Venezuela, l'essenza del Sudamerica - Parte III
in viaggio con Leandro Ricci in Venezuela
Congedato il tassista, gironzoliamo per la città alta, che ha per punto focale la piacevole Plaza Bolìvar ed è caratterizzata da una struttura urbanistica a saliscendi, con stradine ripide sulle quali si affacciano edifici tinteggiati vivacemente con bei poggioli fioriti e finestre dalle grate in ferro battuto. Tutto il Paseo Orinoco e le stradine laterali sono costellati di localini caratteristici dove cenare, ma, visto che il caldo soffocante non accenna a diminuire, cediamo alle lusinghe dell’aria condizionata di una pizzeria inglobata in una moderna galleria commerciale: qui c’è ben poca atmosfera tipica, ma la pizza è decisamente buona, anche perché l’individuo seduto al tavolo accanto al nostro non tarda a rivelarsi quale napoletano trapiantatosi qui da diversi anni oltre che padrone del locale.Si è fatta l’ora di tornare al terminal dei bus, che raggiungiamo in taxi. L’automezzo che disimpegna il servizio per Valencia offre un accettabile conforto, anche se il livello della climatizzazione e della musica di bordo è, come al solito, elevato. Partiamo in orario alle 21 per fare una sosta di un quarto d’ora, l’unica prima del tragitto notturno, in località El Tigre, anonima località a 120 chilometri dalla partenza che ha qualche importanza giusto perché situata su un crocevia di coincidenza con altre corriere. Il tempo per un gelato e rieccoci a bordo: l’impianto stereo è stato per fortuna spento, a differenza dell’aria condizionata, che a quanto pare non può essere regolata, tanto che, se voglio riuscire a mettere insieme qualche spicciolo di sonno, devo infilarmi la giacca a vento con tanto di cappuccio calcato sulla testa. E posso assicurare che non sono un tipo freddoloso!
Mercoledì 3 aprile 2002
Alle sette del mattino entriamo nel terminal di Valencia, un po’ intontiti per la notte insonne all’addiaccio.
Ci troviamo nella capitale dello stato di Carabobo, dopo avere attraversato nel corso della notte, senza peraltro averne visto niente, anche quelli di Anzoàtegui e Guàrico. L’autostazione ha dimensioni adeguate a quelle della città, che è la terza del Venezuela dopo Caracas e Maracaibo, e si presenta discretamente organizzata; l’edificio mostra anche qualche concessione all’estetica, con le torrette a tetto piramidale erette ai quattro angoli. Appuriamo subito che la prima corsa per Barinas parte alle otto, così investiamo immediatamente 24.000 VEB in tre biglietti al botteghino della “Expresos Barinas”. Abbiamo giusto il tempo per darci una sommaria rinfrescata e consumare la colazione (sempre gli ormai immancabili pesantissimi pastelitos) a un tavolino dei tanti chioschetti del terminal, dopodiché ci imbarchiamo sull’autocorriera per sorbirci altri 357 chilometri in direzione sud-ovest: il tempo previsto per coprirli è di circa cinque ore e mezzo / sei.
La prima parte del tragitto si svolge attraverso cittadine e paesini alquanto anonimi e le scene di vita quotidiana che sfilano al di là dei finestrini sono più o meno analoghe a quanto già visto a Tucupita e a Santa Elèna de Uairèn: case piuttosto modeste, qualche sparuto orticello, veicoli malandati, strade in disordine lungo le quali però i ritmi tranquilli e i visi sereni sembrano confermare quanto la gente di questo Paese sia maestra nell’arte del vivere alla giornata. Forse è perché conoscono da sempre solo questo tipo di vita, o piuttosto sarà rassegnazione, chissà!
Dopo avere toccato brevemente lo stato di Cojedes ed essere entrati in quello di Portuguesa, il paesaggio cambia sensibilmente: siamo ormai ai margini del territorio denominato Los Llanos, che occupa circa un terzo del Venezuela interessandone cinque stati, vale a dire le pianure, appezzamenti di terreno a perdita d’occhio votati all’agricoltura e all’allevamento del bestiame sui quali sorgono qui e là gli hatos, cioè le fattorie dei grandi proprietari terrieri. Lungo la strada si scorgono infatti di tanto in tanto cancelli e interminabili steccati che delimitano le immense tenute.
Sulle autocorriere venezuelane non si rischia proprio di morire di fame: alle fermate, più o meno ufficiali, è un continuo salire e scendere di ragazzini che vendono panini, arepas, bibite, gelati e tostones, le squisite banane fritte di cui ho parlato nella prima parte. Un paio di spuntini li facciamo volentieri, quindi non abbiamo esigenze di nutrimento quando arriviamo, poco prima delle tredici, nel terminal di Barinas.
La città è la capitale dello stato omonimo e sembra davvero che non visitandola ci perdiamo ben poco; si aggiunga che a quest’ora fa un caldo feroce e che l’autostazione denota un caos che ha poco da invidiare a quello di San Felix, per cui è comprensibile che ci immergiamo subito nella consueta lotteria per individuare un mezzo che ci porti alla svelta via da qui.
Dopo un sondaggio presso le varie Compagnie di trasporto, prende corpo l’eventualità di aspettare diverse ore la prima partenza per Mèrida, ma anche in questo marasma è attiva una filiale del C.A.C.V.B. (Consorzio Angeli Custodi del Viaggiatore Bisognoso): c’è pronto un por puestos da quattordici posti (una specie di fornace con le forme di un pullmino Dodge rosso di annata) che aspetta tre persone per essere riempito e poter partire per Mèrida, così ci accaparriamo il passaggio senza indugi sborsando 11.000 VEB a testa. Pur tenendo conto che i servizi di questi consorzi di vettori sono un po’ più cari, la cifra può sembrare elevata per un tragitto di “soli” 165 chilometri, ma comprenderemo presto che è ben giustificata, a cominciare dal fatto che la durata del viaggio è di quattro ore e mezza contro le sei delle autocorriere, senza parlare delle problematiche del tracciato.
Alle 14,30 l’autista parte come una palla da schioppo e per una cinquantina di chilometri del tutto pianeggianti tiene un’andatura di tutto rispetto. Poi ha inizio un percorso a tornanti dapprima ampi e in seguito sempre più tortuosi che tagliano ripidi pendii facendo guadagnare costantemente quota; la strada è senza dubbio un’opera ardita, ma pur sempre venezuelana e percorsa da venezuelani, il che vuol dire protezione sul lato a valle inesistente, manutenzione sommaria, incroci da brividi in curve cieche con altri automezzi che suonano il clacson sempre dopo essersi sfiorati e continui scongiuri da parte nostra (toccando tutto il toccabile) che i cartelli “Bienvenidos en la tierra de los condores” non significhino che potremmo prendere il volo anche noi! ...continua il viaggio

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