I muri di Israele

Gerusalemme, i luoghi sacri della Cristianità, il Mar Morto… le infinite attrazioni del Paese crocevia di razze e culture

Se dovessi dare una definizione dello Stato di Israele direi subito che è il paese dei muri. Sembrerà strano ma è la prima cosa che mi viene in mente: muri. Alti e massicci. Vecchi e nuovi. Bassi, lunghi o corti. Di cemento, di legno o di pietra. E non sto facendo riferimento solo al famosissimo Muro del Pianto o a quelli di Jericho che Giosuè fece crollare con semplici squilli di trombe ma a tutti quei vertiginosi e curiosi muri che mi sono spuntati davanti durante il mio soggiorno.
Il primo a incontrare e colpirmi è stato il fatidico e (per molti) vergognoso muro, lungo come un serpentone e alto come una giraffa, che separa il territorio israeliano da quello della Cisgiordania: l’ho visto subito il giorno d’arrivo, mentre percorrevamo con il rapido sherut la strada verso Gerusalemme. Credevo fosse più piccolo ma non è così. Poi mi vengono subito in mente quelli imponenti di Gerusalemme vecchia, voluti da Solimano il Magnifico, che racchiudono all’interno i quattro quartieri gerusalemmiti con l’inestricabile labirinto di vicoli e vicoletti e che separano la città vecchia dalla città nuova, fatta di quartieri dalle case bianche e dalle larghe vie: sembrano voler preservare un mondo millenario dall’incontrare le modernità poco distanti le porte d’accesso.
Sorprendente invece è quello tutto spinato (e sospetto anche elettrificato) che corre lungo alcuni tratti della N 90, la strada veloce di collegamento tra il Mar Morto e il lago di Galilea, e che delinea una sorta di confine tra Israele e la Giordania: il confine politico è il fiume Giordano, a qualche chilometro di distanza, ma solo dopo ho capito perché è il muro ad esserne invece il vero. L’ultimo, quello che definisco il più strano, è il muro in legno che separa a Tel Aviv la spiaggia di Nordau dalla Promenade, la passeggiata pedonale che corre lungo la riva del Mediterraneo. La spiaggia è ad appannaggio della nutrita comunità ultraortodossa israeliana ma l’uso è diversificato: gli uomini ci vanno in determinati giorni, le donne negli altri. Per restar comunque separati da tutti. Divisi anche nella divisione.
Ognuno quindi ha una propria funzionalità ed un proprio scopo ma tutto ciò stona in un paese formato da un pout pourri di razze e culture e che basa su questo mix la propria nascita e vita. Basta infatti sedersi per 5 minuti sui gradini che conducono alla Porta di Damasco in Gerusalemme per veder passare molti personaggi del suo variegato mondo: uno o più ebrei ortodossi vestiti nei loro paltò e diretti al Muro del Pianto; un gruppetto di donne velate arabe che vanno a far la spesa nell’affollato suq; un prete cattolico che conduce immancabilmente la solita comitiva di pellegrini lungo la via Dolorosa; un pope ortodosso carico di incensi e lumini; alcune ragazze in jeans e maglietta dirette allo shopping e gli onnipresenti militari dalle mimetiche verdi e dagli occhi neri. Tutti mescolati al vociare dei commercianti e al passeggio dei turisti curiosi.
E se ci si vuol soffermare sulla storia di ogni singolo abitante d’Israele, si scopre che ognuno è originario di qualche parte del mondo. Come il controllore all’aeroporto che, appena vista la presenza di un visto russo sul mio passaporto, non m’ha chiesto cosa avevo visitato in Israele ma quali luoghi avevo visitato in Russia, svelandomi poi che era la sua patria d’origine. Per non parlar poi della commerciante energica e chiacchierona che al Karmel Market vendeva le creme del Mar Morto: si rivolgeva a me in francese, alla mia amica in inglese e ad un’altra cliente in perfetto russo. Il tutto simultaneamente e con ottimo risvolto economico.
Per questo continuo a chiedermi cosa fomenta il rancore in questa splendida terra. Tutti hanno da apprendere da tutti e tutti avrebbero da insegnare a tutti. Un ottimo scambio di idee, culture e conoscenze che farebbe di sicuro bene a questa giovane società (Israele come Stato ha appena 63 anni). Ed invece si fomenta lo scontro da entrambi le parti. E spesso non si sa neanche quali siano le parti: palestinesi ed israeliani oppure arabi e ebrei o ebrei e cristiani o arabi e cristiani. E non è raro che si menano tra di loro anche preti di varie confessioni: nella terra dove la parola PACE ha trovato la sua più corretta etimologia, si è proprio smarrita quest’ultima!
Certo, guardandomi attorno, mi son domandato dove sia la guerra o tutto quello stato di perenne tensione che traspare spesso dai nostri media. Anche perchè ho vissuto quei giorni nella più profonda tranquillità, visitando Gerusalemme nei suoi luoghi più belli e celebri, viaggiando con i mezzi pubblici e con un’auto privata, mescolandomi alla rumorosa folla nei suq arabi o nei mercati israeliani e facendo lunghe passeggiate sulla frequentata Promenade di Tel Aviv. Come se fossi in Italia o in Spagna o in U.S.A. o in qualche altro angolo del mondo. Ma le divise verde scuro dei militari e quelle camionette onnipresenti per le strade sono state un monito al vigile stato d’allerta che esiste e con cui bisogna convivere.
Di sicuro, però, il vero muro da abbattere è quello dell’odio, nato e radicatosi troppo a fondo nella storia di questo bellissimo fazzoletto di terra del Medio Oriente. E chissà se un giorno tutti i popoli coinvolti riusciranno a farlo. Muri vari permettendo.

Informazioni varie
Iniziamo dalla moneta, che è lo Shekel (NIS ossia New Israeli Shekel), il cui cambio è 1€ = 5 NIS. Per un facile calcolo basta dividere il prezzo in NIS per 5 e il risultato è l’equivalente in Euro. Gli uffici di cambio si trovano dappertutto come i Bancomat ma è consigliato cambiar già qualcosa in aeroporto: a Gerusalemme meglio evitare quelli alla Porta di Damasco mentre a Tel Aviv convenienti ce ne sono sulla Dizengoff.
Per quanto riguarda le prese elettriche, sono uguali a quelle europee quindi niente convertitore: batterie e cellulari si possono tranquillamente caricare alle prese in loco.
I cellulari funzionano dappertutto e la rete è ben coperta: meglio chiedere al proprio fornitore a quale rete appoggiarsi prima di partire. In quasi tutti gli alberghi abbiamo trovato la connessione wii-fii (a Tel Aviv era addirittura in tutto lo stabile) e ci sono anche molti Internet point.
Per ultimo, sebbene Israele sia un paese molto tranquillo e sicuro, come in tutti i luoghi del mondo è meglio sempre tenere portafogli e passaporti controllati e mai in vista.

