Myanmar, un Paese privato del colore
in viaggio con Giovanni Mereghetti in Myanmar (Birmania)
Introduzione
A Myou
a Soe
alla ragazza che con la sua voce ha accompagnato le mie serate al Yuzana Garden…
al popolo birmano
Da non perdere
Fotogrammi sgranati, filmati impexelati dalla tecnologia.
Immagini fugaci di monaci scalzi che marciano sotto la pioggia battente di Yangon.
Un reporter che cade a terra, un soldato del regime che lo uccide a sangue freddo.
Myanmar?
I monaci lasciano i monasteri: cento, mille, decine di migliaia. A loro si unisce la gente comune della Capitale e quella delle altre città del Paese.
E’ una giornata di inizio autunno, gli occhi del mondo stanno guardando attraverso le poche notizie filmate che riescono a uscire dal Paese il destino di questa gente.
Nessuno è dalla parte del governo di Myanmar, solo le autorità cinesi e quelle indiane non sanno dove stare e si astengono da prendere posizioni. Le due potenze asiatiche non vogliono compromettere i loro rapporti economici con i generali che stanno governando il Myanmar con pugno di ferro da oltre trent’anni.
I militari al potere in Myanmar si sentono gli occhi del mondo puntati addosso, ma non ci stanno a piegarsi. All’alba del nuovo giorno iniziano i primi raid nei monasteri ribelli, i soldati cercano di reprimere la più grande protesta contro la giunta degli ultimi vent’anni, ignorando tutti gli appelli internazionali a fermare la repressione.
Mizzima news, il portale dei dissidenti birmani all’estero, aggiorna costantemente la situazione. Il mondo vede e sta a guardare in silenzio, non reagisce. Le Nazioni Unite si mettono in moto, lentamente. Troppo lentamente. ...continua il viaggio

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