Viaggio in Tibet, tra cielo e spiritualità
in viaggio con Fabio Ramelli in Tibet
02-09-2007 (Shegar-Campo Base-Tingri)Siamo partiti alle 7.00 che era ancora buio. Alle prime luci dell’alba abbiamo passato il check-point con tanto di sbarra, militari col collo di pelliccia e controllo passaporti. All’altezza di Tingri abbiamo girato a sinistra su una stradina sterrata. La strada principale per l’Everest è chiusa per i lavori in vista delle prossime Olimpiadi. Anche se è sempre una strada sterrata forse è un po’ meglio della pista sconnessa che abbiamo fatto noi. In certi punti la strada si trasforma in un torrente da guadare o una pietraia su cui sobbalzi come pazzi tirando testate sul soffitto. Ma il paesaggio è mozzafiato. La catena dell’Himalaya è alle nostre spalle, davanti, di lato…. è ovunque. L’alba ha squarciato la spessa coltre di nuvole ed il cielo si è tinto di tutte le tonalità di azzurro e lilla mentre le nubi si alzavano lentamente dalle valli. Mai visto niente di simile. Siamo senza parole. Continuiamo a salire lungo la valle, non ci sono tornanti o pettate (detto alla fiorentina) ma inesorabilmente si sale chilometro dopo chilometro, buca dopo buca. La guida continua a dirci che siamo fortunati perché è una bella giornata e forse vedremo il Chomolangma. In effetti c’è il sole, non c’è il vento e non fa freddo (sempre rapportato a queste quote). Siamo bardati da alta montagna ed al sole ci fa quasi caldo. Ad un certo punto, dietro una curva, appare lei , la regina delle montagne, con il profilo aguzzo e la neve abbagliante. Passiamo Rongphu, le ultime case prima della montagna, e proseguiamo per pochi chilometri. Si arriva ad una tendopoli dove si deve lasciare la macchina e proseguire a piedi o con un carretto trainato da un cavallo. Noi scegliamo la seconda. La tendopoli è pittoresca; le varie tende sono in realtà ristoranti o alberghi dai nomi più incredibili tipo Hotel California, Holiday Inn ecc. C’è poca gente, pochissimi turisti. Saliamo sul nostro carretto sgangherato trainato da un ronzino tutto’ossa. La strada è lunga ed è difficile farla a piedi a causa dell’altitudine. Si arriva al Campo Base che è l’ultimo punto consentito, per andare oltre ci vuole uno speciale permesso da alpinista. Appena scesi un militare ci chiama e ci porta nell’unica costruzione che c’è per controllare i nostri documenti. Tutto a posto. Ovviamente foto di rito davanti alla lapide scritta in cinese, tibetano ed inglese con il nome Qomolangma e l’altezza, mt. 5250 e poi siamo saliti su una collinetta con la stessa andatura degli astronauti sulla Luna. Da lì, in mezzo alle bandiere di preghiera, si è aperto l’Everest davanti a noi. Ci siamo seduti su un masso per mezz’ora a guardare e fare foto, poi abbiamo steso le nostre bandiere. Dopo un po’ siamo rimasti soli, nessun altro intorno a noi! Qui abbiamo sentito il silenzio del Tibet. Soltanto il vento fischiava forte. Anche se c’è il sole fa molto freddo. Siamo rimasti finché il guidatore del carretto non è venuto a cercarci per riportarci giù. Ci porteremo con noi per tutta la vita l’immagine della montagna, la neve, i ghiacci, le nuvole ed il cielo azzurrissimo.
Siamo tornati indietro a Rongphu per mangiare qualcosa, cioè una scodella di riso. Dovremmo passare la notte lì nella guesthouse. Ma Filo accusa qualche malore per l’altitudine e poi si mette a piovere. Lagpha ci propone di avvantaggiarci sulla lunga tappa di domani e ritornare giù a Tingri (che è soltanto a 4390 m.!). Facciamo così e ci rimettiamo in marcia sulla dura pista di stamattina e dopo 3 ore di sobbalzi, buche e polvere torniamo sulla Friendship Highway. Facciamo tappa all’Amdo Hotel di Tingri, che di hotel ha solo il nome, ma in questa zona non c’è di meglio. E’ una specie di motel in versione tibetana. Una stanzetta minuscola con un letto tibetano appoggiato al muro. La porta non ha serratura. I bagni sono in comune. Se ci fossero. In realtà ci sono due latrine, una per le donne ed una per gli uomini, cioè un buco nel pavimento e sotto le fatte di tutti. Non esiste lavandino né acqua corrente. La luce c’è solo dalle 8 alle 11 di sera grazie ad un rumorosissimo generatore a nafta. Qui il tempo si è fermato ed anche la Cina è lontanissima. A ricordarcela ci pensano 3 militari cinesi ubriachi che mangiano, bevono (14 lattine di birra), fumano e sputano nel ristorante. Spesso qui i cinesi sono gretti e arroganti. Sputano in continuazione, ruttano, parlano sempre a voce altissima, anche di notte negli alberghi. Quelli ricchi li vedi sfrecciare sulle strade con delle lucine lampeggianti messe nel radiatore e le quattro frecce accese. Entrano nei monasteri e vanno al Campo Base dell’Everest sfrecciando accanto ai carretti di quelli “normali”. Insomma i cinesi che abbiamo visto in Tibet o sono dei derelitti “emigrati” qui con la forza della disperazione e con grossi incentivi statali oppure sono i ricchi turisti delle grandi città vestiti bene ma ugualmente ignoranti.