Guide ed Internet
La nostra guida per eccellenza è stata l’aggiornata Lonely Planet (LP) ma, pur se devo riconoscere che è ottima per indirizzare su cosa vedere e come muoversi, scarseggia un po’ di notizie storiche. Il resto delle informazioni è stato invece preso da Internet, principalmente dal sito www.goisrael.com, anche in italiano.
Altri siti che si possono consultare sono i seguenti, tenendo presente che sono quasi tutti in lingua inglese: www.infotour.co.il del Ministero del Turismo; www.cicts.org del Christian Information Centre; www.inisrael.com dell’Interactive Israel Tourism Guide; www.israel-guide.com e www.helloisrael.net. www.eyeonisrael.com ha una simpatica e pratica mappa interattiva mentre www.3disrael.com mostra didascalie in 3D!
Alcuni luoghi o monumenti sono inclusi in parchi nazionali quindi meglio anche consultare il sito www.parks.org.il per conoscere orari di apertura e prezzo d’ingresso (solo in inglese). Per il resto, basta fare comode ricerche con il motore Google inserendo il nome della città o regione che si intende visitare.Agosto è un periodo molto particolare per recarsi in Israele in quanto le temperature possono essere ben elevate ed effettivamente di giorno è molto caldo ma di sera la temperatura cala percettibilmente e una leggera brezza, sia a Gerusalemme che a Tel Aviv, rinfresca l’aria.
Comunque nel viaggio abbiamo trovato tre tipi di clima: a Gerusalemme di giorno è caldissimo ma la sera scende davvero un’aria fredda che fa calare la temperatura anche della metà (sono stato costretto a comprare una felpa il secondo giorno di permanenza per il freddo che c’era); in Galilea anche è caldissimo, causa umidità del lago e mancanza di vento (il lago di Tiberiade è comunque sotto al livello del mare) e di sera solo una brezzolina rinfresca l’aria; a Tel Aviv, seppure è caldo più che altro per il tasso alto d’umidità, la sera è rinfrescata dal vento proveniente dal mare.
Ciò comporta un po’ d’adeguamento nel vestirsi: pratico di giorno con colori chiari e la sera, soprattutto a Gerusalemme, un golfino di cotone è sempre comodo tenerlo annodato in vita per un pronto uso. A mare invece, è sufficiente il classico abbigliamento estivo: canotte e bermuda a gogò che, volendo, posso essere acquistate in loco.1° giorno
A partire da Milano Linate col volo delle 9 per Roma siamo io e Roberto mentre Francesca e Alberto partono dall’Abruzzo per Fiumicino in prima mattinata con l’auto: l’appuntamento è previsto al gate d’imbarco.
Il nostro volo è puntuale e arriva anzi con qualche minuto di anticipo mentre i ragazzi hanno qualche problema sul raccordo anulare (nell’ordine: lavori in corso non terminati la notte antecedente, il caotico traffico onnipresente e l’immancabile incidente che rallenta sempre tutto). Per fortuna però riescono ad arrivare in orario e ci ritroviamo a bordo del nostro A320 dell’Alitalia diretti in perfetto orario a Tel Aviv, dove arriviamo intorno alle 16.30.
Sbarcati dal volo, andiamo dritti al controllo passaporti, dove ci mettiamo in fila: passiamo massimo due persone alla volta e l’addetto (nel nostro caso una soldatessa moretta) ci rivolge in inglese le frasi d’obbligo (il motivo della visita, dove siamo diretti, quanti giorni restiamo, dove alloggiamo, se è la prima volta che visitiamo il paese, come ci sposteremo, etc etc.) e nel contempo stampa il visto su un cartellino a parte che ci verrà ritirato da un’altra addetta poco prima di accedere alla sala ritiro bagagli.
Io e Roberto ce la caviamo tranquillamente (si temeva per i timbri del Marocco ma invece sono passati indenni) ma Francesca ed Alberto sono trattenuti: il loro visto siriano dell’anno precedente è in bella mostra su una pagina del passaporto così un’altra soldatessa li invita a seguirla in un diverso ufficio. Panico! Hanno giusto il tempo di avvisarci via sms di ritirare il loro bagaglio e poi per due ore sappiamo più nulla.
La snervante attesa termina a pomeriggio inoltrato quando i due “trattenuti” sono rilasciati: dal racconto che ci fanno, hanno subito un cortese ma energico interrogatorio sulla loro presenza in Siria (se hanno amici, se hanno avuto regali, cosa hanno visto, perchè erano lì, etc) ma alla fine li han lasciati andare.
Ricomposto il gruppo, usciamo dall’aeroporto e prendiamo uno sherut della Nesser (uscita 3 sulla destra): sono abbastanza economici ma partono solo se pieni o quasi. Il nostro lo è a metà e dopo 30 minuti di vivaci proteste, si decide a partire per Gerusalemme.
Finalmente entriamo nel vivo del nostro viaggio e possiamo già ammirare dal finestrino del piccolo pullman il paesaggio israeliano mentre ci avviciniamo alla città.
Attraversiamo alcuni quartieri e ci colpisce quello di Me’a She’Arim: a bordo dello sherut c’è un signore ebreo ortodosso vestito di nero e bianco ma non pensavamo che ce ne fossero così tanti in giro!
Comunque lo sherut ci lascia davanti la Porta di Damasco e in breve raggiungiamo l’Hotel Holy Land, a Gerusalemme Est: siamo desiderosi di un attimo di riposo e di una doccia.
L’assegnazione delle camere vien fatta a caso e a noi tocca una meravigliosa stanza con veduta sulle mura e sulla Cupola dela Roccia mentre i ragazzi sono meno fortunati: hanno una veduta interna sulla città e su un parcheggio!
Poichè è sera e la fame si fa sentire, entriamo nella Gerusalemme vecchia e, non avendo voglia di girare per cercare un ristorante, ci fermiamo da Pizzaria Basti, davanti la Chiesa armena e la III Stazione della via Crucis: non male il cibo ma il comportamento del gestore col conto non è stato molto corretto.
Poichè mentre si cena vediamo passare molti ebrei ortodossi che si inoltrano nei vicoli, dopo decidiamo di seguirli e in 10 minuti di attraversamento del suq ci troviamo davanti un tunnel bloccato da un check point dove un gentile soldato ci invita a far un rapido controllo: subito passiamo oltre così arriviamo alla fine della galleria e... uno spettacolo stupefacente ed emozionante si para davanti agli occhi.
Illuminata da potenti fari la piazza del Muro del Pianto è piena di uomini e donne ebrei ortodossi e non che pregano nei settori a loro adibiti. Un salmodiare sommerso ed alcuni canti si elevano nell’aria e la gente va e viene da quel luogo sacro per gli Ebrei. Bambini con kippe colorate corrono a giocare mentre affaccendati uomini con paltò e cappelli arrivano con i loro libri di preghiera e si accostano al muro iniziando il classico dondolamento, segno che la loro preghiera infervora le menti e il corpo. Le donne invece, dalle lunghe gonne nere o a fiori, in gruppo o sole, entrano nel settore a loro dedicato.
Un muretto divide i luoghi di preghiera dal resto della piazza e da qui possiamo ammirare questo meraviglioso spettacolo sacro che ci lascia emozionati e commossi.
Come prima sera a Gerusalemme siamo veramente contenti.

2° giorno
Inizia oggi la vera visita alla città antica (www.jerusalem-oldcity.org.il): dopo la colazione raggiungiamo l’esterno della Porta di Erode, vicina all’hotel (è una delle 9 porte d’ingresso alla città ed è quella che conduce nel cuore del quartiere arabo), e percorriamo in pochi minuti un tratto esterno delle mura volute da Solimano il Magnifico per trovarci subito poi davanti alla Porta di Damasco, una delle più grandi e più frequentate vie d’accesso alla Città Vecchia.
Anticipata da un piccolo e fervido mercato, immediatamente dopo l’ingresso inizia El Wad, una lunga via che conduce al tunnel citato ieri e che attraversa il quartiere arabo: lungo la strada si aprono i tanti negozi dalle varie mercanzie come abiti, oggettistica per la casa, prodotti di bellezza ed ovviamente quelli dedicati al cibo.
Passato l’ingresso (ci fermiamo ai cambiavalute ma lo scambio non è molto equo, meglio cambiare in aeroporto o nella zona moderna), scendiamo lungo la strada guardandoci intorno mentre il quartiere si movimenta. Teniamo la sinistra per passare davanti al Monastero e alla Chiesa Armena e proseguire lungo la strada fatta iersera: meta infatti della nostra prima visita è il Muro del Pianto.
Rifatti celermente i controlli, ci ritroviamo di nuovo nell’ampia piazza, che apprezziamo nella sua vastità alla luce del sole. C’è poca gente e molti militari ma possiamo ammirare i resti di quello che era il muro occidentale del Tempio di Salomone e che per gli Ebrei è ora uno dei luoghi più sacri (ricordiamoci che la definizione Muro del Pianto è errata in quanto il termine giusto è Muro Occidentale).
Dopo la breve visita, affrontiamo i controlli per accedere alla Spianata del Tempio, sovrastante il Muro stesso: tramite una rampa (e dopo un ulteriore check point) si entra nel grande spazio dove a destra si erge l’ampia Moschea Al Aqsa, una delle più grandi del mondo mediorientale; a sinistra invece una serie di giardini precedono le scalinate delle Bilance delle Anime che conducono alla Cupola della Roccia, svettante al centro del vastissimo terrazzamento.
Non potendo accedere all’interno del Tempio, ammiriamo le altre bellezze artistiche qui presenti come la Fontana della Coppa, la Cupola della Catena, la Cupola dell’Ascensione (lì dove Maometto pregò prima di ascendere al cielo) e i bellissimi maiolicati che ricoprono il Tempio (www.templemount.org).
Compiuta la visita a questo luogo sacro, usciamo dalla Bab el Atim e ci troviamo subito sulla Sha ‘ar HaArayot o via Dolorosa, la strada che segue il percorso dell’agonia di Gesù.
Ammiriamo l’Arco dell’Ecce Homo e, subito dopo, notiamo una serie di scale che conducono ad una porta blu: troviamo tutto chiuso ma sappiamo che, all’interno, inizia la via Crucis con la stazione I.
Di fronte, a destra dell’ingresso al cortile interno, si trova la Cappella della Flagellazione e quindi la II stazione, proprio nel punto dove fu flagellato. Da qui poi ci avviamo verso El Wad e, nell’angolo di congiunzione, troviamo la III stazione, dove Gesù cadde per la prima volta: una cappella ricorda l’evento. La IV stazione è di lato, nel cortile dell’adiacente Chiesa Armena e ricorda il luogo dove Gesù vide sua Madre. Proseguiamo per pochi metri e la porta di un’altra piccola cappella ci indica il luogo della V stazione, lì dove fu aiutato da Simone di Cirene: sulla parete esterna c’è un calco che pare indichi il posto dove Gesù si sia appoggiato stremato dal peso che sosteneva. La via Dolorosa prosegue tagliando così il suq e a metà strada troviamo la VI stazione, dove la Veronica gli asciugò il viso. La Via arriva fino all’incrocio con suq Khan ez-Zeit e qui giriamo a sinistra e quasi subito a destra nella Aqabat El Khanqa, per salire alcuni gradini che ci portano davanti la VII stazione, dove Gesù cadde per la seconda volta. Un po’ più avanti invece troviamo l’VIII Stazione, nel luogo dove Gesù avrebbe detto alle donne di Gerusalemme di piangere per i loro figli e non per lui (sapeva già che di lì a pochi anni ci sarebbe stata la diaspora). Ritorniamo indietro e scendiamo di nuovo per suq Khan ez-Zeit fino a trovare sulla destra una serie di scale e, salendole, arriviamo alla IX stazione, situata proprio dietro la Basilica a cui siamo diretti: qui Gesù cadde per la terza volta. Da qui potremmo accedere alla Basilica però preferiamo ritornare indietro e seguire un’altra strada, volendo entrare dalla porta principale e non da quella laterale. Così ritorniamo di nuovo in suq Khan ez-Zeit, percorriamo la via, svoltiamo in suq ed Dabbagha e ci troviamo davanti il Muristan, un’area piena di negozi e laboratori d’artigianato. Proseguiamo dritti seguendo il flusso della folla e sbuchiamo davanti l’ingresso della Basilica del Santo Sepolcro.
Pur essendo uno dei luoghi cristiani più importanti e sacri, la Basilica in effetti non rivaleggia assolutamente in bellezza con le chiese nostrane ma deduciamo che le troppe vicende storiche che l’han colpita (guerre, devastazioni, saccheggi e abbandoni) non la rendono certo un luogo che possa vantarsi di un corredo artistico di tutto rispetto. Comunque è sicuramente uno dei luoghi più cari che abbiamo quindi vi entriamo con devoto rispetto.
Appena dopo l’ingresso troviamo sulla destra l’accesso al Calvario mentre davanti a noi si trova la Pietra dell’Unzione, nel luogo dove Gesù fu disteso dopo la morte.
Saliamo le ripide scale che ci conducono al luogo in cui Gesù fu crocifisso ma la lunga coda ci scoraggia dall’arrivare fino al punto preciso quindi apprezziamo la Cappella (dove fra l’altro, tra candelieri ed incensieri, ci sono la X, XI, XII e la XIII Stazione della via Crucis) con i suoi altari e i suoi dipinti.
Discesi, passiamo davanti la Pietra ed entriamo nella parte più interna, lì dove si erge l’Edicola della Tomba, luogo di sepoltura di Gesù: un’altra lunga fila composta da gente in preghiera attende di entrare nella piccola camera che contiene la pietra dove fu riposto il suo corpo. Continuiamo nella visita passando fra cappelle e portici fino ad una rampa discendente di scale che conduce alla Cappella di Sant’Elena e da qui, con un’altra rampa, scendiamo nella Cappella del Ritrovamento delle Croci, costruita lì dove queste ultime furono ritrovate.
Conclusa così la visita alla Basilica, torniamo a ritroso lungo suq ed Dabbagha, giriamo a destra e percorriamo suq el Lahhamin fino all’incrocio con suq el Bazar o David street, che è una strada in salita e che ci conduce allo spiazzo antistante la Porta di Jaffa. Qui facciamo una sosta ristoratrice e pranziamo da Samara, un buon ristorante al centro della piazza.
Dopo un’oretta di riposo, sotto un sole cocente, decidiamo di attraversare il quartiere armeno per andar a visitare il Monte Zion. Passiamo davanti la Cittadella o Torre di Davide, sede di un museo sulla storia di Gerusalemme e punto di partenza per una passeggiata sui bastioni, e ci inoltriamo lungo la Armenian Orthodox Patriarchate, fermandoci a visitare la Chiesa e Convento Ortodosso di San Giacomo.
Alla Porta di Zion usciamo al di fuori delle mura e percorriamo la strada ombreggiata che ci porta alla Chiesa della Dormizione, sorta nel luogo dove Maria Madre di Cristo si è addormentata ed è ascesa al cielo. A breve distanza, seguendo i cartelli presenti, visitiamo il Cenacolo, la grande stanza purtroppo rimaneggiata dove avvenne l’ultima cena, e la sottostante Tomba di Davide, un luogo sacro agli Ebrei.
Rientriamo quindi nella città vecchia e ripercorriamo in discesa la strada che avevamo abbandonato per trovarci davanti ad un enorme parcheggio che attraversiamo per inoltrarci nella Mishmeret Hakehuna ed entrare nel quartiere ebraico. Ci vengono incontro nella passeggiata le Sinagoghe sefardite di Meir Ba’al haNess e di Istambouli mentre, arrivati in Hurva square, ammiriamo le sinagoghe di Ramban, di Hurva e di Beit El: nella piazza c’è anche una moschea, la Sidna Omar.
Proprio ad angolo con la moschea inizia la lunga strada di HaYehudim, la principale del quartiere, affiancata più in basso dal vecchio Cardo Massimo: una serie di scale conducono in questa strada sotterranea che ripercorre la vecchia strada principale romana e che ora è un luogo dove trovare souvenirs e artigianato di chiaro stampo ebraico.
Percorrendola e dedicandoci ad un momento di shopping, arriviamo fin dove una serie di bandiere indicano che si è giunti al limite del quartiere: da qui si prosegue inoltrandosi nei suq di quello arabo. Risaliamo alcuni scalini e ci troviamo all’incrocio tra David street, il Cardo e suq el ‘Attarin, nel bel mezzo della città vecchia.
Avendo letto della possibilità di visitare anche i tetti di Gerusalemme, ci mettiamo alla ricerca della rampa d’accesso e la troviamo in St Mark street, una piccola strada parallela alla David street: alla fine di quest’ultima, provenienti dalla Porta di Jaffa e poco prima dell’incrocio tra le tre strade, si gira sulla destra passando sotto un portico e si prosegue per una decina di metri fino a trovare sulla sinistra la scala in ferro che conduce ai tetti. Saliamo ed ammiriamo da qui il panorama composto dai tetti delle case, delle chiese, dei minareti e della onnipresente Cupola. Una serie di finestre invece ci permette anche di vedere il suq e le vie sottostanti brulicanti di persone.
Discesi, ritorniamo pian piano verso la Porta di Jaffa, fermandoci nei negozi per effettuare i primi acquisti o guardare le mercanzie esposte. Dalla Porta usciamo fuori e lasciamo momentaneamente la città vecchia, camminando lungo la passeggiata ai piedi delle alte mura.
Alla Porta Nuova decidiamo di attraversare la piazza antistante e di procedere lungo la Jaffa Road inoltrandoci nella città nuova ma, visto ormai l’orario quasi preserale, rimandiamo una eventuale visita a momenti più consoni e rientriamo in albergo.
La serata la trascorriamo nella città nuova cenando presso un ristorante kosher di fronte al pub Dublin in Damon str. e passeggiando lungo la Jaffa Road e la Ben Yehuda str., in cui spettacoli di artisti di strada intrattengono turisti e avventori.

