Tibet

Viaggio in Tibet, tra cielo e spiritualità

in viaggio con Fabio Ramelli in Tibet

La strada prosegue altri 8 chilometri con tornanti e buche sino al Friendship Bridge che è il vero confine tra Nepal e Cina. Prima del ponte sembra già di essere in Nepal: caos, sporcizia e fango. Veniamo circondati da una folla di persone che ci vuole aiutare a portare le valigie di là dal ponte. Perché il ponte lo si deve fare a piedi. Nel mezzo una linea rossa indica il confine esatto. Salutiamo Lagpha e Pasha donandogli la katà insieme alla mancia.
Il confine nepalese è rappresentato da una alta cancellata in ferro chiusa con una porticina da cui siamo passati con i poliziotti che facevano spazio tra le persone in attesa. Tanta gente va in su e giù per la strada. Intorno tante botteguccie di legno misere e sudice. Sulla sinistra c’è l’ufficio immigrazione che ti mette il timbro sul passaporto, più i soliti moduli ed una foto, ma volendo potresti tirare diritto che nessuno se ne accorge. Tranne poi avere problemi per uscire dal Nepal, come è successo ad un ragazzo americano che abbiamo conosciuto all’aeroporto.
Il pick-up dell’agenzia arriva dopo un’ora. Ovviamente è una vecchia jeep scassata e cigolante. L’autista nepalese ci dice “bentornati nella civiltà”. Sigh. Il viaggio da Kodari a Kathmandu è stato un altro incubo. A parte il bellissimo paesaggio con cascate ed un ponte sospeso mozzafiato, la strada è drammatica. Ad un certo punto una frana ci blocca. Alcune persone hanno appena finito di spalare il fango e riusciamo a passare slittando e sbandando, ma con tanta paura. Ogni pochino c’è una frana. L’autista arriva sulla zona, rallenta, guarda il monte e poi accelera passando veloce sotto la frana scansando i massi. La prima volta pensavo che scherzasse. Ma poi ho capito dalla sua faccia tirata che non scherzava. All’ingresso di ogni paesino ci sono dei massi in mezzo alla carreggiata che costringono a delle gimcane: sono posti di blocco per controllare il contrabbando di legno di sandalo. In alcuni casi c’è la garitta con i sacchi di sabbia da cui sparare! Abbiamo saputo che durante il nostro soggiorno in Tibet ci sono stati degli attentati e sono morte due persone a Kathmandu. La tensione si percepisce, la situazione politica nepalese è molto tesa.
Siamo stanchissimi, gli ultimi giorni sono stati pesanti, con tante ore di macchina lungo strade difficili e non vediamo l’ora di arrivare a Kathmandu. Ci vogliono altre 4 ore ma alla fine ci siamo: eccoci nel puzzo e nell’affascinante caos di Kathmandu. Il Tibet sembra così distante….
Ripensiamo spesso al Tibet. Quello che sta succedendo in questi giorni ci riempie di tristezza. Non è retorica, ma un pezzo del nostro cuore è rimasto lì e batte con i tibetani. Mai potremo scordare le loro facce, i sorrisi sinceri, la serenità dei gesti antichi; ma anche l’enorme povertà, gli sguardi titubanti e la paura - quasi un senso di smarrimento - davanti alle “parole pericolose”. Questa non è stata una semplice vacanza, ma una esperienza unica che ci ha fatto vedere il mondo e il senso della vita da un’altra angolazione. Riprendere la nostra vita quotidiana non è stato semplice.

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