Marocco

Marrakech... on the road!

in viaggio con Giovanni Mereghetti in Marocco

Introduzione

Il Maghreb è una meta ormai costante dei viaggi che ho effettuato nel continente africano.
Ho avuto occasione di recarmi a Marrakech innumerevoli volte. Ogni volta scopro una città nuova. Anche qui, come quasi nel resto del mondo, tutto è in continua evoluzione: usi, costumi, cultura. Se solo dieci anni fa tutti i ragazzi indossavano il tipico pastrano berbero e le ragazze il velo islamico, adesso non è difficile trovare le giovani con i jeans attillati o addirittura in minigonna. E i ragazzi, quelli si che hanno fatto passi da gigante: li vedi sfrecciare con loro motorette sui viali attorno ai giardini pubblici. Gasati, ma sempre attenti ai vigili urbani inflessibili nell’uso dell’autovelox.
Marrakech è stata fondata all’inizio della dinastia almoravide, fra il 1062 e il 1070, dal sultano Abu Bekr che dopo aver conquistato il nord del Marocco, raggiunse anche quest’area. Si susseguirono molte altre dinastie fino all’arrivo dei francesi. Oggi Marrakech conta circa un milione e mezzo di abitanti ed è sicuramente una delle località turistiche più famose del Marocco.

Da non perdere

Alloggio in un curioso hotel nel cuore della città vecchia. Nella reception un baffuto signore di mezza età con un marcato timbro di voce, chiama il cameriere: Zaccaria, Zaccaria... i clienti si stanno svegliando, bisogna preparare l’acqua per il thè, la marmellata nei piattini, il pane, vuotare l’unico posacenere della sala ristorante.
Zaccaria è il trillo della sveglia, è l’alzabandiera dell’albergo. Dopo quella del muazzin, è la seconda voce che sento ogni mattina.
Quando scendo le scale, tenendo tra le mani il pesante portachiavi della mia stanza, il baffuto signore dell’hotel, in tenuta da nostromo, è già sull’uscio della sala dove servono le colazioni. Sorride sempre, anche quando ordino le uova fritte e lo costringo per l’ennesima volta a chiamare Zaccaria. A volte ne portano due striminzite, a volte invece, largheggiando, ne portano quattro grosse come un medaglione.

Uscendo dall’hotel raggiungo velocemente, a piedi, la famosa piazza Djemaa el-Fna. E’ la piazza attorno alla quale si sviluppa la città vecchia. Da qui partono tutti i vicoli del souk, tutte le storie delle migliaia di turisti, o semplici viaggiatori che vengono a Marrakech per perdersi nei meandri e nei labirinti di uno dei più affascinanti mercati del Maghreb.
La piazza ha di per sè un aspetto insignificante: una grande spianata, in parte in battuto di cemento ed in parte pavimentata. Tutt’intorno sono nati ristoranti e negozi ad uso e consumo del turista. Ciò che invece la rende affascinante è che, ad ogni ora del giorno, ma soprattutto alla sera, cambia aspetto. La mattina è piuttosto sonnecchiosa, ci sono solo poche bancarelle di ragazzi che spremono le arance, oppure qualche venditore di fichi secchi. Già nelle prime ore del pomeriggio la gente si fa sempre più numerosa e arrivano le donne che disegnano tatuaggi con l’hennè; per pochi dirham ti fanno meravigliosi disegni sulle mani o sui piedi. Hanno sempre un albumino tra le mani, all’interno del quale sono raccolte le fotografie dei loro “ricami corporei”; tu scegli, al resto ci pensano loro.
La piazza è molto vissuta dai marocchini; non è raro trovare cantastorie, cartomanti, strani personaggi che recitano litanie davanti a scodelle contenenti chissà cosa. La gente si raduna a cerchio tutt’intorno e sta ad ascoltare. I volti sono spesso seri e attenti, le storie da queste parti incantano ancora, e quando il “sapiente” finisce la recita ci si sente più forti e sicuri o semplicemente più istruiti.
Nel tardo pomeriggio vengono montate le bancarelle che subito dopo il tramonto si trasformano in ristorantini all’aperto dove si possono degustare ottimi piatti tradizionali. Basta camminare lentamente e guardare sul lastricato della piazza per scorgere le cose più strane e curiose. Ci sono pseudo-dentisti che vendono denti usati e dentiere, strani soggetti vestiti da tuareg che dicono di arrivare da Tan Tan, nel sud del Marocco, berberi che sono stati catapultati qui da chissà dove.
I tuareg vendono strani feticci animali per uso medicinale, uova di struzzo, alcune integre, altre con un piccolo foro dal quale è stato succhiato l’albume e il tuorlo. Hanno anche delle strane radici che chiamano “mandragola” e che spacciano per potente afrodisiaco il cui effetto può durare una notte intera.
...continua il viaggio

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