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FIOCCHI DI GIORDANIA



Memorino
09-01-2006, 17:02:08
Salve a tutti. Sono nuovo del forum e allora, come saluto, posto il racconto di questo mio viaggio in Giordania, avvenuto nel 1998.
E' parecchio lungo, ma mi auguro che a qualcuno possa interessare.

ciao
Riccardo

UNO: Si parte e si arriva. Ammàn e il mio Ramadàn.

Certe volte qualcosa ti urla di andare lontano. Certe volte è la vita stessa che ti chiude alle spalle la porta di casa a doppia mandata. E’ lei che ti prende la valigia di mano e ti guida in taxi fino all’aeroporto. Destinazione Giordania, grazie. E vada in fretta, la prego, chè non vorrei più pensare. O almeno non fino al ritorno.

Giorni prima mia sorella mi aveva regalato una bussola, fra grandi risate, e uno sguardo un po’ preoccupato. Poi c’era già la mia amica speciale, ma seguirmi fin là proprio no, non glielo avrei chiesto mai.
Così non c’è nessuno, quella volta, neppure soltanto lì a dirmi ciao torna presto. Difficile non è partire contro il vento, ma casomai senza un saluto.

Amman è di una bruttezza levantina. Cubi bianchi cubi grigi di cemento cadente, sovrastati da parabole come artigli protesi. Strade che brulicano di gente e di polvere; da polvere e vento battùte stordite sfiancate.
I Giordani sono religiosi e a quel tempo ancora tolleranti. La più importante moschea della città fronteggia serena la principale chiesa cristiana, in un andirivieni incrociato delle medesime kafiyyeh bianche e rosse, dei medesimi foulards. Adesso chissà.
Amman e la Giordania sono povere, di una povertà rabbiosa orgogliosa e gonfia di dignità offesa. A Downtown c’è il mercato all’aperto, ma non quello che vorremmo noi turisti dagli abiti belli e costosi. Non ci sono il giallo ed il rosso delle spezie orientali, nè le grida di richiamo dei venditori a magnificare la merce .
Non c’è gioia e nessun tour operator negli immensi teloni ricolmi di migliaia di scarpe vecchie e spaiate, dove la gente fruga affannata alla ricerca di una coppia uguale. O simile almeno: inshallà, se Dio vuole.
E non c’è colore locale, né medioevo buio ed ottuso, dietro il gesto del vecchio che mi copre l’obiettivo della macchina fotografica con la mano silenziosa ed ossuta. Io vorrei soltanto riprendere le case più antiche, ma sono troppo fatiscenti perché lui ne possa cogliere la bellezza sfinìta. Crede piuttosto che voglia inscatolare in un’istantanea la loro miseria, per poterne poi ridere con comodo nel caldo salotto di casa.

La città durante il Ramadàn è un incubo occidentale. Mangiare fumare bere baciare: vietato portare qualcosa alla bocca. Vietato. Vietato.
Ad ora di pranzo mi nascondo negli scavi attorno al teatro romano con la scusa dell’archeologia. Invece ingurgito avidamente di soppiatto schifòni bisunti e ormai gelidi, acquistati la sera precedente dagli ambulanti. Poi sigarette per tentare una digestione impossibile. La fine del Ramadàn un tempo veniva cantata al tramonto dalla voce potente dei muezzin. Poi sui minareti arrivarono i megafoni elettrici. Ora la decreta ogni giorno la televisione con appositi annunci: arroganza di una modernità che tutto travolge. Preghiere comprese. Io la attendo rispettosamente in tavole calde sui generis, col vassoio di cibo già colmo e fumante. Una sera mi sedetti allo stesso tavolo di un arabo, elegante come uno sceicco, che mi lanciò uno sguardo carico d’odio, convinto che avrei cominciato a mangiargli davanti, lui digiuno da ventiquattr’ore, senza rispetto per la sua festività, la sua religione e la sua fame. Quando capì che anch’io avrei atteso il segnale, mi fece un sorriso che non ho mai più visto e volle dividere a tutti i costi il suo pasto con me. Non era uno sceicco, ma un umile meccanico iracheno scappato all’embargo che stava uccidendo suo figlio. Ogni giorno veniva a Downtown per cercare lavoro. Non sempre ce n’era. Mi offrii di aiutarlo con po’ di denaro ma lui rifiutò portando la mano sul cuore: grazie, shukràn. E continuò a porgermi il cibo. Il suo cibo.


DUE: si viaggia e chissà se si arriva. La Strada dei Re e poi la neve.