Nel ristorante per ingannare l’attesa ci siamo incuriositi a guardare fuori dalla finestra ed abbiamo deciso di contare i mezzi che passano sulla Friendship Highway. Dopo 10 minuti questo è il responso: 31 mucche, 8 moto, 6 carretti a cavallo, 1 camion, 1 trattore, 1 macchina. Sembra che alcune mucche facciano le vasche perché le vediamo passare a coppie in su e giù. Dopo cena abbiamo guardato il tramonto (alle 10) seduti fuori dalla porta della camera ed abbiamo iniziato a ripensare a tutto quello che abbiamo visto. Oramai la vacanza è alla fine, ora ci aspetta solo la lunga discesa verso Kathmandu.
03-09-2007 (Tingri-Zhangmu)
Partiamo alle 9, dopo una colazione difficile riscaldati dalle stufe tibetane alimentate con la cacca essiccata di yak. Subito dopo Tingri la Friendship Highway diventa una pista sterrata con tanto di guado del fiume. Per ore continuiamo a veleggiare sui 5000 metri superando due passi: il Lalung-La (5050 m.) ed il Yarle Sung-La (5100 m.). Il paesaggio è bellissimo, l’occhio spazia sull’altopiano senza limiti. Le nuvole sono basse. Ma poi ci rendiamo conto che siamo noi alti, le nuvole sono alla loro quota! Ci fermiamo prima di Nyalan e cerchiamo di vedere le famose grotte di Milarepa ma sono chiuse per lavori. Da qui in poi la strada non esiste più ma c’è solo un lunghissimo cantiere per la ricostruzione e l’asfaltatura della strada. L’obiettivo cinese è di avere una strada vera e propria prima delle Olimpiadi del 2008. Secondo i nostri criteri sarebbe una impresa impossibile ma loro ce la faranno. Avremo visto centinaia, forse migliaia, di operai muoversi come formichine, lavorare 12 ore al giorno, nel fango, dormendo in tende militari posizionate lungo la strada, senza servizi igienici. Sono controllati da militari. Fanno quasi tutto a mano: spaccano le pietre, scavano con pala e piccone, fanno brillare massi e li buttano di sotto.
Dopo Nyalan la strada viene chiusa di giorno ed a noi tocca aspettare 6 ore in questo minuscolo paese che sa già di frontiera. Il tragitto è stato infernale (ed infatti Nyalan in tibetano vuol dire “porta dell’inferno”). La strada scende ripida in questa gola strettissima ricoperta da felci e muschio. Le nuvole sono sia sopra che sotto e non si vede niente. Piove, il clima è cambiato, è questa è la stagione delle piogge. La strada … ma quale strada! Siamo passati lungo un viottolo fangoso con buche, sassi, strapiombi senza parapetto, frane, cascate sulla strada (buone per lavare la macchina dal fango!). Noi scendiamo lungo questo cantiere slittando, sfiorando burroni di cui non si vede la fine. Impieghiamo due ore per fare 30 km ed arriviamo alle 9 a Zhangmu, uno strano paesino arroccato sugli ultimi tornanti prima della dogana cinese. Una fila interminabile di camion Tata (loro potranno passare solo dopo mezzanotte) blocca l’unica strada del paese in un concerto di clacson e puzzo. Abbiamo cenato con i nostri due amici tibetani (oramai sono diventati amici e ci dispiace separarci domattina) e dormito in un albergo nuovissimo che si da tante arie. Ultima notte in Tibet.
04-09-2007 (Zhangmu-Kodari-Kathmandu)
Alle 9.15 siamo alla frontiera cinese in coda. Ritroviamo tante facce che erano ieri a Nyalan compresa una coppia di modenesi con i quali abbiamo passato un po’ il tempo.
Le formalità sono veloci; ci fa ridere il modulo sulle condizioni sanitarie con domande tipo: siete stati in contatto con polli negli ultimi 7 giorni? Però non ci misurano la temperatura come facevano fino a poco tempo fa. ...continua il viaggio

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