Venezuela

Venezuela, l'essenza del Sudamerica - Parte I

in viaggio con Leandro Ricci in Venezuela

Dopo un’altra ottima cena (questa sera la base è il pollo) e un giro di cervezas (birre) e rum offerto da Abelardo (niente regali, era già tutto pattuito nel pacchetto all inclusive), finiamo per assopirci sulle amache: per fortuna qui sono praticamente assenti zanzare e altri insetti che si precipitino a banchettare con i nostri appetitosi corpi indifesi.

Martedì 26 marzo 2002
In un lampo è arrivato il giorno del rientro. La partenza dal Maraisa Camp è prevista per le 8,30 e questa volta l’ahorita coincide davvero con il “subito”. Salutiamo Beatriz e il nieto che rimangono qui insieme con gli inservienti indios; per fine settimana è in programma l’arrivo di un gruppo capeggiato da un funzionario del Ministero dell’ambiente e già di buon mattino fervono i lavori di manutenzione delle passerelle, dei tetti e delle palizzate.
Il motore della “Betty” parte al primo colpo ed essendo la barca più leggera (nessun altro carico oltre noi tre, Abelardo e il motorista) impiegheremo di certo meno tempo dell’altro ieri per rientrare a Tucupita.
Ma ci sbaglieremmo se credessimo che si tratti di un puro e semplice trasferimento. Abelardo, che sarà un pirata ma conosce il suo mestiere, segue un itinerario del tutto nuovo rispetto a quello dell’andata, continuando a stupirci con l’immersione in ambienti naturali e umani ancora diversi.
Sorge spontanea una considerazione: tre giorni nel Delta che, a parole, potrebbero sembrare molti e far pensare a una sequenza di scenari naturali bellissimi ma in fondo ripetitivi e alla lunga monotoni, finiscono per risultare addirittura pochi. Al di là dell’ascoltare la narrazione di un’esperienza, bisogna veramente venire di persona in questo mondo per comprendere quello che cento pagine scritte e mille fotografie rischiano di sminuire. E ora capisco anche la nostalgia di Walter e Mario quando mi raccontavano della navigazione lungo il Rio delle Amazzoni durante il loro viaggio in Brasile di tre anni fa: scendendo dal battello sul quale avevano vissuto per cinque giorni si erano guardati in faccia dicendo “È già finito?”.
Ma siamo sempre sull’Orinoco, non me ne sono dimenticato. Oggi il Grande Fiume è benevolo e continuiamo a navigare in calma piatta. Attraversiamo una zona di caños piuttosto stretti sui quali si affacciano qui e là palafitte isolate o a piccoli nuclei; c’è un certo traffico (figuriamoci!) di curiaras in una zona che evidentemente è molto pescosa. Ne avviciniamo una e Abelardo, dopo una breve trattativa con l’indio, acquista un grosso pesce, orrendo ma a quanto ci dice delizioso; per noi è l’occasione per osservare da vicino gli “strumenti del mestiere”. Vengono stesi sull’acqua, legati l’uno all’altro a distanza regolare, spezzoni di canna lunghi una trentina di centimetri e di circa cinque di diametro con la funzione di galleggianti: da ciascuno penzola un tratto di lenza con l’amo e l’esca, per lo più costituita da piccoli crostacei tipici del Delta. Sulla canoa c’è anche il figlio del pescatore, un bambino di cinque-sei anni del tutto nudo come è qui normale alla sua età, già abilissimo ad avvolgere e svolgere le lenze intorno alle canne.
Il programma prevede ancora una sosta. Si tratta di un insediamento che avremmo dovuto visitare il primo giorno, ma a causa dei noti contrattempi l’avevamo escluso per abbreviare il percorso lungo un altro ramo. Sbarchiamo così ad Araguaimujo, già più simile a un villaggio che a una comunità: ci sono infatti due piccole baracche-emporio che vendono un po’ di tutto (trovandosi meno isolato rispetto a Tucupita sono chiaramente più comodi i rifornimenti) e c’è una parvenza di strada sterrata parallela alla riva rialzata sulla quale prospettano le case, edificate qui con una tecnica ancora differente: le pareti sono infatti costituite da un graticcio di rami incrociati che funge da ossatura a un impasto di fango, paglia e foglie di palma essiccata, dando luogo a muri di una certa stabilità. Gran parte della vita si svolge peraltro all’aria aperta, tant’è vero che in uno slargo fra due case, tra il razzolare di galline, lo scorrazzare di tre cani e a quattro-cinque metri da una discarica spontanea, è posato sul terreno un focolare di pietre che alimenta un pentolone nel quale stanno bollendo pezzi di pollo con verdure e tuberi vari. È vero che cominciamo ad avere fame, ma nel congedarci dalla simpatica famigliola non ci sentiamo offesi per non essere stati invitati a pranzo.
Per mangiare Abelardo, che come un regista smaliziato ha in serbo un’ultima sorpresa, ci chiede di pazientare ancora un’oretta. E infatti, dopo un tratto di navigazione su un ramo talmente ampio da far pensare al mare aperto, una svolta al di là di un promontorio ci riserva uno scenario sorprendente: ai piedi di una duna sormontata da una macchia di alberi, ecco una larga estensione di sabbia dorata che fa pensare più a una spiaggia tropicale che alla riva di un fiume. Assicurata la “Betty” a un paletto conficcato sul fondale bassissimo, ci godiamo un magnifico bagno in un’acqua che qui è assolutamente cristallina. Beatriz ci ha preparato un pranzo consistente nel pesce morocoto avanzato ieri, ridotto a pezzetti e fatto saltare insieme con un assortimento di verdure: la abuela conosce evidentemente l’arte di cucinare facendo rendere al meglio gli ingredienti, visto che il risultato è squisito.
Nel frattempo ci stiamo avvicinando all’approdo di Tucupita che, mentre ci lasciamo alle spalle la spiaggia, dista ormai non più di un’ora e mezza di navigazione. Di lì a poco ci reinseriamo nel Caño Manamo e cominciamo a riconoscere il paesaggio dell’andata, in particolare il punto nel quale il motore della “Betty” si era piantato. Il profilo dei relitti che si scorgono in lontananza ci fanno capire che l’avventura sta concludendosi.
Lo stacco è quasi brutale: sbarcare a El Volcàn e percorrere i successivi venti chilometri in taxi alla volta di Tucupita ci dà la sensazione di immergerci nel caos: vuoi vedere che aveva proprio ragione Abelardo? ...continua il viaggio
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