La Giordania la tagliano in lungo due strade soltanto: la Desert Highway moderna e la biblica Strada dei Re. La Bibbia, e già: sul Monte Nebo Dio fece vedere a Mosè la Terra Promessa, per poi lasciarlo morire senza metterci piede. Io mi arrampico oltre il monastero, più in alto fino alla cima, perché anch’io voglio guardare. Ma non c’è nulla lassù: non c’è Dio nè Mosè, e neppure una terra promessa. Tantomeno mantenuta. Solo il sole che brucia negli occhi e il Mar Morto di sale a dividermi da Israele. Guardo quelle sponde e mi chiedo come possa essere nato questo mito sanguinario. Cosa possa aver visto Mosè perché i suoi discendenti continuino a morire ogni giorno da millenni per un pugno di pietre e mulinelli di polvere altrui.

Karak è un labirinto di vicoli, che sbucano invariabilmente e senza speranza in mezzo al mercato affollato. Male, se siete a bordo di un auto. Sono quasi certo che sto per morire linciato, ma le mani che si protendono verso di me sono lì a salutare e nient’altro, con grandi pacche sul cofano e larghi sorrisi, l’arrivo del turista imbranato.
A Karak ci sono soltanto le rovine di un castello crociato ed è una puntura fastidiosa, l’ennesima, pensare che loro in Europa ci hanno lasciato Granada e Siviglia, nella storia recente. Noi questo.

C’è una piccola folla davanti ad una bottega ed io mi avvicino, a capire di cosa si tratta. E’ pane, khobz, ma lo chiamano pure eìsh: la vita. Ad acquistarlo mi aiuta Oassim, un altro iracheno emigrato per modo di dire. Mi racconta che nel ’91 a Bagdad le bombe cadevano a grappoli, e chirurgici non erano i bombardamenti ma purtroppo neppure gli interventi dei medici. Senza garza senza medicinali, le vittime che ci enumerava la tivvù andrebbero almeno centuplicate. E la Storia riscritta. Con la penna di chi è morto bambino, stavolta.

Dalla finestra della mia stanza l’automobile non riesco a vederla. Poi dentro l’automobile non vedo la fine del cofano. E dai lati del cofano non si scorge la strada, che costeggia strapiombi da Monte Fato provincia di Gondor, senza nemmeno un guard-rail. Il Wadi Al Mujib è profondo mille metri e chissà quanto tempo si impiega a cadere giù in basso per un chilometro intero. Chissà se si ha almeno il tempo per dire – Evvabbè, però sono un po’ Paperino! -
E’ che in Giordania sta nevicando a bufera. Non accadeva da decine di anni, dice il telegiornale in Italia.
Mi faccio coraggio guidando, cantando Francesco a gola spezzata. A cinquemila miglia da casa. Che ci faccio io qui? Ma Nino non aver paura……… e la cassetta si inceppa sul secondo refrain. Non ho mai più voluto cantarla quella canzone.
I cartelli stradali sono in arabo, ma fortunatamente tradotti in arabo, e l’anziano beduino cui ho dato un passaggio nella tormenta non mi è certo di aiuto: non ha mai visto un alzacristalli elettrico; ci gioca su e giù per tutto il tragitto, ridendo, fino ad Al Tafilà.
Shobàk mi sfila di fianco in mezzo a due muri di neve. Lontano, rovine di basalto nere come tempeste: la fortezza dove fu decollato San Giovanni Battista. La casa dove danzò Salomè.

Fiocchi di Giordania fitti dal cielo sul mio parabrezza come ovatta a Natale sugli occhi del bue e l’asinello. Si viaggia si viaggia e chissà se si arriva.
Si viaggia si viaggia. Il Wadi Mousà, il Ruscello di Mosè, e poi Petra alla fine. Dio ti ringrazio, chiunque tu sia.


TRE: ci si ferma e si guarda. Petra, finalmente.

Bab As Siq è il canyon, la gola rossastra, l’ingresso alla città perduta. Un chilometro buio, un serpente stretto fra pareti di arenaria e archi di roccia. Non nevica più. Si è posata la neve. Vedrò quello che pochi hanno visto in millenni: Petra bianca come un presepe, sola come un’isola, bella come un arcobaleno. Petra tutta per me.

C’è una goccia di luce improvvisa che si posa sul fondo del Siq, là dove termina la ferita: Al Khazneh, Il Tesoro, si allarga rugginoso e abbagliante di sole riflesso: per contrasto mi appare come un fondale di cartapesta abbandonato, appoggiato per caso in un luogo sbagliato. Quindi è questo che vide Johann Ludwig Burckhardt nel 1812, quando riscoprì Petra ingannando i custodi. E’ questo che vide Indiana Jones: un tempio, un forziere, forse una tomba. Non l’ha costruito nessuno: soltanto limato la roccia in eccesso, ma lui era già lì da prima di sempre, pulsante e vivo come una montagna incantata. Descriverlo da solo sarebbe strapparlo a quei posti: non puoi. E’ sacrilegio.

