Churchill, capitale mondiale degli orsi polari

in viaggio con Sailing in Canada
torna alla mappa
Churchill, capitale mondiale degli orsi polari

 

 

Churchill, Manitoba, Canada. Ex avamposto militare. Un posto dimenticato. Isolato. Brutto. Sperduto. Misero. Meraviglioso. Cosa spinge una persona a visitare un posto del genere, segnato sulle cartine non tanto per la sua grandezza o importanza (il villaggio conta 900 abitanti) ma solo perché non ce ne sono altri nel giro di centinaia di chilometri? La risposta e’ semplice: la natura.
Per sei settimane all’anno Churchill diventa la capitale mondiale degli orsi marittimi, detti anche orsi bianchi o orsi polari.
Esistono solo 8 colonie di orsi polari al di fuori dell’artico, e solo una, questa, ha nelle vicinanze un centro abitato. E’ proprio questo che la rende la colonia più accessibile al mondo, anche se la parola accessibile non deve trarre in inganno. Il posto e’ raggiungibile solo via ferrovia da Winnipeg, capitale dello stato di Manitoba, con un interminabile viaggio di 36 ore. In alternativa, i 1000 Km di distanza possono essere coperti con due ore di volo grazie ad una compagnia aerea locale, la Calm Air, a prezzi purtroppo altissimi.
Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, il nome Churchill non viene dal famoso Winston Churchill, ma da un suo antenato governatore del luogo, ai tempi in cui il Canada era colonia Inglese.
Nato come centro di raccolta per cacciatori di pelli, conobbe la sua massima importanza nell’immediato dopoguerra, quando divenne una base militare missilistica americana. Alla fine degli anni 80, con il progressivo distendersi dei rapporti USA - URSS, la base venne abbandonata dagli americani, che lasciarono ai loro alleati Canadesi tanta bella spazzatura edilizia che si può ancor oggi vedere, soprattutto fuori città.
Ma perché ogni anno a novembre gli orsi convergono da queste parti? La risposta e’ abbastanza semplice. La gigantesca baia di Hudson, separata dall’oceano Atlantico, a partire proprio da questo mese comincia a ghiacciare. La formazione del ghiaccio da modo agli orsi di dedicarsi alla ricerca del loro cibo preferito, le foche, che costituiscono il 90% della loro dieta. Con la formazione del ghiaccio, le foche sono costrette ogni tanto a salire verso la superficie per respirare e questo le rende estremamente vulnerabili, dato che su questo terreno l’orso e’ ben più veloce di loro.
Per il gioco delle correnti che girano in senso orario e per la presenza del grosso estuario di un fiume che rende l’acqua meno salata, la zona intorno a Churchill, porto fluviale, e’ la prima a ghiacciare e gli orsi affamati dal lungo digiuno estivo lo sanno benissimo! Dunque a partire da circa metà di ottobre, quando sentono il cambiare della stagione, fino a circa la fine di novembre, il luogo diventa una zona di raduno degli impazientissimi plantigradi, che vagano annoiati e nervosi lungo le rive della baia, in attesa che si formi la calotta.
Ovviamente e’ proprio in questo periodo che Churchill conosce l’apice della stagione turistica. Benché sia visitata anche in estate, quando la baia e’ popolata di Beluga facili da avvistare, la vera invasione di appassionati e’ proprio alla fine dell’autunno. Chi, come noi, vuole fare un viaggio indipendente, deve prenotare anche un anno prima, perché il 95% dei visitatori viene portato qui da agenzie specializzate che formano gruppi tutto compreso. Se si e’ disposti a farsi impacchettare in un gruppo, si può prenotare anche poche settimane prima, se invece si vuole essere indipendenti occorre pianificare bene il viaggio, perché i grossi tour operators tendono a scoraggiare il turismo individuale e a prenotare tutte le stanze di albergo con largo anticipo.
Tanto per le agenzie che per gli operatori locali, risulta molto più vantaggioso creare dei gruppi che vengono totalmente manipolati: arrivano, vengono dirottati verso i grossi e costosi tundra buggies per vedere gli orsi, a volte vengono portati a fare una gita in slitta con i cani e poi rispediti a casa. Il tutto per un periodo che va dai 3 ai 5 giorni di permanenza, volo incluso.
Noi abbiamo scelto di prendercela con molta più calma, visitando il luogo tra l’ultima settimana di ottobre e la prima di novembre, per un totale di 13 giorni interi. Essendo 4 appassionati di fotografia abbiamo deciso di affittare due 4X4 Ford T150, per avere la possibilità di fotografare da entrambi i lati del veicolo (una persona seduta davanti e una dietro). Avere due auto anziché una si e’ rivelata una scelta forse più costosa ma vincente.
Le comunicazioni tra di noi erano garantite da due walkie talkie portati dall’Italia, che si sono rivelati molto utili per la segnalazione degli avvistamenti. Il disponibilissimo proprietario del b&b ci ha poi permesso di completare l’attrezzatura con un prestito tanto insperato quanto gradito. Ci ha fornito una pistola a salve, con 6 cartucce, che ha garantito la nostra sicurezza ed incolumità in caso di incontri con l’orso, lontani dal riparo dell’automobile.
Potere scendere dall’auto e’ stato infatti una condizione indispensabile per poter esplorare certe zone lontane dalla strada, alla ricerca non solo di orsi ma anche di altri animali. L’orso polare non e’ particolarmente aggressivo, ma potrebbe attaccare se viene spaventato per esempio da un incontro inaspettato: fortunatamente, un colpo sparato a salve lo spaventa quasi sempre e dunque anche un’arma inoffensiva può rivelarsi utilissima per la propria incolumità.
