, quasi nessuna traccia dell’intervento umano, nonostante tutto questo non si può definire bella! Come scrisse, ancora una volta, Charles Darwin "la Terra del Fuoco è solo triste solitudine. Regno quasi assoluto della morte più che della vita". Vero, ma aggiungiamo noi, è anche uno degli ultimi luoghi sulla terra capaci di regalare ancora una vera avventura di viaggio.
Da Punta Delgada, ci aspetta ora un lungo trasferimento fino a Puerto Natales, ma per lo meno i chilometri da percorrere sono interamente asfaltati.
Lungo il tragitto, il pensiero corre… Chissà, mi domando, se troverò quelle stesse terre avventurose che tante volte mi sono prefigurato, leggendo i libri su questi territori, in cui avvertivo la natura padrona assoluta. Intorno a me s'aprivano paesaggi unici quando, sul divano di casa mia, chiudevo gli occhi per meglio immaginarmi quanto avevo appena letto sulle magiche e selvagge terre della Patagonia. Le letture sui viaggi dei primi esploratori, insieme ai resoconti delle scalate dei grandi alpinisti, mi hanno fatto amare, fin da ragazzo, queste terre estreme. Pur senza averle mai viste e vissute, era un po' come se le avessi sempre conosciute, ma ora la Patagonia è davanti a me, sotto di me, attorno a me. La posso, finalmente esplorare, assaporare, scoprire.
Facciamo una prima sosta all'Estancia San Gregorio, proprio sulla strada. Quella che un tempo era un vastissimo e glorioso ranch è in gran parte abbandonato ed ha l'aspetto di una città fantasma. Atmosfera cui contribuiscono i relitti delle navi incagliate sulla spiaggia: si tratta dell'Amedeo, famosa per essere la nave con cui giunsero i primi padri salesiani in questi luoghi, e dell'Ambassador, finita anch'essa ingloriosamente sulla riva settentrionale dello storico stretto di Magellano. Mettiamo ai voti l'escursione alla pinguinera del Seno (insenatura) d'Otway, che richiede una deviazione di 90 km tra andata e ritorno. Ilaria ed io la pensiamo alla stessa maniera: Di diverso avviso è Mavi, la quale ribatte che non vedremo niente di più di quanto visto a Punta Tombo, cinque giorni fa, in Argentina. Votazione: due a uno, si va alla pinguinera. Risultato: aveva ragione Mavi, la colonia di pinguini presente è infinitamente meno numerosa di quella di Punta Tombo. Arriviamo a Puerto Natales alle ultime luci del giorno, in tempo per assistere ad uno spettacolare tramonto sul Seno Ultima Esperanza con la mente già proiettata a domani, al Parque Nacional Torres del Paine, una delle principali attrazioni di tutta la Patagonia.

6° giorno 31/10/02: Puerto Natales – Posada Rio Serrano (Parque Nacional Torre del Paine) 189km (notte presso Posada Rio Serrano 25USD a pax, cena Posada Rio Serrano 12USD)
Al mattino, basta un'occhiata ai cigni dal collo nero, caratteristici della regione, siamo diretti alla Guarderia Laguna Azul, l'entrata più a nord del parco. Il cielo è grigio e cupo, piove e c'è un po' di nebbia. Non mi resta che confidare in uno dei tanti e repentini cambiamenti meteorologici che caratterizzano la Patagonia.
La strada ritorna ad essere sterrata, appena fuori Puerto Natales. Una breve sosta alla Cueva del Milodon e proseguiamo diritti per Cerro Castillo. Percorriamo un tratto di strada recintato su ambo i lati da del filo spinato, sul quale sono affissi dei minacciosi cartelli: < ¡Peligro Campo Minado! > che ricordano vecchie ostilità tra Cile e Argentina. Le braccia s'irrigidiscono e diminuisco la velocità al pensiero di poter finire per qualsiasi motivo fuori strada. Il tempo, intanto, migliora e ci ritroviamo nel parco senza neanche accorgercene. Una cinquantina di guanaco, che spaventati dal nostro arrivo scappano tagliandoci letteralmente la strada, ci danno il benvenuto al Paine.
