Stati Uniti America

Stati Uniti: il Mito dell'Ovest - Parte I

in viaggio con Leandro Ricci in Stati Uniti America

** la guida Gremese “U.S.A. - I grandi parchi dell’Ovest”;
** i due volumi Edimar “I parchi americani” della serie Marlboro Country Books;
** la guida Routard “Stati Uniti - L’Ovest e i Grandi Parchi Nazionali”.
Per quanto riguarda le mappe stradali, non ci sono dubbi: Rand McNally, sia quelle pieghevoli dei singoli Stati ma meglio ancora il Road Atlas dell’intera rete stradale statunitense, reperibile anche in Italia nelle librerie specializzate. Ma quasi altrettanto valido è l’atlante della Mapquest, entrata sul mercato in tempi più recenti: è quello che abbiamo acquistato alla prima stazione di servizio presso la quale abbiamo fatto sosta circa duecento chilometri dopo la partenza da Los Angeles. Molto utile in fase di programmazione anche il relativo sito, che offre un livello di zoom fino ai singoli isolati delle strade delle grandi città.
Un altro sito dal quale si possono ricavare molte indicazioni utili di ordine pratico su una grande quantità di località è quello dell’organizzazione SeeAmerica.
Il programma, impostato con i punti fermi della partenza da Los Angeles e dell’arrivo a San Francisco, è stato strutturato non a singole giornate (cosa non facile da casa, senza avere un quadro “sul campo” dei tempi di visita dei Parchi, ricchi di “scenic drives” e di sentieri escursionistici), ma a blocchi di quattro-cinque, mettendo in conto anche tre o quattro giorni che abbiamo definito jolly a fronte di imprevisti o pause di riposo.
Il contatto al quale ho fatto cenno è un prezioso riferimento, suggeritoci da un’amica, frequentatrice da anni degli Stati Uniti. Si tratta dell’agenzia Hatausa, che si occupa di intermediazione gratuita per noleggio di automobili e prenotazione di alberghi in tutto il territorio degli States. Il sito è visitabile nella versione in italiano, dato che proprio con clientela italiana l’agenzia lavora parecchio, così come può essere contattato nella nostra lingua William Goldberger, per tutti semplicemente Bill.
Hatausa fornisce pacchetti già predisposti, così come si può contare su un servizio personalizzato comunicando il proprio itinerario, le località in cui fare tappa e gli estremi di una carta di credito. Il vantaggio consiste nel poter ottenere prezzi concorrenziali, vista la possibilità dell’agenzia, trovandosi in loco, di accedere in tempo reale alle numerose offerte che il mercato turistico americano offre.
Essendosi il nostro viaggio svolto in bassa stagione, abbiamo però preferito prenotare dall’Italia solamente il noleggio dell’automobile, i primi due pernottamenti (in particolare il secondo, sempre piuttosto critico al Grand Canyon) e gli ultimi quattro a San Francisco.
Anche se Bill ha la possibilità di fissare in anticipo la sistemazione per ogni sera di un intero viaggio, questa opzione ci è sembrata più vincolante che comoda: un qualunque inconveniente, una deviazione estemporanea per una località interessante scoperta al momento (è successo più di una volta), il desiderio di prolungare la permanenza in una zona piacevole o, al contrario, di lasciare prima del previsto un luogo deludente, sono tutti fattori che possono far sballare un programma messo a punto con precisione. E poi, forti di precedenti esperienze di viaggi itineranti, abbiamo confidato di non avere difficoltà nel reperire un motel/hotel/lodge di giorno in giorno: i fatti ci hanno dato ampiamente ragione.

Nota del luglio 2005: come mi è stato comunicato e ho avuto modo di riscontrare, il sito di Hatausa da qualche mese non è accessibile. Mi auguro che venga ripristinato, visto l'ottimo servizio che forniva e spero che arrivino buone notizie che, nel caso, mi premurerò di riportare qui.