E’ doveroso però usare le parole “quasi sempre” perché se un orso decide di attaccare, spesso non c’è nulla che lo possa fermare e battere in ritirata è la sola via di scampo. Per fortuna succede raramente.

Da non perdere

I primi giorni del nostro viaggio sono segnati da tempo brutto con temperature piuttosto alte per la stagione. Piove, la neve a terra e’ decisamente poca ed il paesaggio e’ più autunnale che invernale, come dovrebbe essere da queste parti. La temperatura piuttosto alta (circa 2 gradi sopra lo zero) fa sì che gli orsi non siano molto attivi: per un orso bianco 2 gradi significa avere molto caldo e dunque preferiscono starsene calmi e tranquilli a dormire. Se le temperature salgono sopra i 10 gradi, per loro si parla addirittura di afa!
Siamo all’inizio della stagione, che tra l’altro sembra essere un po’ in ritardo, e i locali ci informano che non ci sono più’ di una ventina di orsi nei paraggi: quando si parla di paraggi si intende un’area lunga una cinquantina di chilometri e larga 3. Nonostante ciò i primi avvistamenti non si fanno aspettare: purtroppo i primi due o tre animali sono molto lontani e anche i nostri potenti teleobiettivi non riescono ad inquadrarli in maniera soddisfacente. Notando che dalla strada che corre lungo la costa spesso le spiagge sono invisibili, cominciamo a scendere con circospezione dalle auto per esplorare le baiette nascoste dalle rocce. Non ci fidiamo ad allontanarci molto, benché la pistola ci dia una certa sicurezza: non abbiamo ancora confidenza con il comportamento di questi animali, dunque manteniamo una certa prudenza. Proprio durante una di queste ispezioni, arriva il primo incontro ravvicinato! Il primo a salire sulle rocce e’ il mio amico Roberto che si precipita immediatamente indietro avvisandoci. L’orso e’ a non più di 50 metri, protetto dalle rocce sia dalla parte del mare che dalla parte della strada e sta beatamente dormendo.
Come sempre accade, il primo avvistamento e’ segnato dalla frenesia assoluta nel preparare il materiale, ma anche da una certa inquietudine per essere all’esterno delle auto, in una posizione dalla quale non e’ possibile vedere se l’animale si e’ svegliato perché disturbato. Prepariamo cavalletti e macchine fotografiche, e saliamo silenziosamente le rocce, pronti a battere in ritirata. Precauzione inutile, l’orso e’ ancora beatamente tra le braccia di Morfeo. Anche quando si sveglia, diversi minuti e diversi scatti dopo, ci guarda con aria annoiata e per niente impaurita, prima di rimettersi a dormire. Nonostante il suo fenomenale senso dell’olfatto, dubitiamo che abbia annusato la nostra presenza, perché siamo sottovento. In condizioni ideali, gli orsi riescono a sentire odori a ben 20 km di distanza, ed individuano la presenza di una foca sotto il ghiaccio, solo con l’olfatto, sotto ad una coltre di ghiaccio spessa anche un metro. Ma anche gli altri sensi, in particolare vista e udito, sono ben sviluppati. Non c’e’ ombra di dubbio che quando ha alzato la testa ci abbia visto, ed il fatto che non si sia mosso ci rassicura.
Il luogo di questo primo incontro ravvicinato, una punta protesa verso il mare in corrispondenza di una nave greca arrugginita naufragata negli anni 60, si rivelerà fortunato anche in altre occasioni. Evidentemente il luogo piace agli orsi che vagabondano avanti e indietro sulle spiagge.
Il mattino del terzo giorno, sempre in questo luogo, avvistiamo anche la prima volpe artica. In questo periodo le volpi hanno già quasi completato la mutazione del colore del pelo, che e’ di colore marrone d’estate e diventa completamente bianco d’inverno. Questo primo esemplare e’ già quasi completamente bianco e si nota solo qualche chiazza un po’ più scura alla base del pelo. Non ha ancora però la folta pelliccia invernale ed ha tutta l’aria di avere un po’ di freddo nel gelido vento del mattino. Non sembra particolarmente impaurita e si lasci avvicinare controllando le nostre mosse al riparo di una roccia. Quando però superiamo quello che lei ha eletto il suo invisibile limite di sicurezza si dilegua rapidamente tra le rocce, voltandosi di tanto in tanto a controllare, indecisa se tornare, vinta dalla curiosità, o andarsene. Alla fine decide di nascondersi dietro alcune rocce e noi rinunciamo ad infastidirla ulteriormente, nella speranza di futuri avvistamenti.
La volpe artica, di taglia decisamente più piccola rispetto alla volpe nostrana, sopporta temperature davvero estreme, fino a –45 C, cosa davvero molto utile da queste parti. Purtroppo per lei, la volpe rossa, anche a causa del riscaldamento globale, sta occupando sempre di più il suo areale, soppiantandola. Non ci siamo meravigliati di averla avvistata negli stessi luoghi dell’orso, dato che l’opportunismo tipico di questo animale furbissimo, fa sì che l’orso cacci per lei. La volpe non rientra tra le predi abituali dell’orso e dunque non è un problema seguirlo anche quando si avventura tra i ghiacci artici: cerca di approfittare delle carcasse delle foche che, soprattutto nei periodi di abbondanza, vengono lasciate indietro dagli orsi ancora con molta carne, dato che il plantigrado tende a cibarsi solo del grasso. Dunque i due splendidi animali dal pelo bianco tendono ad avere una vita quasi in simbiosi.