La valle non ha più una città, ma solo tombe scavate nel vivo delle montagne che la stringono come un dito l’anello. Petra è un cimitero dissacrato, bestemmiato dai flash dei turisti. Un terremoto la distrusse quando era già abbandonata e i Nabatei dispersi nelle periferie dell’Impero. Solo cumuli di scure macerie nel centro, e l’ombra di un viale tracciato dai basamenti delle colonne spezzate.
Mi arrampico su una collina per riuscire a guardare l’insieme: cappucci di neve a proteggere nicchie, piccole tombe nere e rotonde come bocche stupite, poi l’anfiteatro: ottomila posti uno ad uno scalpellati nella roccia; la Tomba dell’Urna corrosa dai venti; la Tomba Palazzo, quella Corinzia e la Tomba di Seta.
L'erosione ha prodotto sulle facciate lunghe striature di rosso, di ocra, di grigio bluastro e verde petrolio.
Per pochi istanti appena, quando le nuvole si fanno da parte, un arcobaleno si va a riposare lì sopra: la luce e la roccia gli stessi colori. Un abracadabra dritto nel cuore.
Raccolgo una lacrima, non mi vergogno, e cinque piccoli sassi striati.
Uno non ce l’ho più con me.
Gli altri stanno sopra la mensola del camino.
Ad aspettare ancora l’arcobaleno.

Sono uno testardo. E i guai sono quasi stufi di me. Provo ad arrampicarmi sul Gebel Harun fino a Ad Deir, il Monastero. Dicono sia ancora più grande e più bello del Khazneh. Le pattuglie della sorveglianza mi fermano uno due tre volte perché il sentiero è pericoloso, inagibile per la neve caduta. Alla terza volta che fingo di tornare indietro non si fidano più.
Non mi arrestano, anche se urlano forte, ma mi assegnano un agente che mi scorti fino all’uscita dalla valle e dal Siq: ha vent’anni soltanto Aziz, e in inglese mi chiede di raccontargli l’Italia. Non è mai uscito da Petra e ha gli occhi che splendono ad ascoltare di Roma: i negozi ed i cinema, i ristoranti e i teatri; una casa per tutti. Per tutti una vita.
Mi dice che un giorno verrà anche lui, allora. Avrà anche lui quello che noi già abbiamo. Perché lui no? Lo dice convinto, mentre guarda diritto davanti a sé la fine del Siq.
Mi sforzo di rivedere quello sguardo ogni volta che mi lavano il vetro al semaforo, ogni volta che mi vorrebbero far comprare una rosa. Perché loro no?





QUATTRO: si scappa e si torna. Il Wadi Rum, Aqaba ed Eilàt

Petra è isolata. La neve l’ha assediata di nuovo durante la notte. Devo partire ugualmente e mi affido a Muhammàd: percorriamo strade di campagna che conosce solo lui che è di là, facendoci largo a destra e sinistra, spazzando la neve col muso dell’auto. Chilometri bianchi e odòr di frizione bruciata. Poi l’autostrada: la Desert Highway invasa da centinaia di camion immensi tutti diretti verso l’Iraq, quando si potevano ancora portare merci ed aiuto. Quando c’era ancora l’embargo e da aiutare qualcuno, senza il rischio di essere un “danno collaterale” alleato o un agnello per integralisti.

Io vado giù a sud. Vado ad Aqaba. E mi sento Lawrence d’Arabia dopo tutto quel freddo.

Il Wadi Rum non è più un deserto ma un parco giochi a tema. Paghi l’ingresso e non puoi andare a piedi. Paghi il Land Rover se sei uno ricco. Io pago un cammello cretino e una guida di appena undici anni. Furbo, però. Vestito con abiti caki e kafiyyeh mi sento cretino assai più del cammello. Pago per vedere le pitture rupestri; pago per commuovermi un poco davanti ai pinnacoli rossi e raccogliere una manciata di sabbia leggera come farina; pago l’onore di sedermi in una autentica tenda beduina dove un vecchio scaltro mi scalda una tazza di thè con foglie di menta e continua a ripetermi cento volte un’unica frase: Aaaaah, good beduin tchài (Aaaaah, buono il thè del popolo Bedù). Pago anche per fare una foto che non volevo: io, il vecchio bedù e altri due bambini. Davanti alla maledetta teiera. La guida vorrebbe farmi pagare anche alla fine, per aiutarmi a scendere giù dal cammello. Ma mi tornano in mente le mosse per farlo da solo, insieme a tre o quattro espressioni romane che è meglio non dica: hanno il colore acceso del sole che scende al tramonto a incendiare il deserto. Io mi volto a fissarlo un istante. Uno solo. E’ stato bello anche questo, mi dico.

