Polonia: scoprirla attraverso tre città
Viaggio di:
Alessandro Grimaldi
Arrivo a Zamoszcz con 2 ore e ½ di bus da Lublino. Non riesco a farmi indicare un bus per il centro che dista 4 Km, una ragazza mi disegna una mappa per arrivarci a piedi. Sempre dritto per un’ampia strada alberata che porta dalla città moderna al centro storico. La via è intitolata ai partigiani; l’altra via opposta per entrare in città invece è dedicata al generale Pildsuski. Poi vedo delle alte mura grigie, sorrido, entro in città come un cavaliere teutonico dalla porta di Leopoli (Lvov). Mi aggiro un po’ per le strade medioevali, fa caldo, mi infilo sotto i portici, c’è poca gente in giro e molto degrado. Come ieri a Lublino, la città vecchia era molto simile: case diroccate, polvere. Qua e là qualche cantiere aperto, ma c’è molto da fare. Ricordo Breslavia 3 anni fa, la città era bella, ma dovevi vederla col cuore. La piazza era splendida e restaurata, ma stavano ancora ultimando i lavori e i rumori dei lavori in corso assordavano tutti. Solo qualche chiesa era come nuova. Mi aspetto che qui sia lo stesso. In tutta la Polonia stanno restaurando i centri storici, abbellendo le città. Anche a Vilnius era così. Paolo, che gestisce un ristorante messicano a Monza, diceva che quei soldi era meglio spenderli per la povera gente, ma qui vogliono riaffermare l’identità, l’orgoglio nazionale, dopo secoli di dominazione straniera; restaurare le chiese dopo che il Cattolicesimo era appena sopportato, etc. Mi dirigo subito verso la piazza, mi siedo a un caffè all’aperto e mi guardo in giro; ora ho la macchina fotografica, il cappellino etc. Ora posso comportarmi come un turista. Ci sono molti turisti, turisti polacchi, e qualche rappresentante di quel grande paese di viaggiatori che è la vicina Germania.
All’ufficio informazioni la signorina non parla inglese, un po’ di tedesco al limite. E’ contentissima quando questo turistuculo italiano compra per ricordo una tazza giallo ocra con un disegno stilizzato del municipio e la scritta rossa “Zamoszcz”. E’ una cosa che già conoscevo, ma che non avrei creduto: vai in un posto poco popolare, sarai l’unico turista? Sbagliato, qui è pieno di turismo locale, autoctono; tutti con le macchine fotografiche al collo ed i vestiti comodi, curiosi per il posto diverso e con molta voglia di divertirsi perché sono in vacanza. Sono al tavolino, è un gran bel posto: questa piazza è più bella di quella di Danzica, Varsavia, o della vicina Lublino per restare in zona, ma qui c’è un clima sfacciatamente provinciale, da piazza del paese, appunto.
Intanto al centro della piazza stanno sistemando un palco, nel pomeriggio ci saranno le premiazioni di gare di atletica giovanili a quanto pare. Più tardi sbaglio strada, inseguendo il verde esco un po’ fuori dalle mura e mi imbatto nel campo sportivo dove si stanno svolgendo le gare. Se il comunismo ha lasciato qualcosa è questa cultura dello sport di stato.
Guardo gli altri monumenti, compiendo il percorso delle mura: mura spesse, grosse, con sette bastioni a difesa, che hanno resistiti a due secoli di assedi e invasioni. Zamoszcz non si piegò agli assalti cosacchi nel XVII secolo e fu l’unica città polacca assieme a Danzica e Czestochowa a resistere all’invasione degli svedesi. Oggi le mura sono qui, in parte abbattute, preda delle erbacce; il tempo passa e queste qua hanno fatto una fine ingloriosa. La vecchia porta di Lublino fu murata già nel 1588 come voto religioso, ora ci spicca sopra l’insegna in italiano di una pizzeria.
Visito la Cattedrale, bella, ristrutturata; la guida dice che l’interno è in Stile “Rinascimento di Lublino”, l’altare è rococò intarsiato, parte delle decorazioni delle navate richiamano le arcate della Padova del Nord.
Di fronte alla Cattedrale, il Palazzo Zamoyski, neanche fosse il Wavel a Cracovia: il palazzo non è visitabile, ed ha davanti un enorme spiazzo pieno di erbacce. Arriva una grossa comitiva di turisti francesi.
Seguo rigorosamente la guida per ritrovarmi nel quartiere ebraico. Sono appassionato di letteratura yiddish, sono stato nei ghetti ebraici delle maggiori città dell’Europa Centrale: Cracovia, Varsavia, Vilnius (la Gerusalemme del Nord), la vicina Lublino ,Praga, Budapest, e poi Amsterdam, Parigi, Roma, Firenze, Venezia, Toledo, Siviglia, e ancora non mi sono abituato a quel senso di spaesamento nel camminare attraverso il quartiere e girare per vie e caseggiati assolutamente neutri, anche se la guida afferma che sono arrivato alfine a non trovare niente, letteralmente niente. Gli ebrei nell’Europa centrale non ci sono più, sappiamo il perché, ce n’è giusto nelle grandi città. I loro ghetti sono semplicemente uguali al resto della città, solo che qui la storia è stata diversa. Per di più la zona assegnata loro era ristretta e costruivano le case le une addossate alle altre. Per difendersi dai pogrom nascondevano il luogo di culto. Il tempio, quello che noi chiamiamo sinagoga, molto spesso era assolutamente nascosto. Mi fido della mia guida che mi indica un anonimo caseggiato come sinagoga principale di Zamoszcz.
UN PENSIERO
...Sono in autobus poco dopo lasciato Lublino, guardavo fuori dal finestrino. Davanti la placida campagna, i campi coltivati attorno alla città. Mi sfilano davanti delle grandi baracche in legno scuro, così in mezzo a un prato, ordinatamente una dietro l’altra, poi altre ancora in schiera, poi una torretta tozza a punta. Capisco. L’autobus sfreccia veloce davanti a un gruppo di bambini festanti per la bella giornata, saranno una cinquantina; qualcuno regge in mano una bandiera con la stella di Davide. Una targa si staglia sul ciglio della strada, Majdanek, il terzo campo di concentramento nazista in Polonia per estensione dopo Auschwitz e Treblinka.
Penso all’autista che ci passa ogni giorno davanti.
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