Come spostarsi

Abbiamo utilizzato i voli Air France (vi è servito champagne a pasto anche in Economy!) Genova - Parigi e Parigi - Los Angeles all’andata, San Francisco - Parigi e Parigi - Genova al ritorno spendendo in totale circa € 650 a testa.
Per un viaggio soddisfacente all’interno degli U.S.A. è impensabile un’alternativa a un veicolo autonomo: è una nazione immensa servita da una rete stradale capillare, le distanze sono considerevoli e, anche se i servizi tramite autobus (i famosi Greyhound) sono efficienti, essi garantiscono il collegamento soltanto tra le località principali. Quindi solo utilizzando la macchina si possono penetrare tutti gli aspetti del Paese, dalle attrattive più decantate alle piccole realtà ritenute, spesso a torto, minori.
In una permanenza di quattro settimane su uno sviluppo di quasi novemila chilometri l’automobile finisce per diventare una vera e propria casa su ruote: di conseguenza, non è il caso di giocare al risparmio ma investire qualche dollaro in più per avere il maggior conforto possibile. Appoggiandosi (tramite Hatausa) alla Alamo, l’agenzia più presente sul territorio statunitense, ci siamo orientati così su una “fullsize”, per la precisione una Buick Le Sabre (praticamente nuova, con soli 280 km. percorsi), cilindrata 3800 cc., targa California 4WUT034, automatica come la stragrande maggioranza delle auto americane, dotata dell’irrinunciabile aria condizionata, con un bagagliaio adeguato a contenere borse e valigie di quattro persone, attrezzature fotografiche, provviste e gli immancabili acquisti che di giorno in giorno vanno a stipare ogni angolo disponibile. La spesa totale è stata di $ 1764 (al cambio del momento, circa € 475 a testa) comprensivi di chilometraggio illimitato, possibilità di quattro autisti, copertura assicurativa totale, pieno iniziale gratuito, nessun addebito per il drop off, come è d’uso per il ritiro e la riconsegna nell’ambito del medesimo Stato, la California. La patente internazionale è facoltativa, non essendo in sostanza che la traduzione in inglese di quella italiana, che è quindi sufficiente.
I limiti di velocità, indicati con grande evidenza, sono piuttosto rigorosi ed è meglio rispettarli, vista la frequenza e la severità dei controlli lungo le strade. Salvo particolari disposizioni locali, sulle grandi vie di comunicazione (Highways e Interstates) variano tra le 55 e le 75 mph (miglia all’ora, rispettivamente 88 e 110 km/h); nei centri abitati tra le 25 e le 45 mph (da 40 a 72 km/h); sulle strade panoramiche all’interno dei Parchi Nazionali, i limiti possono essere anche più restrittivi ed è consigliata una prudenza supplementare.
Su alcune norme di circolazione che differiscono da quelle europee non mi pare il caso di addentrarmi e rimando a quanto è riportato su tutte le guide di viaggio.
Non è difficile, salvo qualche incertezza iniziale, prendere confidenza con il sistema viario americano. Sui cartelli il numero delle strade, inscritto all’interno di uno scudetto, è per lo più indicato con un punto cardinale; il numero è dispari per quelle che si sviluppano in senso nord-sud e pari per il senso est-ovest. Capita che strade provenienti da direzioni diverse confluiscano coincidendo per un tratto, così ci si può imbattere in cartelli che riportano nei settori in comune due ma anche tre o quattro numeri differenti; l’importante è quindi tenere sempre la mappa a portata di mano e avere ben chiara la direzione verso cui si sta andando.
Sulle arterie a più corsie dei grandi agglomerati urbani, spesso quella di sinistra è riservata nelle ore di punta ai veicoli con due o più occupanti a bordo, evidentemente una forma di incentivo a condividere la stessa auto tra più persone per snellire il traffico. L’indicazione è data, a seconda degli Stati, da cartelli HOV-2 o HOV-3 (high occupancy vehicles) o da un rombo bianco tracciato sulla sede stradale.
In caso di dubbi, si può peraltro contare sulla disponibilità degli Americani a dare informazioni. Una curiosità: chiedendo la distanza da una località, aspettatevi una risposta quasi sempre espressa in tempo anziché in miglia (né tantomeno in chilometri), il che rende l’idea di quanto sia considerato rappresentativo il riferimento alle 65 mph (104 km/h), ritenute la velocità ottimale di crociera. Ad esempio, tre ore corrispondono più o meno a trecento chilometri.