3° giorno
Questa mattina effettuiamo una piccola escursione recandoci a Betlemme, a sud della città e per arrivarci prendiamo alla vicina stazione autobus in Sultan Suleyman str. il bus 21 che, al prezzo di 7 NIS cadauno, ci conduce direttamente alla città natale di Gesù. L’autobus parte ad orari abbastanza cadenzati o quando si riempie totalmente e lo si può anche fermare lungo il tragitto.
Andiamo così verso la Cisgiordania o West Bank, ammirando il paesaggio brullo e il lungo muro voluto per dividere i due territori, in un autobus pieno di turisti e locali che percorre la moderna N 60 e che passa per un posto di controllo dove non si ferma, in quanto è in entrata nei Territori.
Dopo un giro che ci sembra lungo, l’autobus fa capolinea poco fuori la città, all’angolo tra la vecchia N 60 e Pope Paul VI str. e, appena scesi, siamo subito assaliti dai taxisti abusivi che vogliono condurci nei vari posti sacri ma preferiamo subito prendere un taxi giallo (sono ufficiali e fermano subito dietro al capolinea) che ci lascia, per 15 NIS a persona, nella grande Manger square: ci troviamo così davanti la Basilica della Natività.
Affrontiamo con stoica pazienza la fila per l’accesso alla Basilica in quanto l’ingresso avviene da una porticina minuscola dove si entra uno alla volta e dovendosi chinare: qualcuno sostiene che è un atto di penitenza, altri che è semplicemente un espediente trovato nel corso dei tempi per impedire l’ingresso dei predatori a cavallo.
Comunque entriamo in un ambiente molto vasto, composto da tre navate, un ampio altare e belle colonne di vario colore. Ammiriamo da botole aperto l’originario pavimento a mosaico e poi ci mettiamo in fila nella navata di destra, tra le comitive di fedeli provenienti da tutto il mondo. Mentre così procediamo piano, leggiamo dalla LP un po’ di notizie, come quella che ci lascia abbastanza perplessi e che fa riferimento alla gestione della Basilica: quest’ultima è divisa tra i greci-ortodossi, gli armeni e i cattolici che, spesso, per qualche centimetro in più o in meno di controllo… se le danno di santa ragione!
Poco meno di un’oretta dopo arriviamo all’ingresso della Grotta, dove si scendono alcuni gradini per accedere al luogo di nascita di Gesù: una fila di persone passa e prega davanti la stella che indica il posto in cui venne alla luce e una serie di piccoli lumini indicano dove fu adorato dai Magi. Anche noi non ci sottraiamo al rito e, dopo le foto, ritorniamo alla navata superiore, da cui usciamo per passare davanti la Chiesa di Santa Caterina e il suo bel chiostro: ora siamo fuori definitivamente dalla Basilica.
Facciamo allora un giro per l’animato suq, dove compriamo delle kefiah a prezzo ragionevole, poi sostiamo in un bar della piazza per ristorarci e bere un tè alla menta prima di fermare un taxi giallo e farci condurre di nuovo al capolinea del 21.
L’autobus parte e lungo il percorso fa salire altri passeggeri: noi riposiamo (io riprendo un po’ il panorama con la videocamera) fino a quando l’autobus arriva al posto di controllo e si ferma.
Siamo qui testimoni di un atto quotidiano nella vita di questo popolo: l’autobus passa il controllo ma subito dopo si blocca e, senza che nessuno lo dica, tutte le persone giovani ne scendono. Noi ci guardiamo in giro senza saper che fare e notiamo che le persone rimaste (tutte donne ed anziani) tirano fuori i loro passaporti o documenti. Sale a questo punto una soldatessa che li ritira tutti tranne i nostri mentre le persone discese consegnano i loro e rientrano in autobus: dopo un’attesa di circa mezz’ora, la soldatessa riconsegna tutto e da l’ok al via così l’autobus riparte per Gerusalemme.
A bordo sembra normale ma nell’aria si avverte un senso di sconforto e di disappunto per il controllo a cui queste persone sono sottoposte: hanno totalmente ragione ma anche gli israeliani vogliono avere sicurezza.
L’autobus percorre così a ritroso la N 60, passa davanti la città vecchia e ci lascia alla Porta di Damasco: son da poco passate le 13 quindi abbiamo tempo per altre visite e per pranzare: allora entriamo nel quartiere arabo e troviamo aperto in Suq Khan ez-Zeit un ristorante ebreo, Al A’Elat, dove mangiamo della carne squisitissima.
Circa un’ora dopo attraversiamo la Sultan Suleyman str. giusto in tempo per prendere al volo il bus 75, che ci porta per 5 NIS al Monte degli Ulivi in pochi minuti, lasciandoci all’angolo tra la Rab’a el Adawiyeh e Salmi el Farsi. Proprio di fronte, alla fine del vicoletto, c’è l’ingresso alla Cappella Russa dell’Ascensione ma troviamo chiuso (apre solo due volte a settimana) e così siamo privati di salire su uno dei campanili più alti della città. Allora ci incamminiamo verso la Chiesa dell’Ascensione ma troviamo chiusa anche questa mentre l’adiacente omonima Moschea è aperta: c’è nessuno e facciamo un breve giro all’interno, trovandola molto spoglia.
Usciti, scendiamo fino alla Chiesa del Pater Noster, che visitiamo: questa chiesa è famosa perché, in tutte le lingue, è presente la preghiera del Padre Nostro. Infatti i muri sono adorni di mosaici in cui ognuno contiene la preghiera in una lingua diversa: troviamo lingue come l’occitano, il maya, il sanscrito, l’igbo, il papiamento e… il milanese!
Soddisfatti del giro, usciamo e arriviamo in breve tempo all’ampia terrazza posta alla fine della strada e qui un panorama bellissimo risalta ai nostri occhi: Gerusalemme si apre davanti a noi.
Le foto di rito si sprecano ma le visite non sono ancora finite quindi scendiamo lungo la stretta via che lambisce il cimitero ebraico e che ci porta all’ingresso della Chiesa del Dominus Flevit, piccola e graziosa.
Continuando a scendere, passiamo davanti la Chiesa Ortodossa di Maria Maddalena, le cui guglie dorate spiccano tra il verde del Monte e sono visibili anche dalla Spianata del Tempio, e ci fermiano nel vicino Orto del Getsemani, nel luogo dove Gesù fu tradito e arrestato: il posto è molto bello ed emozionante ma l’adiacente trafficata via ne smorza il fascino. Ci aggiriamo così tra gli antichi ulivi (pare che alcuni abbiamo più di 2000 anni di vita) immaginando l’evento evangelico per poi fermarci all’adiacente Chiesa delle Nazioni, che contiene la roccia dove Gesù sudò sangue.
Compiuta la visita, ritorniamo verso Gerusalemme ed entriamo nella città dalla Porta dei Leoni o Porta di Santo Stefano per poi girare a destra nella Qadisieh ed attraversare il quartiere arabo, che si prepara a festeggiare la fine del giorno di Ramadan: un piccolo mercato precede la Porta d’Erode ed usciamo proprio all’altezza del nostro albergo, dove ci ritiriamo per riposare prima di cena.
Si è deciso di cenare nello stesso ristorante del pranzo ma lo troviamo chiuso e, dopo un girovagare tra vicoli e suq, ci accomodiamo da Amigo Emil, sulla Aqabat El Khanqa nel quartiere cristiano: le sue insalata sono veramente buone e il locale è molto in tema ma è un pochino caro.
Trascorriamo il resto della serata al Muro del Pianto per le videoriprese e foto serali e, prima di ritirarci ci rechiamo in una pasticceria che abbiamo incrociato in suq Khan ez-Zeit, poco avanti il ristorante ebreo, le cui vetrine sono state una calamita: succulenti dolci arabi sono in bella mostra e la golosità s’è fatta sentire così, seduti ad un tavolo ed unici stranieri, assaggiamo dei baklava deliziosissimi e della squisita knefa.