Alla Laguna Azul aspettiamo più di un'ora con la speranza che il vento spazzi via gli ultimi corpi nuvolosi che sostano proprio sulle Torri del Paine. La giornata va decisamente rasserenandosi. Il vento soffia sempre più forte e conseguentemente libera il cielo dalle nuvole, quindi attendiamo di potere ritrarre le tre granitiche e rinomate torri che si specchiano nelle terse acque della laguna. Invano! Unico risultato è quello di essere improvvisamente investiti da una vera e propria secchiata d'acqua, alzata dall'impetuoso vento. Saremo premiati al belvedere della grande cascata del Rio Paine, e poco importa se qui, le tre cime, non si specchiano in alcun lago. La vista è, comunque, superba.
Alla Guarderia Laguna Amarga diamo un passaggio a Francisca, una giovane ragazza di Santiago del Cile che lavora nel parco durante la stagione estiva. Come spesso succede in queste circostanze, il colloquio verte sull'ottenere informazioni dei rispettivi paesi. Non c'è bisogno di parlare l'inglese, Francisca si fa capire parlando lentamente lo spagnolo.
Il paesaggio è fiabesco. Nella cornice dell'imponente massiccio del Paine, la strada sembra aprirsi sospesa sopra un regno incantato, con spettacolari e repentini saliscendi, tra laghi di svariato colore, ora argento e verde, ora azzurro e blu. In certi tratti la strada fa da ponte naturale da una sponda all'altra e sembra quasi di tuffarsi con l'auto nell'acqua per poi riemergere sulla riva opposta. Il verde è di mille tonalità, tutte brillanti. Sembra di essere nel giardino dell'Eden. Gli stop sono continui. Non si riesce proprio a fare a meno di fermarsi, per immortalare i vari panorami. Scende anche Francisca, nonostante debba essere abituata. Mi trattengo dal domandarle come mai. …Non ci si stanca mai di osservare paesaggi che sono autentiche opere del creato.
Alla fine del pomeriggio raggiungiamo la posada Rio Serrano, la cui hall pare una sala da tè d'altri tempi, un ambiente pseudo-nobiliare, che contrasta con le semplici camere scaldate con delle stufe a legna. Dopo cena andiamo a vedere il tramonto sul Lago Pehoe. La strada, ora con l'approssimarsi delle ombre della notte, è attraversata da scattanti e agili capibara, le lepri della Patagonia. Davanti alla catena montuosa del Paine, delicatamente tinteggiata di rosa che risalta scolpita nel cielo come una formidabile fortezza merlata di torri, di pinnacoli, di corna mostruose, resto senza parole. Il freddo si fa pungente e ci costringe a rientrare. Prima di coricarci, però, facciamo provvista di legna, per alimentare la stufa durante la notte, e c'intratteniamo a parlare con il gestore. Comodamente seduti intorno al camino che scalda e anche profuma piacevolmente la stanza, senza televisione, né radio, lontani dal mondo, in mezzo alla natura, soli con noi stessi ed i nostri discorsi, mi sento sereno come poche altre volte nella vita.

7° giorno 01/11/02: Posada Rio Serrano - El Calafate (Argentina) 348km (notte presso Hospedaje Jorgito 15$ a pax, cena Rick's Café 15$)
L'indomani è dedicato al lago Grey. Dopo aver percorso una ventina di chilometri giungiamo al lussuoso hotel dove si prendono le prenotazioni per l'escursione. Da qui intravediamo già degli iceberg staccatisi dall'omonimo ghiacciaio, che il vento spinge sino a riva. Proprio questi piccoli iceberg impediscono all'imbarcazione che ci condurrà fino al fronte del ghiacciaio di avvicinarsi, perciò è con un piccolo gommone che avviene il trasferimento dalla riva allo scafo.