La volpe artica è maestra di mimetismo: la sua pelliccia è di colore marrone d’estate, per nascondersi tra le rocce, e diventa bianca d’inverno. Oltre ovviamente al colore del pelo, è riconoscibile dalla volpe comune come già detto per le minori dimensioni: in particolare le orecchie sono molto piccole e ricoperte di pelo per evitare dispersioni di calore. Questa zona è una delle zone più a sud dove la si può trovare, una delle poche che si sovrappone all’area della sua “cugina” volpe rossa.
Dopo i primi tre giorni di piacevoli avvistamenti e tempo nuvoloso ma con temperature piuttosto alte per la stagione, arriva la bufera: ci aspettano 48 ore di venti fortissimi, accompagnati da neve che, complice il vento, sferza il viso come fosse sabbia. Uscire dall’auto è quasi impossibile e arriviamo a capire perché sulle portiere delle auto c’è scritto “Think wind before opening door”.
Il vento è talmente forte che perfino gli animali se ne stano nascosti e acquattati, comportamento tra l’altro abbastanza normale per gli orsi che, nelle peggiori tormente, si stendono a terra ed emergono spesso alla fine da sotto uno strato anche di un metro di neve! In compenso il paesaggio circostante, ammantato di bianco, è meraviglioso. La neve sferzante crea un effetto nebbia e rocce ed alberi si profilano all’orizzonte seminascosti, quasi irreali, sagome indefinite e a tratti irreali nella tenue luce bianca. Ne approfittiamo per goderci il paesaggio innevato, anche se il secondo giorno cominciamo a preoccuparci per le condizioni delle strade: la neve invade la carreggiata in maniera irregolare, formando delle dune molto insidiose. La strada principale che corre tra Churchill e l’aeroporto è ancora percorribile, ma la strada costiera comincia a presentare delle insidie.
Dopo quasi due giorni di tempesta, arriva finalmente il sole. Siamo ormai quasi alla conclusione della prima settimana di ricerca. La giornata di sabato è a tratti luminosa, con nubi minacciose che si alternano ad un sole splendente. Ricominciano numerosi gli avvistamenti: una volpe artica che cerca cibo tra le rocce, un paio di orsi a spasso per le spiagge, una meravigliosa volpe rossa che ozia nella neve godendosi il sole.
La volpe rossa è diventata recentemente molto comune da queste parti. Segno del riscaldamento globale, secondo alcuni, perché va via aumentando di numero anche nelle aree più a nord, aree un tempo poco frequentate. Ci sono oltre 40 specie di questi animali, tutte abbastanza somiglianti tra loro, ed anche questa non è molto diversa da quella che vediamo nei nostri boschi. La differenza sostanziale è che qui è molto meno elusiva della nostra, semplicemente perché non si sente particolarmente minacciata dall’uomo.
Il sabato ci riserva una piacevole sorpresa al nostro rientro a casa: i gestori del bed & Breakfast ci invitano a cena. Lynn, la padrona di casa, ci ha cucinato lo stufato d’alce, cacciato dal marito Gordon.
La caccia all’alce da queste parti è consentita ma fortemente controllata. Ogni cacciatore può abbattere un solo esemplare a stagione, che deve essere maschio. E’ proibito l’abbattimento delle femmine, se non in casi particolari di grave scompenso di numeri. Gordon ci spiega che le alci sono ancora presenti in zona, anche se si sono quasi tutte spostate verso sud. Ci dice che con un pò di fortuna potremmo avvistarle, ma non sarà così.
Al nostro banchetto si aggiunge anche Tom, un simpatico texano, unico ospite in questo momento oltre a noi. L’ottima ed inaspettata cena si conclude con un fantastico dolce al cioccolato, i cui resti ci verranno consegnati dalla padrona di casa per poterli consumare nei giorni a seguire.
Il giorno seguente ci aspetta una mattinata intensa. A circa tre o quattro chilometri dal Paese avvistiamo un orso che dorme in spiaggia, intorno ad un improvvisato giaciglio di alghe. Siamo un po’ lontani, e all’inizio ci sembra solo, ma dopo un po’ scorgiamo una testolina che si alza dalla sua schiena: è una mamma con i piccoli, la prima che vediamo!
I piccoli devono avere almeno uno o due anni, perché in questa stagione le mamme gravide sono già nascoste per partorire nelle tane. Resteranno lì per tutto l’inverno ed usciranno con i cuccioli solo a marzo, per correre verso la baia ancora ghiacciata e fare rifornimento di cibo. E’ un periodo molto delicato per mamma orsa: è indispensabile per lei cacciare il più possibile nel tempo rimasto prima del disgelo, per rifornirsi di grasso e poter affrontare l’estate e l’autunno a digiuno ed allattando i piccoli: dunque è indispensabile ristabilire congrue riserve nelle poche settimane rimaste prima dello scioglimento dei ghiacci. I piccoli rimarranno con lei un paio d’anni fino a quando, alla fine di solito del secondo inverno, la mamma non li allontanerà decidendo che è ora che se la cavino da soli. Ma di questo parlerò più avanti.