4° giorno
Sono le 9.30 del mattino e siamo già seduti negli uffici della Eldan in David Ha-Melekh str. in attesa di ricevere la Chevrolet Aveo che abbiamo prenotato dall’Italia: con questa auto contiamo di effettuare una escursione al Mar Morto e di proseguire nei giorni seguenti il nostro tour alla scoperta di Israele.
L’attesa dura poco perché siamo subito serviti e, dopo le firme e le pratiche legali, ci danno la chiave per una blu… Ford Focus dal cambio automatico! Crediamo che ci sia stato un errore ma invece l’auto che ci accompagnerà nel nostro viaggio è proprio questo macchinone. Io e Francesca (i due guidatori) apprendiamo in pochi minuti i rudimenti per l’uso e la guida (il codice d’accesso da non dimenticare, l’uso del cambio automatico e soprattutto la presenza di solo due pedali) e poi, ben contenti di aver pagato un’auto così capiente e comoda ad un prezzo minimo, partiamo subito per il Mar Morto.
A ciò, ci immettiamo nel traffico della città e seguiamo le indicazioni che ci portano sulla N 60 (è la strada che parte dalla Porta di Damasco) per poi, dopo una serie di errori e di richieste d’aiuto agli automobilisti nel traffico, imboccare la strada per Ma’ale Adumin, che è in effetti la N 1 per il Mar Morto (questo però i cartelli non lo dicono).
Durante il viaggio ammiriamo il paesaggio, che man mano ci allontaniamo diviene sempre più desertico, fino a quando, dopo circa mezz’ora, arriviamo nei pressi di Jericho, dove la strada si divide: svoltiamo a destra seguendo le indicazioni e ci troviamo sulla N 90. Alla nostra destra montagne aride e piccole oasi limitano l’orizzonte mentre alla nostra sinistra la costa frastagliata del Mar Morto segue la strada tortuosa. L’orizzonte è bianco (fa molto caldo ed è molto afoso: siamo anche a -400 m sotto al livello del mare) e non si vedono nitidamente le montagne oltre che appartengono alla Giordania.
Un’altra ora di viaggio e giungiamo a Masada, la fortezza costruita su uno sperone roccioso e protagonista di un episodio della storia ebraica che l’ha resa leggendaria: un solerte poliziotto ci interroga prima di farci accedere al parcheggio delle auto e poi, dopo la salita, entriamo nel Visitor Center da cui parte l’escursione.
Masada infatti è situata su uno sperone roccioso isolato alto 400 metri e per raggiungere la vetta o si segue il Sentiero del Serpente (ma è sconsigliato quando fuori ci sono più di 35°) o si utilizza la comoda funivia che, ogni quarto d’ora e in quattro minuti, congiunge il Center con la cima.
Optiamo per la seconda così, prima di accedere alla cabina per l’ascesa, ci fan passare per una sala cinema dove ci viene raccontata la storia di Masada: riassumendola, un gruppo di Zeloti (Ebrei ribelli) si rifugiò nella fortezza ed oppose resistenza ai Romani per un periodo lunghissimo fino a quando questi ultimi costruirono un terrapieno con cui raggiunsero la fortezza. Gli Zeloti, pur di non cadere in mano al nemico, preferirono bruciare tutto e compiere un suicidio di massa: riuscirono a salvarsi solo due donne e 5 bambini. L’evento è diventato leggenda ed è entrato nella storia ebraica.
La rapida funivia ci conduce alla cima e da qui entriamo nel periplo delle mura tramite la Porta del Sentiero del Serpente: ad accoglierci una spianata vasta e desolata, intervallata da mura disastrate e rovine, da grotte e scavi coperti nonché da un tremendo caldo.
Supportati da cappelli, acqua e da un venticello che ogni tanto ci rinfresca con qualche raffica, ammiriamo il bellissimo panorama aperto su tutti i lati e visitiamo quel che resta della fortezza: il Muro Orientale; la Grotta Monastica e la Chiesa Bizantina (successive alla distruzione); i Bagni e la Cittadella meridionale; la Piscina e la Cisterna (miracoli dell’ingegneria idraulica); varie torri di vedetta con il resto delle mura e le Terme con il Palazzo di Erode. Il posto è magnifico e doveva essere davvero uno spettacolo vedere la fortezza nel suo totale splendore. Riscendiamo al Center molto contenti ed affamati, quindi approfittiamo della presenza di alcuni self service per un lauto pranzo.
Dopo il consueto giro digestivo nel locale shop, partiamo da Masada (concordando unanimi di aver visto uno dei posti più affascinanti di Israele) e riprendiamo la via del ritorno, con l’intenzione però di far sosta per un depurativo e rigenerante bagno nel Mar Morto.
Ci fermiamo per tal fine a Mineral Beach, poco prima del kibbutz di Mitspe Shalem, ed accediamo al lido per 45 Nis a persona. All’interno ci sono docce e camerini separati, un bar con minimarket e la spiaggia per effettuare il bagno e i fanghi. Dopo esserci infilati rapidamente i costumi, ci fiondiamo nella piccola baia recintata e proviamo l’ebbrezza del bagno: entriamo fino alla vita poi ci lasciamo andare con la schiena lentamente e l’acqua ci sostiene come se fossimo fuscelli. Perfino Roberto, che non sa nuotare bene, resta a galla, facendo come tutti attenzione a non girarsi (non è consigliato nuotare) e a non andar con la testa sotto (il sale è nocivo per gli occhi e per le orecchie).
Dopo la doccia, ci infanghiamo il corpo ed aspettiamo un po’ che asciughi per poi rituffarci in mare e rifare la doccia per togliere gli ultimi residui: abbiamo la pelle liscia come quella dei bambini e vellutata come quella delle pesche. Il viso, opportunamente trattato, è rilassato e ben pulito.
Soddisfatti dal trattamento, ritorniamo all’auto e ripartiamo per Gerusalemme, arrivandoci al momento giusto quando il tramonto infuoca il cielo e lo sparo del cannone indica la fine del Ramadan.
Dopo un po’ di relax ed un’altra doccia ristoratrice, cerchiamo un ristorante nel quartiere arabo ma sono tutti chiusi ad eccezione di Pizzaria Basti: essendo tardi, ceniamo lì, pur sapendo che il conto che ci verrà dato sarà leggermente gonfiato.

5° giorno
E’ tempo di lasciare Gerusalemme e di proseguire per il nord del paese quindi, dopo la consueta lauta colazione, carichiamo i bagagli e ripartiamo alla volta del Mar Morto dove, allo svincolo di Jericho, giriamo a sinistra e ci inoltriamo nella Valle del Giordano, tenendo presente che non ci è consentito lasciare la N 90 in quando siamo nei Territori Palestinesi ed un auto con targa israeliana non è ben vista sulle strade locali.
Percorriamo questa valle abbastanza brulla, in cui alti palmeti e serre varie variegano il panorama e dove non riusciamo a scorgere il fiume che le da’ il nome. Nel frattempo, incrociamo contadini al lavoro e vecchi trattori che arano la terra. Ad un certo punto, sul lato destro, notiamo un muro spinato che corre quasi parallelo alla strada per parecchi chilometri: crediamo che faccia parte di una serie di muri divisori per campi poi invece ci nasce il sospetto che sia un muro di confine. Il sospetto ci viene confermato dopo con la sosta al gate di controllo prima di Beit She’An, quando la soldatessa che ci ferma ci fa il quarto grado chiedendoci da dove veniamo, dove siamo diretti e se ci siamo fermati lungo il tragitto.
Rientriamo in Israele e calcoliamo che in circa due ore abbiamo attraversato una delle valli più famose del mondo, scivolando sulla Cisgiordania e toccando quasi con mano la Giordania, sebbene non ci siamo potuti fermare in alcuna parte.
A Beit She’An decidiamo di far visita alle rovine di quella che fu una delle più gloriose città in terra mediorientale e quindi ci fermiamo al Bet She’An Park, il cui ingresso si trova all’interno della città: da una terrazza si ammira il panorama degli scavi prima di scendere tra i resti principali della città distrutta da un terremoto nel 749 d.C. e di cui sono riusciti a salvarsi parzialmente solo il bellissimo Teatro, i Bagni Bizantini, la Strada di Pallade con il colonnato e l’Agorà.
Riprendiamo la N 90 per Tiberiade e notiamo che il paesaggio è totalmente cambiato: la terra arida fa posto a campi coltivati e si può affermare che siamo perennemente circondati dal verde.
A circa 20 km a nord della città, dopo Neve Ur, troviamo sulla sinistra l’indicazione per il Castello di Belvoir e subito ci infiliamo nella irta stradina che ci porta, dopo un po’ di chilometri e di curve, su un monte dominato dalle rovine di questa fortezza crociata.
Lasciata l’auto in un parcheggio letteralmente vuoto (siamo gli unici visitatori), prima di visitare le rovine ammiriamo lo splendido paesaggio che si gode dalla terrazza antistante e da cui si può vedere la valle del Giordano, il Lago di Galilea e le dirimpettaie montagne, che appartengono alla Giordania: il nome del castello è proprio ben azzeccato!
Entriamo dal cancello principale sorpassando l’ampio fossato ed accedendo alla prima cinta di mura esterne: il Castello infatti ha una costruzione “a cipolla” ossia ha mura esterne che proteggevano mura interne che a sua volta proteggevano il corpo principale che racchiudeva la corte centrale e le stanze più importanti.
Passando per torri diroccate, cisterne d’acqua vuote e corridoi stretti tra alte mura, arriviamo all’ingresso a forma di arco ogivale della Corte Centrale, a cui si dava accesso alla parte più interna composta da una Chiesa, dalle cucine, dalla sala pranzo, dal cortile e dalle piccole stanze dove i cavalieri crociati si riposavano dopo le fatiche delle battaglie.
Terminata la visita, ridiscendiamo alla N 90 e riprendiamo il viaggio, facendo però una sosta rifocillatrice in un fast food stile Burghy a Kinneret, poco prima della biforcazione della strada. Infatti appena giunta al lago la N 90 si divide in due strade: quella a destra segnalata come N 92 segue la sponda est mentre quella a sinistra continua come N 90 e segue la sponda ovest. A noi interessa la sponda ovest e seguiamo le indicazioni per Tiberiade, dove arriviamo nel tempo di scarso mezz’ora: l’albergo è facilmente raggiunto e abbiamo giusto il tempo per sistemarci nelle nostre camere che ci fiondiamo poi nella piscina, rinfrescandoci dal tremendo caldo che ci avvolge.
Dopo un po’ di tintarella e di riposo, scendiamo giù sul lungo lago per cenare ed effettuare una passeggiata: l’aria s’è fatta più tiepida e la brezza dai monti del Golan permette di respirare (anche il lago di Tiberiade è al di sotto del livello del mare).
Ceniamo al Laguna Restaurant, sulla Midrahov, dove un simpatico cameriere che parla italiano (l’ha imparato in Romania dal suo collega di studi calabrese!) e ci invita ad assaggiare l’ottimo pesce locale (famoso è il sanpietro con le patate): ci vengono servite anche squisite salse, molto pane nonché l’immancabile hummus e il conto alla fine non supera neanche i 15€ a persona.

6° giorno
La buona colazione ci carbura per una giornata di visite e così, con l’auto, ci dirigiamo verso Nazareth seguendo la N 77, dove arriviamo poco più di mezz’ora dopo (www.nazarethinfo.org).
Lasciata l’auto sulla Paulus VI str., visitiamo nelle vicinanze la Chiesa Ortodossa di San Gabriele per poi inoltrarci nel suq arabo, passando davanti la Moschea Bianca e la Chiesa di San Giuseppe, dove però stanno celebrando la Messa e non possiamo accedere. Arriviamo quindi alla Basilica dell’Annunciazione, un altro luogo celebre e sacro per i cristiani, ed entriamo nel cortile antistante per ammirare le belle figure dipinte su ceramiche poste nel muro opposto all’ingresso e provenienti da tutto il mondo: c’è una Madonna cinese, una congolese, una egiziana e così via. Sulla facciata laterale della Basilica (in effetti una struttura molto moderna) si può leggere il “Salve Regina” mentre sul portone principale c’è un bassorilievo in bronzo che raffigura i momenti salienti della vita di Gesù.
Entriamo all’interno e scopriamo un vasto ambiente silenzioso e semi buio, illuminato da candele e dal lucernario enorme della cupola. Sotto, scendendo alcuni gradini, si arriva al luogo dove l’Arcangelo Gabriele annunciò l’evento della procreazione a Maria: quelli che si vedono sono solo i resti della casa in quanto quest’ultima, secondo la leggenda, è stata trasportata dagli angeli a Loreto, nelle Marche, dov’è tuttora venerata in un Santuario.
Compiuta la visita, ripercorriamo il suq e ritorniamo alla macchina, fermandoci un attimo davanti la Fontana della Vergine, altro luogo in cui sarebbe apparso l’arcangelo Gabriele a Maria: la LP dice che l’acqua che scorga abbia poteri curativi, noi invece scorgiamo solo un cartello che invita non a bere!
Poco dopo siamo sulla N 60 diretti ad Afula e qui giriamo poi sulla N 65 per il Monte Tavor. Quando giungiamo a Tavor Junction svoltiamo a sinistra e seguiamo le indicazioni che ci portano su una strada strettissima, ripida e tutta curve, tanto che gli autobus e i pullman G.T. non ci transitano. Quasi alla fine la strada biforca ma bisogna tenere la destra (a sinistra si arriva alla Chiesa Greco-ortodossa) per giungere al parcheggio in cui si lascia l’auto: siamo fortunati in quando arriviamo giusto alle 14, nel momento in cui un barbuto frate apre il cancello d’ingresso alla Basilica della Trasfigurazione.
L’importanza del monte è infatti dovuto ad un episodio citato nei Vangeli in cui Gesù vi salì e parlò con Mosè ed Elia e vi si trasfigurò: per commemorare questo evento sono state costruite due chiese e noi stiamo visitando quella cristiana.
Coperti a puntino, entriamo in questo luogo santo ed apprezziamo la quiete e l’aria serena che si respira all’interno. Approfittando del fresco presente, ci accomodiamo sulle panche e ci guardiamo intorno, ammirando l’altare e il bel mosaico che rappresenta la Trasfigurazione. In una cappella poco prima di uscire c’è una Croce che un devoto tedesco ha portato in spalla dalla Germania fin lì. Esternamente, due terrazze danno sulla valle sottostante e permettono di godere uno splendido panorama.
Rientriamo a Tiberiade tramite la N 65 e poi di nuovo la N 77 e mentre Roby si concede un riposino in albergo, noi altri tre raggiungiamo il centro per una visita pomeridiana: ci perdiamo nel piccolo mercato locale e nei negozi, camminando tra gruppi di ebrei ortodossi di rientro dalla spiaggia e giovani israeliani in vacanza. Sul lungolago un display posto su una riproduzione del lago ci indica l’esatto livello dell’acqua nei confronti del mare e il -213 ci conferma che comunque siamo ancora sotto e per questo qui vento ne spira poco e l’afa è tremenda.
Di sera ceniamo di nuovo al Laguna Restaurant e poi ci godiamo uno spettacolo d’acqua e luce che ogni ora avviene alla fine del lungolago.