Risalendo il lago non incontriamo nessun iceberg, questi sono tutti concentrati nelle immediate vicinanze del ghiacciaio o della riva. Quando si spengono i motori, usciamo in coperta e ci troviamo davanti all'intero fronte del ghiacciaio e al nunatak, il piccolo isolotto roccioso che lo divide e per cui il ghiacciaio Grey è famoso. L'altezza del fronte di ghiaccio non è elevata, ma proprio per questo riusciamo ad avvicinarci fin quasi a sfiorarlo. Così vicino, non si può non essere attraversati da continui fiotti di adrenalina, anche se l'osservazione dei pinnacoli, dei crepacci e degli innumerevoli colori è più che sufficiente a distrarre.
Passa un'ora quando la nave riprende la via del ritorno, ma sembra siano passati appena cinque minuti tanto è stato l'incanto. A tutti viene offerto pisco sur con ghiaccio, ghiaccio naturalmente raccolto nelle gelide acque del lago. Lungo la strada che costeggia il Lago Sarmiento ci fermiamo a dare un ultimo omaggio al Paine, una sorta d'addio. E' triste separarsi da quell'incredibile affastellamento di vette vertiginose che si perdono ormai sullo sfondo come tanti coltelli conficcati tra le nuvole. Sussurro tra me e me prima di voltarmi. Il vento d'improvviso si placa. Interpreto la cosa come un segnale, una risposta al mio riverente saluto. Trovo l'attimo per voltare le spalle alle montagne e risalire in auto. Nessuno parla. Credo che, come me, Mavi e Ila abbiano conosciuto il posto in cui trascorrerebbero volentieri il resto della vita.
Lasciamo le Torri del Paine e attraversiamo la frontiera, tra Cile ed Argentina, a Cerro Castillo, dove facciamo carburante presso l’unico benzinaio del paese. Il distributore è curioso perché è sistemato all’interno di un gabbiotto di legno che funge anche da ufficio. Qui accade che l’addetta al rifornimento distrattasi a parlare con noi altri si dimentica della pompa con il risultato che c’imbratta l’auto di benzina. Così nel trasferimento ad El Calafate oltre alla onnipresente polvere delle strade patagoniche ci accompagnerà un odore nauseabondo di idrocarburi raffinati.
Percorsi una decina di chilometri siamo a Cancha Carrera, il posto di confine argentino. Qui imbocchiamo la mitica ruta 40, la quale però è interrotta a Tapi Aike. Ci tocca, quindi, fare una deviazione fino ad Esperanza che comporta un notevole allungamento di strada. A Esperanza la strada diventa improvvisamente asfaltata, Ila, in quel momento al volante, si lascia prendere dalla via tornata bella ed istintivamente cerca di recuperare il tempo perduto schiacciando il piede sull’acceleratore, ma dopo soltanto cinque chilometri è costretta a compiere un’improvvisa frenata per evitare una grossa buca proprio in mezzo alla strada. Ci accorgiamo ben presto che, seppur asfaltata, la strada è piena di buche profonde e pericolose, non solo, di tanto in tanto torna ad essere, anche se per poche centinaia di metri, sterrata. L’andatura cala nuovamente. E’ prudente mantenere una velocità moderata. Quando arriviamo ad El Calafate le lunghe ombre del pomeriggio inoltrato si stendono davanti a noi.

8° giorno 02/11/2002: El Calafate (notte presso Hospedaje Jorgito 15$ a pax, cena El Vejo 18$)
Al Parque Nacional los Glaciares tutti noi ci aspettiamo di vedere una sorta di "Antartide" in miniatura, un paesaggio d’imponenti ghiacciai e grandi iceberg. Sebbene le dimensioni degli uni e degli altri sono assai più ridotte rispetto a quelli dell’Antartide, la somiglianza sarà palpabile e l’appellativo di "piccolo Antartide" è assai indovinato, specie per coloro che decideranno di compiere la traversata dello Hielo Patagonico Sur. Noi ci accontenteremo di ammirare il più turistico Parco dei Ghiacciai, in grado, in ogni caso, di accontentare anche i viaggiatori più esigenti.