Probabilmente quelli che vediamo sono proprio cuccioli all’ultimo inverno, perché sono alti almeno una settantina di centimetri. Siamo però lontani e decidiamo di passare da un’altra parte per cercare di avvicinarci alla famigliola. Il percorso verso di loro è accidentato, il rischio di rimanere bloccati è alto, anche se abbiamo dei 4x4. Percorriamo una pista ormai in disuso verso la spiaggia ma alla fine riusciamo ad arrivare ad una distanza soddisfacente. Scendiamo dall’auto e mamma orsa alza pigramente la testa per capire cosa stiamo facendo. Ci siamo tenuti ovviamente ad una distanza sufficiente per evitare di allarmarla e ci muoviamo con circospezione per far sì che resti tranquilla. Restiamo uniti, per non darle la sensazione che stiamo circondandola, ed ovviamente restiamo vicino alle auto. L’orsa sembra perdere subito l’interesse nei nostri confronti e si rimette a dormire. I piccoli seguono il suo esempio. Aspettiamo con pazienza almeno un paio d’ore, in attesa che succeda qualcosa. Finalmente uno dei piccoli si alza, imitato dalla madre. Tutti si stiracchiano pigramente e la capofamiglia decide che è ora di cambiare aria. Si dirigono lentamente verso un vicino boschetto, mamma orsa davanti e i piccoli dietro. Saliamo in auto anche noi, per seguirli a debita distanza. Il gruppo si ferma per fortuna ai margini del bosco, per osservarci e farsi osservare. Non possiamo fare a meno di notare che la mamma è esausta. Magrissima, sembra muoversi con un certo sforzo e si accuccia appena si ferma. Abbassa tristemente la testa respingendo con dolcezza ma fermezza i piccoli che cercano sempre di avere accesso al latte quando il ventre della madre è scoperto. Devono imparare anche loro convivere con la fame! Lei sembra davvero spossata e ci si stringe il cuore al pensiero di non poter far nulla per lei. Dovrà attendere probabilmente ancora un mese prima di poter cacciare sul ghiaccio della baia. Dopo alcuni minuti di osservazione reciproca, guida i suoi piccoli all’interno del boschetto e scompare quasi completamente alla nostra vista quando si distende di nuovo per dormire, imitata come sempre dai piccoli. Ci allontaniamo soddisfatti, dopo almeno tre ore passate in sua compagnia.
Non è facile per un’orsa essere mamma: il processo riproduttivo di una femmina di orso polare è uno dei fatti più straordinari esistenti in natura. Le femmine si accoppiano di solito verso aprile-maggio. Gli accoppiamenti proseguono per diversi giorni e per la fine di maggio generalmente le femmine sono incinte. Tuttavia la gravidanza non comincia fino alla fine di settembre. Questo fenomeno viene definito “impianto ritardato” ed è comune anche ad altre specie animali. Se la femmina non ha un adeguato strato di grasso e non pesa almeno 300 kg. le uova fecondate vengono riassorbite. Questo perché fino a marzo non avrà nessun accesso al cibo, quindi le occorrerà una sufficiente riserva di grasso per poter sopravvivere e poter nutrire i propri piccoli. Se la gravidanza ha il via libera, il ciclo dura 3 mesi e alla fine di dicembre nasceranno i piccoli. I neonati peseranno meno di un chilogrammo, saranno ciechi, quasi privi di pelo e disperatamente indifesi. All’interno della tana la temperatura sarà intorno ai 0°C (contro gli almeno -30°C dell’esterno) e la madre provvederà a riscaldarli ulteriormente con il suo corpo. Per tutto questo tempo la madre non mangia, non beve e il suo corpo trattiene i bisogni. I battiti cardiaci scendono da 70 a 7 o 8 al minuto, e tutte le energie vengono assorbite dalla maternità.
I piccoli crescono rapidamente grazie al latte materno ricco di grassi, ed entro marzo arriveranno a pesare 10/15kg. E’ questo il momento in cui dovranno abbandonare la tana, ed è anche il momento forse più critico della loro vita. La tana può essere lontana anche 30-50 km dal ghiaccio e per la madre è vitale percorrere in fretta la distanza. Molti dei piccoli non ce la faranno. Si calcola che oltre il 50% dei piccoli muoiano durante il primo anno di vita, molti dei quali proprio durante questo trasferimento. Le giovani mamme inesperte (5 anni di vita) sono quelle che hanno maggiore probabilità di perdere i piccoli, soprattutto per la scelta sbagliata del momento di trasferimento, ma anche per la predazione dei lupi. Altre volte la madre è costretta ad abbandonare i piccoli sfiniti. Man mano che l’esperienza della mamma aumenta, aumentano anche le probabilità di sopravvivenza dei cuccioli.
Da questo momento iniziano i due o tre anni di allattamento e vita familiare. Durante questo periodo la femmina si terrà lontana dai maschi per garantire la sicurezza dei piccoli, che potrebbero essere attaccati e uccisi. E’ raro vedere un maschio azzardarsi ad attaccare una femmina, ma se ciò accade la femmina lascia generalmente i piccoli dietro di sé e affronta il suo aggressore che quasi sempre, benché molto più in forze e corpulento della femmina, rinuncia.
A volte succede anche che i piccoli più grandicelli di femmine esperte si uniscono alla madre per affrontare il grosso maschio, facendo squadra.