7° giorno
Francesca alla guida, io come navigatore e gli altri due stravaccati sui sedili posteriori della Focus siamo diretti in Alta Galilea, con l’intenzione di visitare la parte nord del lago, la città di Safed e di fare una puntatina alle Alture del Golan (incuriositi dal film “La sposa siriana”): percorriamo la N 90 fino al Monte delle Beatitudini dove, per 10 NIS ad auto, accediamo all’ampio giardino dove trova sede la Chiesa sorta sul luogo in cui Gesù enunciò le 7 Beatitudini e insegnò il Padre Nostro alle folle radunate per ascoltarlo.
La amena giornata e il bel sole alto colorano questo posto e un senso di pace davvero si diffonde tra le piante e le mura: la piccola Chiesa si compone solo di una navata centrale le cui finestre danno su un bel panorama del lago sottostante, raggiungibile con una camminata di mezz’ora tramite una stradina.
Visitato questo posto santo, dove anche il Papa ha fatto sosta, riprendiamo la direzione di Safed, svoltando sulla N 89 e poi salendo per le strade tortuose ma ampie verso il centro: Safed infatti è arroccata sulla cima di una montagna ed è una antica città dalla storia fortemente intrecciata con quella ebraica poiché è considerata la capitale della Kabbalah, la corrente mistica dell’Ebraismo.
Percorrendo tutta la strada e seguendo le indicazioni che portano verso il centro, arriviamo al piccolo parcheggio di Aliya Bet dove, con un colpo di fortuna, troviamo posto per l’auto: da qui percorriamo la via fino all’incrocio con la Jerusalem str., svoltiamo a destra ed entriamo nel centro storico. Quest’ultimo, data la posizione sulla collina, si estende in verticale e per passeggiare tra le sue piazze e i suoi vicoli, bisogna salire e scendere per un numero impreciso di scalinate che collegano i punti più interessanti della citta: Safed infatti raccoglie alcune tra le più belle sinagoghe ebraiche e il suo centro si divide in due distinti quartieri, quello appunto delle sinagoghe (dove ci sono i monumenti principali) e quello degli artisti, in cui si trovano negozi e ateliers di sculturi e pittori (www.safed.co.il).
Percorrendo una serie di stradine e facendo un po’ di saliscendi, visitiamo prima la Sinagoga Ashkenazita HaAri (ingresso libero ma lasciare sempre qualche NIS di donazione), che contiene una bellissima arca in legno d’ulivo e un bimah, una specie di altare (forato da colpi di proiettile), e poi la Sinagoga di Abuhav, che sicuramente è la più bella di tutte le chiese ebraiche visitate fin ora con i suoi colori bianco-azzurri e le sue splendide decorazioni.
Ci perdiamo nei negozi della ElKabez Shelomo str., che offrono parecchi lavori artigianali e approfittiamo dei piccoli giardini presenti per godere di un po’ di fresco. Attraversiamo poi un ampio parcheggio e passiamo nel quartiere degli artisti, le cui strade sono adorne di pitture e quadri e in cui visitiamo la ex moschea, ora sede di una mostra generale degli artisti, e i numerosi e colorati cortili, facendo in seguito sosta per il pranzo da Izidora, un ottimo bar dove servono enormi piatti di pietanze ed insalate a prezzi bassi.
Ritorniamo all’auto e affrontiamo i tornanti in discesa per recarci verso le alture del Golan: ripercorriamo la N 89 e ci immettiamo sulla N 90 direzione Kyriat Shimona anche se poi la abbandoniamo poco dopo per la N 91 che ci porta verso Ein Zivan: il panorama ci offre colline verdi e piccoli boschi alternati da prati incolti e luoghi di pascolo.
Attraversiamo il piccolo ponte sul Giordano ma, appena fatta la curva, un piccolo spiazzo sulla sinistra attira la nostra attenzione: una veloce decelerata e ci fermiamo anche noi, scoprendo che da qui è possibile scendere sulle rive del fiume. Un soldato solitario ci assicura di star tranquilli e che possiamo andare: seguiamo il sentiero e arriviamo sulle rive dove da poco essere terminato un barbecue perché nell’aria c’è odore di carne grigliata ed alcune persone beatamente si godono il fresco.
Il Giordano scorre placido tra le due rive e francamente restiamo alquanto sconcertati perché si è sempre avuta l’impressione che fosse un fiume grande come il nostrano Po o come il bell’Arno ed invece... è grosso quasi come il Naviglio! Ecco perchè allora è stato costruito quel muro lungo la N 90: il fiume è facilmente guadabile quindi è una frontiera non molto sicura.
Calmo e placido, questo corso d’acqua forma tre laghi e per il suo controllo si combattono tuttora guerre ma ora la sua corrente trasporta solo gruppi di persone dedite al rafting che ci salutano quando li inquadriamo con la telecamera.
Riprendiamo la strada verso il Golan e giriamo per Qatsrin ma la cittadina si rivela un po’ una delusione in quanto è poco più di un grosso quartiere con la piazza principale ed alcuni negozi di vario genere: da visitare ci sarebbe il Museo Archeologico ma è già pomeriggio inoltrato e preferiamo far rientro a Tiberiade. (www.golan.org.il).
Uscendo dall’abitato, notiamo però alcuni cartelli che invitano a non avventurarsi nei campi in quanto c’è il pericolo di mine: in effetti siamo ad appena 20 km dalla famosa linea Alpha che divide Israele dalla Siria e in più notiamo aumentato il traffico di mezzi militari. Comunque con la secondaria 9088 arriviamo alla statale N 87 e svoltiamo per Tiberiade, scendendo per le dolci colline fino ad arrivare a Cafarnao, dove ci fermiamo al Monastero greco ortodosso per ammirare la chiesa e il panorama ma ci attardiamo un po’ troppo e alle tappe successive, la Casa di San Pietro e il Santuario della Moltiplicazione dei pani e dei pesci, troviamo tutto già chiuso (tassativi alle 17 i cancelli sono serrati) che ci costringono a proseguire per Tiberiade e per il nostro albergo, in cui poi facciamo un bel riposo.
In serata ceniamo da Big Ben Restaurant, sempre su Midrahov, che reputiamo comunque pari all’altro.

8° giorno
Alle 09.30 del mattino siamo già in viaggio sulla N 77: abbiamo infatti pianificato la sera precedente di concludere l’ultimo giorno con la nostra auto, che dobbiamo consegnare nel tardo pomeriggio a Tel Aviv, visitando le città di Akko, di Haifa e di Cesarea (le rovine romane, per la precisione).
Dalla N 77 imbocchiamo la N 79 dopo Nazareth e proseguiamo spediti fino all’incrocio con la N 4, che ci porta dritti verso Akko: un po’ di traffico ci ferma ma, seguendo le varie indicazioni e le mappe, arriviamo alla Porta di Terra, nelle cui vicinanze c’è un ampio parcheggio tra le mura. Lasciamo l’auto ad un improbabile posteggiatore ed entriamo nella città, percorrendo la Sala ad-Din Str. fino alla Al Jazzar str. in cui c’è l’ingresso alla omonima Moschea (www.acre.org.il).
Akko è una cittadina araba ed uno dei porti più antichi d’Israele e deve la sua fama soprattutto ai Crociati, che ne fecero il loro quartiere generale: ciò le ha dato una vaga aria mista arabo-cristiana e tra le sue case e i suoi vicoli spuntano minareti e reminiscenze medioevali, come la Torre dell’Orologio, la Città Crociata Sotterranea e la Chiesa di San Giorgio. Passeggiamo tra gli stretti ma affascinanti vicoletti, passando davanti ai Bagni Ottomani e al Caravanserraglio di Khan al-Umdan, e sbuchiamo proprio davanti al porto nel momento in cui il muezzin chiama alla preghiera. Dopo, ci perdiamo nel suq (in cui compriamo degli squisitissimi dolcetti) fino a ritornare al parcheggio e partire per Haifa (www.tour-haifa.co.il).
La N 4 è un bel po’ trafficata ma nel giro di poco più di mezz’ora entriamo nella terza città di Israele, percorrendola fino alla stazione ferroviaria: subito dopo basta girare sulla sinistra che la Sderot Ben Gurion e gli scenografici Giardini Baha’i si aprono davanti.
Parcheggiamo facilmente ai piedi del complesso ed una guardia solerte ci avvisa che abbiamo a dospisizione poco meno di mezz’ora prima della chiusura mattutina ma comunque c’è poco da visitare in quanto i giardini sono aperti solo fino alla prima terrazza e per visitare più in alto bisogna raggiungere la Cupola con l’auto. C’è da dire che la pulizia e l’aspetto scenografico di questi giardini in cui ha sede uno dei luoghi più sacri della religione Baha’i (in cui si fondono elementi di dottrina ebraica, cristiana e musulmana) sono veramente eccezionali e la cura di questi splendidi giardini fa risaltare bene la presenza del Tempio sito sulla parte più alta del Monte Carmelo. Usciamo e facciamo sosta in un bar lì vicino per il pranzo poi subito ripartiamo per Tel Aviv, anche se concordiamo che Haifa meriterebbe una giornata più completa di visite.
Ritorniamo quasi subito sulla N 4, dirigendoci verso sud: vuoi il pranzo, vuoi la stanchezza vuoi l’aria fresca che ci arriva dal mare lambito dalla strada, in auto piomba il silenzio totale e, a parte il sottoscritto, tutti ronfano beatamente.
Lasciamo la N 4 e percorriamo la superstrada 2, che segue in alcuni tratti la costa mentre in altri sfiora le piccole colline a ridosso di essa, attraversando paesini turistici e centri residenziali.
Ormai è pomeriggio inoltrato e le precedenti visite si sono protatte più del dovuto così, a malincuore, saltiamo l’uscita per le rovine romane di Cesarea e proseguiamo dritti per Tel Aviv, dove abbiamo prenotato due studios all’Arbel Aparthotel in Chulda Street, una traversa della Dizengoff.
Gli alti grattacieli ci accolgono alla fine della superstrada, proprio all’intersezione con la N 5, quando smette di essere tale e ritorna una strada statale, entrando in Tel Aviv con il suo carico di traffico, tra cui noi.
Cartina alla mano e indicazioni pronte, stiamo attenti a non perderci nelle seppur ampie strade della città e in breve tempo giungiamo al nostro residence, che accoglie così 4 viaggiatori abbastanza stanchi: preso possesso dei nostri studios, ritorniamo in auto e la conduciamo fino alla sede della Eldan dove, dopo un rapido controllo in cui tutto risulta ok, lasciamo definitivamente l’ottimo mezzo. Da questo momento ci sposteremo o a piedi o con l’efficiente servizio di autobus urbani e taxi.
Dopo una doccia ristoratrice ed aver sistemato le nostre valige, siamo pronti per affrontare la vita, soprattutto ludica, della città più libera, laica e viva di Israele (www.tel-aviv.gov.il oppure www.telaviv-insider.co.il).