Aqaba è la calda stanchezza della tensione ch’è finalmente scemata. Aqaba sono i trenta gradi di fine gennaio e il Mar Rosso dopo tutta la neve. E’ un letto decente e una spiaggia dove sdraiarsi in costume. Ne scelgo una vicino al confine: subito dopo c’è Eilàt, Israele.
Cammino sulla sabbia del bagnasciuga, a un passo dal mare che amo: le donne giordane fanno il bagno vestite, compreso il foulard. Ogni tanto si guardano intorno furtive e sollevano un poco la gonna, fino a scoprire mezzo polpaccio. Almeno quello si può. Ma è come se fosse lo stesso un peccato: glielo leggi negli occhi che tengono bassi, nelle labbra tirate.
Cammino e di colpo c’è un filo spinato a dividere la medesima spiaggia: di qui è la Giordania, di là Israele. E soldati che si fronteggiano immobili come le statue. Tesi come cani da guardia pronti a scattare. A mordersi l’uno con l’altro.
Hanno diviso il mare, offeso e ferito la terra col filo spinato. Hanno tagliato un corpo che prima era unito e pensano possa guarire da solo. Pensano davvero che la cancrena non giungerà mai a uccidere entrambe le parti divise. Il sole scende anche stavolta. Allungando ombre di armi, però.

Lungo la Desert Highway che mi riporta ad Amman socchiudo un po’ gli occhi per meglio pensare a cosa sia stato il mio viaggio.
E’ strano, ma ricordo soltanto la neve: non Petra, non il deserto; non l’avventura né il Ramadàn.
E ricordo quel filo spinato fra Aqaba e Eilàt: il prologo triste dei muri che verranno domani. Più alti a dividere meglio. A odiare più forte.

Fiocchi di Giordania nella memoria, dunque. E macchie del sangue che è stato e sarà.
Salàm Alaikùm. Shukràn, inshallà.
Che con te sia la pace. Grazie, se Iddio lo vorrà.

mark
09-01-2006, 17:20:30
Bravo Riccardo, il tuo racconto mi è piaciuto molto.
E mi è piaciuta molto la Giordania, che ho visitato nel 1992.
Sarei curiosa di vedere qualche foto di Petra sotto la neve, perchè non ne mandi un po' a questo indirizzo:
viaggi@cisonostato.it
E scrivi ancora, mi raccomando, che scrivi benissimo.
:077:

leander
09-01-2006, 17:42:43
Appoggiamo quanto detto da Grazia (Mark). :002:
Il tuo post potrebbe già essere adatto a farne un resoconto da pubblicare nei nostri diari di viaggio. Se mandi un po' di fotografie a viaggi@cisonostato.it saranno ben gradite. Si tratterebbe solo di aspettare un po' di tempo (dato che abbiamo una lista di attesa un po' lunga) e poi lo metteremmo in homepage nel riquadro "I nuovi diari di viaggio".
Ci dici che cosa ne pensi?
Ciao!

Memorino
09-01-2006, 18:16:16
Se mandi un po' di fotografie a viaggi@cisonostato.it saranno ben gradite.

Datemi il tempo di fare le....foto delle foto. Nel '98 non avevo la digitale e non posseggo scanner.
E sono contento vi sia piaciuto il racconto. Mille grazie. :)

Appena possibile, avrei altri due "racconti" da postare, fortunatamente molto più brevi. :002: Palermo e la Grecia.
In realtà ho scritto poco di viaggi. Fino adesso mi sono dedicato di più...a raccontare ristoranti.

un saluto

leander
09-01-2006, 18:43:14
Appena possibile, avrei altri due "racconti" da postare, fortunatamente molto più brevi. :002: Palermo e la Grecia.
In realtà ho scritto poco di viaggi. Fino adesso mi sono dedicato di più...a raccontare ristoranti.

un saluto

Ci fa piacere il tuo entusiasmo!
E non ti preoccupare per la lunghezza, l'importante è che uno scritto sia valido!
Magari anziché postarli qui, ti conviene inviarli alla casella che ti abbiamo segnalato. Un topic sul forum "scende" velocemente e passa presto in secondo piano, invece un diario di viaggio - anche se richiede un po' di tempo per la pubblicazione - rimane sempre accessibile (menù dei continenti in alto a sinistra) e ha una migliore evidenza, specialmente se accompagnato da foto.
Ovviamente sono graditi anche i "racconti" dei ristoranti! Nel canale ANNUNCI del forum c'è proprio un topic dedicato! :027:

claudio
10-01-2006, 09:32:57
Desidero unire, a quelli già espressi da Mark e Leander, i miei più sinceri COMPLIMENTI a Riccardo. Mi è piaciuto davvero tanto il tuo scritto.

BENVENUTO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

:077: