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*NEWS TURISMO*: Da non credere, che tristezza!



Ricky
23-06-2005, 09:53:51
Siberia, nasce il Gulag per turisti.
L’idea del sindaco di Vorkutà per attirare stranieri e con loro valuta pregiata.
MOSCA - E' un'idea che nasce dalla disperazione perché Vorkutà, una delle città più a nord del mondo sviluppata col lavoro forzato durante lo stalinismo, sta morendo. Le sue miniere di carbone sono tutte chiuse e lassù, in mezzo alla tundra, oltre il circolo polare artico, non c'è più niente per i suoi abitanti. L'unico «patrimonio» di Vorkutà è il ricordo dei campi nei quali passarono milioni di prigionieri e i budelli nelle viscere della terra che una volta erano le miniere di carbone.

Ecco perché il sindaco della città, Igor Shpektor, ha avuto quella che sembra un'idea macabra e bizzarra: «Ricreiamo un bel lager, con le baracche di legno, le torrette per le mitragliatrici e la sala mensa. E mettiamoci dentro i turisti». Una settimana trattato come uno zek (abbreviativo di zakluchonnij , detenuto); d'estate in mezzo alle zanzare che ti mangiano vivo, d'inverno a 50 sotto zero. «Poi gli diamo la possibilità di scappare», continua il sindaco illustrando il suo progetto per far arrivare un po' di valuta pregiata. «E le guardie gli sparano addosso, naturalmente con proiettili a vernice, non con quelli veri». E' la sua idea di «turismo estremo» alla siberiana.

Ma i turisti ce la faranno a reggere una giornata vera alla Ivan Denissovich, come si chiama il protagonista del libro con il quale Solzhenitsyn fece conoscere a tutti la realtà del Gulag? Sveglia invariabilmente alle cinque nelle migliaia di campi sparsi attraverso undici fusi orari, dalle foreste di betulle della Karelia fino alle miniere d'oro della Kolyma, di fronte all'Alaska. Poi l'adunata, l'appello e la conta. Naturalmente all'aperto, con qualsiasi tempo. Racconta Shalamov, l'altro grande narratore degli orrori quotidiani del gulag, che nelle mattine di freddo intenso gli zek , appena fuori dalle baracche, si affrettavano a sputare in terra. Se la temperatura era inferiore ai 50 sotto zero, la saliva si congelava in volo. E a meno di 50 gradi non si andava a lavorare all'aperto.

Per rispettare la tradizione, i turisti dovrebbero sfilare davanti alle guardie in file di cinque, pronti ad aprire il giaccone e la camicia per la perquisizione prima di uscire dal campo. Poi la lunga marcia verso il posto di lavoro con il monito quotidiano del capoguardia: «Un passo a destra o uno a sinistra della fila è considerato tentativo di fuga e gli uomini sparano senza preavviso». Dopo la zuppa calda del mattino (cavoli, qualche raro pesciolino e tanta acqua) solo 300 grammi di pane nero per dieci ore di lavoro, dalle 8 alle sei di sera. A Vorkutà i condotti delle miniere scendono per centinaia di metri. Nei tunnel orizzontali si cammina spesso carponi, con i piedi nell'acqua e si lavora a colpi di piccone. Si sta caldi, ma ci si rovinano i polmoni.
Dopo il lungo ritorno al campo, la nuova perquisizione all'ingresso, questa volta più accurata perché è da fuori che arrivano i coltelli che servono per regolare i conti tra zek . I turisti potrebbero poi ricevere pacchi da casa, come accadeva a pochi fortunati. Un'altra ora in fila davanti alla speciale baracca.
E ogni due settimane (ma per gli occidentali si potrebbe chiudere un occhio e prevederla ogni domenica) la visita alla banya, una via di mezzo tra la sauna e la doccia collettiva.
Finalmente arriva il momento della agognata visita serale alla mensa, sempre inquadrati in squadre. Altra ciotola di zuppa (ancora meno densa perché non c'è più da lavorare) e 200 grammi di pane. Dopo qualche giorno, anche i turisti più consumati faranno come i prigionieri di Stalin: useranno un pezzetto di pane per ripulire accuratamente la ciotola e il resto se lo porteranno nella baracca per mangiucchiarlo in branda.

Fabrizio Dragosei

Fonte: http://www.corriere.it