Per contemplare tutto questo, l’indomani, il nostro programma prevede un’escursione a piedi sul ghiacciaio del Perito Moreno.
Ci alziamo, però, col cielo coperto. Scende una pioggia fine, a tratti insistente e fastidiosa. Non riusciamo a deciderci su cosa fare. "Ma perché dobbiamo sempre raggiungere o fare qualche cosa? Per una volta, non possiamo goderci e vivere la bellezza del Perito Moreno dalle passerelle, costruite per ammirarlo, senza doverlo necessariamente attraversare?" dice saggiamente Mavi. Decidiamo, quindi, di effettuare l’escursione al Moreno nella giornata di domani, sfruttando completamente le ore di luce, dato che il sole tramonta alle ore 21.40, e confidando in un tempo migliore.
Ci concediamo, così, un giorno di relax, avanti e indietro lungo avenida del Libertador General Josè de San Martin, principale arteria di El Calafate. Entriamo ed usciamo dai negozi che costeggiano la via. Batik, magliette, pile, ma soprattutto liquore e marmellata di calafate, il frutto simile al mirtillo da cui prende nome la città. Nel nostro gironzolare, su e giù, ci fanno costantemente compagnia i deliziosi aromi di asado. Il sapore della carne sulla griglia ci fa venire l’acquolina e nonostante siano solo le 18.00 del pomeriggio già pregustiamo il sapore della cena.
Abbiamo, come al solito, i giorni contati, non possiamo più permetterci cambiamenti di programma. Domani indifferenti alle condizioni atmosferiche effettueremo le escursioni previste.

9° giorno 03/11/2002: El Calafate - Puerto Bandera - Perito Moreno - El Calafate 205km (Parque Nacional Los Glaciares) (notte presso Hospedaje Jorgito 15$ a pax, cena Rick's Café 15$)
Siamo fortunati! Il sole splende alto in cielo quando partiamo alle 07.00 da El Calafate per Puerto Bandera dove ci imbarcheremo per la navigazione sul lago Argentino.
La maggior parte degli escursionisti si accomoda all’interno del catamarano. Noi restiamo in coperta indifferenti al forte e gelido vento che ci fa capire che se non siamo in Antartide, fuori dai confini del mondo, siamo pur sempre, in Patagonia, ai confini del mondo. A prua imbacuccato nel mio giubbotto, con la cuffia ben tirata sulle orecchie e l’inesorabile goccia che cola dal naso, scruto l’orizzonte dell’immenso lago. Voglio essere il primo ad avvistare un iceberg.
Quando sono ormai in procinto di lasciar perdere e sedermi al fianco di Mavi e Ila, accovacciate al riparo dal vento sotto le pareti della cabina di comando, intravedo un puntino bianco galleggiare in lontananza, alla fine del brazo norte del lago. Cinque minuti dopo quel punto diventa un ben definito iceberg. Il capitano annuncia al microfono l’avvistamento di un témpanos, così come chiamano qui gli iceberg, e il ponte è invaso dagli altri turisti. Mentre da vicino fotografo il gigantesco blocco di ghiaccio alto una decina di metri e largo altrettanti mi chiedo se arriverà mai a depositarsi sulla costa opposta come a volte succede quando gli iceberg sono tanto grandi. Man mano che ci avviciniamo ai fronti dei ghiacciai vedremo apparire molti témpanos per la maggior parte piccoli e soltanto pochi grandi.
Nel corso dell’escursione visiteremo il fronte di tre ghiacciai nell’ordine lo Spegazzini, l’Onelli e l’Upsala, il primo e l’ultimo, in particolare, sono delle vere e proprie fiumane di ghiaccio che scendono nel lago dalle vallate della cordigliera. Il ghiacciaio Seco, il primo che avvistiamo, si distingue perché a dispetto degli altri non raggiunge l’acqua.
Dopo un'ora di navigazione appare il ghiacciaio Spegazzini. Da lontano, assomiglia ad un enorme serpente bianco che scende sinuoso dalla montagna per immergersi nelle acque del lago. Durante la perlustrazione assistiamo allo spettacolare distacco di un pinnacolo dal ghiaccio. Il rumore è catastrofico le conseguenze fortunatamente no, ma lo stesso l’imbarcazione oscillerà per qualche minuto.
Raggiungiamo il ghiacciaio Onelli dopo una breve escursione di una ventina di minuti in mezzo ad un bosco di piante di lenga. Qui più del fronte del ghiacciaio è la laguna ad attirare l’attenzione. La piccola laguna si sta sgelando. Davanti alla bahia Onelli, lontano da città e villaggi, isolato, seduto su una roccia, trascorro una buona ora consapevole dell’unicità della situazione. In questo luogo dove la vita sembra scorrere uguale come in tempi remoti mi godo questa selvaggia bellezza. C’è un grande silenzio. Sono attirato dal paesaggio che solo ora riesco ad assaporare pienamente nella sua grandiosità. Spazio e silenzio sono particolari, quasi irreali.
Infine giungiamo al ghiacciaio Upsala, un campo di ghiaccio galleggiante formato da tanti iceberg, piccoli e grandi. Quel che stiamo vedendo è di una grandiosità, d’una bellezza e magnificenza tale che la mia penna non è capace di descrivere. Mi sembra davvero di essere in chissà quale mare polare. Il catamarano sbatte di continuamente contro piccoli ostacoli di ghiacciati, con rumori più meno assordanti che a volte incutono timore. Alcuni témpanos sembrano veleggiare sospinti dal vento e dalle correnti, altri sono completamente immobili. Tutti indistintamente hanno forme bizzarre e colori freddi. La massiccia presenza di blocchi di ghiaccio c’impedisce di raggiungere il fronte del ghiacciaio nonostante i vani tentativi dell’imbarcazione di avanzare. L’Upsala è il maggiore dei ghiacciai periferici dello Hielo Patagonico. Misura 60 km di lunghezza e 12 km di larghezza, mentre il fronte è di 4 km.
La bella giornata incomincia a rovinarsi, abbiamo così modo di apprezzare delle nuvole molto frequenti in Patagonia le cosiddette "Contessa dei venti" ossia una sovrapposizione di nubi lenticolari
Rientrati a Puerto Bandera saliamo subito sull’auto per raggiungere, dopo 70 chilometri di strada sterrata, il più famoso e conosciuto dei ghiacciai della Patagonia, ossia il Perito Moreno che s’immerge nel brazo Rico del lago Argentino. La notorietà del Moreno si deve al fatto che è l’unico ghiacciaio in fase di avanzamento sulla terra e per l’altezza del suo fronte che raggiunge gli ottanta metri al di sopra dello specchio d’acqua del lago.
Vi giungiamo all’imbrunire. Vista l’ora tarda e l’assenza di turisti, il ghiacciaio conserva intatto l’intrinseco incanto della natura selvaggia. Il ghiacciaio brontola in continuazione, sembra vivo. L’effetto è dovuto ai continui crolli, interni ed esterni, dei blocchi di ghiaccio i quali, cadendo, provocano dei tonfi spettacolari. I rumori si sposano perfettamente ai sogni, di speranze e di avventure, che trasmettono le guglie del ghiacciaio, solo all’apparenza aspre e desolate, ma armoniose se confrontate all’ambiente e al paesaggio circostante che trasudano di magia. In questo spazio primordiale, mi sento per la prima volta uno spirito davvero libero.
