Marrakech Express: lo sguardo della favorita
in viaggio con Robinia in Marocco
Al tramonto è d'obbligo sostare nella piazza Jemaa El-Fna, "…la chiamano "Piazza dei Morti", in memoria delle esecuzioni che una volta si svolgevano sotto una delle sue tetre porte rosse. Ora è la piazza dei vivi, il centro di tutta la vita, i divertimenti e le chiacchiere di Marrakech, e gli spettatori si accalcano così fitti intorno ai cantastorie, agli incantatori di serpenti e ai ballerini che la frequentano, che si riesce a indovinare cosa succede all'interno dei vari circoli solo dal monologo lamentoso o dal persistente battito di tamburi che ne proviene." (Edith Wharton, In Marocco).Il colore che il sole dona agli edifici è indescrivibile e man mano che si va avanti nella notte e cominciano ad accendersi le luci, l'atmosfera si fa irreale: profumi, suoni, parole, danze, cibi che cuociono scatenando un profluvio di odori speziati e appetitosi, cantastorie, donne velate che ti prendono la mano per decorartela con l'henné, rivenditori di cd, lumache e spiedini, bancarelle di spremuta d'arancia e tajin a cuocere su fornelletti, acrobati e musicanti... e la cosa bella è che i turisti non ci sono, o se ci sono non sono loro i veri destinatari della festa.
E' il momento adatto per rifugiarsi in uno dei caffè che si affacciano sulla piazza, dotati di terrazza panoramica. Prendo un tè con Paolo e il colpo d'occhio vale davvero la pena; poco dopo arriva un uomo già conosciuto in giornata nel souk, che parla italiano e ha vissuto a Torino. "Di dove siete? Milano? Roma?". Solita litania.
Mangiamo in hotel, un ottimo ristorante a buffet, forse il migliore del viaggio, tajin e couscous, carote alla cannella, melanzane, zuppa di legumi. Tè alla menta per finire. A tal proposito, devo confessare che per la prima volta durante un viaggio ho pensato seriamente: voglio un piatto di spaghetti! Dopo 3 o 4 giorni di questa roba infarcita di spezie, ero ko. "E' piccante come cucina. Cioè è speziata, troppo speziata come tipo di cucina" "Non ti piace?" "Sì che mi piace. E' speziata. Era meglio due spaghetti, perché due spaghi fanno schifo..." "A me sembra tutto buonissimo. C'è l'agro e il dolce insieme..." (Diego Abatantuono & C. in “Marrakech Express”).
Il giorno dopo, prima di partire per il grande e misterioso sud, una mezza mattinata è dedicata alle visite delle tombe dei sultani Saaditi, scoperte nel 1917, e del Palazzo El-Bedi. Entrambi risalgono al XVI secolo, quando fu al potere la dinastia dei Saadiani, che ridiede splendore a Marrakech dopo gli alti e bassi dei periodi precedenti in cui al potere erano gli Almohadi e poi i Merinidi. In particolare il sultano saadiano Ahmed el-Mansour, detto il Dorato, attuò una vincente politica espansionistica e utilizzò le riparazioni di guerra dei portoghesi e l'oro di Tombouctou per decorare e rendere sfarzosa la città.
Costeggiamo il palazzo reale e le mura color rosso terra e annusiamo velocemente la Mellah, il quartiere ebraico. Le mura della città, che circondano la medina per circa 12 chilometri, risalgono alla fine del XI secolo, all'epoca degli Almoravidi, prima dinastia che governò la città. I giardini della Menara, opera degli Almohadi (così come la moschea di Koutoubia e quella della Kasbah), a detta di tutti sono un posto molto romantico e più che degno di una visita, magari sul calesse, ma purtroppo non ne abbiamo avuto il tempo. Per inciso, la storia del Marocco è un continuo susseguirsi di dinastie, ognuna giungeva dall'interno e soppiantava quella precedente.