Nel pomeriggio non ci saranno altri incontri particolarmente degni di nota, ma siamo già abbondantemente soddisfatti. Rientriamo presto perché questa sera c’è halloween e vogliamo assistere al processione dei bambini che vengono a chiedere dolcetti di casa in casa. Siamo in un Paese dove la tradizione è ovviamente ben più sentita che da noi…
Gordon ha preparato all’ingresso almeno tre chili di dolci ed i bambini arrivano a brevi intervalli. Tutto normale,se non fosse per un piccolo particolare: le strade sono pattugliate in continuazione da auto della polizia, dei ranger e di altri volontari, per assicurare la protezione ai bambini. L’ingresso degli orsi in Paese non è così comune, ma è indispensabile garantire la sicurezza dei bimbi in questa serata di festa.
Certo lo spettacolo è davvero surreale, in un Paese dove furti e delinquenza sono sconosciuti: al nostro b & b non è stata consegnata la chiave dell’ingresso principale semplicemente perché non viene mai chiuso a chiave, neppure durante il giorno, quando tutti sono fuori, proprietari compresi! In compenso i ragazzini girano la notte di Halloween scortati dalle auto delle polizia!
A dimostrazione di quanto sia radicata la tradizione di Halloween nei Paesi anglosassoni, basti pensare che quello stesso giorno è arrivata dall’Australia una famiglia con due giovani ragazzine che si è addirittura portata i dolci tipici dall’Australia per poterli distribuire, con tanto di koala in miniatura! Le due ragazzine, uscite anch’esse non più di mezz’ora a suonare campanelli, sono rientrate con almeno un chilo di dolci, ripristinando la scorta di Gordon! In altre parole, grazie alla loro generosità, abbiamo anche noi approfittato e mangiato dolci per tutti i giorni a seguire, alla faccia di qualsiasi dieta salutista!

Per l’indomani abbiamo previsto di provare anche noi l’esperienza del famosissimo tundra buggy. Esistono a Churchill due compagnie che hanno la licenza di gestire questi potenti mezzi usati per portare i turisti a vedere gli orsi. La più grande ha 12 mezzi, la più piccola 6. Entrambe riservano un solo mezzo ai visitatori indipendenti come noi, mezzo che non esce neppure tutti i giorni e che quasi mai si riempie. Questo ci conferma che il turismo indipendente da queste parti è decisamente minoritario.
Ricavati dal telaio di mezzi militari, i Tundra Buggies sono veicoli adattati al fondo accidentato della taiga: sì, perché in realtà, a dispetto del nome, da queste parti è il paesaggio tipico della taiga a prevalere su quello della tundra. Visto che non si può scendere, all’interno è ricavato anche uno spazio adibito a toilette, e il riscaldamento è assicurato addirittura da una vera e propria stufa a cherosene. Sul retro, è ricavata una piccola terrazza rialzata, protetta da paratie a prova di orso, dove si può uscire per ammirare e fotografare gli animali, restando però a bordo del veicolo.
I Tundra Buggies hanno una zona riservata solo a loro per circolare: siamo nel Churchill Wildlife Management Area, una zona prospiciente al parco nazionale Wapusk. Non è un caso che lo spazio riservato a questi mezzi sia proprio questo: si sono riservati la zona a più alta densità di orsi al di fuori del parco. Alcuni chilometri più in là, all’interno della zona protetta, ce ne sarebbero ancora di più, ma l’ingresso è proibito anche a loro e non è difficile capire il perché. I potenti mezzi a 4 ruote motrici, alte oltre un metro, devastano letteralmente l’ambiente, riducendolo ad un reticolo di piste acquitrinose dove non cresce più nulla. Dunque sono stati ingabbiati in una zona ristretta per evitare di arrecare troppi danni all’ambiente.
Abbiamo provato a prenotare due escursioni a giorni alterni, di lunedì e mercoledì: entrambe ci confermano la nostra impressione, ovvero che gli avvistamenti sono certamente più numerosi, ma la qualità dello spettacolo è tutto sommato inferiore dato che a volte gli orsi sono troppo lontani, altre volte vengono invece troppo vicini perché, incuriositi, girano intorno ai Buggies. Non è una posizione felice per vederli o fotografarli, perché si è di fatto sopra di loro e se ne vede bene la schiena! La lentezza dei mezzi impedisce un minimo di interazione con gli animali come siamo abituati a fare con l’automobile che ci permette non solo di approcciarci velocemente, ma anche di scendere!
Tuttavia, non esistono regole precise e può capitare di vivere esperienze fortunate anche con queste escursioni. Secondo però quella che è l’immancabile legge di Murphy, questo non è capitato a noi che siamo usciti il lunedì e il mercoledì, ma, ovviamente, a chi è uscito il martedì!
Il nostro nuovo amico e compagno di bed & breakfast Tom, infatti, uscito il martedì è tornato la sera raccontandoci entusiasta di aver visto due orsi che si contendevano una foca. Uno spettacolo più unico che raro di questa stagione, perché il ghiaccio non è ancora formato e le foche sono di solito vulnerabili agli orsi, come abbiamo visto, solo quando sono costrette ad emergere sul ghiaccio per respirare. Fino a quando sono in acqua è facile per loro fuggire, dato che sono molto più veloci nel nuoto.
Tom ci ragguaglia con entusiasmo mostrandoci le foto dei due orsi che si contendono la preda insanguinata. Ci dice che l’autista del Buggy li ha informati con aria un po’ preoccupata che gli è capitato di vedere una cosa simile solo una decina di volte in parecchi anni, ma era già la quinta volta che accadeva in questa stagione. Dopo un rapido consulto via radio con le autorità, ha deciso, dopo aver fatto godere lo spettacolo ai passeggeri, di spaventare gli orsi con il tundra buggy, per farli fuggire, e scendere per prelevare la carcassa. I resti della foca verranno quindi consegnati al centro di ricerca sugli orsi polari di Churchill, uno dei più importanti al mondo, per cercare di stabilire se è solo una coincidenza o le foche sono invece colpite da qualche malattia.
