Venezuela, l'essenza del Sudamerica - Parte II
in viaggio con Leandro Ricci in Venezuela
Non ho ancora spiegato la ragione per cui abbiamo scelto di andare a Santa Elèna de Uairèn, coprire cioè 629 chilometri in dieci ore per raggiungere l’ultimo centro abitato del sud-est venezuelano che si incontra prima di passare la frontiera con il Brasile.Si tratta in effetti del punto di partenza più strategico per le escursioni nella Gran Sabana, una cittadina in cui sono presenti una decina di agenzie che, essendo sul luogo, possono offrire un servizio più specializzato rispetto agli operatori di Ciudad Bolìvar, Ciudad Guayana o addirittura Caracas; altro aspetto da non trascurare, anche i prezzi sono più contenuti.
Ma che cos’è, si saranno già chiesti in molti, questa Gran Sabana? Provo ad azzardare (ma credo di non sbagliare) che l’etimologia di sabana sia la stessa di “savana”, termine ben più noto per documentari e articoli di riviste sulle grandi pianure africane che ciascuno di noi ha visto decine di volte. Anche la Gran Sabana è un territorio ad andamento pianeggiante, o, più propriamente, strutturato come altopiano leggermente ondulato di un’altezza media poco inferiore ai mille metri che si estende per circa 35.000 kmq. e nel quale vivono circa 15.000 indios di etnia Pemòn frazionati in centinaia di piccoli insediamenti. Il Rio Caronì (ne ho già parlato nella prima parte, è quello che si getta nell’Orinoco a Ciudad Guayana dando luogo al fenomeno dei due flussi d’acqua di diverso colore nello stesso alveo) e i suoi affluenti formano lungo il loro corso rapide, gole, cascate e laghetti che rendono ancora più intensa la bellezza selvaggia di questa regione. Ma la caratteristica davvero unica della Gran Sabana è costituita dai cosiddetti tepuis (singolare tepui o tepuy): si tratta di montagne in arenaria dalle pareti verticali con la sommità piatta, risultato di un’erosione alla quale, nel corso delle ere geologiche, hanno resistito solo i blocchi di roccia più solida. Lo straordinario interesse scientifico dei tepuis risiede nel fatto che nell’arco di milioni di anni l’isolamento ha fatto sì che la flora e la fauna di ciascuno abbiano seguito una propria evoluzione fino all’affermarsi di un habitat irripetibile, differente da quello di tutti gli altri.
Sotto l’aspetto scenografico, lo stagliarsi all’orizzonte dei loro profili squadrati, magari con la colorazione azzurrina di certe ore del giorno o le nuvole alla base che li fanno sembrare sospesi nell’aria, dà la sensazione di un paesaggio magico.
Ma esco subito dal mondo delle favole per entrare in quello più terreno e convulso del terminal delle autocorriere di San Felix (che sarà un po’ il padre di tutti quelli, otto se ben ricordo, in cui faremo tappa). Scendere dal taxi che ci ha portato qui dall’albergo significa immergerci in un andirivieni di persone e automezzi che, nonostante siano appena le sette del mattino, è già frenetico. Ogni nuovo arrivato, specie se con valigie e l’etichetta “straniero” appiccicata sulla fronte, è subito fatto segno da un nugolo di procacciatori di servizi, ufficiali o abusivi, che non mollano la preda finché non conoscono la località a cui è diretto per proporre chi un autobus, chi un carrito, una buseta o un taxi, ovviamente magnificato come il migliore (se non l’unico) mezzo disponibile.
Cerchiamo di dribblare (i bagagli sempre ben stretti in mano) la loro marcatura puntando decisi alle biglietterie che abbiamo individuato ieri sera ma ne troviamo subito due chiuse, incamerando così un’altra delle “lezioni per l’uso del Venezuela”: se ho cominciato il racconto di questo viaggio consigliando di non dare nulla per scontato, avrò avuto le mie ragioni! In un terminal di autoservizi non si è mai sicuri che una corriera per una certa destinazione ci sia, se c’è non si è sicuri di quando parta (di solito ahorita, vedi ancora la prima parte per la filosofia di vita che si impernia su questo avverbio), una volta partita non si sa a che ora arriverà, quando arriverà non si sa quando ci sarà la coincidenza per un eventuale proseguimento; non solo, quel giorno la corsa che ci interessa potrebbe non essere effettuata e lo si apprende solo trovando chiusa la biglietteria della Compagnia.
