Tunisia, Algeria, Burkina Faso, Algeria, Tunisia, Niger

Oltre il Sahara - Parte seconda

in viaggio con Giovanni Mereghetti in Tunisia, Algeria, Burkina Faso, Algeria, Tunisia, Niger

Mi sveglio, per modo di dire, alle 6,30, controllo accuratamente la vettura e ci mettiamo subito in marcia per un’altra giornata difficile.
Venti km dopo Arak la pista tende a diramarsi in molte direzioni; seguiamo le tracce alla nostra destra, c’è molta sabbia e la vettura rallenta sempre più all’impatto con le zone di Fesc Fesc. Proseguiamo sempre ad alta velocità per evitare gli insabbiamenti, ma quando la sabbia appare come un mare, Cartizia si “pianta” senza scampo. Fortunatamente la gente del deserto è molto cordiale e, con l’aiuto di alcuni passanti riusciamo a disincagliare la vettura. A causa della forte andatura che siamo costretti a mantenere per non insabbiarci, facciamo molta fatica a seguire la giusta direzione.
Qualche ora più tardi, infatti, ci troviamo isolati su uno slargo sconosciuto, abbastanza staccato dalla pista, da non sapere in quale direzione puntare. Con un po’ di timore cerchiamo di fare il punto con la carta e con la bussola per ritrovare la direzione.
La pista da prendere ha un fondo troppo sabbioso, l’auto non ce la farebbe mai, cosa facciamo?
Mi siedo scoraggiato all’ombra della vettura; Pietro è nervoso, non riesce a darsi pace. Rimaniamo ad attendere per quasi un’ora, mentre il caldo si fa sempre più insopportabile. Ma quando inizio a pensare al peggio, all’orizzonte appare un automezzo. Cerchiamo di farci notare ed in pochi minuti il camion ci raggiunge. Dal finestrino si affaccia l’autista, Capisce subito il nostro problema e fa cenno di seguirlo. In poco tempo ci riporta sulla pista battuta e così possiamo proseguire verso “Tam”. Grazie anonimo camionista…
Il percorso da Arak a Tamanrasset in teoria è facile perché c’è una strada, ma in realtà l’asfalto è inagibile per quasi tutto il tragitto, o perché sbarrato dai militari o perché in condizioni disastrose. Per scendere a sud ci si deve affidare a piste alternative; proviamo ad imboccare una deviazione a destra cercando di non perdere di vista la strada militare. Ma, per evitare spuntoni di roccia, collinette improvvise e avvallamenti insidiosi, ci allontaniamo sempre più dai punti di riferimento. Seguiamo alcune tracce, vecchie o recenti, chissà.
Il terreno è a volte duro, a volte soffice di sabbia, a volte sassoso, sempre imprevedibile. Il primo incontro con la micidiale Tole ondulée avviene qui. “La bestia nera” di tutti i sahariani sono le “rughe” del fondo della pista causate dal continuo passaggio dei mezzi pesanti. I colpi di rimando degli ammortizzatori, soprattutto dei camion, creano a poco a poco, piccole gobbe perpendicolari alla direzione di marcia, solchi micidiali, di frequenza e profondità variabile. Le gobbette possono essere alte una o due dita e distanti l’una dall’altra un palmo o arrivare a cinque, dieci centimetri e presentarsi ad ogni metro.
Non è facile immaginare cosa succede quando si percorre la Tole ondulée con un’auto come la nostra. Il più insidioso dei pavé cittadini al confronto, è un tavolo da biliardo. Due soli i modi per superarla: procedere lentissimi, quasi a passo d’uomo o correre come forsennati a 70\80 km/h. Se si va piano gli ammortizzatori riescono a seguire il ritmo delle sollecitazioni anche se all’interno i saltellamenti sono snervanti; se si corre si riesce a volare sopra le gobbette senza dare il tempo alle sospensioni di spingere le ruote negli avvallamenti, ma così Cartizia perde ogni aderenza; il retrotreno sbanda continuamente, le curve strette significano un’uscita dalla pista quasi certa. La velocità intermedia è da scartare; le vibrazioni interne mettono a dura prova i nervi e la meccanica, il corpo sussulta a una frequenza allucinante.Mi viene voglia di urlare, fermarmi e smettere.
Nel deserto bisogna andare avanti, a volte bisogna osare oltre i propri limiti… e per assurdo, l’incontrare le gobbette, cercando semmai piccole e corte deviazioni, vuol dire che la pista è quella giusta. Proseguiamo senza soste; sono a pezzi e anche l’auto inizia ad avere qualche problema, ma continuiamo, Tamanrasset è ormai vicina.
Una giornata di vibrazioni continue, di schianti, di rumori assordanti di carrozzeria e Tamanrasset si annuncia con l’esaltante visione di una strada asfaltata. Sono le 17.30, percorriamo il breve tratto asfaltato che inizia all’aeroporto, passiamo sotto l’arco della porta di Tam e giungiamo nella via principale dove rivediamo gli amici riminesi. Dopo tante ore di sconvolgente percorso, l’approdo in un centro mi fa subito pensare a follie.
Mi aspettavo una grande città di piacevolezza, in realtà è una via centrale circondata in lontananza dai quartieri periferici di case basse e strade in terra e sabbia, abitate da tuareg sedentarizzati.
Pietro è distrutto, e forse ha anche la febbre. Lo accompagno nella camera di un hotel da quattro soldi dove si butta sul letto senza nemmeno svestirsi; accusa un forte mal di pancia, non so cosa fare. Chiamo Aldo, ma anche lui si limita solo ad incoraggiarlo. ...continua il viaggio
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