Risalito in macchina, sulla strada del ritorno, mi vedo riflesso sul finestrino. Il mio viso è trascurato, la barba folta, gli occhi stanchi per la lunga giornata, ma luminosi per le bellezze naturali contemplate. Fisso l’alambrado, il recinto di fil di ferro presente dappertutto sui terreni patagonici e per una volta non vedo ciuffi gialli né pecore addossate su miseri cespugli. Gli occhi sono ancora pieni del bianco accecante della lunga giornata trascorsa in mezzo ai ghiacci del "Parque Nacional los Glaciares".

10° giorno 04/11/2002: El Calafate - El Chalten (Cerro Torre e Fitz Roy) 220km (notte presso Htl Lago del Desierto 33$ a pax)
Dalla mitica ruta 40, imboccata 35 km dopo El Calafate, vedo per la prima volta il leggendario Cerro Torre. A dire il vero, dalla catena montuosa che si profila all’orizzonte, distinguo meglio il Fitz Roy. Le due cime, simbolo della Patagonia, sono visibili già da molto lontano. Percorrendo la ruta 40 la Cordigliera si sviluppa parallela al nostro senso di marcia e i due monti si trovano alla nostra sinistra. La giornata è bella, ma la preoccupazione rimane. Il tempo è molto variabile, spesso brutto stando alla documentazione raccolta prima di partire.
Quando c’immettiamo sulla ruta 23, che costeggia il lago Viedma, cominciamo ad andare incontro ai monti e così la catena montuosa si trova proprio dinanzi a noi. Al centro spicca la grandiosa sagoma del Fitz Roy (3.405 mt.), a fianco, verso sud, la slanciata ed appena distinguibile punta del Cerro Torre (3.102 mt.). Dove la strada termina c’è El Chalten, il paesino base di partenza dei trekking tanto per il Torre quanto per il Fitz Roy. Arrivati in città sembra di essere finiti dentro al set di un film western. Il paese è desolato, le strade sono tutte sterrate, il vento alza turbini di polvere e fa rotolare secchi cespugli, e a completare il quadro vediamo due persone a cavallo, con tanto di capello da cow-boys in testa.
Sistemati i bagagli, all’hotel Lago del Desierto, facciamo una breve sgambata fino alla cascata Chorillo del Salto tanto decantata, ma a dire il vero niente di particolare. Merita molto di più, al tramonto, uscire di qualche chilometro da El Chalten, fermare l’auto ai bordi della strada, salire su una qualunque delle tante colline e assistere al calar del sole. Osserviamo l’oscurità fasciare lentamente e interamente il paese e le montagne circostanti finchè non rimane un tenue chiarore lunare. Sopra di noi, ad ovest, brilla già la Croce del Sud, la quale man mano che diventa notte si fa più grande e più splendente.
Rientriamo in paese compiaciuti di aver potuto ammirare per tutto il corso della giornata, prima da lontano, fin dalla ruta 40, e ora da El Chalten le nostre due eroine, ma è a domani che pensiamo e porgiamo tutte le nostre speranze. L’unico giorno utile a nostra disposizione per salire alla Laguna Torre.

11° giorno 05/11/2002: El Chalten trekking alla Laguna Torre (mirador sul Cerro Torre) (notte presso Htl Lago del Desierto 33$ a pax)
Quante volte ho letto del Cervino, dell’Everest, del Kilimanjaro o del Cerro Torre, montagne che hanno scritto la storia dell’alpinismo. Un mio piccolo sogno era sempre stato quello di riuscire, un giorno, a vederle tutte e salirne almeno una. Non mi pare vero di trovarmi in questo luogo sperduto che a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta, una volta caduto l’Everest, iniziò a catturare la curiosità dei più grandi alpinisti del mondo.
Al mito della salita intesa come altezza si sostituisce l’esaltazione delle difficoltà. Non si guarda più agli 8.000 metri, o meglio si fa meno di prima, ci si rivolge alle pareti verticali e quale miglior palestra della Patagonia?