9° giorno
Per Francesca ed Alberto questo è il loro penultimo giorno in terra israeliana in quanto domani mattina rientreranno in Italia a differenza nostra invece che continueremo qui la nostra vacanza. Si rende quindi necessario non solo esplorare e conoscere i dintorni, ma visitare anche la città che ci ospiterà per una settimana e permettere ai due partenti di non perdersi la visita di alcuni posti che vanno visti.
In mattinata quindi percorriamo la Dizengoff str. in direzione sud, notando la presenza di tanti negozi di vario genere in cui poter far shopping, e ci sono ovviamente molte cafetterie aperte come molti bars e locali, frequentatissimi a partire dalla sera.
Passiamo sulla piazza sopraelevata di Dizengoff Square, con al centro una fontana perennemente chiusa e con alla sinistra due palazzi in stile Bauhaus arricchiti di statue particolari, e arriviamo all’enorme Dizengoff Center, uno dei punti nevralgici della città, composto da due enormi grattacieli, uniti da un corridoi chiuso, in cui ha sede un vasto centro commerciale.
Svoltiamo in Tchernichovki str. percorrendola tutta per poi sbucare sulla Allenby str. quasi di fronte all’ingresso del Karmel Market, meta finale della nostra passeggiata.
Siamo così nel quartiere yemenita, composto di piccole case e dall’aria arabeggiante, in cui ha sede il mercato più famoso d’Israele: le sue bancarelle offrono di tutto e di più, dall’abbigliamento (shirts e polo marcate “I love Tel Aviv” e altre diciture, cappellini e felpe di stampo militare con scritte delle Forze Israeliane, etc.), all’oggettistica per la casa (tovaglie ricamate con ornamenti della tradizione ebraica e bicchieri per il tè, per dirne qualcuna) e per il tempo libero fino ai prodotti gastronomici quali il pane, la frutta e la pasticceria. Attraversiamo il mercato fermandoci spesso per gli acquisti o per guardare le bancarelle e le mercanzie e alla fine ne usciamo dall’altra parte con due borse contenenti creme e fanghi del Mar Morto, magliette di vario genere, piccoli souvenirs e due confezioni di tahina, la crema che serve per preparare l’hummus e i felafel.
Alla fine di Ha’ Carmel prendiamo un autobus che ci porta ad Old Jaffa, la seconda nostra meta di visite, e che ci lascia alla fermata di Yefet, appena dentro il centro abitato: entriamo subito nei suoi vicoli e raggiungiamo l’ingresso, dove davanti troviamo “La statua dell’albero d’arancio”, un particolare lavoro artistico in cui un albero d’arancio è interrato in un vaso sospeso da terra e tenuto da ganci attaccati ai muri.
Superato l’arco d’accesso, è un susseguirsi di piccoli vicoletti, stretti passaggi e studi di artisti che portano alla grande piazza Kikar Kedumim e alla Chiesa di San Pietro, che si profila tra i cannoni napoleonici e le palme che svettano alte. Saliamo fino all’Abraham Shechterman’s Garden per godere del bellissimo panorama: Old jaffa e il suo porto sono sotto di noi mentre Tel Aviv con le sue case bianche e le sue spiagge affollate sono lo sfondo ideale per ottime fotografie (sembra di essere a Miami).
Ridiscendiamo così verso il Porto per passeggiare sul lungomare rinfrescato da una leggera brezza e per ammirare la Moschea del Mare, che si apre proprio di fronte al mare aperto, raggiungendo poi la Clock Tower Square, in cui si erge l’omonima torre ottomana sormontata da un orologio (assomiglia ad un piccolo Big Ben costruito su un minareto) e dove si trova l’ingresso alla Moschea Mahmudiya.
Da Rozette, un piccolo bar nelle vicinanze, mangiamo ottimi ma speziatissimi panini (per la gioia di Alberto) accompagnati da una Goldstar, la buonissima birra israeliana. Dopo, una breve passeggiata ci porta alla Yerusalem str. dove prendiamo l’autobus 25, da cui scendiamo al Dizengoff Center per fa ritorno al nostro residence poiché abbiamo deciso di trascorrere le ultime calde ore pomeridiane approfittando delle bellissime spiagge.
Forniti di asciugamani e ciabatte raggiungiamo la Promenade, la lunga passeggiata pedonale di 5 km che parte dal vecchio porto di Tel Aviv situato a nord e raggiunge la Clock Tower’s Square di Jaffa lambendo la costa e le spiagge, e scegliamo di fermarci alla più vicina che è la Hilton beach, situata tra la Marina e la Nordau beach, l’ultima spiaggia della costa: con nostra sorpresa notiamo che i due lidi sono separati da un alto muro in legno, muro che divide in due la stessa e la protegge da sguardi indiscreti, essendo la spiaggia ad uso degli ebrei ultraortodossi. Noi invece ci stendiamo sulla bianca sabbia all’opposto e poi facciamo il bagno nel mare caldissimo, approfittando degli ultimi raggi di sole e del bel tempo.
In serata, dopo la cena nel nostro studio a base di hummus e insalata comprata in un supermarket locale, festeggiamo la fine del nostro viaggio insieme con una scorpacciata di dolci in una pasticceria nei pressi del Dizengoff Center.

10° giorno
Francesca ed Alberto di (quasi) buon ora sono ritornati al Karmel Market per gli ultimi acquisti e più tardi, tutti insieme, siamo andati a visitare il Dizengoff Center: superiamo i controlli all’ingresso ed entriamo in un ampio spazio su cui si affacciano 4 piani con negozi di abbigliamento, profumerie, sport, tecnologia e gadgets delle marche commerciali più famose mentre a piano terra una fila di bancarelle offre cucina locale e alcune pasticcerie espongono dolci arabi o ebraici.
Dopo la visita rientriamo al residence per ritirare i bagagli ed accompagnamo i nostri amici alla fermata dell’autobus: raggiungeranno infatti l’aeroporto con il treno, mezzo veloce e molto economico che lascia direttamente nella hall delle partenze.
Ovviamente l’arrivederci è commovente perchè veramente siamo stati benissimo e ci siamo molto divertiti insieme ma diversi impegni hanno costretto a diversificare il rientro così loro vanno via mentre noi proseguiamo il soggiorno di alcuni giorni. Comunque promettiamo di sentirci via cellulare e poi al rientro uniremo foto e ricordi di questo stupendo viaggio.
L’autobus va via e i nostri amici con lui: abbiamo loro notizie quattro ore dopo quando, via sms, ci avvertono delle peripezie in aeroporto, avvisandoci di ciò che ci aspetta (e che si avvererà).
A questo punto, rimasti in due, non possiamo far altro che prendere asciugamano e costume da bagno e recarci sulla spiaggia per un salutare bagno di mare e di sole.

11° - 12° - 13°- 14° giorno
Condenso brevemente questi quattro giorni in quanto li abbiamo dedicati al più completo relax e tediare con un dettagliato resoconto non sembra il caso quindi brevemente scrivo solo che la mattina andiamo in spiaggia, dove restiamo tutto il giorno, e poi la sera, dopo cena, la trascorriamo con lunghe passeggiate sulla Promenade oppure in qualche locale aperto fino a tardi o tutta la notte.
Per quanto riguarda l’aspetto turistico, Tel Aviv è sì una grande città moderna ma è anche un affermata località balneare le cui spiaggie sono pulitissime e ben curate e l’acqua è veramente molto pulita e bella. Da nord a sud si possono scegliere una decina di lidi, tutti con bagnini per la sicurezza e punti di ristoro nonché con docce e comodità varie come sdraio o lettini.
Noi, per vicinanza, siamo stati sempre alla Hilton beach: posto molto carino (pare che sia “il più glamour” anche per la presenza della comunità glbt), molto economico (un lettino costa appena 10 NIS) e molto tranquillo ma qualcuno ci ha consigliato anche la Gordon beach, che viene considerata la più bella.
Poichè abbiamo uno studio ben attrezzato, preferiamo cenare con comodità qui, facendo la spesa presso i numerosi supermercati situati in zona: proprio vicino al residence c’è AM:PM, un fornito market che fa parte di una catena i cui negozi sono aperti per tutta la notte e in cui si può trovare di tutto, dall’hummus preconfezionato (buono ma non certo come quello fatto al momento) fino alla pasta e ai sughi nostrani. E far la spesa alle 3 di notte è stato molto “americano”!
Tel Aviv è davvero la città che non dorme mai, una nostrana New York piazzata sulle coste del Mediterraneo: locali aperti fino all’alba e un’offerta di serate all’insegna del divertimento.
Per conoscere la movida locale basta ritirare in aeroporto, all’arrivo, la rivista Time Out, che porta gli avvenimenti mensili previsti oppure procurarsi cards e inviti dai ragazzi che li distribuiscono sulla Promenade. Un buon consiglio è consultare i siti www.telavivguide.net o www.telaviv4fun.com (in quest’ultimo c’è anche il link al sito glbt www.gayisrael.org.il in quanto la comunità e la vita glbt in Israele sono molto vivaci).
Cercare un fulcro dei locali è difficile: si va da quelli situati alla Marina, alla fine settentrionale della Promenade, fino a quelli lungo la Sderot Rothschild, passando per Dizengoff e Ben Yehuda. Non per niente la notte, al posto degli autobus, girano dei taxi collettivi (n° 4 e n° 5) che percorrono lo stesso tragitto di quelli diurni e collegano la Marina con la Sderot Rotschild via Dizengoff o Beh Yehuda: ci si può spostare comodamente da un locale all’altro senza dover percorrere chilometri. D’altronde si possono usare anche gli economici e numerosi taxi presenti ad ogni ora (una corsa notturna in due di appena 5 km costa sui 6€).
Insomma, Tel Aviv è una città in cui chiunque può trascorrere una piacevole vacanza turistica o balneare.