Il racconto della giornata con lo scambio di esperienze entusiasma anche i nuovi arrivati australiani, che sono usciti assieme a Tom nello stesso autobus per “indipendenti”. Ma l’atmosfera rilassata, fatta di chiacchiere davanti al caminetto, viene improvvisamente rotta dalla voce concitata di Lynn che piomba tra di noi gridando “Everybody out! Northern lights, northern lights!”. E’il segnale che aspettavamo da undici giorni e che mai era arrivato. Eravamo giunti carichi di speranze a Churchill, sperando di vedere subito l’aurora boreale ma nove delle dieci notti precedenti erano state contraddistinte dal cielo coperto. La sola notte serena non ci aveva regalato lo spettacolo e ormai eravamo rassegnati a perderlo, tanto è vero che eravamo assolutamente distratti dalle nostre chiacchiere.
L’irruzione di Lynn porta lo scompiglio, perché nessuno di noi è preparato, fatto gravissimo e censurabile! Il fuggi fuggi generale rasenta il comico: ci si scontra, si raccolgono ciabatte sparse in giro, si abbandonano in fretta e furia gli animali domestici in cerca di coccole. Gli australiani, tutti in pigiama, non si cambiano neppure e calzano direttamente scarponi e cappotti; Tom non si mette neppure i calzini, noi corriamo in camera a prendere l’attrezzatura. I gatti fuggono terrorizzati dalla nostra frenesia, il barboncino Yupkin è l’unico che non si scompone e continua a guardarci come se fossimo tutti ammattiti.
Lynn e Gordon caricano in macchina la famiglia australiana, gli unici appiedati, noi usciamo con i nostri mezzi, per ultimi. Occorre uscire dal Paese, per evitare l’inquinamento luminoso e scegliamo subito una direzione a caso, nella speranza di non rimanere delusi. L’aurora boreale è infatti imprevedibile, può durare diverse ore ma anche solo 5 minuti, ed il rischio di rimanere con un palmo di naso è molto forte. Occorre anche guidare con prudenza, visto il fondo ghiacciato delle strade e questo aumenta l’ansia di non farcela. Finalmente arriviamo in un posto sufficientemente buio e scendiamo a fotografare, non senza una certa difficoltà. Le condizioni non sono delle migliori, perché le macchine fotografiche non sono settate, non abbiamo esperienza con questo condizioni, il buio è totale e, dopo un primo momento di entusiasmo, cominciamo a renderci conto che potremmo essere vicinissimi ad un orso.
Quasi a confermare i nuovi timori, dopo qualche minuto passa un locale in auto che, vedendoci fuori con i cavalletti, rallenta per avvisarci che ha visto un orso più indietro a circa mezzo chilometro da dove siamo e dunque ci raccomanda di fare attenzione. Non sapremo mai se ce lo ha detto semplicemente per indurci ad essere prudenti (forse non era vero), fatto sta che non siamo tranquilli, ci sembra sempre di vedere o sentire qualcosa. Il cielo però sta diventando di un verde intenso, cangiante: le luci stanno aumentando di intensità e il cielo si è trasformato in un straordinaria cupola stellata attraversata da pennellate di colore verde. Non possiamo e non vogliamo vivere lo spettacolo con ansia, dunque dopo qualche scatto decidiamo di mettere via tutto, salire in macchina e goderci in silenzio questo meravigliosa e scintillante performance della natura. L’inquietudine per la possibile vicinanza dell’orso si dissolve in pochi minuti davanti alla meraviglia e all’emozione di assistere a questo incredibile spettacolo che io vedo per la prima volta nella mia vita. Non ci sono parole per descrivere le sensazioni che l’aurora boreale riesce a trasmettere. Nessuna foto può rendere giustizia ad un simile evento della natura, e non ci riesce certamente difficile capire perché, nel passato, queste onde luminose abbiano alimentato leggende di creature divine e misteriose abitanti dei boschi nordici. Aspettiamo almeno venti minuti, fino a quando l’intensità comincia a diminuire, prima di rientrare: siamo gli ultimi a tornare.
Al ritorno Gordon ci racconta che prima di tornare a casa ha portato la famiglia australiana a vedere la trappola per gli orsi piazzata vicino alla ex discarica. L’hanno trovata con una mamma orsa dentro, e al loro arrivo hanno fatto fuggire un cucciolo di orso che osservava disperato la propria mamma all’interno della gabbia. L’ iniziativa di Gordon ha forse salvato la vita a quel piccolo. Vista la situazione ha subito telefonato ai rangers, informandoli di quanto accaduto. Una mamma intrappolata è infatti un pericolo mortale per il piccolo che, se sorpreso da un maschio adulto privo della protezione della mamma, verrebbe ucciso senza pietà. I ranger stavano certamente già andando a prelevare la mamma e cercare di narcotizzare il piccolo. In realtà noi pensiamo che i piccoli siano due, perché siamo quasi sicuri che la mamma intrappolata è quella che abbiamo visto due giorni prima: dubitiamo che si sia allontanata molto dalla zona, per lei e i suoi piccoli sicura e tranquilla. La trappola era piazzata a 500 metri in linea d’aria dall’ultimo posto dove l’avevamo vista.
