Stai viaggiando in Tibet con Fabio Ramelli

Viaggio in Tibet, tra cielo e spiritualità

Viaggio di: Fabio Ramelli
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23-08-2007 (Tsetang-Samye-Trandruk-Yumbulagang-Tsetang)
La notte è stata dura ma al mattino ci sentiamo meglio. L’impatto con la colazione cinese è scioccante: il buffet era composto da riso bollito e due calderoni di verdure. Nessuno parla una sola parola di inglese.
Samye è dall’altra parte della valle ed attraversiamo il maestoso Yarlung Tsangpo (che entrando in India cambierà il nome in Bramhaputhra) percorrendo un ponte controllato da un giovanissimo militare cinese (queste “presenze” saranno una costante durante questo viaggio). La strada per Samye è nuovissima prima si arrivava soltanto tramite un traghetto e poi con un trattore. Ma sono sempre 40 chilometri di sterrato, con curve e tornanti e torrenti da guadare. Però il panorama è bellissimo: ci sono dune di sabbia bianca con dietro montagne altissime. Un contrasto veramente affascinante. Samye è il primo monastero costruito in Tibet nel 779 da Guru Rimpocè. E’ un enorme mandala che rappresenta l’universo buddhista, con le mura circolari, il tempio centrale, 4 chorten (stupa), 4 ingressi ecc. Samye è un posto magico, difficile da descrivere. Non si possono descrivere i suoni, i colori, gli odori, la penombra, i tanti pellegrini tibetani. Si, siamo in Tibet, la Cina si dissolve, si perde nella polvere della strada che hanno provato a costruire ma che sta già franando. Arrivare qui è come atterrare in un altro universo. Altoparlanti diffondono ovunque le canzoni buddiste. Intorno vedo 5-6 fuoristrada dei turisti, tanti pulmini tibetani scassati, qualche trattore tipico (quelli con la ruota molto in avanti). Al centro sorge l’imponente edificio dello Utse, parzialmente distrutto durante la Rivoluzione Culturale e poi ricostruito. La cosa incredibili per noi è che 5-6 monaci avevano iniziato da poco la realizzazione di un mandala, un incredibile disegno geometrico fatto con la sabbia colorata. Il lavoro dura tanti giorni ed alla fine viene distrutto con un gesto perché niente è permanente. Pagando 30 Yuan (oltre al costo del biglietto) ho potuto fare un po’ di foto. E’ il primo impatto con il vero Tibet ed i tibetani. Gli anziani sono ancora vestiti come si vede nei film. Le donne hanno delle grandi gonne scure fino a terra, i capelli legati, spesso intrecciati con fili colorati. La loro faccia è bruciata dal sole e dall’altitudine. Sono piccoletti ma decisi. Fieri. Alcuni sembrano scocciati dalla nostra presenza, altri ci sorridono. Girano con mazzetti di banconote da 1 jiao (1/10 di Yuan, cioè 1 centesimo di euro). I monaci contano queste banconote a secchiate. I fedeli portano anche burro di yak per le lampade che ardono di continuo, ciotole piene di acqua, birra, biscotti e tsampa che è farina d’orzo impastata con acqua. Una volta che queste cose si caricano di energia vengono mangiate dai pellegrini stessi. Ce l’hanno offerte anche a noi ma è dura mangiare una cosa simile con queste condizioni igieniche e poi prendere tutte le precauzioni che stiamo prendendo! Peccato. Mentre scattavo le foto un monaco che passava veloce si è girato e mi ha sorriso. Il sorriso più bello che ho mai visto. Ma dove siamo? Qui si sente un’atmosfera particolare. Ti fai delle domande. Hai le risposte? Noi no.
La tappa successiva e Yumbulagang, un eremo-fortezza posto su un cucuzzolo che abbiamo raggiunto a dorso di yak, una specie di bufalo tradizionale dell’altopiano tibetano capace di vivere a grandi altitudini. Da questo animale i nomadi traggono tutta la loro possibilità di sopravvivenza. Lo Ymbulagang è considerato l’edifico più antico del Tibet. Pare che qui nel V secolo oltre 400 testi sacri buddisti siano caduti dal cielo.
Poi andiamo a Trandruk, antichissimo monastero semidistrutto dai cinesi durante la rivoluzione culturale. Ora è in parte ricostruito. Per veder quel poco che è rimasto si pagano ben 70Y di ingresso più altri 75 se si vogliono scattare foto. Un po’ esagerati. Però qui assistiamo alla nostra prima preghiera buddista.
Ceniamo in bel ristorante cinese spendendo l’esagerata cifra di 88Y in due. Stiamo meglio ci stiamo acclimatando all’altitudine e per la prima volta riusciamo a mangiare qualcosa.

