Tibet

Friendship Highway: from Kathmandù to Lhasa

in viaggio con Giovanni Mereghetti in Tibet

Prima di arrivare a Nyalam si devono superare due passi oltre i 4.500 metri, ai bordi della carreggiata c’è la neve, il cielo è sempre più vicino.
Si arriva al piccolo posto di polizia di Nyalam che è quasi mezzogiorno, un breve controllo ai passaporti e si prosegue subito in cerca di qualche ristorante per il pranzo. Troviamo un localino dove cucinano i “momo”, una specie di ravioloni ripieni di carne o di verdure: bolliti non sono male, se poi ci metti un po’ soia diventano una delizia.
La sosta è breve, entro sera bisognerà raggiungere Old Tingri, l’unico posto in cui si può pernottare, poi per centinaia di chilometri non ci sarà più nulla, solo grandi distese disabitate e montagne.
Old Tingri è solo un piccolo villaggio. Una fila di case basse, un distributore di benzina, una guest house e una strada, la Friendship Highway, nient’altro.
La strada è la vera casa di tutti, i bambini giocano con palloni fatti di stracci, i più grandicelli e le donne accudiscono il bestiame, i vecchi passeggiano ruotando il mulino di preghiera. Ovunque si respira un’aria di pace e sacralità, mentre, all’orizzonte, le montagne si illuminano dietro l’ultimo raggio di luce.
Da queste parti il tempo non è scandito dall’orologio: appena sorge il sole ci si mette in movimento, quando tramonta la vita si ferma. E’ così anche per me, mi adeguo e seguo il ritmo del giorno e della notte. Oggi sarà una giornata intensa, difficile, prossima meta: Rongbok, il campo base dell’Everest.
La pista sale lentamente verso sud, piove e i fiumi sono in piena, non è facile trovare i passaggi per guadare i corsi d’acqua, il viaggio si fa sempre più difficile…
Ci si muove su una vecchia Toyota cercando di non perdere mai il riferimento dell’esile traccia segnata sul terreno. Ci vuole una giornata di viaggio, ma finalmente, quando il cielo lascia spazio a qualche raggio di sole, davanti a noi appare maestosa la cima della montagna più alta del mondo, l’Everest. E’ una grande emozione, indescrivibile.
Dove termina la strada c’è un piccolo rifugio, il vento gelido soffia senza tregua mentre il buio della notte cala velocemente, è qui che passeremo la notte, a 5.200 metri di quota sotto il monte che domina il mondo.
Quassù tutto è più difficile: muoversi, alimentarsi, dormire, ma il silenzio e l’atmosfera di questo magico luogo alimentano il nostro corpo e creano la forza necessaria per superare questi ostacoli. Nel cielo si accendono le stelle mentre le bandierine con le preghiere sventolano nel nulla dell’altipiano; noi, come sempre, siamo solamente timidi spettatori.
La discesa verso Lhatse è spettacolare, le nuvole sono basse e scure, a tratti cadono scrosci di pioggia, dai finestrini della jeep si vedono accampamenti di nomadi, è un video clip girato nel passato quello che sto vivendo.
Lhatse è una città anonima, un grande viale taglia in due l’abitato, ovunque ci sono insegne cinesi e di tibetano è praticamente rimasto pochissimo. Solo il piccolo mercato è degno di una visita, il resto è solo cemento, messo lì per dare una parvenza di progresso. ...continua il viaggio
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