Si parte: dobbiamo attraversare l'Atlante per andare a sud, valicando il passo Tizi-n-Tichka. Già da Marrakech, "…i monti del'Atlante risplendono vicini, e si potrebbe scambiarli per la catena delle Alpi se la loro luce non fosse più fulgida e non vedessimo tutte quelle palme tra i monti e la città." (Elias Canetti, Le voci di Marrakech).
Atlante: che bel nome. Dà l'idea della geografia varia del Marocco, un libro da sfogliare per ritrovarci dentro tutti i paesaggi, dalle colline verdi che sembra di essere in Toscana alle montagne innevate con il vento che ti ferisce gelido, dalle deserte spianate di terra scura alle rocce che prendono tutta la luce del mondo dal sole, dalle valli ripiene di oasi e circondate da massicci di terra alle dune di sabbia a perdita d'occhio. Facciamo sosta in un paesino in alta montagna per un panino con brochette di agnello, gli uomini del posto ti darebbero qualunque cosa in cambio di un oggetto italiano, un venditore di fossili e bigiotteria in cambio di due Camel Light mi ha voluto regalare per forza un orribile minerale. Anche in mezzo alla strada ti vogliono vendere le ametiste: sbucano da chissà dove correndo e rischiano di farsi investire dall'auto. Emozionante avvicinarsi al deserto: ai lati delle strade distese senza fine e alle spalle la quinta dell'Atlante innevato che ormai si allontana.
Lungo la strada verso Ouarzazate sorpassiamo una macchina evidentemente in panne e due uomini che trafficano sul cofano aperto. Massimo vuole assolutamente caricarli, così facciamo accomodare questo signore in jallaba giallo zafferano, dai denti tremendi e la pelle scura, originario del deserto, giunto in Marocco nel 1975 a seguito della cosiddetta "Marcia verde". Ci racconta che ha fatto l'assistente alla regia per Bertolucci, che da queste parti ha girato “Il tè nel deserto”. La compagnia è felice di questo diversivo, scattiamo foto e poi giungiamo a destinazione. Una casa piena di tappeti dove ci accoglie un affascinante uomo in turbante e vestito azzurro che ci invita per un tè: commerciano in tappeti e turbanti. Ospitano spesso degli italiani: il mese successivo sarebbe andato da lui Alessandro Baricco, ci comunica.
Solo la mattina dopo, leggiamo sulla Lonely Planet di stare in guardia perché capita spesso, nelle strade del sud, di trovare uomini che fingono di avere un guasto all'auto per portare l'ignaro turista in una rivendita di tappeti. Ci ridiamo su, nessuno ci ha venduto niente e abbiamo conosciuto gente interessante! Comunque siano andate le cose, salutiamo tutti, Inshallah, se dio vuole siamo a Ouarzazate, città dove ci sono gli studi cinematografici, una fantastica kasbah, un numero sproporzionato di hotel e uno dei tramonti più belli visti in Marocco. La città nacque nel 1928 come postazione militare dell'esercito francese, poi nel tempo ha attirato l'attenzione del turismo e del cinema grazie ad una posizione molto favorevole, punto di partenza per raggiungere le valli del Draa e del Dades.
Visitiamo la kasbah di Taourirt, che fu il palazzo del pascià, meravigliosamente conservata, tutta in pisé color sabbia. Ci accompagna una guida che ci racconta che ha interpretato la parte del coccodrillo nel film “Il gioiello del Nilo”, risponde al cellulare frequentemente ("è mia moglie", dice) e ci prende in giro inventandosi che ha due mogli (in realtà la donna più importante della sua vita è la mamma).
L'edificio è davvero splendido, ammiriamo la stanza della favorita con le grate lavorate alla finestra, il bagno, la sala ricevimenti, la moschea, i buchi nei muri per comunicare con il piano di sotto tramite delle corde. Qui hanno girato il film di Bertolucci. ...continua il viaggio

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