Affamata come era, non c’è da meravigliarsi se è stata attratta dal cibo all’interno della trappola ed ha abbandonato la prudenza. Non possiamo fare a meno di pensare all’angoscia di quella giovane madre nel vedere i propri piccoli indifesi al di fuori della gabbia, piangere senza sapere cosa fare. Non possiamo che augurarci che i rangers siano arrivati in tempo.
Ma perché vengono piazzate queste trappole? Nel loro vagabondare lungo la costa, in attesa che si formi il ghiaccio sulla baia, gli orsi tendono ad avvicinarsi pericolosamente al Paese. Le autorità incaricate alla vigilanza, hanno istituito tre diversi livelli di sicurezza. Se gli orsi vagano nella zona tre, ad una certa distanza dal Paese, vengono lasciati in pace. Se entrano nella zona due, scatta però il primo livello di guardia. Vengono monitorati e possibilmente indotti a fare dietro front con mezzi dissuasivi che vanno dal semplice inseguimento agli spari intimidatori, nei casi di maggiore recidività. Se entrano malauguratamente nella prima zona, entro pochi chilometri dal Paese (e mamma orsa era arrivata proprio intorno a questo confine), scatta il piano di sicurezza. Oltre ai mezzi dissuasivi utilizzati per la zona due, si piazzano diverse trappole e gli orsi catturati vengono condotti in una vera e propria prigione, dove vengono lasciati per un periodo di tempo che può variare a seconda del numero di animali catturati ed altre condizioni. In tutto questo periodo vengono monitorati ma non nutriti, per evitare che l’orso associ l’idea della prigionia ad una ricompensa. Successivamente vengono narcotizzati e trasportati dagli elicotteri in zone distanti dal centro abitato.
Dunque la prigione non è certo una esperienza positiva per loro, ma nel caso dei piccoli viene garantita almeno la loro incolumità.

Durante la nostra seconda uscita in tundra buggy, il giorno seguente, speriamo in un colpo di fortuna come quello capitato a Tom il giorno precedente, anche se non ci facciamo molte illusioni: in natura, ogni giorno è diverso e lo sappiamo benissimo. Infatti, gli avvistamenti sono numerosi ma non succede nulla di particolare. Vediamo anche un'altra mamma con i cuccioli, ma piuttosto lontana.
Tuttavia è l’ultimo giorno a riservarci un regalo davvero inaspettato: percorrendo la via costiera ci attraversa letteralmente la strada una rarissima volpe argentata, e quasi non crediamo ai nostri occhi. Nessuno di noi, pur appassionati di natura da anni, ha mai visto questo animale prima d’ora! Facciamo dietro front con il cuore in gola, nel timore di non fare in tempo a rivederla. Eseguo una manovra spericolata, mentre il mio compagno di viaggio avvisa freneticamente con il walkie talkie gli altri amici sulla auto che ci precede. La volpe è fortunatamente ferma dove speravamo, ovvero di fronte ad un grosso cumulo di terra: siamo di nuovo nella zona dell’ex discarica, ora chiusa perché attirava pericolosamente gli orsi. Attendiamo in auto, mentre lei, che ci ha visto, medita sul da farsi: la nostra speranza è che decida di scalare la piccola montagna anziché aggirarla e restiamo fermi proprio per non allarmarla benché la voglia di scendere e fotografarla sia inarrestabile. La nostra prudente e sofferta decisione viene premiata. Decide di salire! Appena comincia ad inerpicarsi, scendiamo dall’auto con le macchine fotografiche, senza richiudere le portiere per non allarmarla e la seguiamo: l’occasione è ghiotta e riusciamo ad immortalarla proprio quando raggiunge la sommità e si volta a guardarci. Questa specie di volpe, oltre che rara, è anche molto timida e dunque ci regala, con la sua breve pausa, anche di più di quel che ci aspettavamo. Pochi secondi ed è già scomparsa, ma non scompare certamente con lei la gioia e l’emozione di aver visto così da vicino un animale tanto bello e raro. Proviamo ad aggirare l’ostacolo ma lei sparisce con pochi balzi nel boschetto. Ci ha già concesso anche troppo!
Proseguiamo la nostra brillante giornata spingendoci nel punto più lontano raggiunto dalle strade intorno a Churchill, ovvero ad una cinquantina di chilometri dal Paese, in una località chiamata Twin Lakes. La via fiancheggia per ampi tratti un boschetto di conifere dove è facile avvistare le pernici bianche, che puntualmente si fanno vedere e ci consentono di passare in loro compagnia un bel po’ di tempo. Le temperature sono ora molto basse e i laghetti gelati rendono l’atmosfera decisamente fiabesca. Capiamo ora perché le auto sono dotate di una presa elettrica per tenere il motore caldo durante la notte! Non incrociamo nessun altro e ci godiamo il paesaggio incantato senza fretta, fermandoci a fotografare anche rocce decorate da licheni multicolore.
Il ritorno ci regala anche un incontro con una spruce grouse, una specie molto simile alla pernice bianca per forme e dimensioni, ma dal piumaggio completamente diverso, perché più scuro. Il nome in Italiano suona un po’ ridicolo, tetraone delle peccette canadese…
Anche l’ultima sera i deliziosi proprietari del bed & breakfast ci regalano una sorpresa: quando torniamo li troviamo intenti a prepararci la pizza, per salutare la nostra partenza. Corriamo in un negozio per comprare il vino e trascorriamo allegramente l’ultima sera con i nostri nuovi amici.
