Alla scoperta del "popolo di roccia e miele”
in viaggio con Giovanni Mereghetti in Sudan
Introduzione
Tra le città africane Khartoum è la più africana. Il colpo d’occhio che si ha dall’alto è quello di un grande villaggio fatto di case costruite in terra, il colore dominante è quello della sabbia, insieme al giallo ocra. E’ passato poco più di un anno dall’ultima volta che sono atterrato in questo angolo di mondo, ma tutto, a parte la polizia dell’aeroporto, mi sembra diverso. Anche i gradini che portano nella hall dell’Hotel Gobba sono cambiati, li hanno rivestiti di granito grigio. Le camere, invece, sono come le avevo lasciate: hanno ancora le pareti dipinte di rosa scuro e i copriletto sono sempre gialli, con chiazze sparse come decoro.
Nel precedente viaggio ero andato in Sudan per percorrere le piste del deserto, nell’antica Nubia dei Faraoni Neri, con le sue piramidi e la sua storia millenaria. Oggi invece, il viaggio che dovrò affrontare è ben diverso, non c’è nulla di archeologico da scoprire, nessuna storia lontana da capire, l’obiettivo è molto più vivo e attuale, anche se non meno nobile: conoscere il popolo Nuba e la sua quotidianità.
La zona abitata dai Nuba copre un’area montagnosa molto vasta, posizionata quasi esattamente nel centro geografico del Sudan, il Paese più grande dell’Africa. Raggiungere questa terra non è facile, lo si può fare in due modi: con un volo dal Kenya messo a disposizione dalle Nazioni Unite, una volta alla settimana; oppure, via terra, dalla capitale sudanese con un viaggio molto più interessante, ma anche più impegnativo.
Ho scelto la seconda via, perché m’interessava conoscere in modo profondo il dramma di questo popolo uscito da una guerra durata più di vent’anni. Farsi catapultare direttamente sui Monti Nuba sarebbe stato troppo superficiale, avrei perso il filo cucito dalla storia recente, non avrei visto e capito il cammino che ha generato l’odio verso questi gruppi etnici.
Seguire l’itinerario via terra, da Khartoum, non è stato facile. Ci sono voluti tre mesi per l’ottenimento dei permessi dell’SPLA (Sudan People’s Liberation Army), un mese per il visto sudanese, qualche giorno per il permesso giornalistico di scattare fotografie e qualche ora per il travel permit. Solo quando è stato tutto regolamentato, secondo la legge, sono potuto partire.
Itinerario
Ho affittato una vecchia ma affidabile Toyota 60. L’autista si chiama Jamal: sarà lui, per quasi un mese, il mio unico compagno di viaggio. Jamal è un tipo sveglio, ha già provveduto alle scorte alimentari, nella dispensa ancorata nel baule del fuoristrada c’è di tutto: scatolette di carne, pasta, frutta sciroppata, verdure, acqua... insomma non manca nulla. Un rifornimento veloce alla prima pompa di gasolio e siamo in marcia, direzione: tutto sud.
Dopo aver superato i controlli di polizia in uscita dalla capitale, si percorre la strada asfaltata in direzione di Kosti, che dista solo 350 chilometri. Non perdiamo tempo, solo qualche sosta per il pranzo e per il rifornimento. La voglia di arrivare nel cuore del viaggio è ossessionante e non posso permettermi di fare il turista.
I primi intoppi arrivano a El Obeid, la capitale del Kordofan. La polizia, che da queste parti si fa chiamare Security, ci blocca mentre percorriamo le vie centrali del souk. Jamal non desta nessun sospetto, io, invece, uomo occidentale armato di macchina fotografica, vengo preso in consegna da due giovani in borghese e portato in una casermetta alla periferia della città. Controllano il bagaglio, il passaporto, i permessi, mi chiedono perchè sono venuto da queste parti e se tifo per il Milan o per la Juve. Insomma, come in ogni parte del Continente Nero, la polizia non sa come far passare le giornate e l’occasione di far valere la propria autorità, di sentirsi importanti e curiosare in altri mondi sconosciuti, non può essere lasciata scappare. In Africa le persone sono sempre molto cordiali, l’importante è non vestirli con una divisa militare, altrimenti è finita: si trasformano.
Lasciare El Obeid e dirigersi verso sud significa abbandonare il mondo arabo ed entrare nell’Africa Nera. È un processo naturale: la sabbia del deserto lascia spazio agli arbusti spinosi della savana e la gente assume tratti somatici più decisi. La porta verso il mondo Nuba è vicina.
Bastano solo poche ore di fuoristrada e - anche se l’asfalto finisce per lasciare il posto alla pista, a tratti sconnessa, a tratti ancora ben percorribile in quanto levigata dal passaggio degli automezzi - Kadugli è ormai a portata di mano.
Kadugli è una città tipicamente africana: solo la via principale è asfaltata, il resto delle strade è un bazar polveroso a cielo aperto, dove la vita pullula dall’alba al tramonto, senza tregua. Situata nel Sud Kordofan, questa città è anche la porta per accedere alle Montagne Nuba, qui si sbrigano le pratiche burocratiche e si ottengono i permessi necessari per poter superare i mille controlli che la blindano come in una cassaforte.
I numerosi posti di blocco della Security rallentano il viaggio, ma ormai ci siamo, le novantanove montagne narrate dalla leggenda locale sono davanti a me.
Le chiamano montagne, ma anche se hanno delle pareti molto scoscese non possono essere definite tali: sono solo un mosaico di colline che raggiungono al massimo i 1.500 metri s.l.m. ...continua il viaggio

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