La mia Tanzania
Viaggio di:
Dopolavoro Ferroviario
Passo la notte dormendo male nel sacco a pelo, disturbato dal vento e dalla pioggia che martellano la tenda. Nel dormiveglia penso - spero - che il brutto tempo si stia sfogando. Al mattino è proprio così, il sole scioglie in fretta il po' di ghiaccio sul telo delle tende e mette tutti decisamente di buon umore. Dopo la colazione affrontiamo la terza tappa, che concluderemo in sette lunghe ore ancora sotto i 4000 metri, dopo essere saliti fin oltre i 4600 della Lava Tower e ridiscesi infine al Barranco Camp. Il terreno è ora una landa disseminata di rocce vulcaniche, la vegetazione è ridotta a radi ciuffi d'erba e a strane piante come tozze palme. La vita animale, esclusi noi bipedi di passaggio e qualche cornacchia, è ormai del tutto assente.
La discesa non è stata così corroborante come speravo. Molti di noi hanno un certo mal di testa, io e Andrea abbiamo problemi urinari, fortunatamente nessuno ha nulla di più grave. Affrontiamo la quarta tappa che ci deve portare al Barafu Camp, a 4700 metri. Luca e Flavia rinunciano a salire ancora e al momento opportuno ci lasciano per proseguire in discesa - accompagnati da due portatori - lungo la via Mweka; ci vedremo all'albergo. Noialtri sei arriviamo al campo più alto a metà pomeriggio, dopo lunghi saliscendi in un severo ambiente ormai del tutto desertico. Facciamo tutte le abituali operazioni con molta calma per non affaticarci ulteriormente, il tempo per riposarci è poco. Si cena alle 18, poi ognuno va nella sua tenda a prepararsi per la tappa più dura. L'appuntamento è per mezzanotte.
Nelle poche ore trascorse - vestito - nel sacco a pelo riesco appena a chiudere gli occhi, non ho quasi più mal di testa ma sento ancora nelle gambe il peso della tappa precedente. Pazienza, andrò su finché potrò.
Subito dopo mezzanotte siamo tutti fuori delle tende: un rapido tè e biscotti, due parole a voce bassa e ci mettiamo in marcia. La temperatura è sicuramente sotto zero, ma non c'è un filo di vento; la luna piena avvolge di una gelida luce tutto il terreno circostante, rendendo inutili le torce frontali. Cominciamo a salire in lentissima processione: il solito consiglio delle guide di andare piano, pole-pole, è del tutto superfluo. In un'ora saliamo di 150 metri, in due di 300; riesco finalmente a coordinare il passo con il respiro e a camminare con continuità, ma l'aria secca mi irrita la gola e non ne entra a sufficienza, ho le gambe sempre più pesanti. Cammino ancora un'ora, con Andrea nelle mie stesse condizioni: a turno uno si sconforta e l'altro lo incoraggia. Siamo rimasti indietro, con noi c'è una guida e un aiutante: questo ci riaccompagna al campo quando decidiamo di non proseguire oltre e di conservare un briciolo di energia per la discesa. Siamo a quota 5200 circa: ho eguagliato il mio primato personale di sei anni fa, in Ladakh.
Trascinando i piedi ritorniamo alle tende verso le 4,30, ansimando ad ogni gesto. Credo che almeno qualcuno degli altri quattro possa essere arrivato fino in cima: li vedremo tornare dopo le 10, stremati e silenziosi: nessuno ha raggiunto i 5895 metri dell'Uhuru Peak, la vetta più alta, ma si sono fermati 200 m più in basso, allo Stella Point, dove non sanno bene come hanno fatto ad arrivare.
Altri gruppi si sono rivelati più forti, o più adattati, e la metà o più dei loro membri ha raggiunto la cima. A Fabrizio, Gabriele, Mauro e l'altro Andrea è concessa solo un'ora di riposo, o poco più: occorre presto rimettersi in marcia per raggiungere il campo Mweka, 1700 metri e cinque ore di cammino più sotto. Il prato è pieno di gente, i portatori scambiano concitati dialoghi in swahili che continueranno fino a tarda notte: domani tornano a casa con in tasca la sudata paga e un po' di mance. Io regalo una maglia di pile al ragazzo che mi ha accompagnato indietro stanotte.
L'ultima tappa è simile alla prima: cinque ore ore nel fango del sentiero, scavalcando molti tronchi caduti e scivolando a più riprese. C'è il sole che filtra tra gli alberi, fa caldo: alla fine di un percorso che sembra interminabile arriviamo al gate di uscita. Per qualche spicciolo, dei ragazzini offrono secchi d'acqua limpida per farci ripulire: ci vorrebbero gli spazzoloni degli autolavaggi! Raccolti tutti i nostri bagagli a bordo del pulmino che ci raggiunge, ci buttiamo sui sedili e ci facciamo trasportare fino in albergo, indifferenti alle buche delle strade pessime; nessuno fa finta di non sognare una doccia, una birra, un letto. Siamo stanchi, contenti che il trek sia finito così come siamo contenti di averlo fatto; è stata una prova dura che abbiamo affrontato come si doveva. Non c'è stato il trionfo della vetta, ma a tutti va bene anche così. Per chi come me ha dato a se stesso una conferma, per chi ha fatto un'esperienza nuova, questo trekking sul Kilimanjaro sarà sicuramente indimenticabile.
I PARCHI NAZIONALI
La seconda parte della vacanza in Tanzania è stata interamente dedicata ad un lungo giro per i Parchi del nord: Tarangire, Ngoro-Ngoro, Serengeti, Lago Natron. Non camminiamo più: percorriamo molti chilometri in jeep con autista ogni giorno, lungo le piste assolate e polverose in fruttuosi safari fotografici. Passiamo le notti nei campeggi (o in aree malamente attrezzate spacciate per tali), cenando alla mensa ambulante della simpatica Madame Esther (pensate alla Mamie di “Via col vento” in aderenti shorts bianchi!).
Le prime tappe sono quelle con più alta concentrazione di animali, in grandiose scenografie naturali. Tutti abbiamo visto i documentari in TV sulle savane dell'Africa, sui loro abitanti, prede e predatori, e sui complessi rapporti ecologici che li governano (l'ultimo proprio la settimana prima di partire, in Superquark); ma l'immersione fatta in questi habitat, l'osservazione da vicino degli animali, pur con i limiti del giro turistico, è stata sicuramente emozionante e capace di suscitare stupori adolescenziali in tutti noi. Io in particolare da una vita desideravo vedere il favoloso Ngoro-Ngoro, un'immensa area pianeggiante chiusa nell'interno di un vulcano collassato milioni d'anni fa: la bellezza del posto è stata ancora più grande delle mie aspettative.
In altri due giorni nel Serengeti avvistiamo dal tetto delle nostre jeep molti se non tutti gli esponenti locali del regno animale: zebre, gazzelle, facoceri, antilopi, struzzi, giraffe, elefanti, bufali, ippopotami e coccodrilli, babbuini, un solitario rinoceronte; giovani leoni e leonesse, due ghepardi, iene, avvoltoi, aquile pescatrici, fenicotteri.
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