Nepal

Un'escursione nel Mustang Inferiore

in viaggio con Franco Pizzi in Nepal

E partiamo per KAGBENI, il penultimo villaggio della nostra gita in Mustang. Siamo a 2870 metri. Dopo la visita al gompa Samphel ling - il fiume sottostante è azzurro e scorre in una sorta di canyon, una visione magnifica - mi faccio una passeggiata nel villaggio che mi porta sotto uno stupa il cui soffitto è decorato con molti mandala e raffigurazioni del pantheon buddhista. Proseguendo mi trovo davanti alla statua di un personaggio in piedi che stringe un coltello nella mano destra, con il pene eretto. La guida mi dice che è il protettore dell’entrata al villaggio e che all’uscita si trova la sua compagna. Andiamo a vedere ma, purtroppo, la compagna è soltanto un ammasso di pietre. Camminando per la stradina stretta e pulita mi fermo a un negozio gestito da una ragazza tibetana. Passo un po’ di tempo a parlare con lei e mi racconta subito della visita di una cliente cinese che lei aveva trattato molto male. Infatti Kagbeni sembra essere il punto di ingresso in Nepal per i tibetani che arrivano dal vicino confine nei pressi di DRONGPA, sulla strada per il lago MANOSAROVAR: su un muro uno striscione rosso dà un caloroso benvenuto ai tibetani che vi giungono.
L’indomani, attraverso un paesaggio arido e stupendo, ci avviciniamo a Muktinath. In lontananza intravediamo prima il villaggio di JARKOT che fa capolino sulla punta di una collina, e dietro di esso spunta MUKTINATH, circondato dal Dhaulagiri. Ci fermiamo per fotografare Jarkot e scendiamo su un declivio che finisce in un profondo burrone al fondo del quale il fiume scorre tranquillo. Mentre mi guardo intorno noto dei fiorellini e un profumo conosciuto. È timo serpillo… voi direte: “e allora?”. Be’, allora niente! Per me è una piantina con tanti ricordi e ne raccolgo due buste piene. Anche questo particolare mi riporta alle Alpi dove, nella stagione giusta, andavamo a raccogliere il timo serpillo per farne scorta per l’inverno: è considerato un ottimo rimedio contro i raffreddori. La casa si riempiva del suo profumo mentre lo facevamo seccare al sole, sul davanzale della finestra.
Finalmente arriviamo a Muktinath, un villaggio disordinato e pieno di trekkers; infatti trovare le camere è un problema notevole, ma ci riusciamo.
Il nome Muktinath, o anche Muktichhetra, deriva da “Mukti”, e “nath”, e significa “il luogo della Salvezza”. Infatti è uno dei 126 luoghi di pellegrinaggio dedicati a Vishnu che ogni buon induista deve visitare almeno una volta nella vita. Si trova a 3750 metri di altezza. Il tempio dove sto andando, venerato anche dai buddhisti, è situato all’incirca 30 minuti dal “centro città”; la strada per arrivarci è costeggiata da bancarelle di proprietà di giovani donne tibetane molto allegre e con tanta voglia di vendere le loro cianfrusaglie. Mi sembra di essere tornato nel mercato di Shigatse dove con le signore - che conoscevo da anni - scherzavamo a lungo; qui non mi conoscono ma parlare la loro lingua mi apre la porta ai loro sorrisi e alle loro spiritosaggini. Entrando nel complesso si notano i tempietti pagodeggianti e, soprattutto, i sacerdoti, un misto tra sacerdoti indù e suore tibetane. Il tempio principale dedicato a Vishnu è semi-circondato da un muro dal quale sgorga l’acqua santa attraverso 108 fontanelle a forma di testa di toro. I devoti si bagnano sotto di esse o ne bevono l’acqua.
Muktinath mi riserva anche la sorpresa di trovarmi in autunno, nel senso che il suolo è cosparso di foglie gialle e croccanti - uno spettacolo che da noi in Himachal Pradesh non vediamo mai! - gli alberi si sono messi gli abiti autunnali, e sembra che le valli aride che abbiamo passato fino a oggi siano scomparse. Poco distante dal tempio principale si trova il tempio Jwala Mai (Jwala Mukhi) all’interno del quale due fiammelle bruciano continuamente, alimentate da gas sotterranei. Per i credenti è un offerta fatta da Brahma.
Quando il signore del vento ha smesso di brontolare e quella enorme palla gialla sospesa nel cielo comincia la sua discesa verso altri luoghi mi incammino verso il villaggio; e non posso fare a meno di fermarmi a bere un tè in un localino che porta il nome di Bob Marley! La sera invece si beve rum per superare il freddo…
Il giorno dopo, l’ultimo a Muktinath, facciamo un’escursione sulla cima di un colle a 4070 metri, il confine con il Mustang Superiore.
Attraversando il piccolo villaggio di JONG faccio conoscenza con un signore, seduto al sole in un cortile, che ha appena macellato una capra; la pelle con la testa attaccata è stesa a essicare vicino a lui, e lui riempie le budella con il sangue. Il sentiero sale in una valle deserta e mi fanno compagnia profumi di erbe e le montagne innevate che fanno da corona. Dalla cima del colle, in lontananza, si può scorgere LO MANTHANG, la capitale del Mustang, e il palazzo estivo del re; subito dopo una montagna segna il confine con il Tibet: in 4 giorni di cammino potrei arrivarci…
Il nostro viaggio finisce con un rientro veloce a Pokhara dove ci aspetta un albergo di lusso che offre la possibilità di toglierci un po’ di polvere.
Devo dire grazie a chi non mi ha permesso di entrare in Tibet; infatti mi ha offerto la possibilità di conoscere una zona himalayana stupenda, abitata da gente ospitale e sorridente. Forse un po’ scomoda come accesso e come sistemazione, forse con un cibo ripetitivo, forse un filino fredda, ma fan-ta-sti-ca!

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