15° giorno
E’ l’ora di rientrare in Italia: abbiamo già preparato le valige con tutti i souvenirs e alcune piccole leccornie chiuse all’interno (delle confezioni di pane pita fresco e un barattolo di tahina nonché i nostri effetti personali) ed abbiamo prenotato un taxi alla reception dell’albergo che ci accompagnerà in aeroporto.
Abbiamo il volo alle 14.50 ma sono stato avvisato che è meglio presentarsi non più tardi di tre ore prima della partenza in quanto pare che i controlli sono molto lunghi e approfonditi così andiamo via poco prima di mezzogiorno e in mezz’ora siamo all’aeroporto Ben Gurion (in taxi il prezzo è fisso ed è di 130 NIS ossia 26€ per due persone; in treno si spendono all’incirca 8€ a persona, detto dai nostri amici).
Come avvisato dai ragazzi, i controlli sono lunghi, estenuanti e solerti ed iniziano appena si entra nella Hall dove c’è un primo controllo di tutto il bagaglio (da stiva, a mano e borse personali) e della persona (qualcuno si è anche dovuto togliere le scarpe): Roberto passa indenne, a me invece aprono la valigia e tirano fuori tutto, dalla tahina alla schiuma da barba fino alla biancheria sporca.
Dopo il controllo con un aggeggio dell’interno e del contenuto, siamo accompagnati al banco Alitalia e lì facciamo il check in consegnando le valige da stiva e poi entriamo in un’area che noi crediamo d’attesa (ci sono ristoranti, bar e negozi) ma che è invece un’altra sala d’accesso per ulteriori controlli.
Non so neanche come accade ma un’addetta, appena vede il mio passaporto, mi porta via dalla fila in cui ci troviamo e mi conduce in un’altra dove un giovanotto biondo (scopro poi di origine russa) mi fa attendere più di mezz’ora per far passare la mia borsa a mano, piena solo di biancheria e della macchina fotografica.
Nel frattempo perdo Roberto e in più affronto ancora la fila per il controllo passaporti: l’addetta di chiara origine etiope mi chiede cosa ho visitato, se ho incontrato persone che mi han fatto regali, se sono entrato nei Territori Occupati e quante volte sono stato in Marocco (si è accorta dei timbri!). Per fortuna mi lascia passare indenne e mi fiondo nella hall alla ricerca di Roberto, che trovo seduto ed in preda ad una certa preoccupazione ma tutto è bene quel che finisce bene.
Per rilassarmi mi dedico allo shopping e compro in offerta 5 confezioni di baklava (c’è il 4x1 su molti prodotti), 5 di dolcetti vari, 2 bottiglie di vino israeliano (che lascio poi ad una simpatica inserviente di Roma!) e alcuni piccoli gadgets giusto per spendere gli ultimi spiccioli di Shekel: all’imbarco sembro Babbo Natale.
Il volo è in orario ed appena c’è il decollo, mi avvicino al finestrino e vedo le bianche case di Tel Aviv allontanarsi tra le nuvole: so che un pezzetto di cuore è rimasto lì. Shalom.Tutti gli alberghi sono stati prenotati tramite Internet e sono risultati all’altezza delle aspettative.
* A Gerusalemme abbiamo alloggiato all’Holy Land Hotel, situato a Gerusalemme Est, di fronte la Porta di Erode: per 4 notti in doppia con colazione abbiamo pagato tramite www.otels.com 324€ per una camera vista città (quella vista città vecchia costa di più): non so se ci sia stato un errore o no ma abbiamo avuto una camera meravigliosa sulla città vecchia senza supplemento. L’albergo è ottimo con buona colazione, parcheggio e connessione wii fii. www.holylandhotel.com
* In Galilea abbiamo preferito alloggiare a Tiberiade per una più ampia scelta di alberghi (ricodiamoci che, seppur su un lago, è una rinomata località balneare) ed abbiamo prenotato tramite Booking l’Hotel Astoria Galilee, un tre stelle situato su una collinetta: al prezzo di 254€ abbiamo avuto una doppia comodissima con un bel bagno nuovo. La colazione è stata impagabile e la piscina ha rifrescato i pomeriggi afosi.
* Tel Aviv ha un’offerta alloggiativa varia e, sempre tramite Booking, abbiamo prenotato due studios all’Arbel Aparthotel, situato in una traversa di Dizengoff e a 10 minuti di cammino dal Dizengoff Center: io e Roby abbiamo avuto un bello studio grande dove siamo stati una settimana al prezzo di 646€ mentre Francesca e Alberto uno studio più piccolo in quanto vi hanno alloggiato solo due notti. www.israelapartment.com/Consigli per lo Shopping
- A Gerusalemme nella zona araba o lungo El Wad e Khan as-Zeit si può comprare di tutto e si può liberamente contrattare;
- Sempre a Gerusalemme, piccole e grandi icone sono disponibili in un negozietto minuscolo sulla via Dolorosa, tenuto dalle Piccole Sorelle di Charles de Foucauld che, con i loro lavori, mantengono il convento: si trova sulla sinistra poco dopo la VI stazione seguendo la via Crucis;
- Per chi invece vuol portarsi un pezzo di Mar Morto ottenendone benefici e senza commettere reati, ci sono i prodotti di varie marche (Aroma, Dead Sea Shops, etc.) che offrono confezioni di fango o di sale a cui si possono abbinare ottime creme per mani, piedi o corpo e saponi: non costano molto (spesso c’è il 2x1 sul prezzo) e sono anche una buona idea da souvenirs. A Gerusalemme un negozio si trova in Hurva square e un altro sulla Jaffa Road mentre a Tel Aviv sulla Dizengoff c’è un negozio altrettanto fornito.
Inoltre via Internet si possono acquistare i prodotti direttamente da casa nei siti www.theisraelionlineshop.com o www.shopinisrael.com.
- Chi ama invece l’arte, ha a disposizione i bei negozi della ElKabez Shelomo street a Safed tra cui la Fig Tree Courtyard: oltre ai meravigliosi pezzi esposti dell’artigianato locale, l’atelier d’arte ha sede nell’interno di un’antica casa ebraica.

5 COSE DA FARE IN ISRAELE:
- Salire sui tetti di Gerusalemme vecchia: ci sono alcune scale di ferro nei pressi di St. Mark e di Bab al-Silsila che conducono ai “piani alti”. Basta chiedere a qualche negoziante se non si riesce a trovar il punto di salita.
- Visitare il suq di Nazareth ma non di Domenica perché è chiuso: la città, sebbene araba, è in gran parte di religione cristiana.
- Sedersi ai giardini Gan HaAtsmaut davanti l’hotel Hilton di Tel Aviv e godersi il tramonto.
- Andare alla spiaggia di Ga’ash tra Tel Aviv e Netanya: lunga e solitaria, da’ l’impressione di essere in Australia.
- Vedere il muro di separazione a Betlemme, vicino alla tomba di Rachele: è pieni di disegni graffiti e scritte varie, come quella di un menù di un ristorante vicino.

5 COSE DA NON FARE IN ISRAELE
- Battibeccare con polizia o militari: ci mettono poco a portarvi alla loro più vicina stazione e tenervi per ore chiuso.
- Non lasciare alcuna mancia nei locali o nei ristoranti. Controllare se il servizio è incluso nel prezzo altrimenti è meglio lasciar qualche Shekel al cameriere.
- Entrare in tenuta troppo estiva nei luoghi sacri di qualunque religione o credo: meglio evitare le canotte e vestire con pantaloni o gonne oltre il ginocchio. Ottimo è portarsi un pareo o un foulard con cui coprire le spalle o le zone troppo esposte.
- Fotografare insistentemente gli ebrei ultraortodossi: possono anche rivoltarsi in maniera poco... ortodossa nei vostri confronti, fino a lanciarvi pietre. Soprattutto poi se visitare i loro quartieri come Mea Sha’rim, è consigliabile avere un atteggiamento molto disinteressato.
- Fare il bagno nel Mar Morto in luoghi non controllati: è pericoloso a causa della presenza di doline.Il viaggio si è svolto nell’Agosto 2011 per una durata di 15 giorni ed ha previsto quattro notti a Gerusalemme, tre notti a Tiberiade e sette notti a Tel Aviv.
Gli spostamenti sono avvenuti tramite il noleggio di un auto mentre alcune escursioni sono state effettuate utilizzando i comodi mezzi pubblici.
Per raggiungere Tel Aviv ci sono molte compagnie aeree che offrono varie tariffe ma noi, dato che eravamo un gruppetto di 4 persone (due da Milano e due da Roma), abbiamo cercato la combinazione migliore per una tariffa a buon prezzo e la possibilità di viaggiare insieme: Alitalia ci ha offerto la quota per noi opportuna ed abbiamo pagato 405€ noi in partenza da Linate (volo via Roma) e 435€ i nostri amici da Fiumicino.
El Al e Meridiana, che compiono tratte Italia-Israele, avevano suppergiù le medesime tariffe.

Spostarsi in Israele non è assolutamente un problema in quanto una ottima rete stradale, un efficiente servizio ferroviario e una serie di aeroporti permettono celeri viaggi in un territorio più lungo che largo.
Approfittando quindi della rete stradale, abbiamo preferito noleggiare un’auto per più rapidi spostamenti e ci siamo rivolti alla compagnia israeliana Eldan, che offre un ottimo parco auto a prezzi veramente accessibili: sul sito www.eldan.co.il si trovano le auto offerte ed i prezzi praticati. A noi un’auto media economica per 5 giorni è costata 204€.
Le strade si dividono in strade regionali, strade nazionali (che sono le nostre superstrade), autostrade e autostrade a pagamento: di quest’ultima c’è solo la 6, il resto è a pedaggio libero.
Da tener presente che le strade nazionali sono contrassegnate da numeri in rosso e attraversano i centri cittadini mentre le autostrade da numeri in viola ed hanno poche definite uscite.
Ottima è anche la rete di autobus, che collegano i luoghi principali: la Egged è la compagnia nazionale e viaggia in tutto il paese.
Per gli spostamenti locali o cittadini, i taxi collettivi sono ottimali sia a Gerusalemme che a Tel Aviv ma anche il taxi singolo è comodo e poco caro ovunque.

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