Questa meravigliosa coppia si è a poco a poco affezionata a noi e, a partire dalla seconda settimana, ci ha riempito di ogni sorta di attenzioni, oltre a deliziarci ogni sera con lunghe chiacchierate dense di informazioni sulla vita locale e sulla loro cultura. D’altra parte uno di noi quattro è nato e cresciuto in Canada e nelle nostre chiacchierate ha sempre assunto il ruolo di anello di collegamento tra le due culture, spiegando ora ad una parte ora all’altra, alcuni aspetti curiosi della mentalità e della diversità tra le due nazioni. Nonostante fossi già stato in questo meraviglioso Paese e abbia degli amici Canadesi devo dire che le lunghe serate trascorse davanti al caminetto, sono state decisamente interessanti e istruttive…
Con il treno di questa sera partono un paio di nuovi amici conosciuti il giorno prima nel tundra Buggy: un giovane neozelandese e una simpatica australiana di Hobart, Tasmania. Ho promesso di andarli a salutare alla stazione e vado con piacere a trovarli, sotto una leggera nevicata. Ci viene da sorridere al pensiero che io, partendo in aereo il giorno dopo, riuscirò a sorvolare il loro treno e arriverò a Winnipeg una ventina di ore prima! Debbie, la ragazza australiana, mi confida che ha molto apprezzato il lento viaggio di andata, ma dubita che apprezzerà in egual misura quello di ritorno. Eppure mi ritrovo ad invidiarli un po’. Forse la soluzione ideale per venire in questo posto è proprio quella di assaporare l’arrivo percorrendo lentamente la lunga distanza da Winnipeg a Churchill, attraverso boschi silenziosi decorati da laghetti incontaminati, e tornare magari in aereo, evitando un secondo lunghissimo viaggio…

Arriva dunque anche il giorno della partenza: oggi usciamo all’alba, per farci un ultimo giretto prima di prendere il volo delle 11.00. La giornata si preannuncia bella ed infatti ci godiamo un’alba spettacolare. Siamo sulla strada costiera, ma da lontano scorgiamo le luci lampeggianti della polizia sulla strada principale: dapprima pensiamo ad un incidente, poi ci rendiamo conto che c’è qualcosa di strano. Saltiamo in macchina e ci dirigiamo verso la strada principale: al bivio ci ferma un ranger che ci spiega perché il tratto di strada è chiuso: ci indica un orso, comodamente accucciato a poche centinaia di metri dalle prime case di Churchill, che si sta godendo lo spettacolo delle auto della polizia che si stanno schierando davanti a lui, senza rendersi conto che è proprio lui la causa di tutto ciò. Chissà cosa pensa dei lampeggianti che osserva con attenzione e curiosità. Capisce però immediatamente che c’è qualcosa che non va quando vede un ranger armato di fucile attraversare la strada e dirigersi verso di lui, cercando di aggirarlo sulla destra. L’orso non ci casca, e intuisce immediatamente che l’aria si fa pesante: nel giro di pochi secondi si alza e batte rapidamente in ritirata, passando a poche decine di metri da noi e regalandoci un ultimo sguardo: si ferma per un attimo e ci guarda alzando la testa, sembra quasi che ci voglia chiedere: “voi volete lasciarmi in pace o devo scappare anche da voi?”
Il poliziotto è costretto a tornare indietro e salire in macchina perché a piedi non lo raggiungerà mai. Si organizza l’inseguimento, l’orso se ne accorge e si allontana in fretta.
Probabilmente verrà catturato nei giorni seguenti, ma noi non sapremo mai il suo destino. Lo osserviamo allontanarsi da lontano, certi che quello che stiamo osservando sarà l’ultimo animale che vedremo in questo viaggio. Ci piace pensare che il nostro amico dal manto candido sia venuto in Paese a salutare noi, in partenza, in attesa di avventurarsi anche lui tra i ghiacci. Buon viaggio anche a te!

Nota finale: una volta partiti da Churchill, sia io che il mio compagno di viaggio / auto ci siamo fermati a Toronto. Questa visita non è inclusa nel diario di viaggio, visto che l’ambiente è ovviamente completamente diverso e nulla c’entra con questo tipo di esperienza. Mentre il mio amico si recava da parenti, io sono andato a trovare una carissima amica che non vedevo da 14 anni e che so leggerà questo diario per allenare il suo arrugginito Italiano, che ha studiato tanti anni fa all’Università. Dedico proprio a lei un ultimo pensiero. Si dice che le migliori amicizie sono quelle che si vivono giorno per giorno, che si dimostrano vive nei momenti di difficoltà. Eppure è indescrivibile la sensazione che si prova anche quando si ritrova una persona amica dopo 14 anni. Un abbraccio lungo dieci secondi più del dovuto ha la capacità di cancellare in un attimo tanti anni di lontananza, e farti sentire come se ci fossimo appena lasciati. E’ una sensazione che auguro a tutti di vivere, una conferma che nei rapporti umani è la qualità che conta, non la quantità! Grazie Carol per il tempo che tu, il tuo compagno e i tuoi meravigliosi bambini mi avete dedicato in questi giorni finali della mia vacanza. Spero di rivederti presto, come spero di tornare presto nel tuo meraviglioso Paese che mi ha ospitato e fatto vivere uno dei più intensi ed emozionanti viaggi della mia vita.

 

 

Un viaggio estremo nella primordiale natura canadese regno di una fauna straordinaria: un’esperienza in grado come poche altre di regalare sensazioni indimenticabili

Lascia un commento
Per inviare commenti è necessaria la registrazione
Vai alla pagina di registrazione
Seguici su Facebook