Marrakech Express: lo sguardo della favorita
in viaggio con Robinia in Marocco
Introduzione
"Non so voi ragazzi, ma io erano aaaanni che non mi divertivo così" (Fabrizio Bentivoglio in "Marrakech Express")
Mi sono innamorata del mondo arabo in Egitto, a Natale del 2002. In particolare, me ne sono innamorata una notte, in una Mercedes nera che attraversava il deserto del Sinai, ascoltando musica araba e preghiere alla radio, mentre l'autista mi accarezzava la testa cantandomi una ninna nanna egiziana, e fermandoci a bere il tè in piccoli locali lungo la strada. Mi sono innamorata del deserto su una moto, che ci portava in un territorio pazzesco, tutto di terra e rocce dorate dal sole che tramontava. Da qui un nostalgico Capodanno e la voglia di morderne un altro pezzo, di mondo arabo e di deserto.
Itinerario
Ed eccomi qui. Febbraio 2003. Casablanca, aeroporto. Come tutti gli aeroporti e stazioni della mia vita. Il punto interrogativo di quello che sarà. La vita nella sua pienezza. Per la prima volta, sono partita da sola.
Per il momento l'equipaggio è di cinque persone, una Fiat Uno verde (o blu?) che ci accompagnerà e prenderà polvere, terra e sabbia. Si dorme a Settat, sulla strada per Marrakech, in un hotel freddo, dopo aver conosciuto tutti i ragazzi del gruppo e aver steso un programma di massima raccolti intorno ad una grande cartina del Marocco, mangiando banane nane e brioche.
Il paesino dove facciamo la prima sosta il giorno dopo è tutto rosa, pieno di terra e uomini con la jallaba, il tipico soprabito lungo e dotato di cappuccio. Mi viene voglia di far foto abbagliata dalla novità del posto, dei volti della gente che ci guarda, degli edifici, della frutta e del bar popolato esclusivamente di uomini che sorseggiano tè e caffè. Poi, tutto ciò sarà la regola.
Marrakech ci accoglie con calore e colore rosso cotto. La città fu fondata nel 1070 dagli Almoravidi, guerrieri nomadi berberi che la fecero capitale del regno a cui ha dato il nome: Marocco. C'è un bel sole e prendiamo le stanze in un albergo con i mosaici e le ceramiche arabescate, vicinissimo alla moschea della Koutubia, da cui la mattina dopo alle 5 e 45 il muezzin che chiama alla prima preghiera della giornata mi sveglierà. La piazza Jemaa El-Fna, vero fulcro della città, nella tarda mattinata è già caos, da cui ci redime immediatamente Mohammed, imponente nella sua jallaba rosso scuro, che si propone di farci da guida e che non ci abbandonerà fino al tardo pomeriggio. E' competente e carismatico, gentile e premuroso.
Chiariamo subito, girare per una città del Marocco senza una guida è impossibile: non perché sia esageratamente complicato, ma perché se ne sei sprovvisto decine di indigeni all'ora ti si proporranno per accompagnarti (le famose "false guide") e non riuscirai a dire di no.
Appena giunti in piazza mi fermo a guardare i serpenti e un uomo me ne mette uno sul collo, farmi scattare una foto così mi costa un paio di dirham. E' viscido e schifoso. Gli incantatori di serpenti sono alcuni dei tipici personaggi che si incontrano nelle piazze e nei mercati del Marocco, insieme ai cantastorie (el halka), agli ammaestratori di scimmie, ai gnawa che suonano tamburi e nacchere e ballano, ai venditori d'acqua (garaba) che fanno bere da pentolini di rame, agli acrobati berberi ecc.
Il giro nella medina è piacevolissimo, tutto è nuovo, spezie, colori, lampade e cocci. Mohammed come prima cosa ci fa visitare la Medersa Ben Youssef, la scuola coranica dove i giovani, oltre a studiare, alloggiavano anche, in più persone per stanza. Veniamo affidati per la visita a Salvatore, così soprannominato da Antonella perché parla un po' tutte le lingue contemporaneamente come il personaggio del “Nome della rosa”, e ogni volta che non capiamo una parola ci dobbiamo prima domandare in che lingua è.
L'edificio - restaurato di recente - è molto bello, specialmente il cortile interno con i marmi e il legno di cedro finemente lavorati, e le calligrafie, antichissima arte nel mondo islamico. Fondata nel XIV secolo dai Merinidi, fu poi ricostruita nel 1565 dal sultano saadiano Abdallah Al Ghalib ed è una delle più grandi di tutto il Maghreb.
Il pomeriggio dopo un pranzo tipico in un bellissimo riad, a prezzo obiettivamente esagerato per il paese in cui siamo, si entra nella temibile fase dello shopping. E' un delirio: 18 persone quasi tutte drogate da lampade, tappeti, babuches, caffetani, cuscini in pelle, teiere, portaceneri e cocci di infinite fogge.
Mohammed ci porta anche in un'erboristeria berbera, dove, soggiogati da tre giovani in camice bianco che ci fanno annusare per mezz'ora spezie, erbe medicinali, oli e saponi, promettendoci miracolose guarigioni dalla cervicale, paghiamo minimo 10 volte più del loro reale valore tè, kajal o rossetti berberi (io però rimedio un piacevole massaggio ). ...continua il viaggio

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