E le partenze per Santa Elèna delle 7,30 e delle 8,00 lette ieri sul cartello? E chi ne sa qualcosa? Ma quello venezuelano è un popolo fervidamente credente e i terminal sono anche luoghi in cui possono accadere i miracoli: un vettore che ieri sera era sfuggito alle nostre indagini effettua il tragitto che ci interessa, è un servizio ejecutivo (cioè garantito e di qualità), il bus fa poche fermate, ha l’aria condizionata, l’ufficio è aperto e una Culona in fuseaux color salmone al di là del botteghino assicura che c’è posto per tre persone. Sborsiamo immediatamente 13.000 VEB a testa e ci teniamo ben stretti in pugno i biglietti e le nostre sicurezze: disponiamo di un’ora prima della partenza alle 9,30 e ci rilassiamo a un tavolino del bar per una buona colazione.
Passa forse un quarto d’ora ed ecco comparire la Culona che ci sta cercando per tutto il terminal: è spiacente, l’autocorriera che doveva disimpegnare il servizio ha avuto un problema meccanico, è ferma da qualche parte a un paio d’ore di distanza e la corsa è annullata, con pronto rimborso del biglietto pagato. Ma c’è con lei uno dei tanti Angeli Custodi del Viaggiatore Bisognoso, nei panni di una sua amica impiegata di un’altra Compagnia: bisogna fare presto, lasciar perdere la colazione, alle nove parte un altro pullman, più piccolo, più scalcinato, più scomodo, non climatizzato ma più economico per Santa Elèna e vedrà di rimediarci un passaggio. Davanti all’automezzo c’è una folla di pretendenti; dopo un serrato conciliabolo tra la Culona salmonata, la sua collega, l’autista e il bigliettario, saltano fuori tre miracolosi posti. Molliamo 10.000 VEB a cranio e ci incastriamo in tre sedili sparsi dopo un percorso a ostacoli nell’abitacolo scavalcando borse, valigie e colli assortiti tra cui spiccano sacchetti della spesa, una confezione monumentale di pannolini per neonati, tre ventilatori, una tastiera elettronica d’epoca, due carrozzine, involti, pacchi e scatoloni di contenuto vario. Per quanto stracarica nel bagagliaio, nella cabina e sul tetto, la corriera riesce a partire (terzo miracolo) quasi in orario (quarto miracolo).
Tutto quadra: ascoltando esperienze fatte da amici in Sudamerica, situazioni intricate come questa sono la norma, ma quando si ha la sensazione di non trovare vie d’uscita, succede sempre qualcosa che risolve il problema. Stiamo cominciando a divertirci, anche se crediamo di intuire come ha funzionato la faccenda: compiendo noi il tragitto totale, mi sa tanto che siamo stati privilegiati, in quanto fonti di un incasso maggiore, a scapito di qualche viaggiatore diretto alle località più vicine.
Effettuare questo trasferimento, scartando l’alternativa di un volo interno, era una cosa alla quale tenevamo particolarmente già in fase di progettazione per avere un istruttivo quadro di quotidianità attraverso i finestrini di una corriera di linea lungo un itinerario lontano dalle grandi città. Si tratta, come ho accennato, della strada di 629 chilometri che porta verso sud fino a Santa Elèna de Uairèn, l’unico collegamento via terra per la Gran Sabana, ancora una trentina d’anni fa una pista problematica e finita di asfaltare nel 1990. La prima metà, vale a dire fino a El Dorado, fu teatro a partire dalla metà dell’Ottocento di una delle più febbrili corse all’oro della storia e in alcune località si respira ancora quell’atmosfera, con rivendite, laboratori e alcune miniere ancora attive.
Un centinaio di chilometri oltre El Dorado si entra nella Gran Sabana propriamente detta, già parte del vasto Parque Nacionàl Canaima; in questo tratto sono frequenti le deviazioni dalla strada principale, in prevalenza su sterrate, che portano ai numerosi siti di interesse del Parco, che sono poi la ragione primaria che ci ha spinto a trascorrere qualche giorno da queste parti.
Un album di centinaia di CD (ovviamente “taroccati”) posato vicino al cruscotto mi fa temere che anche questa volta la “Lonely Planet” abbia ragione: la musica è presente dovunque a tutte le ore, tant’è vero che parte a tutto volume (nel caso quelli delle ultime file non sentano bene…) non appena il mezzo si mette in moto. Personalmente amo ogni tipo di musica, ma vi assicuro che dieci ore filate di salsa, joropo e merengue diffuse a questi livelli sonori da un impianto di qualità infima possono causare un rigetto definitivo. E sarà una costante di tutto il nostro soggiorno in Venezuela. ...continua il viaggio

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