Dove alloggiare

Nella Premessa non ho esitato a esprimere le mie perplessità su alcuni lati dell’America che mi convincono poco e d’altra parte nelle caratteristiche di ogni popolo esistono aspetti criticabili. Ma per obiettività bisogna anche rilevare tutto ciò che c’è di positivo, cosa che cercherò di fare nel corso di questo resoconto.
Agli Americani, per esempio, bisogna essere riconoscenti per quella comodissima invenzione che è il Motel. La parola è il risultato della fusione tra motor e hotel: è infatti il classico punto di riferimento di chi si sposta in automobile, che viene parcheggiata giusto davanti alla porta della camera. Come ho già anticipato, la diffusione dei motels è talmente capillare sul territorio da non rendere necessarie prenotazioni anticipate, salvo in altissima stagione, all’interno dei Parchi o in prossimità di grandi attrazioni (esemplare è caso del Grand Canyon). Come norma generale (ma non mancano gradite eccezioni), i prezzi tendono a essere più elevati quanto più le località sono vicine agli ingressi dei Parchi; al contrario, sono frequenti piacevoli sorprese di strutture confortevoli e a buon mercato in cittadine defilate dalle zone di importanza turistica. Al momento di chiedere i prezzi alla reception, informarsi sull’incidenza delle tasse, che devono sempre essere aggiunte in misura variabile tra il 4 e il 15% a seconda degli Stati.
Scenderò nel dettaglio di volta in volta, ma posso anticipare di avere speso, per una camera doppia, da un minimo di 20 a un massimo di 105 dollari, per una media di una sessantina per notte; al cambio, circa € 32 a testa, 864 per il totale di 27 giorni.
I motel affiliati alle grandi catene quali Best Western, Rodeway Inn o Ramada servono talvolta una piccola colazione a buffet, ma di regola essa è sempre esclusa dal prezzo, salvo la presenza del caraffone di caffè a disposizione gratuitamente alla reception. Spesso le camere sono dotate del bollitore corredato di confezioni di caffè-filtro, zucchero e tè: conviene quindi rifornirsi nei supermercati e tenere una scorta di biscotti, dolci, pane, marmellata e quant’altro.
La camera-tipo, il cui prezzo non varia in relazione al numero di occupanti, comprende due queen-size beds, vale a dire letti di poco più stretti dei nostri matrimoniali. Alcuni motel dispongono, per qualche dollaro in meno, di camere per coppie con un solo king-size bed, un letto molto grande dotato addirittura di tre cuscini. Tutte le camere hanno il bagno privato, ma il bidè è del tutto ignoto, il che impone di escogitare tecniche alternative, talvolta acrobatiche, per l’igiene intima; infine la pigna della doccia non è mai staccabile dal muro.

In cucina

Nell’America Settentrionale, già ne feci cenno nella relazione del mio viaggio in Canada, l’imperativo principale per il turista europeo è quello di limitare i danni all’apparato digerente e al fegato. Nonostante non manchino ottimi prodotti di base e da qualche tempo cominci ad affermarsi una certa coscienza alimentare, l’Americano medio sembra voler farsi del male ad ogni costo divorando cibarie a tutte le ore con modalità da far inorridire ogni dietologo: prevalgono gli alimenti fritti, gli enormi sandwiches affogati in grandi quantità di salse e salsine, i dolci sommersi di creme e/o panna e innumerevoli simili attentati alla salute; il tutto è accompagnato da devastanti bicchieri di bevande gassate colmi di cubetti di ghiaccio, continuamente reintegrati dagli onnipresenti distributori. A scanso di congestioni, bisogna imparare alla svelta la formula “Please, no ice”, anche se l’effetto di tale richiesta è a volte ricevere lo stesso sguardo con cui si guarderebbe un extraterrestre. ...continua il viaggio

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