24-08-2007 (Tsetang-Kampa La-Lhasa)
Abbiamo cambiato programma e siamo andati lungo la strada che porta al passo Kampa-La a quota 4795. Dopo una serie incredibile di tornanti arriviamo in cima al passo totalmente immerso nella nebbia!! Sotto di noi ci dovrebbe essere il lago Yamdrok-Tso, uno dei 4 laghi sacri del Tibet, dalla forma di scorpione, una goccia color cobalto incastonato tra le alte montagne circostanti (dice la guida). Ci muoviamo come gli astronauti sulla Luna, fa freddo ma è sopportabile. Facciamo tappa nella latrina e Filo è costretta a mandar via una mucca che era in quella delle donne. Avete presente la latrina delle sturmtruppem? Uguale. Il tipico bagno tibetano è un buco a cielo aperto in cui tu fai i bisogni sopra a quelli degli altri. All’improvviso il cielo si apre ed appare il lago. Ha un colore bellissimo. La strada più avanti è interrotta per i lavori in vista delle prossime olimpiadi: la fiaccola olimpica partirà dell’Everest e stanno rifacendo tante strade. Torniamo indietro e ci dirigiamo verso Lhasa. Lungo la strada ci fermiamo a visitare il monastero di Drolma Lhakhang risparmiato delle truppe cinesi per esplicito volere di Ciu En Lai. E’ dedicato a Tara, unica donna a raggiungere l’Illuminazione. Qui visse Atisha.
Arriviamo a Lhasa (3595 m.) nel pomeriggio ed andiamo subito in albergo. Si chiama Oh Dan House ed è veramente centrale, su Rimoche Lam. Meno cinese di quello di Tsetang ma anche meno pulito, soprattutto il bagno che puzza ed ha la porta che resta aperta per un quarto.
L’arrivo a Lhasa è scioccante perché, per quanto tu l’abbia letto o sentito da altri, qui, più che altrove, è evidente la colonizzazione violenta dei cinesi. Soltanto la zona del Barkhor ha mantenuto il suo aspetto tibetano. Ma è solo il 4 % della città. Per il resto è una moderna città cinese, case moderne con grandi scritte cinesi, enormi viali a 6 corsie senza macchine. I guidatori locali non sanno nemmeno cosa farci con tutte quelle corsie, infatti guidano tutti nel mezzo della strada, ignorano i semafori, le precedenze. Attraversare le strade e pericolosissimo perché nessuno si ferma nemmeno se sei sulle strisce. Anzi suonano ed accelerano. Ci sono questi poveri anziani in pellegrinaggio che sono stravolti, imbambolati in mezzo a strade enormi con un mondo arrogante che non è più il loro. Come è potuto accadere questo? In nome di cosa i cinesi hanno ammazzato più di un milione di tibetani, da cosa li hanno liberati? Come possono girare per queste strade con i loro Suv (la metà delle auto in circolazione), pieni di arroganza e cafoneria, lo sputare e ruttare di continuo, la voce sempre alta, esagerata, come le suonerie dei cellulari, la sporcizia ed il puzzo di piscio. Questa è Lhasa. Però c’è il Barkhor, il vecchio quartiere tibetano, la vecchia città sacra che ancora resiste. Abbiamo lasciato le valigie, liquidato guida ed autista e ci siamo buttati nella mischia. Appena usciti dall’albergo ci troviamo in un grande mercato all’aperto. Ci sono panchettini che vendono di tutto. La cosa che più impressiona è la carne all’aperto tra le mosche. Però l’insieme è decoroso, non c’è spazzatura come a Kathmandu. In mezzo al Barkhor c’è il Jokhang meta incessante di pellegrini. Intorno al Jokhang c’è la Korà, cioè il giro di pellegrinaggio da fare sempre e solo in senso orario, che viene percorsa incessantemente da monaci e pellegrini pregando e girando i mulini di preghiera. Alcuni si prostrano a terra ogni 3 passi con il tipico movimento chiamato “chaktsal”. Ai lati ci sono due file ininterrotte di bancarelle che vendono statuine di Buddha, mulini di preghiera, tamburelli, tangka, mandala su tela, collanine, fili colorati da intrecciare nei capelli. Ma anche magliette, scarpe, giacche, insomma i pellegrini pregano ma si comprano anche quello che gli serve nei loro villaggi dove non c’è niente. Ci sono anche i dentisti con grandi disegni di protesi e dentiere perfette. Ed anche souvenir. Qui la presenza dei turisti si fa sentire. Soprattutto quelli cinesi con grande macchina fotografica che puntano minacciosa davanti a vecchiette arrabbiate che si coprono il volto con i grandi cappelli che tutti qui indossano per ripararsi dal sole a picco. Davanti al Jokhang è pieno di persone che fanno le prostrazioni arrivando con la fronte fino a terra. Il silenzio è assoluto si sente solo il rumore dello strusciare sul selciato di pietra. Molti sussurrano incessantemente “Om Mani Pedme Hum”. L’atmosfera è veramente suggestiva. Oggi è’ un giorno particolare perché all’interno del monastero c’è un famoso Lama indiano che sta concludendo una settimana di studio e recitazione. All’improvviso cominciano ad uscire vecchiette raggianti con in mano una specie di santino con la foto del Lama. Ce la mostrano e ci fanno segno di andare a prenderlo anche noi, ma non si riesce ad entrare tanto è la ressa. Sono così felici nella loro semplicità, così genuini così… che ci emozioniamo. Una donna tibetana si siede accanto a noi e ci sorride, guarda Filo commossa e le parla. Si capiscono, si guardano. E’ un momento magico. Noi siamo appiattiti lungo un muro spettatori di un qualcosa di unico, difficile da descrivere in poche parole. Il tempo si ferma. ...continua il viaggio »
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