La Cordigliera Patagonica, Fitz Roy in testa, inizia a rubare all’Himalaya gli amanti dell’alpinismo, rimane dietro le quinte, ma per il momento il Cerro Torre rimane dietro le quinte. Non era neppure preso in considerazione: scalarlo era reputato impossibile. Ecco quanto scriveva M. A. Azema in una sua relazione: "Il problema della scalata? Non può essere posto il problema della scalata al Cerro Torre. Anche il solo pensare ad un tentativo è cosa vana e ridicola… E’ insomma, il Cerro Torre, una cima che lascia in pace l’immaginazione degli scalatori, anche dei più appassionati, una cima vergine e inaccessibile, che non ispirerà mai che amori platonici".
Alle difficoltà tecniche, la Patagonia, aggiungeva quelle meteorologiche, Qui l’alpinismo si è sempre scontrato con il cattivo tempo prima ancora che con le difficoltà tecniche. Il brutto tempo obbligava a lunghe e snervanti attese. Le scalate avvenivano in condizioni difficili di forte vento, nevischio, pioggia e nebbia
Tutto questo rafforzava la fama d’inaccessibilità del Cerro Torre, e le nostre paure di imbatterci in una brutta giornata. Andiamo a coricarci, ma non riusciremo a dormire se non per due o tre ore. L’attesa per la salita è snervante e alle cinque siamo tutti svegli. Sotto le coperte ascoltiamo il vento soffiare leggero. Mi alzo apro le tende e guardo il cielo, ancora scuro, ma stellato. Lasciamo El Chalten all’alba, euforici per via della bella giornata che ci attende.
Il sentiero per la Laguna Torre parte subito in salita, guadagniamo quota ed usciamo così dalla conca di El Chalten per proseguire lungo un piccolo vallone che si sviluppa verso sinistra. Qui immortaliamo il Fitz Roy, velato dalla suadente luce, rosa arancione, dei primi raggi del nuovo giorno. Sarà anche l’ultima perché d'ora in avanti lo perderemo di vista, per il resto della giornata. La mulattiera serpeggia spesso in piano fino a quando c’inoltriamo in un bosco di lenga, dove riprende a salire per giungere ad un colle, dal quale possiamo ammirare la gigantesca guglia del Cerro Torre.
Una breve discesa porta nella valle del rio Fitz Roy. Il sentiero, ora, pianeggiante supera spianate di sabbia ed acquitrinosi prati verdi. Davanti a noi incombe sempre più prossimo, sempre più spaventoso il Cerro Torre. Con il passare delle ore cala anche il vento cosicché il sole si fa sentire e riscalda come nelle nostre vallate alpine in piena estate. All’improvviso, ci troviamo di fronte, a non più di dieci metri, una grossa femmina di condor, la quale cerca di spaventarci allargando le sue enormi ali per difendere il proprio nido. Per tutto il viaggio avevo cercato invano di fotografare uno di questi grossi avvoltoi che più d’ogni altro animale rappresentano le Ande. Avevo visto tanti condor volare, alti, in cielo, ma sempre troppo distanti per immortalarli, nonostante facessi uso del teleobiettivo. Ora mi ritrovavo, incredibile, ma vero, a tu per tu con uno di questi rapaci.
Incontriamo, quindi, un gaucho di montagna (una sorta di sherpa) e un alpinista diretti, con due cavalli carichi di provviste, al campo Bridwell, loro sì in procinto di effettuare qualche scalata.
Costeggiamo il fiume e questo ci permette di dissetarci in continuazione, fin quando incontriamo un nuovo bosco di lenga che aggiriamo e al termine del quale iniziamo a risalire un pendio sassoso che in breve conduce al crinale morenico, in cui sprofonda il lago. Sono le dieci e trenta, dopo tre ore e 350 metri di dislivello, siamo arrivati alla Laguna Torre.
