La Val di Funes, balcone con vista sugli... "aghi"!
in viaggio con Leandro Ricci in Trentino Alto Adige
"Verdissima e preziosa" sono attributi che circa un anno fa impiegai per definire un'altra valle, la Val Casìes, appartata e in quanto tale raccomandabile a chi ama la montagna risparmiata dalla mondanità, dal traffico e dall'affollamento delle aree dolomitiche più note.
Quegli aggettivi si attagliano alla perfezione alla Val di Funes, anch'essa poco toccata dai flussi del grosso turismo, mantenutasi sufficientemente integra e ben radicata a tradizioni che altrove vanno perdendosi.
Una terra, soprattutto, ricca di "unicità". Tanto per cominciare, nell'ambito del Parco Naturale Puez-Odle di cui fa parte, è ad esempio la sola valle di popolazione, lingua e cultura germanofona, laddove nei paesi della Gardena e della Badia, essi pure inseriti nell'area protetta, prevale l'elemento ladino.
La Val di Funes è poi, nell'ambito del Parco, quella che mantiene più saldo il rigido diritto ereditario del maso indiviso, la regola cioè del passaggio dell'intera proprietà al solo primogenito: una norma che potrebbe essere reputata iniqua, ma fondata sulla necessità di non frammentare i possedimenti garantendone la continuità nel tempo e assicurando, al contempo, la solidità sociale ed economica dell'intera valle. Ed è curioso il fatto che a tutt'oggi le persone siano più note con il nome del maso di cui fanno parte piuttosto che con il cognome anagrafico.
Unico, o quasi, nella sfera di un'ambiente alpino in cui spesso si tende a conseguire un tornaconto economico da interventi poco rispettosi per il territorio, fu il cosiddetto "movimento per la conservazione delle Odle": quando all'inizio degli anni Settanta fu messa a punto la delimitazione dei confini del Parco Naturale Puez-Odle, il piano regolatore prevedeva un vasto comprensorio sciistico nell'alta Val di Funes con collegamento ai "caroselli" di Badia e Gardena. Solo la sollevazione popolare dei valligiani, concretizzata in oltre 5000 firme, respinse il progetto, che di fatto avrebbe segnato la fine della tranquillità della valle. L'episodio è tuttora citato come pietra miliare nella politica di tutela ambientale, e non solo altoatesina.
In ambito più ampio, la Val di Funes è parte del territorio della Valle Isarco, che si estende da Bolzano fino al confine del Brennero. Essendo da millenni una valle di passaggio, in essa sono andati via via fondendosi i caratteri storici, umani, culturali, artistici, commerciali del mondo mediterraneo e di quelli mitteleuropeo e nordico. Una diversità che ne ha accresciuto la ricchezza.
Alcuni dati geografici sulla zona, utili a coloro che la conoscano poco o nulla. Lasciata Bolzano, dopo 29 km si raggiunge Chiusa, meritevole di una visita per il nucleo storico ben conservato con case del XV secolo, ma anche per la posizione molto scenografica in una strettoia della valle dominata dallo spettacolare complesso del Monastero di Sabiona.
Tre chilometri oltre Chiusa, una diramazione sulla destra immette nella Val di Funes propriamente detta, prendendo quota da 523 metri fino ai 1339 di Santa Maddalena su uno sviluppo di 14 chilometri.
La strada, dapprima piuttosto incassata nella valle, ricalca per alcuni chilometri il percorso del Rio di Funes, ora sulla sua destra, ora sulla sinistra. Lasciata sulla destra (sud) la deviazione per Gufidaun, piccolo centro di soggiorno dominato dal Castel Sommo con la caratteristica torre cilindrica detta "delle streghe", si tocca - al culmine di alcuni tornanti che si staccano dalla principale - la prima delle sette frazioni che compongono la Val di Funes: si tratta di Tiso (m. 963), poche case che godono però della posizione soleggiata alla sommità di un colle e della presenza del Museo Mineralogico (v. Links), vivamente raccomandato in particolare per le splendide collezioni di geodi. A breve distanza, Nave (m. 797) vanta la bella chiesetta trecentesca di San Bartolomeo, in un idilliaco contesto di prati e frutteti.
Si comincia a notare che - fatta eccezione per l'ultima, Santa Maddalena - tutte le frazioni sono costituite di case sparse e digradanti sul versante settentrionale (sinistro salendo) della valle. E' anche curioso il fatto che spesso i segnali che dalla strada principale indicano il centro paese immettano su stradine che farebbero pensare a tutt'altro: strette, tortuose, in qualche tratto sterrate, danno la sensazione di essere state tracciate assecondando la posizione delle abitazioni anziché viceversa, come accade nelle località montane in cui la viabilità è strutturata sulle esigenze turistiche. Anche gli alberghi sono di impatto limitato, o ricavati da edifici preesistenti o ubicati ai margini dell'abitato. Il tutto a contribuire all'atmosfera rilassata, quasi sospesa nel tempo, che è una delle carte vincenti della Val di Funes.
Da San Pietro (m. 1150), la Valle comincia a calare il suo asso nella manica, quello per cui è maggiormente nota: mi riferisco al Gruppo delle Odle (il corrispettivo ladino di "aghi", ed ecco così spiegato il titolo un po' bizzarro dell'articolo), così chiamato per la fantastica sequenza di guglie, pinnacoli, obelischi che ne fanno uno degli scenari più peculiari, quasi un manifesto della montagna dolomitica. Per godere di una delle vedute più belle sulla sfilata di cime, consiglio di portarsi, nella parte alta del paese, sul cortile antistante l'Hotel Kabis, magari approfittando della cortesia del titolare Sig. Degani per visitare i magnifici interni dell'albergo e gustando il fantastico gelato di produzione propria.
San Pietro è anche la sede del comune di Funes e dei principali servizi. Da qui partono le deviazioni per San Valentino (m. 1150), con la chiesa più antica della valle, San Giacomo (m. 1265), ottimo punto di partenza di escursioni, e Colle (m. 1430), un insieme di masi sparsi in posizione straordinariamente panoramica. ...continua il viaggio

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