Nel lago brillano qua e là piccoli iceberg staccatisi dal ghiacciaio omonimo che scende dalla base del Torre. Il monte culmina in una gran "torre" - da cui il nome - che s’innalza verticalmente per oltre duemila metri dal piano del ghiacciaio e termina con un cappello di ghiaccio alto più di 50 metri che poggia, appunto, su questa colossale "torre". Il Cerro Torre è un pinnacolo di roccia su cui il vento ha costruito miracolose incrostazioni di ghiaccio e neve, al limite delle leggi dell’equilibrio, su cui la storia dell’alpinismo ha raccontato epiche imprese, al limite della credibilità.
Facciamo sosta in riva alla laguna per circa due ore. Passo il tempo ad osservare e fotografare il Torre. A pensare alla storia della montagna. Ai tentativi di scalata, di Bonatti e Mauri, di Maestri ed Egger, al successo di questi ultimi il 31 gennaio del 1959, ma a caro prezzo perché durante il secondo giorno di discesa Egger venne travolto da una spaventosa scarica di ghiaccio e rocce. Il suo corpo sarà ritrovato solo nel 1974. L’impresa venne messa in dubbio perché priva di documentazione e riscontri. Per zittire gli scettici Maestri ripeterà la scalata nel 1970, insieme con Claus e Alimonta, ma ancora una volta incontrò severe disapprovazioni dal mondo alpinistico poiché per piantare più velocemente i chiodi nella roccia si era servito di un compressore, metodo considerato non convenzionale dai puristi dell’alpinismo.
Ho avuto la fortuna di conoscere Cesare Maestri, in occasione di una manifestazione tenuta nella mia città, e non capisco perché il mondo alpinistico abbia messo in dubbio la sua prima scalata e tanto criticato l’uso del compressore. Cesare Maestri mi è sembrata una persona onesta, ma, soprattutto, un grandissimo alpinista. Il curriculum delle sue scalate è incredibile. Un alpinista affermato e di successo perché mai avrebbe dovuto mentire mettendo in gioco la sua reputazione?
…E poi, conquistare quei duemila metri di parete di roccia sperduta, all’altro capo del mondo, nobilitate dalla stranezza, dalla forma, dalla difficoltà e dalle avverse condizioni meteorologiche, servendosi di un compressore, per facilitarne la scalata, è un’impresa, comunque!
Il richiamo di Mavi mi risveglia dai pensieri in cui mi ero assorto… è ora di tornare. Scendendo passiamo per il campo Bridwell, punto d’appoggio per le scalate al Torre. Al centro esiste ancora la capanna Bridwell. Ripercorriamo la stessa strada dell’andata. Di tanto in tanto, mi giro per scrutare ancora il Cerro Torre. Poco alla volta, passo dopo passo, il contorno della montagna viene lentamente ammorbidito e livellato dall’aumentare della distanza.
Sono felice; ho visto il Cerro Torre!

12° giorno 06/11/2002: El Chalten - Rio Gallegos 465km (volo rientro in Italia)
Giornata piena, giornata d'addio. Quando è ormai l'alba, abbiamo già consumato colazione, e ci apprestiamo a lavare la nostra auto, una semplice Volkswagen VW Golf 1.6, che polvere, fango, buche, pioggia, neve, vento, ghiaccio e pietre, per nostra fortuna, non hanno scalfito, ma soltanto sporcato e insudiciato. La nostra auto, la sola protagonista dell'impresa, non ha assolutamente sfigurato al cospetto di immacolati ed equipaggiati fuoristrada che abbiamo incontrato e ci hanno tante volte superato e impolverato. La sfida è vinta! Attraversare le terre australi della Patagonia e Terra del Fuoco, luoghi dove lo spirito si nutre della grandezza del paesaggio, la libertà si fa ghiaccio immenso e il vento scuote l’anima…con una normale automobile. Gli ultimi 465 km, una sciocchezza dopo 2.531 km, li percorriamo nel più assoluto silenzio.Tra Argentina e Cile, dove tutto sembra essere estremo

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